L’angelo del bizzarro

Stravaganza

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Non sappiamo di preciso quando Poe scrisse “The Angel of the Odd – An Extravaganza”, ma probabilmente nell’estate del 1844. Prima di ottobre, mese in cui fu pubblicato, ne inviò il manoscritto agli editori del «Columbian Magazine» di John Inman, di New York, presso la Astor House.

Proprio in quell’anno Poe si era trasferito a New York, dove vi rimase fino al 1849: si presuppone, quindi, che abbia potuto consegnare di persona il manoscritto, che probabilmente, come era solito, fu distrutto dopo la composizione.

Il racconto, a differenza di altri, non comparve su altre riviste mentre Poe era in vita.

La prima traduzione, francese, si deve a Charles Baudelaire: “L‘Ange du bizarre” uscì il 17 febbraio 1860 su «La Presse».

La presente traduzione proviene dal volume Novelle straordinarie (STEN editrice, 1921).

Il film mancato

Dopo aver realizzato 5 film tratti dalle opere di Poe, diretti da Roger Corman (The Fall Of The House of Usher, The Pit and The Pendulum, The Premature Burial, Tales Of Terror e The Raven), nel 1963 l’American International Pictures volle realizzare altri dieci film di Poe, tutti interpretati da Vincent Price.

Il programma prevedeva The Masque of the Red Death, The Haunted Palace, Murders in the Rue Morgue, The Gold Bug, A Descent into the Maelstrom, Ligeia, The Thousand and Second Tale of Scheherazde, The Angel of the Odd, Four Beasts in One, and The City Under the Sea.

Soltanto 4 film furono poi girati: The Masque of the Red Death, The Haunted Palace, The Tomb of Ligeia e The City Under the Sea (uscito negli Stati Uniti come War-Gods of the Deep).

L’angelo della bizzarria

Era un freddo pomeriggio di novembre. Avevo terminato un pranzo più succulento dl consueto, dove il dispeptico tartufo1 non era stato certo l’articolo meno importante, ed ero rimasto solo, seduto nella sala da pranzo, coi piedi sugli alari e il gomito appoggiato sopra un tavolinetto che avevo trascinato vicino al fuoco, assieme a qualche bottiglia di vino di varia specie e di spiritosi liquori.

Nel mattino avevo letto il Leonida di Glover, l’Epigoniade di Wilkie, il Pellegrinaggio di Lamartine, la Colombiade di Barlow, la Sicilia di Tuckermann e le Curiosità di Griswold2: perciò, debbo confessarlo, io mi sentiva alquanto rimbecillito. Cercai di svegliarmi per mezzo di parecchi bicchieri di vino3 e non potendovi riuscire, disperatamente ricorsi a un numero di giornale che mi era stato lasciato lì presso. Dopo avere accuratamente letta la colonna delle case da affittare, poi quella dei cani perduti e le due colonne delle donne e delle modistine4 fuggite, con una vigorosa risoluzione, attaccai la parte letteraria e, avendola corsa dal principio alla fine senza comprenderne una sillaba sola, mi venne l’idea che essa potesse essere scritta in chinese: allora tornai a leggerla dalla fine al principio, ma senza ottenere un più soddisfacente risultato. Dal disgusto io stavo sul punto di lanciar lontano «quell’in-folio di quattro pagine, fortunata opera che nemmeno la critica pensa a criticare»5, quando la mia attenzione fu colpita dal paragrafo seguente:

«Le vie che conducono alla morte sono numerose e strane. Un giornale di Londra racconta la morte d’un uomo avvenuta per una causa singolare. Egli stava giuocando al puff the dart6, giuoco che si fa con una lunga asta ravvolta di lana che, traverso a un tubo, si soffia contro un bersaglio. Egli mise la sua asta dall’altra parte del tubo e tirando a sé fortemente il fiato per poter poi spinger via l’asta con maggiore violenza, fece sì che l’asta attratta gli penetrasse in gola. Da questa infatti gli entrò nei polmoni e in pochi giorni condusse a morte l’infelice»7.

Leggendo ciò, senza sapere il perché, io fui preso da una rabbia immensa.

«Quest’articolo» esclamai «è una stupida falsità, una indecente bugia; è la melma dell’immaginazione d’un qualche miserabile scribacchiatore a un soldo la riga, di qualche stupido fabbricante di notizie del paese di Cuccagna8. Questa gente, conoscendo la prodigiosa imbecillità del nostro secolo, spende tutto il suo ingegno a immaginare possibilità improbabili o, come dicono, accidenti bizzarri: ma per uno spirito riflessivo… come è il mio» aggiunsi a mo’ di parentesi, appoggiando senza avvedermene la punta del mio indice sul naso «per una intelligenza contemplativa simile a quella che io posseggo è evidente, a prima vista, che la meravigliosa recente moltiplicazione di questi bizzarri accidenti è la cosa più bizzarra di tutte. Da parte mia io son deciso a non credere più nulla di quanto mi appare che abbia una qualche singolarità.

