Le campane, versione di Luigi Siciliani

La poesia “Le campane” (The Bells) fu probabilmente composta nel maggio 1848, ma non è pervenuto alcun manoscritto, eccetto una bozza manoscritta, quasi certamente di proprietà di Annie Richmond, attualmente conservata alla Morgan Pierpont Library di New York.

Della composizione della poesia abbiamo la testimonianza da Marie Louise Shew, in una lettera a John H. Ingram del 23 gennaio 1875.

Una versione della poesia comparve nel dicembre 1849 sul «Sartain’s Union Magazine»: John Sartain disse che il manoscritto fu inviato circa sei mesi prima della versione più lunga e rivista, inviata in una lettera datata 9 febbraio 1849:

Ho l’onore di inviarvi, con questa nota, una poesia intitolata “Le Campane”, più o meno lunga come il mio “Corvo” – nella speranza che sia adatta per «The Union Magazine». Se non dovesse soddisfarvi, vogliate essere così gentile da rispedirmela; e se non avrò vostre notizie entro dieci giorni, evincerò che l’avrete accettata ed emetterò un pagamento a 3 giorni per 15 $.

Il giorno prima, Poe scrisse a Annie L. Richmond:

Non mi sono permesso di stare un giorno senza scrivere da una a tre pagine. Ieri ne ho scritte cinque e il giorno prima una poesia considerevolmente più lunga del “Corvo”. La chiamo “Le Campane”. Come vorrei che la mia Annie potesse vederla! La sua opinione mi è così cara su questi argomenti. Lo è su tutto, ma sulla poesia in particolare.

La poesia ebbe numerose ristampe su varie riviste: 18 nell’ottobre 1849, 35 a novembre e 3 a dicembre. E si contano altre decine di ristampe a partire dal 1850.

“Le campane”, per la traduzione di Luigi Siciliani, apparve nel n. 32 del 9 agosto 1908 dell’«Illustrazione italiana». Siciliani (Cirò 1881 – Roma 1925) fu uno scrittore, studioso di letterature classiche, traduttore e patriota, interventista e combattente nella Prima guerra mondiale.

“Le campane”

I.

Odi, slitte con campane
argentine!
Quale mondo d’allegrezza lor melode a noi predice!
Come squilla squilla squilla
nella fredda aria notturna!
Lo stellato che scintilla
sù nei cieli ne sfavilla
di piacere cristallino;
prende il tempo il tempo il tempo,
come in runico concento;
dal tintinno musicale che si spande
da campane, da campane,
da campane –
da squillare e dondolare di campane.

II.

Odi, tenui nuziali le campane,
auree campane!
Quale mondo più felice lor melode a noi predice!
Oh, la notte imbalsamata
n’è di gioia inebriata!
Dalle chiare note d’oro,
tutte in tono,
quale canto blando sale
alla tortora che ascolta, mentre fissa
sù la luna!
Via dai cavi risonanti
qual diluvio d’armonia non s’effonde,
non si spande
alle sponde
del futuro! come parla
dell’ebbrezza che conduce
a ondeggiare e risonare
le campane le campane le campane,
che conduce a sussurrare e concordare le campane!

III.

Odi, allarme di campane
bronzee campane!
Qual racconto di terrore il tumulto loro dice!
Nella notte che ha sgomento
se ne effonde lo spavento!
Temon troppo per parlare:
esse possono ululare,
fuori tono,
con appello clamoroso di terrore contro il fuoco,
con demente supplicare contro il sordo e folle fuoco,
rimbalzando in alto, in alto,
come in disperato assalto
con un risoluto sforzo,
perché pronto sia il soccorso,
sù dal lato della luna sbigottita.
Le campane, le campane, le campane!
qual racconto di terrore
esse dicon disperato!
che bombito, che muggito, che ruggito!
quale orrore se ne versa
dentro l’aura palpitante!
e l’orecchio ben distingue dal clangore
dal tumulto
il pericolo se cresce;
e l’orecchio chiaro dice
dalla romba
dal rimbombo
il pericolo se allenta se rinforza,
da allentare o rinforzare nel dolore di campane,
di campane,
di campane, di campane,
nel clamore e nel clangore di campane.

IV.

Odi, un rintocco di campane
ferree campane!
Quale mondo di pensieri gravi evoca il loro pianto!
Nel silenzio della notte
quale tremito non mette
la minaccia loro cupa!
Ogni suono che s’effonde
dalla gola rugginosa
ti rimbrotta.
E la gente ah, quella gente!
che sta sopra il campanile,
sola sola,
rintoccando rintoccando rintoccando,
in un solo sordo tono,
è felice rotolando
un macigno a noi sul cuore.
Non son uomini né donne quella gente –
non son uomini né bruti quella gente –
son Vampiri:
e il lor re così rintocca.
Egli rulla rulla rulla
un peane1 di campane,
e il suo petto lieto gonfia
col peane di campane!
Egli danza ed egli acclama;
batte il tempo il tempo il tempo
con un runico concento,
al peane di campane
di campane,
batte il tempo il tempo il tempo
con un runico concento
al sussulto di campane
di campane di campane,
al singulto di campane;
batte il tempo il tempo il tempo,
rintoccando rintoccando,
in bel runico concento,
al rullare di campane
di campane di campane,
al rintocco di campane
di campane di campane,
con un’onda tremebonda di campane!

1 Variante rara di peana. Ndr.

Daniele Imperi 719 Articoli
Scrivo testi per il web, correggo bozze di manoscritti e revisiono racconti. Scrivo anche sul mio blog «Penna blu» e sull’aerosito ufficiale di F.T. Marinetti.

Commenta per primo

Commenta l’articolo

La tua email non sarà pubblicata.


*