Il racconto di Poe oggi conosciuto con il titolo “Quattro bestie in una” (Four Beasts in One) apparve inizialmente con il titolo “Epimanes”, il cui manoscritto più vecchio è il “Buckingham”, che risale al 4 maggio 1833, anche se si pensa ne esista uno precedente, dell’inizio dell’anno.
Titolo che restò anche nella sua prima pubblicazione, avvenuta sul «Southern Literary Messenger» nel marzo 1836 e nella raccolta Tales of Grotesque and Arabesque, volume II del 1840.
Nel 1842 Poe scelse un nuovo titolo per il racconto, “The Homocameleopard”, che avrebbe dovuto uscire nella seconda edizione inedita di Tales of G&A, Phantasy Pieces.
Tre anni più tardi, il 6 dicembre 1845, il racconto fu pubblicato sul «Broadway Journal» con il titolo definitivo “Four Beasts in One — The Homo-Cameleopard”.
La prima traduzione in francese del racconto, “L‘Homme caméléopard ou Quatre bêtes en une”, a opera di Charles Baudelaire, apparve su «Le Pays» il 28 luglio 1854.
Il racconto “Quattro bestie in una” apparve in italiano nel volume Storie Meravigliose (Sten editrice) del 1923, che contiene 14 racconti di Poe, probabile nuova edizione del volume del 1887 pubblicato dalla casa editrice E. Pietrocola di Napoli.
Quattro bestie in una
L’uomo cameleopardo
Ognuno ha le sue virtù.
Crebillon
Antioco Epifanio generalmente è considerato come il Gog del profeta Ezechiele1. Tuttavia un tal onore spetta più naturalmente a Cambise2, figlio di Ciro. E inoltre il carattere del monarca di Siria non ha veramente nessun bisogno d’abbellimenti supplementari. La sua salita al trono, o per meglio dire la sua usurpazione della sovranità, avvenuta 171 anni prima della discesa di Cristo; il suo tentativo di saccheggiare il tempio di Diana a Efeso; la sua implacabile inimicizia contro gli ebrei; la violazione del Santo dei Santi e la sua miserevole morte a Toba, dopo un tumultuoso regno durato undici anni, sono circostanze d’una natura così appariscente che hanno dovuto generalmente attrarre l’attenzione degli storici del suo tempo più che tutte le empie, vili, crudeli, assurde e fantastiche ricerche le quali potrebbero formare il totale della sua vita privata e della sua riputazione.
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Supponiamo, gentile lettore, di trovarci nell’anno della creazione 38303 e, per qualche minuto, trasportiamoci nella più fantastica delle abitazioni umane, nella notevole città di Antiochia. È accertato che in Siria e in altre contrade, senza contar quella in cui ora noi specialmente ci occupiamo, vi furono sedici città che portarono questo nome. Ma la nostra è quella che veniva chiamata di Antiochia Epidafne imperocché si trovava vicinissima al villaggio di Dafne, dove si levava un tempio innalzato in onore di questa divinità. La città fu costruita – nonostante che la cosa sia controversa – da Seleuco Nicatore4, primo re del paese dopo di Alessandro in Grande, in memoria del suo genitore Antioco ed immediatamente diventò la capitale della monarchia Sira.
Nei tempi di prosperità per l’impero romano ordinariamente essa era la residenza del prefetto delle province orientali: e parecchi imperatori della città sovrana – fra’ quali possono in ispecial modo essere menzionati Vero e Valente5 – vi trascorsero la più gran parte della loro vita. Ma mi accorgo d’essere arrivato alla città: saliamo quindi sulla piattaforma che ci si presenta e gettiamo uno sguardo sull’abitato e sul paese circostante.
«Qual è questo largo e rapido fiume, che, traverso al caos delle montagne, si apre un passaggio accidentato da una quantità di cascate e che va poi a introdursi in mezzo al dedalo dei fabbricati?»
