Marginalia I-XLV

Traduzione di Federico Garrone del 1895

XVII.

Dite tre o quattro volte al giorno ad un farabutto che egli è un fior di probità, e voi riuscirete a farne, per lo meno, un modello di borghese rispettabile. Accusate invece un onest’uomo di essere una canaglia, e gli ispirerete l’ambizione perversa di provarvi che non siete del tutto in errore.

XVIII.

Il tiraborse ordinario ruba un portamonete e tutto è detto. Egli non si gloria della somma che il suo furto gli ha procacciato, e non accusa la persona derubata di ladroneccio. Questi sono titoli di preferenza che il ladro comune ha sul ladro letterario. A mio avviso con v’ è spettacolo più ripugnante di quello che offre il plagiario pavoneggiantesi, il cuore orgogliosamente agitato pel ricordo di applausi che egli sa dovuti ad un altro. La purezza, la nobiltà, l’idealità della gloria meritata fanno, coll’azione turpe del rubare, un contrasto che dà al delitto di plagio il più detestabile aspetto. Ci ripugna di trovare nello stesso individuo, assieme al desiderio nobile di gloria, la propensione bassa alla rapina. È appunto quest’anomalia, questo disaccordo che ci stomaca.

XIX.

È notevole che nel breve racconto della «Creazione», Mosè adopera l’espressione hara elohim (gli dei creò) più di 30 volte, mettendo il sostantivo al plurale ed il verbo al singolare. Nel Deuteronomio però vi è il singolare: Eloah, Dio.

XX.

Gli Svedemborgisti2 mi scrivono d’aver constatato che quanto io ho narrato nella mia novella: La Rivelazione Magnetica è assolutamente vero, per quanto essi da prima fossero disporti a dubitare della mia sincerità. Ma io non ho mai sognato, io, di dubitarne! Il mio racconto è una finzione pura dal principio alla fine!

XXI.

Quando io penso agli strani soliloqui, agli «a-parte» delle moderne commedie, non posso fare a meno di considerare come rispettabilissimi anche gli spedienti adoperati dai commediografi chinesi. «Quando un generale stilla scena, a Pechino od o Canton, — dice David — riceve l’ordine di partire per la guerra, brandisce lo scudiscio, prende in mano un paio di redini, corre tre o quattro volte in giro, in meno ad un frastuono spaventoso di gonghi, di tamburi e di trombe. Poi si ferma, ed annunzia al pubblico che è arrivato.»

XXII.

Il naso del pubblico è la sua immaginazione. È dunque per questo naso che lo si potrà sempre e facilmente menare.

XXIII.

Camoëns-Genua, 1798.

Ecco un volume, il quale prete sue minuscole perfezioni, e per la sua esattezza tipografica potrebbe portare per epigrafe la frase del Corano: «In questo libro non v’è errore.» perché non si può dire errore la semplice spostatura di un O. Però io sono contento di aver scoperto questo O quanto Colombo od Archimede! Dopo tutto, poi, che cos’è la scoperta di un continente, o la condanna di qualche orefice? Non vale forse più un buon O spostato, e tutto un gregge di Arghi3 bibliomani che non seppero trovarlo in tanti anni!

XXIV.

Se qualche ambizioso volesse rivoluzionare d’un tratto il mondo del pensiero, dell’opinione e del sentimento umano io gliene offro il mezzo. La via ad una gloria immortale è aperta dritta avanti a lui. Non ha che a scrivere ed a pubblicare un piccolissimo libro dal titolo semplice, qualche parola appena: «Il mio cuore messo a nudo». Ma il piccolo libro deve mantenere tutte le sue promesse. Non è strano che in mezzo alla folla di uomini pazzamente assetati di notorietà, inquieti di quello che di essi, come d’un feticcio, potrà dirsi dopo morte, non ve ne sia uno solo che abbia tanta audacia da scrivere questo libriccino? Scriverlo, dico. A migliaia sono quelli che, fatto il libro, si metterebbero a ridere se venisse lor detto che, viventi, non avrebbero osato di pubblicarlo; ma bisogna scriverlo! Questa è la difficoltà! Nessun uomo oserà mai di scriverlo; nessun uomo saprebbe scriverlo, quand’anche lo osasse. La carta si accartoccerebbe e si consumerebbe al contatto della sua penna infuocata.

XXV.

Credo che i romanzieri in generale potrebbero trovar profitto imitando i Chinesi, i quali, benché costruiscano le loro case facendo prima di tutto il tetto, tuttavia hanno abbastanza buon senso per cominciare i loro libri dalla fine.

XXVI.

