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Il racconto “Quattro chiacchiere con una mummia” (Some Words with a Mummy) risale al 1844, ma non sono sopravvissute le bozze manoscritte, così come non è pervenuto l’eventuale manoscritto in bella copia che Poe inviò, a fine 1844, al «Columbian Magazine», che inizialmente lo elencò come accettato nel numero di gennaio 1845, anche se poi non fu pubblicato nella rivista.
Secondo Cullen B. Colton, il manoscritto era tra quelli “persi o rubati”. Comunque, all’epoca dopo la composizione i manoscritti venivano distrutti.
“Some Words with a Mummy” apparve infine sull’«American Review» di New York nell’aprile 1845. Il 1° novembre fu ristampato sul «Broadway Journal». Un’altra ristampa si ebbe l’11 novembre sul «Northern Galaxy» e infine entrò nella raccolta Works del 1850.
Le traduzioni
La prima traduzione del racconto, in francese, fu a opera di Charles Baudelaire: “Petite discussion avec une momie” apparve in due puntate, l’11 e il 12 dicembre 1854, su «Le Pays». Nel 1857 fu inserito in Nouvelles histoires par Edgar Poe.
Il 18 agosto 1862 comparve la traduzione spagnola, “Cuatro Palabras con una Momia”, per il periodico «El Mundo Ilustrado».
Una traduzione svedese, per la raccolta Underliga historier, uscì nel 1881.
La presente traduzione italiana proviene da Racconti curiosi e grotteschi (STEN editrice, 1924), con il titolo “Piccola discussione con una mummia”.
L’antologia potrebbe essere una nuova edizione dell’omonima pubblicata nel 1901 dalla Società Editrice Nazionale, senza indicazione del traduttore, oppure di quella pubblicata nel 1910 per la traduzione di Giuseppe De Rossi.
Le note, dove non diversamente indicato, sono tratte dall’edizione The Collected Works of Edgar Allan Poe — Vol. III: Tales and Sketches (1978), curata da T.O. Mabbott.
Le fonti del racconto di Poe
Il racconto è una satira sulla mania per l’egittologia dei tempi. Nel racconto Poe nomina l’egittologo inglese George Robins Gliddon (1809-1857): una delle fonti furono quindi le lezioni che Gliddon tenne a Boston nel dicembre 1842 e nel gennaio 1843, poi raccolte nel settimanale «The New World».
Un altro testo su cui si documentò Poe è un articolo della «Westminster Review» del luglio 1841, che recensiva Manners and Customs of the Ancient Egyptians di John Gardner Wilkinson (serie di volumi pubblicati fra il 1837 e il 1841), I monumenti dell’Egitto e della Nubia (serie di volumi pubblicati fra il 1832 e il 1844) di Ippolito Rosellini e l’anonima opera Egyptian History deduced from Monuments still in existence (1841), oltre a dettagli sull’imbalsamazione e le mummie presi dall’Encyclopaedia Americana.
Secondo Killis Campbell, l’ispirazione per il racconto “Quattro chiacchiere con una mummia” proviene dal romanzo di Robert Montgomery Bird (1806-54) Sheppard Lee, che l’autore pubblicò in forma anonima a Filadelfia nel 1836, romanzo recensito da Poe nel settembre dello stesso anno sul «Southern Literary Messenger».
Campbell ritenne che Poe utilizzò due episodi del romanzo di Bird – riportare in vita un corpo con l’elettricità e la resurrezione di una mummia – creando così la sua storia, aumentandone l’assurdità.
Quattro chiacchiere con una mummia
Il symposium della sera precedente aveva alquanto affaticato i miei nervi. Avevo un’emicrania terribile e cadevo dal sonno. Invece di passar la sera fuori, come avevo stabilito, mi venne quindi in mente che io non potevo fare cosa più saggia di quella di mangiare un boccone e d’andarmene a letto.
Una cena naturalmente leggiera. Io adoro l’arrosto al formaggio1. Mangiarne più d’una libbra per volta può talora essere una cosa irragionevole. Pure non può esservi una materiale obiezione al raddoppiamento di quella quantità.
Veramente poi fra il due e il tre non v’è altra differenza che quella d’una sola unità. Forse anzi io mi arrischiai fino a quattro. Mia moglie dice cinque: ma evidentemente essa ha confuso due cose molto distinte fra loro. Son disposto ad ammettere astrattamente il numero cinque; ma dal punto di vista concreto, esso si riferisce alle bottiglie di Brown Stout2senza il cui avvelenamento l’arrosto al formaggio3 è una una cosa da fuggirsi.
Terminato così il mio pasto frugale e messo il mio berretto da notte con la serena speranza di poter riposare almeno fino al mezzodì dell’indomani, posai la testa sul cuscino e grazie a una coscienza tranquilla caddi subito in un sonno profondo.
Ma quando si verificarono mai le speranze umane? Non avevo cessato ancora il mio terzo russio4, quando una strepitosa scampanellata risuonò alla porta di strada, seguita immediatamente da violenti colpi del battente che mi fecero svegliare di soprassalto. Un minuto dopo, mentre io mi stropicciavo gli occhi, mia moglie mi mise sotto il naso un biglietto del mio amico dottor Ponnonner5 che mi scriveva così:
«Mio caro amico, lasciate tutto e venitemi a trovare appena avrete ricevuto questa mia. Venite a dividere la mia gioia. Finalmente, mercè una assidua diplomazia, ho strappato ai direttori del Museo della Città6 il consenso per l’esame della mia mummia; voi sapete di quale intendo parlare. Io ho il permesso di spogliarla ed anche d’aprirla se lo credo opportuno. Saranno presenti solo pochi amici e si capisce che voi siete fra questi. La mummia è già presso di me e noi cominceremo a spogliarla alle 11 di sera. Tutto vostro.
«PONNONNER».
