Un sogno – Racconto attribuito a Edgar Allan Poe

Traduzione di Ester Manzini

“Un sogno” (A Dream) è la prima traduzione italiana di un racconto attribuito a Edgar Allan Poe e pubblicato sul «Saturday Evening Post» di Filadelfia il 13 agosto 1831, periodico diretto da Lambert A. Wilmer, amico di Poe.

Il racconto fu scoperto nel maggio 1917 da Killis Campbell, leggendo appunto i periodici dell’epoca, che lo segnalò sulla rivista accademica «Modern Language Notes» perché sospettava potesse essere di Poe. Campbell ne parlò nel saggio “The Poe Canon” presente in The Mind of Poe and Other Studies del 1933.

“A Dream”, indicato come contributo originale nel giornale, era firmato semplicemente “P”.

Oltre a questo racconto, ne esistono altri 3 la cui autenticità non è stata confermata:

  1. “The Doom”, pubblicato sul «Southern Literary Messenger» del gennaio 1835;
  2. “Erostratus”, pubblicato sul «Southern Literary Messenger» del luglio 1836
  3. “Who is the Murderer”, pubblicato sul «Blackwood’s Magazine» del maggio 1842.

Pro e contro l’attribuzione del racconto a Poe

Mabbott sostenne l’attribuzione del racconto a Poe, pur con riserva. Secondo Campbell, il racconto non presenta sufficienti elementi per assegnarne la paternità a Poe.

Burton R. Pollin fu contrario ad attribuire il racconto a Poe, anche perché non fu mai rivendicato dall’autore né incluso nelle sue raccolte. Sebbene ciò non sia un valido motivo per rifiutarne la paternità, secondo Pollin Poe non utilizzò mai nelle sue opere alcune parole presenti in “A Dream”, quali physiologist, Nazarene, Judaea, beauteous, requiem, expiatory, candlestick, light-shot, amaranth, graveworm, parody.

Anche l’assenza di temi come la morte, il tormento e la colpa – secondo Pollin –, presenti in molte opere di Poe, ne fanno escludere la paternità. Pollin si scagliò anche contro la forma verbale ortodossa eminated, mai usata da Poe. A questo riguardo occorre dire che quella forma è presente in molte opere dell’epoca e che Poe stesso utilizzò forme arcaiche di varie parole nelle sue opere.

Poe comunque aveva interesse per le antichità bibliche, come dimostrato dal racconto “Un avvenimento di Gerusalemme” (“A Tale of Jerusalem”, «Philadelphia Saturday Courier», 9 giugno 1832) e “Palaestine”, «Southern Literary Messenger», febbraio 1836).

Le note, dove non diversamente specificato (Ndc.), provengono da The Collected Works of Edgar Allan Poe — Vol. II: Tales and Sketches (1978), curato da Mabbott.

Un sogno

Qualche sera or sono, mi coricai per il riposo notturno. È mia consuetudine ormai da anni leggere un brano delle Sacre Scritture prima di chiudere gli occhi e abbandonarmi al sonno. Così feci anche in quella circostanza. Per caso, mi imbattei nel passo in cui l’ispirazione ha registrato le agonie mortali del Dio della Natura. Il pensiero di quelle sofferenze, e delle scene che seguirono al suo esalare lo spirito, mi perseguitò mentre dormivo.

Vi è certo qualcosa di misterioso e incomprensibile nel modo in cui i selvaggi ghiribizzi della fantasia sogliono disporsi; ma la soluzione di tale enigma appartiene al fisiologo, non già all’avventato “sognatore”.

Mi parve d’essere un fariseo di ritorno dal luogo della morte. Avevo aiutato a conficcare i chiodi più acuti nei palmi di Colui che pendeva dalla croce, spettacolo del più amaro dolore che mortalità abbia mai patito. Potevo udire il gemito che gli squassò l’anima quando il rozzo metallo stridette contro le ossa mentre lo conficcavo nella carne. Mi allontanai di pochi passi dalla scena del supplizio, e mi volsi a guardare il mio acerrimo nemico. Il Nazareno non era ancora morto: la vita indugiava ancora nel manto d’argilla, quasi rabbrividisse all’idea di percorrere sola la valle della morte. Mi sembrò di scorgere sulla sua fronte grosse gocce di quel sudore freddo e umido che si forma sovente sulla pelle di chi è in procinto di abbandonare la vita. Vedevo ogni muscolo fremere – l’occhio, che cominciava a perdere il suo lustro nello sguardo vuoto del cadavere. Udivo il rantolo sommesso nella sua gola. Un istante – e la catena dell’esistenza si spezzò, e un anello cadde nell’eternità.