Non si comprende l’ostinazione dei nostri migliori scrittori a voler parlar sempre del coraggio morale, come se vi potesse essere un coraggio che non lo fosse. L’aggettivo è applicato erroneamente al soggetto anziché all’oggetto. L’energia che domina la paura, sia poi la paura di tu che minaccia la nostra persona o di ciò che minaccia la nostra posizione, non può naturalmente essere che un’energia mentale, un’energia morale. E poi parlando di coraggio morale s’implica l’idea di un coraggio fisico. Tanto varrebbe parlare di un pensiero corporale o di un’immaginazione muscolare.

XXVII.

Il numero delle nostre «bas bleu»4 e si moltiplica all’infinito. Bisognerebbe per lo meno decimarle. Che non vi sia proprio un critico tanto energico da giustiziarne una qualche dozzina in terrorem. Occorrerebbe, ben inteso, che per far ciò egli si servisse di lacci di seta, come si usa in Ispagna per i grandi di sangue bleu: de sangre azula.

XXVIII.

Nel mondo materiale avvengono dei fatti che hanno una meravigliosa analogia coi fenomeni del pensiero. È perciò che prende una certa apparenza di verità questa affermazione dei retori, in fondo falsa, che una metafora od una similitudine possa servire tanto a confermare un asserto, quanto ad abbellire una descrizione. Il principio della forza d’inerzia, per esempio, secondo il quale il momento necessario per vincere una resistenza è proporzionale a quello conseguente a questa vittoria, sembra essere identico in fisica ed in metafisica. Parimenti come in fisica è certo che un corpo considerevole è mosso più difficilmente che un corpo piccolo, e che l’energia viva che ne risulta è proporzionale a questa difficoltà, così si può in metafisica ammettere che le intelligenze le più vaste, le più forti, le più costanti nel loro slancio siano le più lente a muoversi, le più imbarazzate, le più esitanti nei primi passi del loro movimento.

XXIX.

Quanti critici dimenticano, ahimè! il sensatissimo consiglio di Tenion che: «le ministre de l’instruction lui même doit parler français.»

XXX.

Un buon argomento a favore del Cristianesimo è questo: «I peccati contro la carità sono i soli per cui un uomo, al letto di morte, può essere indotto a sapersi ed a sentirsi colpevole.»

XXXI.

Quando noi ci attaccheremo meno ai pregiudizi e più ai principii, quando considereremo meno le qualità e più i difetti (a rovescio di quanto taluno suggerisce) allora noi saremo migliori critici di quello che siamo ora. Gli elogi che noi prodighiamo ad un’opera casualmente buona, provengono dalla nostra intelligenza che non percepisce nulla di meglio. «Quegli che mai non vide il sole — dice Calderon — non può essere biasimato se crede che nessun splendore superi quello della luna; quegli che non ha mai veduto né sole né luna, non deve essere rimproverato se si entusiasma davanti alla luminosità, per lui incomparabile, della stella del mattino.» Perciò il dovere del critico è di lire ogni sforzo per vedere il sole, anche quando l’orbita se ne trovasse molto in alto sopra l’orizzonte ordinario.

XXXII.

Si può, con tutta sicurezza, ammettere che l’eloquenza di Demostene produceva un effetto maggiore di quello dei nostri oratori, e nello stesso tempo non ammettere che l’eloquenza greca fosse superiore alla moderna. I Greci erano un popolo impressionabile; non abituati alla lettura, poiché non possedevano libri stampati; per conseguenza le perorazioni a viva voce avevano sul loro spirito l’enorme ascendente del nuovo. Essi dovevano sentire profondamente quella acuta emozione che produce la prima favola udita sulla intelligenza nascente dei fanciulli, emozione che si consuma a misura che essi sentono ripetere le stesse cose, e rinnovarsi le medesime fantasie. La più bella filippica dei Greci sarebbe stata fischiata alla Camera dei Lord in Inghilterra, mentre una improvvisazione di Sheridan o di Brougham avrebbe trasportato all’entusiasmo tutti i cuori e tutte le intelligenze di Atene.

XXXIII.

A proposito di citazioni, come è ammirevole quella che circolava per Parigi quando Vigal e Bouchardon eressero la statua di Luigi XV «Statua Statuae!» Statua della Statua!

XXXIV.

L’artista appartiene alla sua opera, non l’opera all’artista. (Novalis.)