Prima d’arrivare alla firma m’accorsi che io ero desto quanto un uomo possa desiderare di esserlo. Saltai di letto in uno stato di delirio, mandando all’aria tutto ciò che mi cadeva sotto mano: mi vestii con una sveltezza veramente miracolosa e mi diressi a gran velocità verso la casa del dottore.
Là, trovai riunita una società molto animata. Mi avevano aspettato con molta impazienza. La mummia stava distesa sulla tavola da pranzo e, quando entrai, l’esame era già cominciato.
Quella mummia era una delle due che erano state portate qualche anno innanzi dal capitano Arturo Sabretash, un cugino di Ponnonner. Egli le aveva prese in una tomba vicina a Eleithias7, sulle montagne della Libia, a una considerevole distanza da Tebe del Nilo. Su questo punto i pozzi, quantunque meno belli delle magnifiche sepolture di Tebe, sono molto più interessanti perché offrono un maggior numero di schiarimenti sulla vita privata degli Egiziani. La sala donde era stato tratto il nostro esemplare passava per essere ricchissima in un tal genere di documenti: le mura erano state completamente rivestite d’affreschi e di bassorilievi: e statue, e vasi ed un mosaico d’un ricchissimo disegno attestavano la potente fortuna di quei morti.
Quella rarità era stata depositata al museo proprio nello stesso stato come il capitano Sabretash l’aveva ritrovata. Vale a dire che s’era lasciata intatta la bara. Per otto anni essa era rimasta così esposta alla curiosità del pubblico solamente nella sua parte esteriore. Noi avevamo dunque l’intera mummia a nostra disposizione e coloro che sanno quanto sia raro vedere arrivare antichità nelle nostre contrade, che non siano state prima saccheggiate, comprenderanno come noi avessimo molto ragione di rallegrarci della nostra buona fortuna.
Avvicinandomi alla tavola, vidi una grande scatola o cassa lunga circa 7 piedi e larga quasi 3, profonda 2 piedi e mezzo8. Essa era oblunga, ma non in forma di bara. Dapprima supponemmo che essa fosse fatta di legno di sicomoro9: ma ci accorgemmo che essa era in cartone o meglio d’una pasta dura, composta coi papiri. Era grossolanamente adornata di pitture rappresentanti scene funebri e altri lugubri soggetti, fra i quali correvano sparsi caratteri geroglifici disposti in ogni senso, che dovevano sicuramente indicare il nome del defunto. Fortunatamente Gliddon era con noi e ci tradusse senza difficoltà quei segni semplicemente fonetici che corrispondevano al nome di Allamistakeo.
Faticammo molto per aprir quella scatola senza danneggiarla: ma quando finalmente vi fummo riusciti, ne trovammo una seconda, questa in forma di bara, d’una dimensione molto inferiore alla prima, ma somigliante ad essa in tutto il resto. L’intercapedine fra le due era colmata di resina che aveva un poco alterato i colori della cassa interna.
Apertala, il che facemmo con molta difficoltà, arrivammo a una terza cassa, ugualmente in forma di bara e che differiva dalla seconda per la sola materia di cui era composta, essendo fatta di cedro ed esalando l’odore abbastanza acuto che è speciale a quel legno. Fra la seconda e la terza non v’era intervallo di sorta, poiché combaciavano perfettamente.
Aprendo la terza cassa, scoprimmo finalmente il corpo che togliemmo fuori. Ci aspettavamo di trovarlo come il solito avviluppato da numerosi nastri o striscie di lino; ma invece vi trovammo una specie di guaina, fatta di papiri e rivestita d’uno strato di gesso grossolanamente dipinto e indorato. Le pitture rappresentavano soggetti relativi ai diversi supposti doveri dell’anima e la sua presentazione alle varie divinità, assieme ad altre numerose figure umane, ritratti senza dubbio di altre persone imbalsamate.
Dal capo alle piante vi si svolgeva una iscrizione a colonna o verticale in geroglifici fonetici riproducente ancora il nome e le qualità del defunto e quelle dei suoi parenti.
Intorno al collo che noi sbarazzammo della fodera, era una collana di grani di vetro cilindrici di vario colore e disposti in maniera da raffigurare immagini di divinità, come quella dello scarabeo ed altre col globo alato. La vita, nella sua parte più sottile, era cinta da una seconda collana simile.
Tolti i papiri trovammo le carni perfettamente conservate e senza nessun odore sensibile. Il colore era rossastro: la pelle solida, liscia e brillante. I denti e i capelli parevano in buono stato. Gli occhi, a quanto mi parve, erano stati tolti e sostituiti con occhi di vetro bellissimi, tanto da parere assolutamente vivi se non fosse stata la loro eccessiva fissità. Le dita e le unghie erano brillantemente indorate.
Dal colore rossastro dell’epidermide il signor Gliddon arguì che l’imbalsamazione era stata fatta solamente coll’asfalto: ma grattata la superficie con uno strumento d’acciaio e gettati al fuoco i granelli di polvere così ottenuti, noi sentimmo svolgersi un profumo di canfora e di altre erbe aromatiche.
Visitammo accuratamente il corpo per ritrovarvi le aperture che si sogliono fare per trarne le viscere: ma con nostro grande stupore non ne potemmo ritrovar traccia. Nessuno di noi sapeva allora che alle volte si ritrovano mummie intere senza incisioni. Ordinariamente il cervello si vuotava dal naso, gli intestini da un’apertura sul fianco ed il corpo era allora raso, lavato e salato: lo si lasciava così in riposo per qualche settimana, poi cominciavasi l’operazione della imbalsamazione propriamente detta.
Siccome non si poteva trovare nessuna traccia di apertura, il dottor Ponnonner preparò i suoi strumenti di dissezione, quando io feci osservare che erano suonate già le due dopo la mezzanotte. Allora ci accordammo di rimandare l’esame dell’interno alla notte seguente: e stavamo sul punto di separarci, quando non so chi buttò là l’idea di fare un paio di esperienze con la pila di Volta.