«È l’Oronte; è la sola distesa d’acqua all’infuori del Mediterraneo – che come uno specchio immenso si allarghi per dodici miglia verso il sud. Tutti hanno veduto il Mediterraneo; ma permettetemi di asserirlo, ben pochi han potuto gettare uno sguardo su d’Antiochia; pochi di quelli, intendo dire, che come voi e me hanno ricevuto un’educazione moderna. Perciò mettete da banda il mare e portate tutta la vostra attenzione su questo ammasso di case che si stende ai nostri piedi. Dovete ricordarvi che noi siamo nell’anno 3830 della creazione del mondo. Se fosse invece in un’altra epoca, per esempio nell’anno 18456 dalla venuta di Nostro Signore, noi non potremmo godere di questo straordinario spettacolo. Al secolo XIX Antiochia è, o per meglio dire, sarà in un lacrimevole stato d’abbandono. Da adesso ad allora Antiochia verrà completamente distrutta da tre successivi terremoti avvenuti in epoche differenti7. A dir vero, il poco che rimarrà di quel che prima era si troverà in un tale stato di desolazione e di rovina che il Patriarca dovrà toglierne la sua sede e trasportarla a Damasco. Sta bene. Vedo che voi profittate del vostro tempo per esaminare attentamente i luoghi, onde
Dei ricordi e degli oggetti famosi
Che furono la grande gloria di codesta città.
Vi chiedo scusa, avevo dimenticato che Shakespeare non sorgerà prima di milletrecentocinquant’anni. Ma, ditemi, l’aspetto di Epidafne non giustifica forse l’appellativo di fantastica che io le ho dato?»
«È ben fortificata: e sotto questo punto di vista ella deve tanto alla natura che all’arte.»
«Verissimo.»
«Vi sono una quantità prodigiosa di palazzi imponenti.»
«E i numerosi templi sontuosi e magnifici possono sostenere il confronto coi più celebri templi dell’antichità.»
«Tuttociò è vero. Pure vi sono un’infinità di capanne fatte di fango e una quantità d’abbominevoli baracche: v’è anche una considerevole abbondanza di sudiciume in tutti i ruscelli; e se non fosse l’onnipotente fumo dell’incenso idolatra vi sentiremmo un intollerabile puzzo.»
«Vedeste mai altre strade più insopportabilmente strette di queste, case più miracolosamente alte? Che nerume gettano le loro ombre sul suolo! fortuna che le lampade sospese a quegli interminabili colonnati restano accese durante tutto il giorno, altrimenti noi ora qui avremmo le tenebre dell’Egitto al tempo della sua desolazione.»
«Certamente è un luogo molto strano! che cosa significa quel singolare fabbricato laggiù, guardate?… esso domina tutti gli altri e si stende lontano ad oriente da quello che credo debba essere il palazzo del re!»
«È il nuovo tempio del sole che in Siria è adorato sotto il nome di Ela Gabbala8. Più tardi un famoso imperatore romano trasporterà in Roma un tal culto e ne trarrà per sé il sopranome di Eliogabalo9. Vi posso assicurare che la vista della divinità di un tal tempio vi piacerà assai. Non dovete guardare al cielo: non è là che si trova il Sole o per lo meno il Sole adorato dai Siri. Questo dio si trova laggiù nell’interno di quel palazzo. Esso è adorato sotto la forma d’un largo pilastro di pietra la cui sommità termina in un cono o piramide a significare (pir) fuoco.»
«Sentite… guardate! che cosa possono essere quegli esseri ridicoli dalle facce dipinte che, mezzo nudi, si rivolgono alla gente con tanti gesti e tante vociferazioni?»
«Un picciol numero di essi sono saltimbanchi; altri appartengono più particolarmente al ceto dei filosofi. Però la maggior parte, quelli in specie che trattano il popolino a colpi di bastone, sono i principali cortigiani del palazzo, che come loro dovere stanno mettendo in esecuzione qualche nuovo capriccio inventato dal re.»
«Ecco una novità! cielo! la città formicola adesso di bestie feroci! che spettacolo terribile! che pericolosa singolarità!»
«Terribile sì, ma non davvero pericolosa. Ogni animale, come voi potete osservare, cammina tranquillamente dietro al suo padrone. Alcuni sono condotti con una corda legata intorno al collo, ma questi sono gli animali delle specie più piccole o più timide. Il leone, la tigre ed il leopardo sono in piena libertà. Sono stati educati in tal maniera senza alcuna difficoltà e vanno come tanti servitori appresso ai loro padroni. È vero che vi sono certi casi in cui la natura rivendica il suo usurpato dominio; ma un soldato divorato o un toro sacro strangolato son circostanze troppo volgari perché in Eipidafne possano far sensazione.»