Nove volte su dieci il cercare di comprendere il significato di una sentenza tedesca è un perdere il proprio tempo, o, per dir meglio, si può da ciascuna di quelle sentenze tirar fuori il senso che si vuole. Se nell’aforismo di Novalis, citato in margine, si intende che l’artista è schiavo del proprio soggetto, e che deve su quello limitare le sue idee, io non posso prestar fede ad una asserzione che mi pare prodotto di uno spirito estremamente prosaico. Fra le mani del vero artista il soggetto non è che un masso di materia da cui la volontà o la bravura dell’operaio può fare quello che vuole. È la materia che è schiava dell’artista. Essa gli appartiene. Il genio, senza alcun dubbio, si è manifestato scegliendola. Essa non ha necessità d’essere fina o grossolana in modo astratto; ma precisamente così fina o così grossolana, così plastica o così rigida quanto occorre per l’oggetto che si deve eseguire, o, più esattamente, per l’impressione che l’oggetto stesso è destinato a produrre.

XXXV.

Per conversar bene, bisogna possedere la fredda prudenza del talento: per parlar bene l’ardente abbandono del genio. Tuttavia vi sono uomini di genio che talvolta parlano bene, tal’altra no: bene, quando non sono stretti dal tempo ed hanno un uditorio simpatico; male, quando temono di essere interrotti, o sono irritati di non potere esaurire il loro soggetto in un solo discorso. Il genio brilla a tratti. Esso è frammentario. Il vero genio ripugna dall’incompleto, dall’imperfetto. Preferisce tacere piuttosto che dir cosa che non sia definitivamente decisiva. *** L’influenza del conversatore è, in generale, più accentuata che quella dell’oratore. I buoni conversatoti sono più rari che i mediocri oratori. Di questi ultimi ne conosco molti. Di conversatori veri cinque o sei solamente; e la maggior parte ci obbliga a maledire la nostra stella che non ci fece vivere in quelle terra africana, di cui fa menzione Eudossio, dove i selvaggi, non avendo bocca, non l’aprivano naturalmente mai. Eppure certi individui di mia conoscenza, quando anche non avessero la bocca, troverebbero ancora il modo di chiacchierare col naso, come, del resto, fanno anche adesso.

XXXVI.

È strano che la parola τύχη (fortuna) non si trovi una sola volta in Omero, benché la fortuna sia l’idea fondamentale del dramma greco.

XXXVII.

Il dramma è la principale forma della letteratura imitativa, e quindi tende a generare in chi lo coltiva la propensione al plagio. Di tutti gli imitatoti, gli autori drammatici sono i più cattivi, i meno coscienziosi ed i più incoscienti; e ciò da che mondo è mondo. Euripide e Sofocle non furono che l’eco di Eschilo. Terenzio non è che Menandro, e delle sole dieci tragedie romane che siano sopravvissute (quelle attribuite a Seneca) nove sono d’argomento greco. Questo basterebbe per spiegare la decadenza del dramma, se a tale strombazzata decadenza si dovesse credere. Ma così non è; al contrario in questi ultimi cinquant’anni il dramma ha materialmente progredito, ma siccome nello stesso tempo tutti gli altri generi letterari e le arti hanno corso infinitamente più in fretta, e tanto più in quanto che c’era minore imitazione, così pare che il dramma sia in regresso.

XXXVIII.

Io comincio a credere con Horsley, che il popolo non abbia nulla a che vedere nelle leggi, fuorché per obbedirvi.

XXXIX.

Nell’Antigone, ed anche in altri drammi antichi, mi sembra regni una certa aridità. Questa aridità, che i pedanti vogliono sforzarsi a considerare come semplicità studiata e supremamente artistica, non è, invece, che il risultato della inesperienza. È nella scultura greca che la semplicità risponde ai nostri desiderii, perché quest’arte è semplice per sé stessa e pei suoi elementi; ed anche perché la scultura modella le sue forme su quelle che s’hanno davanti agli occhi ogni giorno. Ne consegue che le arti semplici arrivano alla perfezione sino dall’origine, mentre le complesse esigono inevitabilmente l’esperienza lunga e lentamente progressiva del tempo. I Greci ritenevano perfetto il loro dramma poiché per essi rispondeva a ciò che è scopo di qualunque dramma — li commuoveva —; ma se si cita questo fatto come prova della perfezione assoluta del loro teatro, è ben facile obbiettare che la loro arte ed il loro sentimento artistico erano necessariamente allo stesso livello.

XL.

Nella preoccupazione di particolari di poca importanza noi giungiamo a scordare delle generalità essenziali. Per esempio B*** ha mosso alti lamenti per certi errori di stampa rilevati in un suo libro, ed ha poi risparmiato al suo editore il rimprovero, che costui meritava due volte piuttosto che una, pel più grosso errore di tutti: quello di avergli stampato il libro.

XLI.

Un gentiluomo ed un naso rincagnato sono incompatibili. «Quegli solo che può vivere disoccupato, senza lavoro manuale, che ha il portamento, le funzioni e la fisonomia di un signore, quegli solo merita di essere chiamato e considerato un gentiluomo. (La Repubblica d’Inghilterra di sir Tommaso Smith).