L’applicazione dell’elettricità ad una mummia vecchia per lo meno di tre o quattromila anni era un’idea abbastanza originale e l’afferrammo a volo. Per quel bel progetto in cui entrava un decimo di serietà e nove decimi di scherzo, ponemmo una batteria elettrica nel gabinetto del dottore e vi trasportammo l’egiziano.
Non fu senza una grave difficoltà che riuscimmo a mettere a nudo una parte del muscolo temporale che sembrava essere d’una rigidità meno marmorea del rimanente del corpo, ma che naturalmente, come noi ci aspettavamo, non diede alcun indizio di suscettibilità galvanica quando fu messo a contatto col filo elettrico. Quella prima prova ci parve decisiva; e ridendo allegramente della nostra assurdità, ci augurammo reciprocamente la buona notte: ma ad un tratto i miei occhi posandosi per caso su quelli della mummia, vi restarono attaccati dallo stupore. Infatti m’era bastata un’occhiata per accorgermi come quei globi che tutti avevamo creduto fossero di cristallo e che si notavano per una certa singolare fissità, fossero ora tanto ben coperti dalle palpebre che sola una piccola particella della tunica albuginea10 ne rimaneva scoperta.
Cacciai un grido ed attirai l’attenzione di tutti su quel fatto che divenne per tutti immediatamente evidente.
Io non dirò che fui allarmato dal fenomeno, perché una tal parola nel caso mio non sarebbe precisamente la parola adatta. Sarebbe potuto tuttavia avvenire che, senza la mia provvista di Brown Stout, io mi sentissi alquanto commosso.
Le altre persone dell’adunanza non fecero nessuno sforzo per nascondere il loro sincero terrore. Il dottor Ponnonner era in uno stato da fare pietà. Gliddon, non so con qual particolare processo, s’era reso invisibile: e presumo che Silk Buckingham11 non sarà tanto ardito di negare che egli era andato a nascondersi carponi sotto la tavola.
Dopo quel primo scatto di stupore, si comprende come noi risolvessimo subito di tentare un secondo esperimento. Allora le nostre operazioni furono dirette contro il pollice del piede destro. Facemmo una incisione al disopra dell’os sesamoideum pollicis pedis12 e così arrivammo al punto ove nasce il muscolo abductor. Accomodandovi la batteria, di nuovo applicammo la corrente sul muscolo denudato, quando, con un movimento più vivo di quello della vita stessa, la mummia ritirò il suo ginocchio destro come per accostarlo quanto più le era possibile all’addome, e stendendo quindi nuovamente la gamba, allungò un calcio al dottor Ponnonner che balzando come un proiettile lanciato da una catapulta, dalla stanza per la finestra saltò in istrada.
Ci precipitammo in massa per raccogliere il corpo fracassato dell’infelice, ma avemmo la fortuna d’incontrarlo per le scale, che risaliva con un’inaudita fretta, ardendo della più alta curiosità filosofica e più che mai colpito dalla necessità di continuare con rigore e con zelo i cominciati esperimenti.
Fu dunque dietro il suo consiglio che noi procedemmo ad eseguire una nuova incisione sulla punta del naso della mummia: e il dottore, ponendovi sopra con gran impeto le mani, vi ficcò violentemente il filo metallico.
Moralmente e fisicamente, metaforicamente e letteralmente, l’effetto fu elettrico. Prima il cadavere aprì gli occhi e li batté con rapidità per qualche minuto, come Barnes13 nelle sue pantomime; poi sternutò; in terzo luogo si alzò a sedere; poi mise il pugno sotto il naso del dottor Ponnonner e finalmente voltandosi verso Gliddon e Buckingham, nell’egiziano più puro, diresse loro il seguente discorso:
«Debbo dirvi, signori, che la vostra condotta mi stupisce e mi mortifica ad un tempo. Dal dottor Ponnonner non mi potevo aspettare nulla di meglio: è un povero scioccherello che non sa nulla di nulla. Io ho compassione di lui e gli perdono. Ma voi, signor Gliddon, e voi, Silk, che avete viaggiato e soggiornato in Egitto, tanto che si potrebbe credere che voi siate nati sulla nostra terra; voi, ripeto, che avete così a lungo vissuto in mezzo a noi da riuscire a parlar la nostra lingua come scrivete la vostra lingua materna; voi che io mi ero accostumato a riguardare come il più sicuro amico delle mummie… confessate che io da voi non dovevo attendermi questo. Che cosa debbo io pensare della vostra impassibile neutralità quando io vengo trattato in una maniera così brutale? Che cosa debbo supporre quando voi permettete a Pietro e a Paolo14 di spogliarmi delle mie bare e delle mie vestimenta sotto questo terribile clima glaciale? Da qual punto di vista infine debbo considerare l’aiuto e l’incoraggiamento che voi avete dato a questo miserabile furfantello del dottor Ponnonner di venirmi a tirare per la punta del naso?».
Senza dubbio tutti crederanno che sentendo un simile discorso e in tali circostanze noi tutti ci dirigessimo verso la porta o cadessimo presi da un violento attacco di convulsioni o in un unanime deliquio. Una di queste tre cose era almeno probabile: poiché veramente ognuna di queste tre linee di condotta o tutte e tre prese insieme erano una cosa legittima. E in parola d’onore io non posso comprendere come accadde che noi non ne seguissimo nessuna. Ma forse la ragione vera deve essere ricercata nello spirito di questo secolo che procede intieramente con la legge dei contrarii, considerata oggi come la soluzione di tutte le antinomie e la fusione di tutte le contraddizioni. O può essere che, dopo tutto, fosse solo l’aria eccessivamente naturale e famigliare della mummia che togliesse alle sue parole ogni terrifica potenza. Qualunque cosa fosse, il fatto vero è che nessuno dell’assemblea mostrò un ben caratterizzato spavento e nessuno parve credere che fosse avvenuto qualche cosa di straordinario.
