Marginalia I-XLV

Traduzione di Federico Garrone del 1895

Questa traduzione dei Marginalia, tratta dal volume Edgar Allan Pöe (Roux Frassati e Co. Editori,Torino, 1896) a cura di Ernesto Ragazzoni e Federico Garrone, non è completa, come spiega il traduttore, né rispetta l’ordine originale dei vari appunti di Poe. Ma neanche il libro pubblicato da Il Melograno nel 1981 è completo.

I Marginalia furono pubblicati dal novembre 1844 al settembre 1849 su varie riviste. In tutto sono 291 “appunti”.

  • «US Magazine and Democratic Review»: dal novembre al dicembre 1844, appunti dall’1 al 116.
  • «Godey’s Lady’s Book»: dall’agosto al settembre 1845, appunti dal 117 al 146.
  • «Graham’s Magazine»: marzo 1846, appunti dal 147 al 154.
  • «Democratic Review»: aprile e luglio 1846, appunti dal 155 al 175.
  • «Graham’s Magazine»: dal novembre al dicembre 1846 e da gennaio a marzo 1848, appunti dal 176 al 200.
  • «Southern Literary Messenger»: dall’aprile al luglio e a settembre 1849, appunti dal 201 al 291.
Marginalia di Poe, novembre 1844
I Marginalia come apparvero sulla rivista «US Magazine and Democratic Review» nel novembre 1844.

Prefazione di Garrone ai Marginalia

I Marginalia sono note, pensieri, impressioni abbozzati e buttati giù in quella forma compendiosa e semplice che Goethe prediligeva, e sono, per la maggior parte, scritti critici e filosofici. Abbiamo scelti i 45 che seguono, fra i molti, ritenendoli i più originali ed i più interessanti pel lettore italiano. Dei Marginalia null’altro diciamo, e per una ragione, che la prefazione l’ha fatta lo stesso Poe. In essi è tutta la sua anima d’artista.

Prefazione di Poe ai Marginalia

Comprando i miei libri, io cerco sempre di sceglierli con larghi margini, non già che ciò m’importi per la cosa in sé stessa, ma perché vi trovo il vantaggio di poter così scribacchiarvi su i pensieri che la lettura mi suggerisce, la inia adesione od il mio dissentimento a quanto dice l’autore, od anche dei semplici commenti critici. Quando le mie annotazioni sono troppo lunghe per contenersi nello spazio di un margine io le affido ad un foglio di carta che insinuo fra le pagine, e fisso con gomma. Può darsi che sia una mania, ma io ci piglio gusto, ed il piacere, checchè ne dica il signor Mill associato al sig. Buntham, costituisce sempre una specie di profitto. Le note marginali non sono memoriali e non ne hanno i difetti. «Quello che io metto sulla carta, dice Bernardino di St. Pierre, io lo tolgo dalla mia mente, e per conseguenza lo scordo.» Osservazione perfettamente giusta. Per sbarazzarsi di un ricordo, non v’ha di meglio che immobilizzarlo scrivendolo. E quindi le note marginali, messe giù non per memoria, differiscono dagli appunti commemorativi per la natura e per lo scopo; anzi non hanno scopo di sorta. Ed é ciò che dà loro valore. Esse valgono sempre un po’ più che i commentari accidentali e passeggeri, più che i pettegolezzi letterari. Questi alle volte non sono che parole dette così… per parlare; mentre che le note marginali si scrivono perché si sente il bisogno di alleggerirsi il cervello di un’idea che, forse impertinente, forse triviale, forse ingenua, non è però meno un’idea, e non una di quelle concezioni embrionali, che aspettano per manifestarsi una speciale circostanza favorevole. Oltre ciò nelle note marginali noi parliamo a noi stessi, e, quindi, arditamente, francamente, con originalità, con abbandono, senza pregiudizi, alla maniera di Geremia, di Taylor, di Thomas Browne, di sir William Tempie, di Burton l’anatomista, di Buttler il logico, e di tanti altri del buon tempo passato, troppo preoccupati del loro soggetto per pensare allo stile, il quale poi, messo cosi fuori di causa, diventa uno stile ammirevole, uno stile a modello di una semplicità e snellezza assolutamente marginale. La scarsità dello spazio è tutt’altro che un inconveniente. Noi siamo per questo obbligati, per quanto esteso sia il nostro concepimento, a rivaleggiare in concisione con Montesquieu, con Tacito (eccettuo l’ultima parte dei suoi annali) ed anche con Carlyle. In un pomeriggio piovoso, poco tempo fa, sentendomi troppo distratto permettermi ad un lavoro serio, cercai di togliermi la noia di dosso prendendo, a caso, qualche volume nella mia biblioteca, non molto considerevole, a dir vero, ma abbastanza scelta e variata. Forse avevo po’ la testa a rovescio, ma la pittoresca apparenza dei miei scarabocchi attrasse la mia attenzione. Quei commenti, così in fila disordinata, mi piacquero. Giunsi persino a desiderare che altra mano che la mia avesse così sconciati i miei libri pel piacere di scorrerne le annotazioni. Da ciò ad immaginare che potessero avere un qualche interesse anche per altri non v’era gran strada. La transizione è così naturale, che anche sigg. Lyell, Murchison e Featherstonehaugh l’avrebbero ammessa. La grande difficoltà consisteva nello scindere le note dal libro, il contesto dal testo, senza nuocere alla loro chiarezza. Anche colle pagine stampate sotto gli occhi, le mie annotazioni sembravano gli oracoli di Dodona, o quelli del Lionfronte Tenebroso, o, meglio, agli esercizi dello scolaro di Quintiliano, i quali erano necessariamente sublimi, se il maestro stesso non riusciva a comprenderli. Io ho grande fiducia nella intelligenza e nella immaginazione dei miei lettori; ma tuttavia, in certi casi, nei quali la fede istessa non riuscirebbe a far muovere la montagna, ho creduto bene di rifare la nota per modo che essa conservasse almeno l’ombra del senso originale, e quando il testo commentato era assolutamente necessario, lo citai; quando il titolo del libro esaminato era indispensabile, lo diedi. Insomma, come un eroe da romanzo in imbarazzo, risolvetti di lasciarmi guidare dagli avvenienti. Quanto alle varie opinioni espresse nello zibaldone che segue; quanto al dire se tutto ancora mi va, o se oggi una parte mi spiaccia, quanto alla possibilità che io abbia, sino ad un certo punto, cambiato parere, ed alla impossibilità che io abbia cambiati parecchi; su ciò, dico, mi tacerò, imperocché su certi argomenti la prudenza non è mai troppa. Sarti però bene avere presente che un calembourg non è buono se non è spaventevole, e che il senso essenziale della nota marginale è il non senso.