«Ma che cos’è questo straordinario frastuono che sento? esso è certamente un gran rumore anche per Antiochia! deve essere accaduto qualche cosa d’insolito.»
«Sì, senza dubbio; il re ha ordinato qualche nuovo spettacolo: una lotta di gladiatori all’Ippodromo, o forse il massacro di prigionieri Sciti o l’incendio del suo nuovo palazzo, oppure un bel fuoco di gioia fatto cogli ebrei. Il rumore aumenta; scoppi d’ilarità salgono verso il cielo. L’aria rintrona dal frastuono degli strumenti a fiato e dal clamore di un milione di voci. Scendiamo un poco a godere e vediamo ciò che accade. Per di qua: attento! ora siamo nella via principale che si chiama la via del Timarco. Questo mare di gente arriva di qua e ci sarà difficile di risalire la corrente. Essa viene dalla grande strada d’Eraclide che parte direttamente dal palazzo e molto probabilmente vi sarà là in mezzo anche il re. Sì… sento le grida dell’araldo che, nello pomposa fraseologia orientale, annunzia la sua venuta. Noi lo vedremo quando passerà dinnanzi al tempio di Asima10. Mettiamoci qua nel vestibolo del santuario; egli presto vi giungerà. Intanto diamo una guardata a questa figura che rappresenta il dio Asima in persona. Guardate com’egli non sia né un montone, né un becco, né un satiro; nemmeno ha rassomiglianza col dio Pane degli Arcadi11. Eppure tutti questi caratteri sono stati… scusate! saranno attribuiti dagli eruditi dei secoli futuri all’Asima di Siria. Mettetevi gli occhiali e guardate che cos’è.»
«Per Bacco! è una scimmia!»
«Sì, veramente! un babbuino ma non certo un dio. Il suo nome deriva dal greco simia12; terribili idioti sono gli antiquari! ma guardate… guardate laggiù quel monello in brandelli che corre a perdifiato. Dove va? che cosa va gracchiando? che cosa dice? egli dice che il re arriva in trionfo: che egli ha indossato il suo costume di festa, e che in questo stesso istante, di propria mano, ha messo a morte mille prigionieri ebrei incatenati! Per questo fatto, il piccolo miserabile lo porta alle stelle! Attento! Ecco uno truppa di gente che sembra formata di tutte persone ben vestite. Esse han composto in latino un inno sopra il valore del re e procedono cantando!
Mille, mille, mille,
Decollavimus, unus homo!
Mille, mille, mille, decollavimus!
Mille, mille, mille!
Vivat qui mille, mille occidit!
Tantum vini habet nemo
Quantum sanguinis effudit.13
Il che può parafrasarsi così:»
Mille, mille, mille,
Con un sol uomo tagliammo la testa a mille!
A mille, a mille, a mille, a mille
Tagliammo la testa.
Mille, mille, mille,
Viva colui che mille, mille ne uccise!
Egli ci ha dato una più copioso vendemmia di sangue
Che tutto il vino che può fornire la Siria!
«Sentite questa fanfara di trombe?»
«Sì; è il re che arriva. Guardate: il popolo è ubbriaco d’ammirazione ed alza gli occhi al cielo in una rispettosa tenerezza! Eccolo… eccolo che arriva… Eccolo!»
«Chi?… dove?… il re?… io non lo vedo, vi giuro che non lo vedo.»
«Bisogna che siate diventato cieco.»
«Forse: io non vedo che una folla tumultuante di idioti e non di pazzi che s’affrettano ad inchinarsi dinanzi ad un gigantesco camaleopardo14 e che si urtano per deporre un bacio sul piede dell’animale. Guardate: proprio ora la bestia ha schiacciato rudemente uno del popolino… e adesso un altro… e un altro… e un altro ancora! Veramente non posso far a meno di lodar quell’animale per l’uso eccellente che va facendo delle sue zampe!»