Da mia parte, io ero convinto che tutto ciò era naturalissimo e semplicemente mi tirai da una parte fuor della portata del pugno dell’egiziano. Il dottor Ponnonner si ficcò le mani nelle tasche dei pantaloni, guardò la mummia con un’aria scontrosa e diventò eccessivamente rosso. Gliddon accarezzava i suoi favoriti e raddrizzava il collo della camicia, mentre Buckingham abbassava il capo, mettendosi il pollice dritto nell’angolo sinistro della bocca.
L’egiziano lo guardò con una faccia severa per qualche minuto e alla fine sarcasticamente gli disse:
«Perché non parlate, signor Buckingham? Avete sì o no inteso quello che v’ho domandato? Volete levarvi una buona volta il vostro pollice dalla bocca?».
Buckingham fece un leggiero soprassalto, si cavò il pollice di tra le labbra e quasi per via di compensazione vi portò quello dell’altra mano.
Allora la mummia non potendo ottenere una risposta da Buckingham, si rivolse imbizzita verso Gliddon a cui chiese in tono perentorio di spiegarle sommariamente che cosa mai noi volevamo.
Gliddon rispose lungamente in fonetico: e, se non fosse stata l’assenza dei caratteri geroglifici nelle nostre tipografie, sarebbe stato per me un gran piacere di trascrivere integralmente e nella lingua originale il suo meraviglioso discorso.
In questa occasione farò osservare che tutta la conversazione che seguì e a cui prese parte la mummia fu fatta in lingua egiziana, e Gliddon e Buckingham fecero da interpreti a me e agli altri dell’adunanza, che non avevano come loro viaggiato. Essi parlavano la lingua patria della mummia con una ricchezza ed una grazia inimitabili: ma io non potei fare a meno d’osservare che i due viaggiatori, certo a causa dell’intromissione d’immagini assolutamente moderne e perciò completamente nuove per lo straniero, erano qualche volta costretti ad impiegare forme sensibili per indicare un qualche senso particolare a quello spirito di un’altra età. Vi fu un momento, per esempio, in cui Gliddon non potendo far comprendere all’egiziano la parola politica, pensò felicemente di disegnare sul muro a carbone un omuncolo15 dal naso bitorzoluto, dai gomiti arrotondati, arrampicato sopra un piedestallo, con la gamba sinistra tesa indietro, il braccio destro spinto in avanti, il pugno chiuso, gli occhi rivolti al cielo e la bocca aperta con un angolo di 90 gradi.
Allo stesso modo il signor Buckingham non sarebbe mai riuscito a tradurgli l’idea assolutamente moderna di Wig, che significa letteralmente parrucca, se, dietro suggerimento del dottor Ponnonner egli non fosse diventato pallidissimo e non avesse mostrato la sua parrucca.
Era ben naturale che il discorso di Gliddon si aggirasse principalmente sugli immensi beneficii che la scienza poteva trarre dal disseppellimento e dallo slegamento delle mummie; mezzo sottile per giustificare tutti gli incomodi che noi avevamo potuto cagionare a quella mummia che rispondeva al nome di Allamistakeo: e conchiuse insinuando, poiché questa non fu che un’insinuazione, che avendo schiarito tutte queste questioni di poco momento, si poteva allora ben procedere all’esame progettato. E qui il dottor Ponnonner preparò i suoi strumenti.
Per le ultime suggestioni dell’oratore parve che Allamistakeo avesse qualche scrupolo di coscienza, sulla cui natura io non fui abbastanza chiaramente edotto; ma si mostrò abbastanza soddisfatto della nostra giustificazione e scendendo dalla tavola, distribuì a tutti calorose strette di mano.
Terminata quella cerimonia, ci occupammo subito di riparare i guasti che lo scalpello aveva causato alla mummia. Ricucimmo la ferita della tempia, fasciammo il piede ed applicammo un pollice quadrato di taffetà nero sulla punta del suo naso.
Allora si osservò che il conte – tale almeno pare che fosse il titolo di Allamistakeo – provasse qualche leggiero tremito, senza dubbio causato dal clima. Il dottore andò immediatamente alla sua guardaroba e ritornò ben presto con un abito nero, del miglior modello di Jennings16, con un paio di pantaloni d’un turchino di cielo con le loro staffe, una camicia di battista rosea, un panciotto di broccato coi suoi rovesci, un paletot bianco, un bastone a becco di corvo, un cappello senza falde, un paio di scarpe in cuoio brevettato, un paio di guanti in pelle di capretto di color paglierino, un occhialetto, un paio di favoriti ed un’ampia cravatta. Le differenze di statura e di forme tra il conte e il dottore, poiché la proporzione era come 2:1, furono causa che noi dovemmo avere un poco di difficoltà ad accomodar quegli oggetti alla persona dell’egiziano; ma quando tutto fu messo al posto, si poteva ben dire che egli era bene abbigliato. Gliddon allora gli offerse il braccio e lo condusse verso una soffice poltrona, di fronte al fuoco. Intanto il dottore aveva suonato per ordinare vino e sigari.
La conversazione ben presto si animò. E si capisce che si esternò una grande curiosità per quel fatto abbastanza singolare di Allamistakeo rimasto vivo.
«Io avrei pensato» disse Buckingham «che era già da molto tempo che voi foste morto».
«Come!» ribatte il conte stupefatto «Ma se io non ho più di settecento anni! Mio padre ne ha vissuti mille e non era davvero rimbambito quando è morto».
A ciò seguì una serie stupefacente di domande e di calcoli dai quali si venne a scoprire che l’età della mummia era stata molto inesattamente computata. Erano allora 5050 anni17 e qualche mese da che essa era stata deposta nelle catacombe di Eleithias.
«Ma la mia osservazione» riprese Buckingham «non si riferiva all’età vostra all’epoca del vostro seppellimento, ché non cerco di meglio che di convenire che voi siate ancora giovanissimo: io intendevo parlare del tempo immenso durante il quale, dopo le spiegazioni che ci avete dato, voi siete rimasto conficcato nell’asfalto».