I.

Calunniare un grand’uomo è, pei mediocri, il mezzo più sollecito per arrivare essi stessi alla grandezza. E probabile che lo scorpione non sarebbe mai diventato una costellazione senza il suo coraggio di mordere Ercole al tallone.

II.

I giornalisti mi sembrano costituiti come gli Dei del Valhalla, che si facevano in pezzi ogni giorno, e che tutte le mattine si alzavano in perfetta salute.

III.

Certamente si troverà questa associazione di idee molto singolare; ma io non ho mai potuto assistere alla rappresentazione di un’opera italiana, a questo va e vieni di gente che gesticola e canta, senza immaginarmi di essere ad Atene, e di sentire quella tragedia di Sofocle, nella quale l’autore mette un coro di polli d’India a piangere la morte di Meleagro. A questo proposito osservo che non vi è un’oca al mondo, che, in fatto di furberia, non si crederebbe offesa d’essere paragonata ad un pollo d’India.

IV.

Non è per nulla irragionevole che, in un’esistenza futura, noi non possiamo considerare questa vita come un sogno.

V.

Se dovessi definire brevemente la parola Arte, io la direi la riproduzione di quello che i sensi scorgono nella natura, a traverso il velo dell’anima. L’imitazione della natura, per quanto esattissima, non permette a nessuno di prendere il sacro nome di artista… I grappoli di Zeusi nulla avevano d’artistico, se non a volo d’uccello, e la stessa tenda di Parrasio non giungeva a nascondere quanto mancava di genio a questo pittore.

VI.

Quegli non é realmente coraggioso, il quale teme di parere, o d’essere (quando gli convenga) un vile.

VII.

X… preferisce essere maltrattato dai critici all’essere dimenticato. Non lo si potrebbe quindi biasimare se ringhia all’occasione, come potrebbe fare un cane che si bombardasse d’ossa.

VIII.

Quando Luciano descriveva la sua statua «Una superficie di marmo pentelico pieno all’interno di sordidi cenci», doveva avere una vista profetica delle nostre grandi istituzioni finanziarie.

IX.

Una causa produce certamente un effetto. Ma, in morale, è altrettanto vero che il ripetersi di effetti tende a produrre una causa! Questo è il principio di quello che tanto vagamente diciamo un’abitudine.

X.

La perfetta armonia di un’opera di immaginazione è un torto agli occhi degli sciocchi, perché dà loro l’illusione della facilità. Essi (gli sciocchi) arrivano a chiedersi come mai le combinazioni loro presentate non siano state tentate prima.

XI.