«Altro che popolino! sono i nobili e i liberi cittadini d’Epidafne! Avete detta la bestia? guardatevi bene che qualcuno non vi senta! Non vedete che quell’animale ha una faccia d’uomo? Ma, mio caro amico, quel camaleopardo non è altri che Antioco Epifanio, Antioco il grande, il re di Siria, il più potente di tutti gli autocrati d’oriente. È vero che qualche volta lo chiamano anche Antioco Epimane15 – Antioco il pazzo – ma ciò avviene perché non tutti son capaci d’apprezzarne i meriti. Per il momento è certo che egli si trova chiuso nella pelle d’una bestia e che fa del suo meglio per sostener la parte del camaleopardo; ma lo fa apposta appunto per sostener meglio la parte di re. Inoltre il monarca è d’una statura gigantesca e perciò quell’abito non gli sta male e gli si adatta benissimo. Possiamo però pensare che se non si fosse trattato d’una circostanza eccezionale, egli non si sarebbe rivestito così. Ma questa, convenitene, è una: il massacro di un migliaio di ebrei! Con quale prodigiosa dignità il monarca cammina sulle sue quattro zampe! la sua coda, come vedete, è tenuta sollevata da Elline e Argelaide16 che sono le sue due principali concubine; e tutto il suo esteriore sarebbe abbastanza simpatico, se non fosse la protuberanza degli occhi che gli scappano fuor della testa, e lo strano colore della sua faccia che è diventata come una qualche cosa innominabile per la grande quantità di vino che egli ha tracannato. Seguiamolo fino all’ippodromo verso cui si dirige ed ascoltiamo il canto trionfale che egli stesso incomincia a intonare:
Dite: voi lo sapete’?
Chi è mai re, se non Epifanio?
Bravo! Bravo!
Non v’ha altro re, che Epifanio
oh non ve n’è altri!
Abbattete perciò tutti i templi
e spegnete pure il Sole!17
Benissimo cantato! la popolazione lo saluta Principe dei poeti e Gloria dell’Oriente, poi Delizia dell’Universo e finalmente Il più stupefacente dei camaleopardi! Gli fanno ripetere il suo capolavoro e… sentite? lo incomincia di nuovo. Quando sarà giunto all’ippodromo, riceverà la corona poetica come antipasto della gran vittoria che egli riporterà a’ prossimi giuochi olimpici.»
«Ma, buon Dio!… che cosa avviene mai nella folla, qui dietro a noi?»
«Dietro a noi avete detto? ah! ah!… capisco. È andata bene, amico mio, che abbiate parlato a tempo. Mettiamoci in un luogo sicuro e al più presto possibile. Qui: rifugiamoci sotto un arco di questo acquedotto e vi spiegherò l’origine di quest’agitazione. Come avevo preveduto, le cose non sono riuscite bene. Il singolare aspetto di quel camaleopardo con la sua testa d’uomo forse ha urtato le idee di logica e d’armonia accolte dalle bestie feroci che si trovano addomesticate in questa città. E ne è risultata una sommossa: e, come accade sempre in simili casi, tutti gli sforzi umani per sedarla saranno impotenti. Alcuni Siri, vedete, sono stati già divorati: ma i confratelli a quattro zampe sembrano esser mossi tutti dalla stessa idea di mangiare il camaleopardo. Il Principe dei Poeti quindi si è dovuto rizzar sulle sue zampe posteriori poiché qui si tratta di salvar la vita. I cortigiani lo hanno abbandonato e le concubine hanno seguito il loro eccellente esempio. O Delizia dell’Universo, tu stai attraversando un momento molto brutto! O Gloria dell’Oriente, tu stai sul punto d’esser maciullato! Non guardar dunque tanto compassionevolmente la tua coda: essa sarà trascinata appresso a tutto il resto: non vi e più rimedio. Non guardar dunque dietro a te, non t’occupare del tuo inevitabile disonore: coraggio! muovi con sveltezza le zampe e corri verso l’ippodromo! Ricordati che sei Antioco Epifanio, che sei il grande Antioco! ed anche il Principe dei Poeti e la Gloria d’Oriente e la Delizia dell’Universo e il Più stupefacente dei Camaleopardi! giusto Cielo! che potenza di velocità tu vai ora spiegando! La migliore garanzia, che è quella delle gambe, tu la possiedi davvero! Corri, principe! Bravo, Epifanio! Avanti, Camaleopardo! Avanti, glorioso Antioco!