Distolsi il viso e vagai senza meta fino a raggiungere il cuore di Gerusalemme. A breve distanza si ergevano le eccelse torri del tempio; il suo tetto d’oro rifletteva raggi luminosi quanto la fonte da cui emanavano. Fui colto da un conscio moto di fierezza nell’ammirare i vasti campi e gli alti pendii che circondavano quell’orgoglio del mondo orientale. Alla mia destra sorgeva il Monte degli Ulivi, coperto di arbusti e vigneti; oltre esso, a delimitare i confini della vista mortale, si stagliava una sequenza di alture accavallate; a sinistra si distendevano le amene pianure della Giudea; e mi parve di scorgere un quadro luminoso dell’umana esistenza nel piccolo ruscello Cedron1 che affrettava il suo corso attraverso i prati, verso il lago lontano. Potevo udire il canto gioioso della leggiadra fanciulla, mentre spigolava nel campo mietuto in lontananza; e, mescolato agli echi del monte, si udiva il sibilo acuto del flauto del pastore che richiamava al gregge l’agnello smarrito. Una perfetta soavità s’era diffusa su tutta la natura animata.

Ma “un mutamento venne allora sullo spirito del mio sogno”2; un freddo improvviso si insinuò in me. D’istinto mi volsi verso il sole, e vidi una mano che lentamente stendeva su di esso un manto di tessuto increspato. Cercai le stelle; ma ciascuna aveva cessato di scintillare, poiché la stessa mano le aveva avvolte nel segno del lutto. La luce argentea della luna non accarezzava le onde pigre del Mar Morto, che intonavano il rauco requiem delle città della Pianura; ma essa celava il volto, quasi fremesse all’idea di guardare ciò che accadeva sulla terra. Udii un gemito soffocato, mentre lo spirito delle tenebre distendeva le sue ali sopra un mondo attonito.

Un’indicibile disperazione mi colse allora. Potevo sentire il flusso della vita rifluire lento verso la sua sorgente, e in me si insinuò il pensiero tremendo che fosse giunto il giorno del giudizio.

D’improvviso, mi ritrovai innanzi al tempio. Il velo che ne aveva celato i segreti allo sguardo profano era ora squarciato. Guardai per un istante: il sacerdote stava presso l’altare e offriva il sacrificio espiatorio. Il fuoco che avrebbe arso le membra straziate della vittima brillò per un momento sulle mura lontane, e poi si perse nell’oscurità totale. Egli si voltò per riaccenderlo alla fiamma viva del candelabro, ma anche quella era spenta. Un silenzio sepolcrale regnava tutt’attorno.

Mi girai e mi lanciai nella strada, scoprendola deserta. Nessun suono rompeva il silenzio, se non l’ululato del cane randagio che banchettava sul cadavere semiarso nella Valle di Hinnom3. Vidi un lume filtrare da una finestra lontana, e mi diressi verso di essa. Guardai dentro, dalla porta aperta. Una vedova preparava l’ultimo boccone che le fosse dato porgere al suo bimbo morente. Aveva acceso un piccolo fuoco; e notai con quale assoluta disperazione del cuore ella osservasse la fiamma spegnersi, al pari delle sue stesse speranze morenti.

Le tenebre coprivano l’universo. La Natura era in lutto, poiché il suo genitore era morto. La terra s’era ammantata delle vesti del dolore, e i cieli erano vestiti di fosco compianto. Vagavo ora in inquietudine, senza badare a dove andassi. D’un tratto apparve un lume a oriente. Una colonna di luce dardeggiò attraverso le tenebre, come bagliori guizzanti nell’oscurità dell’abisso, e illuminò la mesta caligine che mi circondava. Un grande arco si aprì nell’ampia distesa dei cieli. Lo fissai con occhi pieni di meraviglia.

Lontano nella vastità dello spazio, e a una distanza che solo si può misurare con “una linea che corre parallela all’eternità”4, ma pur sempre in modo terribilmente chiaro e distinto, apparve la stessa persona ch’io avevo rivestito della porpora derisoria della regalità. Egli era ora abbigliato del manto del Re dei Re. Sedeva sul suo trono; ma non era trono di candore. Vi era lutto nei cieli; poiché, mentre ogni angelo s’inginocchiava innanzi a lui, vidi che la corona d’amaranto immortale che soleva cingergli la fronte era mutata in una di cipresso.