Vi sono due modi plausibili per spiegare l’etimologia dell’aggettivo «piangente» applicato al salice. 1° Che ciò proviene dalla disposizione dei lunghi rami pendenti che danno l’idea di acqua cadente goccia a goccia; 2° basando l’espressione sopra una verità della storia naturale, poiché il salice esala insensibilmente un considerevole vapore che si condensa al freddo, e precipita qualche volta in una fine pioggerella. Ebbene, riescirà facile il determinare molto esattamente la tendenza di uno spirito, il grado del senso della causalità che egli possiede, osservando quale di queste due derivazioni adotterà. La prima senza dubbio è la vera, poiché gli epiteti comuni, volgari, provengono dai fenomeni comuni, notati da tutti, senza preoccupazione della esattezza dell’osservazione. Ma nove filologi su dieci s’attaccheranno invece alla seconda spiegazione unicamente per la sua originalità e per la singolare precisione con cui il fatto sembra adattarsi alla parola.

XII.

Paulus Iovius, il quale viveva in quegli oscuri tempi, in cui le penne a punta di diamante erano sconosciute, giudicava bene quando, credendo di fare della rettorica, diceva del suo Stylus che era aliquando ferreus, aliquando aureus.1 Fra gli autori moderni, i quali per scrivere non si servono che di penne d’acciaio o d’oro, ve ne saranno certamente che, per la posterità, daranno a queste il nome di penne d’oca, e, poveretti, crederanno anch’essi di fare della retorica.

XIII.

Un francese, che potrebbe anche essere Montaigne, ha scritto: Io non penso mai, se non quando rei siedo per scrivere. È appunto questo del non pensare se non quando ci si siede per scrivere il motivo del grande numero di opere mediocri che ci affligge. Forse la citazione contiene più di quanto non sembri a prima vista. Certo, l’atto di scrivere tende per sé stesso a logicizzare il pensiero; quando io non sono soddisfatto di un concepimento del mio cervello ritenendolo vago, ricorro subito alla penna allo scopo di ottenere, col suo aiuto, la forma, il seguito, la precisione di cui abbisogno. Quante volte non sentiamo dire che il tale ad il tal’altro pensiero è inesprimibile. Io non credo che un pensiero, propriamente detto, non possa essere reso col linguaggio. Credo piuttosto che quando si prova difficoltà a rappresentarlo con parole, vi sia, nell’intelligenza, un difetto o di deliberazione o di metodo. Quanto a me non ho mai avuto un’idea che io non abbia potuto mettere in parole, ed anzi la esprimo con maggior precisione di quella con cui l’avevo concepita. Come ho detto, il pensiero diviene più logico per lo sforzo necessario a riprodurlo scritto. Tuttavia vi sono certe fantasie di una squisita delicatezza che non sono idee, e per le quali sinora non ho potuto trovare un linguaggio. Adopro la parola «fantasie» così, a caso, semplicemente perché debbo pure usare una qualche designazione. Ma il senso che comunemente si dà a questo vocabolo, non è applicabile neppure approssimativamente all’ombre di cui voglio parlare. Esse mi sembrano più psichiche che intellettuali. Esse si elevano dall’anima, – ahimè! quanto raramente – nei momenti di tranquillità assoluta, quando la salute del corpo e dello spirito è perfetta; e solamente in quell’istante in cui i confini del mondo reale si confondono con quelli del sogno. Io non ho coscienza di queste fantasie se non quando sono per addormentarmi, e quando sento di essere in quel punto. Mi sono convinto che una tale condizione di tempo non esiste che durante un attimo inapprezzabile, e tuttavia queste ombre sono innumerevoli. Non sono dunque pensieri poiché al pensiero è necessaria la durata. Queste fantasie dànno un’estasi voluttuosa, così lontane dalle più voluttuose del mondo reale o di quello dei sogni, quanto il Cielo, nella teologia degli antichi Normanni, era lontano dall’Inferno. Tali visioni contemplo con un terrore che affievolisce e tranquillizza l’estasi. Le contemplo così per la convinzione (che sembra far parte dell’estasi stessa) che esse sono di una natura oltrepassante la natura umana; che esse sono uno sguardo nel mondo degli spiriti ed arrivo a questa conclusione (se è possibile usare una tale parola) per una intuizione istantanea, riconoscendo nelle sensazioni che provo un carattere d’assoluta stranezza. Dico assoluta, imperocchè in quelle impressioni psichiche nulla ricorda le impressioni ordinarie. È come se i miei cinque sensi fossero sostituiti da cinque miriadi di sensi sublimati. Ma la mia fiducia nella potenza della parola è così intensa, che, talvolta, ho creduto possibile il dar corpo a tali effimere fantasie. L’esperimento che ho tentato a questo scopo mi permise di provocare, quando il mio stato corporale e mentale è sano, il momento in cui io vedo tali fantasie; vale a dire che ora io posso, fuorché sia malato, accertare che questo stato, se lo voglio, si produrrà tra la veglia ed il sonno. Mentre prima, anche nelle circostanze più favorevoli, questa certezza mi mancava, ora io posso essere sicuro che proverò l’estasi, e posseggo anche il potere di obbligarla a prodursi. Ma le condizioni proprie sono sempre rarissime, senza di che io avrei già fatto scendere il cielo sulla terra. In seguito sono giunto ad impedire che l’istante, di cui ho parlato, di passaggio tra la veglia ed il sonno, svanisca; non già che io possa prolungare l’estasi, fare che l’attimo non sia più attimo; ma io posso, quando la visione si dilegua, tornar sveglio e fissarla nel dominio della memoria, trasportando le mie impressioni, o, più propriamente, il loro ricordo per modo che durante un breve lasso di tempo mi riesca di rivederle e di sottoporle all’esame. Giunto a tanto io non dispero di poter mettere in parole una parte delle mie visioni sufficiente a dare la concezione crepuscolare della loro natura ad una certa classe di intelligenze. Non voglio, così parlando, far credere che io supponga che queste fantasie, queste visioni psichiche siano limitate a me solo, e non siano invece comuni a tutta l’umanità, imperocchè su ciò è ben certo che io non ne so nulla. Quello che è certo si è che un racconto, anche imperfetto, delle mie visioni, sbalordirebbe le umane intelligenze per la novità assoluta delle cose descritte e pei pensieri che esse suggerirebbero, come è certo che se giungessi a trattare un tale soggetto, il mondo sarebbe obbligato a riconoscere che finalmente ho scritto un’opera originale.