… Ed egli corre, salta, vola. Come una pietra lanciata da una catapulta egli va verso l’ippodromo! Egli salta… egli grida !… È arrivato! È una vera fortuna, imperocché se tu, o Gloria dell’Oriente, avessi impiegato un solo mezzo secondo di più a raggiungere le porte dell’Anfiteatro, dentro Epidafne non vi sarebbe stato un solo orsacchiotto che non sarebbe venuto a masticar sulla tua carcassa!… – Ora andiamocene, poiché le nostre orecchie moderne sono troppo delicate per sopportare il frastuono immenso che comincierà ad elevarsi in onore della liberazione del re! Sentite? esso comincia già. Guardate… Tutta la città è già sottosopra…»
«Questa certamente è la più pomposa città dell’Oriente! Che formicolio di popolo! che miscuglio di ogni ceto e di ogni età! che moltiplicità di sètte e di nazioni! che varietà di costumi e che babelica mescolanza di linguaggi! quanti urli di bestie e che frastuono d’istrumenti! che immensità di filosofi!…»
«Andiamocene… Andiamocene…»
«Un momento ancora: io vedo un gran movimento là verso l’ippodromo: che significa ciò? ve ne supplico…»
«Quello?… oh! niente. Sono i nobili ed i liberi cittadini di Epidafne che, come stanno dicendo, essendo pienamente soddisfatti della lealtà, del valore, della saviezza e della divinità del loro re ed essendo stati inoltre testimoni della sua recente sovrumana agilità, pensano che non fanno niente più del loro dovere se ora, oltre al lauro poetico, circondano la real fronte d’una nuova corona, premio alla corsa pedestre da lui eseguita… corona che bisognerà bene che gli venga in ogni modo attribuita alle feste della prossima olimpiade e che, naturalmente, oggi essi gli offrono anticipatamente!…»
Note
1 Gog, della terra di Magog è un misterioso personaggio di una profezia di Ezechiele, profeta ebreo vissuto tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C. Ndr.
2 Figlio di Ciro il Grande e re di Persia dal 529 al 522 a.C. Ndr.
3 Siamo dunque nel 69 a.C. Ndr.
4 Nobile macedone (355 ca. – 280 a.C.). Ndr.
5 Lucio Vero, Imperatore romano dal 161 al 169, e Flavio Valente, Imperatore romano d’Oriente dal 364 al 378. Ndr.
6 La presente traduzione si basa sul testo pubblicato nel 1845 sul «Broadway Journal». Nella prima versione del 1833, “Epimanes”, la data era infatti eighteen hundred and thirty three e in quella del 1836 del «Southern Literary Messenger» eighteen hundred and thirty-six, così come si legge eighteen hundred and thirty-nine, data in cui Poe ha rivisto il testo in occasione della sua pubblicazione nella raccolta Tales of Grotesque and Arabesque del 1840. Ndr.
7 In realtà i terremoti che colpirono Antiochia nell’antichità furono 4: il 13 dicembre 115, nel maggio 526, il 29 novembre 528 e nell’ottobre 588, anche se quello del 528 fu più lieve per numero di vittime. Ndr.
8 Elagabal, divinità solare. Ndr.
9 Marco Aurelio Antonino Augusto, Imperatore romano (204 – 222) e sacerdote del dio Elagabal. Ndr.
10 Antica dea semitica. Ndr.
11 La grafia corretta è Pan, divinità della mitologia greca venerata in Arcadia. Ndr.
12 In realtà scimmia proviene dal latino simia, a sua volta dal greco σιμός (simòs). Ndr.
13 Flavio Vopisco dice che l’inno qui riportato fu cantato all’epoca della guerra dei Sarmati in onore di Aureliano che di propria mano aveva ucciso novecentocinquanta nemici. Nota di Poe.
14 L’ortografia corretta è camelopardo, termine raro per giraffa (Giraffa camelopardalis). Ndr.
15 Gioco di parole fra Ἐπιφανής (Epiphanḕs) e ἐπιμανής (epimanḕs), furente. Ndr.
16 I due nomi si trovano soltanto in questo racconto di Poe. Ndr.
17 Nella traduzione mancano gli ultimi quattro versi, identici ai primi: Chi è mai re, se non Epifanio? / Dite: voi lo sapete’? / Chi è mai re, se non Epifanio? / Bravo! Bravo! Ndr.


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