XLII.

I moderni riformatori della filosofia che avviliscono l’individuo pel maggior bene delle masse, e la nuova legislazione che interdice il piacere per garantire il benessere, mi fanno tornare alla mente una vecchia legge feudale, la quale, per impedire che venissero turbati i nidi delle pernici, proibiva, sotto pena di ammenda, di lavorare la terra, e di condurre il be-stanne al pascolo.

XLIII.

Defoë avrebbe meritata l’immortalità anche se non avesse scritto il Robinson Crusoë. Pur tuttavia gli altri suoi numerosi ed eccellenti lavori sono pressoché scomparsi agli occhi del pubblico di fronte al grande splendore delle avventure toccate al marinaio di Yorck. Quale gloria maggiore di quella di cui gode da tanto tempo avrebb’egli potuto desiderare? II suo libro è diventato un oggetto famigliare in quasi tutte le case della cristianità. Pur tuttavia l’ammirazione universale non fu mai accordata con minore conoscenza e discernimento. Non v’é un uomo su dieci, su cinquecento, che non creda, sfogliando il libro, che nessuna molecola di genio e neppure di talento mediocre sia occorso per scriverlo. Non si considera il Robinson Crusoë come una opera letteraria. Defoë non prende ai suoi lettori nessuna delle loro idee. Robinson le ha tutte. La potenza che ha fatto il miracolo è dimenticata a cagione dell’effetto del miracolo stesso. Noi leggiamo con intenso interesse, poi, chiuso il libro, siamo convinti che l’avremmo potuto scrivere noi stessi senza alcuna difficoltà. Quest’impressione è la conseguenza della magica verosimiglianza dell’opera. L’autore di Crusoë ha dovuto possedere al più alto grado quella che si dice la facoltà di identificazione, quell’impero della volontà sulla fantasia, che gli impose di perdere la propria individualità per assumerne una fittizia. Questa facoltà contiene il potere di astrazione, e con una tale chiave, noi possiamo in parte comprendere l’ascendente misterioso che ha, per tanto tempo, esercitato su noi il suo volume. Ma con ciò non è ancora completa l’analisi del nostro interessamento. Defoë deve moltissimo allo stesso suo soggetto. L’idea di un uomo che vive assolutamente solo, benché spesso intravveduta, non era ancora stata messa in opera in modo così perfetto.

XLIV.

Qualche volta mi sono compiaciuto di immaginare quale sarebbe la sorte di un uomo dotato, per sua sventura, di una intelligenza di gran lunga superiore a quella dei suoi contemporanei. Naturalmente egli avrebbe la coscienza di questa sua superiorità, e non potrebbe, essendo conformato come gli altri uomini, fare a meno di manifestare questa coscienza. Per tal modo si creerebbe innumerevoli nemici. E poiché le sue opinioni, le sue speculazioni sarebbero differenti da quelle di tutti gli altri, evidentemente sarebbe considerato come un pazzo. Doloroso ed orribile supplizio. L’inferno non può inventare tormento più grande di quello di essere ritenuti per infinitamente deboli appunto perché si è infinitamente forti. È poi certo che uno spirito generoso, provante realmente i sentimenti che gli altri si limitano a professare, deve inevitabilmente rimanere incompreso, essendo per tutti inintelligibili le cause delle sue azioni. Nella stessa maniera il genio si dirà fatuità; un eccesso di sentimento cavalleresco, l’ultima espressione della bassezza e così di seguito per tutte le altre virtù. Questo soggetto è ben triste.

XLV.

L’enorme moltiplicarsi dei libri in ogni ramo dello scibile umano, è uno dei più grandi flagelli dell’età nostra. Esso è uno dei più serii ostacoli all’acquisto di ogni conoscenza positiva.

Note

2 Setta di dottrinari istituita da Emanuel Swedenborg (1688-1772), archeologo, mistico, poeta latino, matematico, fisico, naturalista e filosofo.

3 Argus, nella mitologia greca, era un gigante con 100 occhi.

4 Miss Bas-Bleu è un personaggio del racconto “Celebrità” (Lionizing), pubblicato nel maggio 1835 sul «Southern Literary Messenger».

Daniele Imperi 730 Articoli
Correggo bozze di manoscritti, revisiono racconti e scrivo testi per il web. Sul mio blog «Penna blu» parlo di scrittura, editoria e lettura; sull’aerosito di F.T. Marinetti, di cui ho curato un aeropoema (Diana edizioni, 2023) e un romanzo (Diana edizioni, 2026) inediti, parlo di Futurismo e della vita e delle opere del poeta combattente.

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