Osservai dove il mio vagare m’avesse condotto. Ero pervenuto al camposanto del sovrano d’Israele. Guardai tremante le zolle che ricoprivano le ossa in disfacimento di qualche tiranno cominciare a muoversi. Ammirai il luogo ove era stato deposto l’ultimo monarca, in tutto lo splendore e la pompa della morte, e il monumento scolpito prese a fremere. Presto fu rovesciato, e l’occupante si levò dalla tomba. Era una forma orrenda, non di questo mondo, quale Dante, nei suoi più sfrenati voli di atterrita fantasia, non seppe mai evocare. Non riuscii a muovermi, ché il terrore m’aveva avvinto ogni volontà. Esso mi si avvicinò. Vidi il verme del sepolcro attorcigliarsi tra le ciocche arruffate che in parte coprivano il teschio putrido. Le ossa cigolavano l’una contro l’altra nel muoversi sui loro cardini, giacché la carne era del tutto svanita. Ascoltai quella melodia orrenda, mentre quella parodia della povera mortalità avanzava a passi pesanti. Mi fu accanto; e, nel passarmi vicino, mi soffiò diritto in volto le umide, fredde esalazioni dell’angusta e solitaria dimora. La fenditura nei cieli si richiuse; e, con un sussulto convulso, mi destai.

Fonti

  • Edgar Allan Poe (???), “A Dream” (Text-02), Saturday Evening Post, vol. X, whole no. 524, August 13, 1831, p. 1, Edgar Allan Poe Society of Baltimore
  • Edgar Allan Poe (?) (ed. T.O. Mabbott), “A Dream,” The Collected Works of Edgar Allan Poe — Vol. II: Tales and Sketches (1978), pp. 5-10, Edgar Allan Poe Society of Baltimore
  • Edgar Allan Poe (ed. B.R. Pollin), “Pinakidia,” The Collected Writings of Edgar Allan Poe — Vol. II: The Brevities (1985), pp. 1-55, Edgar Allan Poe Society of Baltimore
  • Killis Campbell, “The Poe Canon,” The Mind of Poe and Other Studies (1933), pp. 187-238, Edgar Allan Poe Society of Baltimore
  • Edward Napier, Reminiscences of Syria and Fragments of a Journal and Letters from the Holy Land, Volume 1, T.C. Newby, 1843
  • Benjamin Gleason, An oration pronounced at the Baptist Meeting House in Wrentham, Feb. 22, 1800, at the request of the Society, in memory of Gen. George Washington, Nathaniel and Benjamin Heaton, 1800

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1 In “Pinakidia” n. 17 Poe scrisse: «Il torrente che scorre nel mezzo della valle di Giosafat è chiamato, nel Vangelo di San Giovanni, “il torrente dei cedri”. Nella Septuaginta la parola è κεδρον (kedron, oscurità), dall’ebraico kiddar (nero), e non κεδρων (kedrōn, dei cedri).

2 “a change soon came o’er the spirit of my dream;”: il verso proviene dalla poesia di Byron “The Dream” (III, 1) del 1816 e si trova anche in Reminiscences of Syria and Fragments of a Journal and Letters from the Holy Land, Volume 1 del Tenente colonnello Edward Napier, T.C. Newby, 1843, p. 15. Ndc.

3 Valle situata a ovest e a sud della città vecchia di Gerusalemme. La valle è nominata anche nel racconto “Morella”.

4 “line running parallel with eternity,”: citazione da An oration pronounced at the Baptist Meeting House in Wrentham, Feb. 22, 1800, at the request of the Society, in memory of Gen. George Washington di Benjamin Gleason, Nathaniel and Benjamin Heaton, 1800, p. 6. Ndc.

Daniele Imperi 730 Articoli
Correggo bozze di manoscritti, revisiono racconti e scrivo testi per il web. Sul mio blog «Penna blu» parlo di scrittura, editoria e lettura; sull’aerosito di F.T. Marinetti, di cui ho curato un aeropoema (Diana edizioni, 2023) e un romanzo (Diana edizioni, 2026) inediti, parlo di Futurismo e della vita e delle opere del poeta combattente.

2 Commenti

    • Fra gli studiosi c’è maggior convinzione che non sia di Poe. Sebbene in altre opere, come Fifty Suggestions o Pinakidia (che non sono narrativa), Poe abbia menzionato Cristo, nei racconti non ci sono mai riferimenti espliciti alla sua figura. Ma questa non può essere certo una prova che il racconto non sia suo.

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