«In che?» chiese il conte.
«Nell’asfalto» insisté Buckingham.
«Ah! sì! Io ho una vaga idea di ciò che voi volete dire; infatti ciò può riuscir bene ma al mio tempo non si adoperava altro che il bicloruro di mercurio».
«Ma quel che sopratutto ci è impossibile di capire» fece il dottor Ponnonner «è come sia avvenuto che, essendo morto, e seppellito in Egitto cinquemila anni or sono, oggi siate ancora vivente e con un’aria di salute veramente degna di ammirazione».
«Se a quell’epoca io fossi morto come voi dite» rispose il conte «è più che probabile che tale sarei rimasto: imperocché ora m’accorgo che voi state ancora nell’infanzia del galvanismo e che voi non riuscirete a compiere con questo mezzo ciò che al tempo mio era pure una cosa molto comune. Il fatto è che io ero caduto in catalessi, che i miei più cari amici giudicarono che io fossi morto ed è perciò che subito m’imbalsamarono. Presumo che conosciate il principio capitale dell’imbalsamazione!».
«Affatto».
«Ah! capisco! deplorevole condizione della ignoranza! Io pel momento non posso dunque entrare in nessun dettaglio su ciò, ma è indispensabile che vi spieghi come imbalsamare, in Egitto, a parlar propriamente, non era che sospendere indefinitamente tutte le funzioni animali sottoposte al processo. Mi servo del termine animale nel suo senso più vasto, come comprendente tanto l’essere morale e vitale come anche l’essere fisico. Ripeto che il primo principio dell’imbalsamazione consisteva, presso di noi, ad arrestare ad un tratto ed a tenere eternamente sospese tutte le funzioni animali sottoposte al processo. In una parola, in qualunque stato si trovasse l’individuo al momento dell’imbalsamazione, in quello stato rimaneva. Ora, avendo io la fortuna d’essere del sangue dello Scarabeo18, fui imbalsamato vivo come ora voi qui mi vedete».
«Il sangue dello Scarabeo!» esclamò il dottor Ponnonner.
«Sicuro. Lo Scarabeo era l’emblema, lo stemma d’una famiglia patrizia distintissima e poco numerosa. Essere del sangue dello Scarabeo vuol dire semplicemente appartenere alla famiglia di cui lo Scarabeo è l’insegna. Parlo figuratamente».
«Ma che cosa v’ha di comune fra ciò e la vostra attuale esistenza?».
«Era general costume in Egitto, prima d’imbalsamare un cadavere, di estrargli le intestina e il cervello: solo la stirpe degli Scarabei andava libera da questa usanza. Se dunque io non fossi stato uno degli Scarabei, sarei stato privato dei miei interiori e del mio cervello, senza di che non sarebbe stato certo comodo il vivere».
«Capisco» disse Buckingham «e penso che tutte le mummie che arrivano intere fino a noi siano della stirpe degli Scarabei».
«Senza dubbio».
«Credevo» osservò Gliddon timidamente «che lo Scarabeo fosse una divinità egizia».
«Che cosa egizia?» esclamò la mummia balzando in piedi.
«Una delle divinità» ripeté il viaggiatore.
«Signor Gliddon, io sono realmente meravigliato di sentirvi parlare in questa maniera» disse il conte tornando a sedersi. «Nessuna nazione sulla faccia della terra ha mai riconosciuto più di un solo Dio. Lo Scarabeo, l’Ibis, ecc. erano per noi, appunto come le altre creature lo sono state per altre nazioni, simboli e intermediari per cui noi offrivamo il culto al Creatore, troppo augusto per essere direttamente chiamato da noi».
Qui fece una pausa. Dopo un poco la conversazione fu riattaccata dal dottor Ponnonner.
«Secondo i vostri schiarimenti» egli disse «non è dunque improbabile che nelle catacombe presso il Nilo possano esistere altre mummie della stirpe degli Scarabei in una simile condizione di vitalità».
«Ciò non può formare oggetto di questione» rispose il conte. «Tutti gli Scarabei che per caso fossero rimasti imbalsamati vivi sono vivi. Anche alcuni di coloro che sono stati imbalsamati a bella posta, possono essere stati dimenticati dai loro esecutori testamentari ed ancora si trovano nelle loro tombe».
«Sareste tanto cortese» dissi io «di spiegarci che cosa volete intendere per imbalsamati a bella posta?».
«Con molto piacere» rispose la mummia, dopo avermi a lungo esaminato traverso alla lente del suo occhialetto, poiché quella era la prima domanda che io ardivo rivolgerle. «Con molto piacere» ripeté. «Ai miei tempi la durata ordinaria della vita umana era di ottocento anni circa. Poche persone, salvo che per straordinarissimi accidenti, morivano prima dell’età di seicento anni: pochissimi campavano più di dieci secoli: ma ottocento anni erano considerati come il termine naturale. Dopo la scoperta del principio della imbalsamazione, come ve l’ho spiegato, venne in mente ai nostri filosofi che si poteva soddisfare una lodevole curiosità e allo stesso tempo servire considerevolmente gli interessi della scienza, suddividendo la durata della vita e vivendo a tratti la propria vita naturale. Per ciò che riguarda la scienza storica, l’esperienza ha dimostrato che v’era qualche cosa da fare in quella via, qualche cosa d’indispensabile. Uno storico, per esempio, raggiunta l’età di 500 anni, scriveva un libro con la cura più scrupolosa: poi si faceva accuratamente imbalsamare, lasciando incarico ai suoi esecutori testamentari pro tempore di risuscitarlo dopo un certo lasso di tempo, per esempio cinque o seicento anni. Tornando a vivere allo spirar di quell’epoca trovava invariabilmente l’opera sua convertita in una specie di cartello di note accumulate a caso, vale a dire in una specie d’agone letterario aperto alle congetture contradittorie, agli enigmi ed ai capricci personali d’ogni razza di commentatori esacerbati. Tali congetture ed enigmi che passavano sotto il nome di annotazioni e di commenti avevano tanto completamente sconvolto, tormentato e sepolto il testo, che l’autore era costretto ad andar cercando con la lanterna per scoprire i brani dell’opera sua. Ma una volta questa ritrovata, non compensava mai le fatiche che l’autore aveva sostenute per rifarsene padrone. Dopo averla nuovamente scritta da un capo all’altro, restava ancora un dovere allo storico ed un dovere imperioso: quello di correggere, con la sua propria scienza e con la sua personale esperienza, le tradizioni relative all’epoca in cui egli aveva primitivamente vissuto. Ora un tal processo di ricomposizione e di rettifica individuale, seguito in diversi tempi da varî scienziati, aveva per risultato d’impedire alla nostra storia di degenerare in pura favola».