XIV.

È meraviglioso osservare quanto i prodotti della immaginazione migliorino passando l’Oceano. Precisamente come i vini. Noi abbiamo avuto l’onore di essere saccheggiati senza quartiere in Europa; ma siccome le nostre novelle ne profittavano, almeno nella stima dei nostri compatrioti, così non abbiamo reclamato. I nostri scritti non attirarono l’attenzione del pubblico se non quando la «Miscellanea» di Bentley, od il «Chadivari» di Parigi gli ebbero pubblicati come roba loro. La «Boston Nation» ci aveva mosso severi rimproveri perché avevamo scritto «La fine della Casa Usher». Ebbene, poco dopo, essendosi Bentley appropriato questo racconto pubblicandolo senza firma, la «Nation», scordandone il vero autore, non solamente la lodò ad nauseam, ma la riprodusse in toto.

XV.

Scott, nella sua «Eloquenza presbiteriana», narra un’antica favola poco conosciuta, nella quale vien bandito un concorso di canto fra l’usignuolo ed il cuculo, essendo giudice l’asino. Quando ciascuno dei due uccelli ebbe cantato come meglio sapeva, l’arbitro dichiarò che l’usignuolo era un cantatore incomparabile, ma che, per una buona canzone popolare, meglio valeva il cuculo. Il giudice dalle lunghe orecchie è il tipo perfetto di quella schiera di critici, i quali non sanno fare altro che raccomandare la moderazione, in cui fanno consistere la suprema perfezione letteraria; gente che dileggia Tennyson e porta Addison alle stelle.

XVI.

Il progresso che in questi ultimi tempi barino fatto le «Riviste», non deve essere considerato una decadenza del gusto e della letteratura americana, come certi critici pretendono. È invece un segno dei tempi; è il primo indizio di un’êra che spingerà verso tutto quello che è breve, condensato, spontaneo; un’epoca in cui ai abbandonerà tutto guarito è faragginoso; è il trionfo del giornalismo, è la fine della dissertazione. Ora ci occorre artiglieria leggera, non pesanti cannoni. Oltrecciò il patrimonio del pensiero s’è arricchito; abbiamo maggior copia di fatti; v’è più a riflettere. Vogliamo mettere il maggior numero di idee nel minor spazio possibile, e svolgerle rapidamente. Da ciò il nostro giornalismo attuale, da ciò anche le nostre «Riviste letterarie».

Note

1 Cfr. “Da «Penn Magazine» a «Stylus»” in Stylus (ex Penn Magazine).

Daniele Imperi 730 Articoli
Correggo bozze di manoscritti, revisiono racconti e scrivo testi per il web. Sul mio blog «Penna blu» parlo di scrittura, editoria e lettura; sull’aerosito di F.T. Marinetti, di cui ho curato un aeropoema (Diana edizioni, 2023) e un romanzo (Diana edizioni, 2026) inediti, parlo di Futurismo e della vita e delle opere del poeta combattente.

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