Scrisse Pio Schinetti (1875-1941) sul numero 5 de «Il Secolo XX» del maggio 1912, nella rubrica “Pagine inedite di Giovanni Pascoli”, che il poeta
non era ancora del tutto uscito dal periodo delle esercitazioni stilistiche, delle fatiche di traduzioni da autori antichi e moderni, delle improvvisazioni tormentate poi lungamente con inquieto intelletto d’amore.
Il periodo di cui parla il giornalista è probabilmente il 1876, anno in cui dovrebbe risalire la traduzione di Pascoli di una parte (4 strofe) della celebre poesia “Il Corvo” di Edgar Allan Poe (intitolata dallo Schinetti “Tenebre”), autore che ebbe un’influenza sulla poetica pascoliana.
Schinetti, come scrive più avanti nel suo articolo, trova infatti in questa traduzione «qualche cosa della imminente ammirabile produzione delle Myricae», prima raccolta di poesie pubblicata da Pascoli nel 1891.
La presenza di Poe in Italia era avvenuta già nel 1857, grazie alla traduzione di 4 racconti curata da Eugenio Salomone Camerini e pubblicati nella rivista torinese «Il Gabinetto di Lettura». Alla fine dello stesso apparve anche una traduzione in 4 puntate del racconto “Una discesa nel Maelstrom” sulla rivista triestina «L’Anello».
La città di Torino contribuì ancora alla diffusione delle opere di Poe: è del 1858 la raccolta Storie orribili della casa editrice Botta.
Enrico Nencioni (1837-1896) tradusse più tardi “Il Corvo” per la rivista «L’Illustrazione popolare» del 17 febbraio 1889. Prima ancora, nel 1881, si cimentò nella traduzione Scipione Salvotti.
Le strofe de “Il Corvo” tradotte da Pascoli
Tenebre
Un tempo, a mezzanotte, era; mentr’io
Meditava su qualche [arduo] volume
D’una antica scienza ora in obblio,
Sentii come un sommesso romorio
Di qualcun che picchiasse alla mia porta.
Io dissi: certo un qualche ospite fu,
Che ha picchiato sommesso alla mia porta:
È questo e nulla più.
Era il freddo Dicembre, io mi rammento,
E i tizzi a uno a uno il pavimento
D’un balen ricamavano: l’aurora,
L’aurora io desiava. Indarno tento
Sui volumi obliar la mia Lenora,
Radiosa fanciulla, che lassù
Lassù gli angioli chiamano Lenora:
Qui non ha il nome più.
Ed il triste fruscio delle cortine
M’invadea di spaventi senza fine,
Di che non s’era mai l’anima accorta,
Sì che, a calmarmi, dritto in piedi infine
Dissi: è qualcun che batte alla mia porta
Qualche viaggiator, qualcuno, orsù,
In ritardo che picchia alla mia porta:
È questo e nulla più.
Più forte mi sentii. Senz’altro allora:
Signore, io dissi, o in verità, Signora,
Io vi domando umile scusa. È vero
Ch’io dormicchiavo più d’un poco e ancora
D’avervi inteso appien certo non ero
Sì piano e dolce il vostro busso fu.
L’uscio allora spalanco per intero:
Tenebre e nulla più.




Ho i brividi: una naturalezza di linguaggio che non è facile trovare nelle traduzioni, specialmente di poesie
Ciao Molly, benvenuta nel sito. Vero, una bella traduzione della poesia. Non per nulla è Pascoli.
E’ vero, è caratteristica frequente di Pascoli, sebbene la traduzione non sia intera.