«Scusatemi» disse allora il dottor Ponnonner, posando una mano dolcemente sopra un braccio dell’egiziano «scusatemi, signore, ma mi permettete di interrompervi un istante?…».
«Sicuro, signore,» rispose il conte scostandosi alquanto.
«Desidererei semplicemente di farvi una domanda» disse il dottore. «Voi avete parlato di correzioni individuali dell’autore relativamente alle tradizioni che riguardano i suoi tempi. Ed io vi prego di dirmi, o signore, in media in qual proporzione si trovava la verità messa dentro a quella nebulosità19?».
«Si trovò generalmente che quella nebulosità, per servirmi, signore, della vostra eccellente definizione, era esattamente alla pari coi fatti riferiti nella storia non riscritta; non si trovò cioè, in nessuna circostanza mai un solo iota d’una cosa o dell’altra che non fosse assolutamente e radicalmente falso».
«Ma poiché è perfettamente chiaro» riprese il dottore «che son passati almeno 5000 anni dal vostro seppellimento, io son sicuro che i vostri annali a quell’epoca, se non le vostre tradizioni, dovevano essere sufficientemente esplicite sopra un soggetto d’universale interesse come quello della Creazione che, come voi senza dubbio sapete, avvenne solo una diecina circa di secoli prima».
«Signore!» fece il conte Allamistakeo.
Il dottore ripeté la sua osservazione, ma non fu che dopo l’aggiunta d’una nuova lunghissima spiegazione, che egli arrivò a farsi comprendere dallo straniero.
Alla fine questi rispose senza più esitare: «Vi confesso che le idee che voi sollevate sono per me assolutamente nuove. Al tempo mio non ho conosciuto alcuno che avesse avuto la singolare idea che l’universo, o, se credete meglio, questo nuovo mondo, potesse aver avuto un principio. Mi ricordo che una volta, ma una sola volta, uno scienziato di gran fama mi parlò d’una vaga tradizione riguardante l’origine della razza umana: e questi, come voi, si serviva della parola Adamo o terra rossa20. Ma la impiegava in un senso generico, come riferentesi alla spontanea germinazione per mezzo del fango, giusto come un migliaio d’animaluncoli, alla germinazione spontanea, ripeto, di cinque immense stirpi d’uomini sorgenti simultaneamente nelle cinque diverse parti del globo21, presso che uguali fra di loro».
A questo punto quasi tutti i presenti alzarono le spalle ed una o due persone si toccarono la fronte con un’aria molto significativa. E Silk Buckingham, lanciando una breve occhiata prima sull’occipite e poi sul sincipite d’Allamistakeo, così prese a dire:
«La longevità umana al vostro tempo, con questa frequente pratica che ora ci avete spiegato, di vivere la propria vita a diversi intervalli, avrebbe veramente dovuto potentemente contribuire allo sviluppo generale ed all’aumento delle cognizioni. Credo dunque che la marcata inferiorità degli antichi Egizii in tutti i rami della scienza debba attribuirsi unicamente allo spessore più considerevole del loro cranio».
«Vi confesso nuovamente» rispose il conte con una gentilezza perfetta «che provo una certa difficoltà a comprendervi: ditemi, vi prego, di qual parte della scienza intendete di parlare?».
Qui tutti con una voce unanime citarono le affermazioni della frenologia e le meraviglie del magnetismo animale.
Il conte, ascoltatici fino alla fine, si pose a raccontare alcuni aneddoti che chiaramente ci provarono come i prototipi di Gall e di Spurzheim fossero nati e morti in Egitto, ma in un’epoca tanto antica che se ne era presso che cancellato il ricordo; e che i processi di Mesmer erano poveri raggiri in confronto dei miracoli operati dagli scienziati di Tebe che creavano i pidocchi ed altri esseri simiglianti.
Allora chiesi al conte se i suoi compatriotti fossero stati capaci di calcolare le eclissi. Egli sorrise con una smorfia di sdegno e mi rispose affermativamente.
Ciò mi turbò alquanto: tuttavia presi a fargli altre domande sulle loro cognizioni astronomiche; poi uno della comitiva che non aveva ancora aperto bocca, mi suggerì all’orecchio che se io avessi voluto qualche notizia su ciò, avrei fatto meglio a consultar un tal signor Tolomeo od anche un certo Plutarco al capitolo De facie lunae.
Allora interrogai la mummia sui cristalli ardenti e lenticolari e in genere anche sulla fabbricazione del cristallo; ma non avevo terminato ancora le mie domande che il mio compagno silenzioso mi toccò discretamente al gomito e mi pregò di dare per amor del cielo un’occhiata a Diodoro Siculo. Per tutta risposta il conte mi chiese solo se noi altri uomini moderni possedevamo microscopii che ci permettessero d’incidere le onici con quella finezza e perfezione degli Egiziani. Mentre io cercava la risposta da farsi a questa domanda, il piccolo dottor Ponnonner si avventurò in una strada veramente scabrosa.
«Guardate la nostra architettura!» egli esclamò, con grande indignazione dei due viaggiatori che gli facevano una quantità di segni senza riuscire a farlo tacere; e continuò con entusiasmo: «Andate a vedere la Fontana del Giuoco di bocce22 a New-York! o se quella è una vista troppo schiacciante, andate a vedere a Washington il Campidoglio!».
E il buon medichetto finì col dare i più minuti particolari delle proporzioni del fabbricato in parola. Egli spiegò come il solo portico non era adornato da meno di 24 colonne di 5 piedi di diametro ed elevate a 10 piedi di distanza l’una dall’altra.
Il conte rispose che era dispiacente di non potersi sul momento rammentare la dimensione precisa di nessuna delle principali fabbriche di Aznac23, i cui fondamenti risalivano lontano nella notte dei tempi, ma le cui rovine erano ancora in piedi in una vasta pianura sabbiosa ad occidente di Tebe, all’epoca del suo seppellimento.
Si ricordava nondimeno a proposito di portici che ve n’aveva uno unito ad un palazzo di second’ordine in una specie di sobborgo denominato Carnac24, il quale era formato di 144 colonne, ognuna delle quali aveva una circonferenza di 36 piedi ed erano distanti 25 piedi l’una dall’altra25.
Dal Nilo si arrivava a questo portico per un viale lungo due miglia, contornato da sfingi, statue ed obelischi alti 20, 60 e 100 piedi26. Per quanto egli poteva ricordarsi, il palazzo stesso era lungo due miglia soltanto in uno dei suoi lati, e ne aveva almeno 7 di circuito. Ricche pitture geroglificate adornavano le sue mura all’interno e all’esterno. Non pretendeva certo affermare che in quel perimetro si sarebbero potuti costruire cinquanta o sessanta dei Campidogli di cui parlava il dottore; ma non era dimostrato che non avrebbero potuto starvene senza troppo imbarazzo due o tre centinaia di essi. In fondo quel palazzo di Carnac non era che un insignificante piccolo fabbricato. Tuttavia il conte non poteva coscienziosamente rifiutarsi a riconoscere l’ingegnosità dello stile, la splendidezza e la superiorità della fontana detta del Giuoco di bocce descritta dal dottore. Egli era costretto a confessare che nulla di simile si era mai veduto né in Egitto né altrove.
Allora chiesi al conte che cosa pensasse delle nostre strade ferrate.
«Niente di particolare» egli rispose «esse sono molto deboli, mal concepite e messe insieme in una maniera molto grossolana. Non possono essere dunque paragonate alle vaste strade a solchi di ferro orizzontali e diritti sui quali gli Egiziani trasportavano templi interi e obelischi massicci d’una altezza di 150 piedi».
Gli parlai allora delle nostre gigantesche forze meccaniche: ed egli convenne che in questo genere sapevamo far qualche cosa, ma mi chiese come ci saremmo regolati per dirizzar le imposte nei loro stipiti nel più piccolo palazzo di Carnac.
Feci le viste di non capir la domanda e gli domandai se aveva nessuna idea sui pozzi artesiani; ma egli sollevò solo le sopracciglia, mentre Gliddon strizzava molto visibilmente gli occhi, dicendomi a voce bassa che gl’ingegneri incaricati di forare il terreno per trovar l’acqua nella grande oasi, proprio poco tempo prima ne avevano scoperto uno.
Allora venni a parlar dell’acciaio; ma lo straniero alzò il naso, e mi chiese se con esso si sarebbero mai potute eseguire quelle sculture così nette e così precise che adornano gli obelischi e che erano state interamente eseguite con utensili di rame.
Ciò ci sconcertò tanto che giudicammo opportuno di cambiar via mettendoci a parlar di metafisica. Mandammo a cercare una copia d’un’opera intitolata Dial27 e ne leggemmo uno o due capitoli, che avevano un argomento poco chiaro ma che la gente di Boston definiva: il gran movimento o progresso.
Il conte rispose semplicemente che al tempo suo i grandi movimenti erano cose assai comuni e che il progresso fu, a una cert’epoca, una vera calamità ma non andò mai avanti.
Allora parlammo della gran bellezza e della importanza della democrazia e faticammo molto a far comprendere al conte la natura positiva dei vantaggi di cui noi godevamo vivendo in un paese dove il suffragio era ad libitum e dove non v’erano re.
Egli ci ascoltò con molto interesse e parve, in fondo, che si divertisse assai. Quando avemmo finito, egli ci disse che anche laggiù era avvenuta qualche cosa di simile a ciò. Tredici provincie egiziane risolvettero ad un tratto di diventar libere e di dare così un magnifico esempio al resto dell’umanità. Esse radunarono i loro sapienti e fondarono la più ingegnosa costituzione che sia possibile di immaginare. Per qualche tempo andò benissimo. Solo v’era un’abitudine di millanteria. che era qualche cosa di veramente prodigioso. La cosa poi finì così: i tredici stati assieme con altri quindici o venti si consolidarono nel più odioso e nel più insopportabile dei dispotismi di cui si sia mai inteso parlare sulla faccia della terra.
Allora chiesi quale fosse il nome del tiranno usurpatore.
Per quanto il conte poteva ricordarsi, quel tiranno si chiamava Canaglia28.
Non sapendo che cosa dire su ciò, alzai la voce per deplorare l’ignoranza degli Egiziani relativamente al vapore.
Il conte mi guardò molto stupefatto, ma non rispose nulla. L’individuo silenzioso però mi diede un violento colpo di gomito nelle costole e mi disse che era già abbastanza l’essermi compromesso una volta e mi domandò anche se io ero realmente tanto innocente da ignorare che la macchina a vapore moderna derivava dall’invenzione di Herone traverso alle scoperte di Salomone di Caus29.
Così noi eravamo in gran pericolo d’essere battuti: ma la nostra buona stella fece sì che il dottor Ponnonner venne al nostro soccorso, da buon alleato, e chiese se la nazione egiziana pretendesse seriamente di rivaleggiare coi moderni per gli articoli di toletta tanto importanti e tanto complicati.
A queste parole il conte gettò uno sguardo alle staffe dei suoi pantaloni: quindi, prendendo per il lembo una delle falde del suo abito, l’esaminò curiosamente per qualche minuto: finalmente la lasciò ricadere e la sua bocca si distese gradatamente da un’orecchia all’altra: ma non mi ricordo che egli dicesse nulla che potesse aver l’aria d’una risposta.
Allora ci rincorammo e il dottore, avvicinandosi alla mummia con un’aria piena di dignità, la pregò di dire sinceramente, sul suo onore di gentiluomo, se gli Egiziani in un’epoca qualunque avessero compreso la fabbricazione sia delle pastiglie di Ponnonner, sia delle pillole di Brandreth30.
Attendemmo con una profonda ansietà la risposta, ma inutilmente. Essa non venne mai. L’egiziano arrossì e abbassò la testa. Nessun trionfo fu mai più completo di quello: mai disfatta fu peggio sopportata. Veramente io potevo aggravare quello spettacolo dell’umiliazione della povera mummia. Presi il mio cappello, la salutai un poco imbarazzato e salutai per andarmene.
Tornando a casa, m’accorsi che erano le quattro passate e mi posi subito a letto. Ora sono le dieci del mattino. Mi sono alzato alle sette e ho scritto questi appunti per istruzione della mia famiglia e dell’umanità. La prima io non la vedrò più. Mia moglie è una megera. La verità in fondo è che questa vita, e in generale tutto il secolo decimonono, mi danno la nausea. Io sono convinto che tutto va a rovescio.
Inoltre sono ansioso di sapere chi sarà eletto come presidente nel 2045. È perciò che, fattami la barba e preso il mio solito caffè, ora me ne torno da Ponnonner e mi faccio imbalsamare per un paio di secoli.
Fonti
- Edgar Allan Poe (ed. T. O. Mabbott), “Some Words with a Mummy”, The Collected Works of Edgar Allan Poe — Vol. III: Tales and Sketches (1978), Edgar Allan Poe Society of Baltimore
- Killis Campbell, “The Source of Poe’s ‘Some Words with a Mummy,” «The Nation» (New York, NY), vol. 90, 23 giugno 1910, Edgar Allan Poe Society of Baltimore
- “Piccola discussione con una mummia”, Racconti curiosi e grotteschi (STEN editrice, 1924)
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1 In originale Welsh rarebit, crostino di formaggio fuso. Vedi nota seguente. Ndr.
2 Una qualità di porter, birra scura inglese. Ndr.
3 In originale Welsh rabbit, arrosto di coniglio con formaggio fuso. Ndr.
4 Russare sommesso. Ndr.
5 Ponnoner è ‘Pon honor, ossia upon my honour, sul mio onore.
6 Invenzione di Poe: a quei tempo non esisteva a New York un City Museum.
7 La città era chiamata Nuben dagli antichi Egizi, di solito Eileithyia dai Greci, e oggi si chiama El Kab.
8 Lunga 213 metri, larga circa 90 centimetri e profonda 76 centimetri. Ndr.
9 In originale, accanto a sycamore, Poe ha scritto (platanus) (Ndr): il platano americano è Platanus occidentalis; l’albero egiziano è Ficus sycomorus.
10 In latino nel testo. Espressione dell’epoca per indicare la sclera. Ndr.
11 James Silk Buckingham (1786 – 1855), scrittore, viaggiatore e giornalista inglese. Pubblicò resoconti dei suoi viaggi in India, Persia, Egitto, ecc. Ndr.
12 Osso sesamoide dell’alluce. Ndr.
13 John Barnes fu un celebre comico al Park Theatre di New York e altrove, per almeno venticinque anni prima del 1841.
14 Traduzione (fin troppo libera) dell’originale “Tom, Dick, and Harry”, per parlare di persone qualsiasi. Ndr.
15 Traduzione errata: in originale è gentleman. Ndr.
16 William T. Jennings & Co., 231 Broadway, presso l’American Hotel, di fronte al Park Fountain, New York, gestiva quello che N.P. Willis («New Mirror», 27 gennaio 1844) chiamava “l’emporio della merce di lusso”, e commerciava in abiti confezionati a prezzi bassi.
17 Dunque, Allamistakeo fu sepolto nel 3205 a.C., essendo il 1845.
18 Lo Scarabaeus sacer era associato al dio del sole Khepri e fornì il geroglifico per il nome del dio del sole.
19 Traduzione libera di: «Pray, sir, upon an average, what proportion of these Kabbala were usually found to be right?». La Kabbalah è un commento mistico al Talmud; Poe usa il termine qui e altrove come qualcosa di misterioso o incredibile.
20 Adamo, il primo uomo, che significa sia uomo che terra rossa o argilla. Ndr.
21 Johann Friedrich Blumenbach (1752-1840), professore a Gottinga – considerato il fondatore dell’antropologia fisica – nella seconda edizione del suo trattato On the Natural Variety of Mankind nominò le cinque razze principali come caucasica, asiatica, americana, etiope e malese.
22 È la Bowling Green Fountain di New York. Bowling green è il campo da bocce. La fontana è stata esposta per la prima volta il 4 luglio 1843. Ndr.
23 Città immaginaria.
24 Karnak è un villaggio sul Nilo.
25 Circonferenza di circa 11 metri e una distanza di oltre 7,5 metri. Ndr.
26 Rispettivamente circa 6, 18 e 30 metri. Ndr.
27 Il «Dial» era una rivista, organo principale dei trascendentalisti.
28 Mob, in originale, presente anche in “Mellonta Tauta”.
29 Erone di Alessandria (circa 170 a.C.) descrisse la sua macchina nella sua Pneumatica; Solomon de Caus progettò un motore nel 1615; fu preceduto da Giambattista della Porta, nel 1601.
30 Le pillole di Brandreth sono menzionate anche in “Come scrivere un articolo di Blackwood”.

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