«Mein Gott! pisogna essere pestia per tire giò!…»9 rispose una delle più curiose voci che io abbia mai inteso.

Dapprima io la presi per uno zufolìo delle mie orecchie, come accade tante volte ad un uomo che ha bevuto troppo; ma, riflettendovi, considerai quel suono come piuttosto somigliante a quello dato da un barile vuoto che venga percosso con un bastone: e veramente io mi sarei appigliato a questa conclusione se non vi fosse stata l’articolazione delle sillabe e delle parole. Io per natura non sono affatto nervoso e i pochi bicchieri di vino che avevo bevuto non servivan certo poco a infondermi coraggio, in maniera che non ebbi nemmeno un momento d’esitazione: alzai gli occhi a tutto mio agio e guardai attentamente intorno per la camera onde scoprire l’intruso. Ma non vidi alcuno.

«Humph!» riprese la voce mentre io andava continuando il mio esame «pisogna che foi siate uppriache come un porche per non fetermi quanto io sto setuto qui ficino a foi!».

A queste parole io pensai di guardar dritto al naso mio e là, effettivamente, proprio di fronte a me, vicino al tavolinetto stava seduto un individuo che alcuno non ha ancora mai descritto, quantunque non fosse assolutamente indescrivibile. Il suo corpo era come un barile di vino o un recipiente da rhum, o qualche cosa di simile, e aveva un’apparenza veramente da Falstaff. Alla sua estremità inferiore erano attaccati altri due barili che tenevano l’ufficio di gambe. E nella parte superiore, invece di braccia, pendevano lungo la sua carcassa due bottiglie bastantemente lunghe, i cui turaccioli figuravano le mani.

La testa, per quel tanto che il mostro ne possedeva, era come uno di quei tini di Hesse10 che rassomigliano a grandi tabacchiere con un foro in mezzo al coperchio. Quel tino, sormontato alla sua estremità da un imbuto come un cappello da cavaliere calato sui suoi occhi, era posato di fianco sopra il barile che aveva il foro voltato dalla parte mia: e per quel foro, che sembrava contorto e rugoso come la bocca d’una vecchia zitellona molto complimentosa, quell’individuo emetteva certi rumori sordi e inquieti, che evidentemente esso credeva formassero un linguaggio intelliggibile.

«Che tici? pisogna che foi siate uppriache come un porche per stare là setuto e non fetere che io sono setuto qui e che foi siate anche una pestia più crossa d’un’oca per non cretere a quello che è stampato sul foglio stampato. È la ferità, la ferità!… parola per parola!…».

«Ma chi siete, di grazia?…» io feci con molta dignità, quantunque un poco più condiscendente «come siete entrato qui dentro e che cosa m’andate dicendo?…».

«Come io sono entrato» rispose il mostro «ciò non fi ricuarta affatto: e quanto a ciò che io tico, io tico che ciò che mi piace ti tire: e quanto a ciò che io sono, io sono appunto fenuto qua perché foi lo possiate fetere da foi stesso».

«Voi siete un miserabile ubbriacone» io dissi «ed ora suonerò ed ordinerò al mio cameriere di gettarvi sulla via a suon di calci!».

«Hi! hi! hi!» rispose quel birbante «hu! hu! hu! questo poi foi non lo potete fare…».

«Non lo posso!» esclamai «che cosa volete dire? non lo posso!».

«Sonare il gambanello…» rispose, facendo una smorfia con la schifosa piccola bocca.

E feci uno sforzo per alzarmi onde mettere in esecuzione la mia minaccia: ma il brigante si piegò sopra la tavola e dandomi un colpo in mezzo alla fronte con uno dei turaccioli delle sue lunghe bottiglie, mi ricacciò in fondo alla poltrona dalla quale io m’ero sollevato. Io ero assolutamente stordito e per un momento rimasi così senza sapere a qual partito appigliarmi. Egli intanto continuò:

«Fetete» mi disse «che il meglio per foi è di stare drancuillo et ora saprete chi in sono. Cuartaterni! io sono l’Ancelo tella Pizzarria!».

«Molto bizzarro, infatti!» mi azzardai di rispondere. «Ma io m’ero sempre immaginato che un angelo dovesse avere le ali».

«Le ali!» egli esclamò molto corrucciato «che cosa io afrei ta fare con esse? Mi prentete forse per una callina?».

«No! oh! No!» risposi abbastanza allarmato «voi non siete una gallina, no certamente. «Penone! state tuncue drancuillo e portatevi pene altrimenti fi patterò angora col mio tito. È la callina che ha le ali e la cifetta anghe ha le ali e le ha anghe il temonio e anghe il cran tiavolo ha ali. Li anceli non hanno le ali e io sono l’Ancelo tella Pizzarria».

«E la ragione per cui voi siete venuto, sarebbe…».

«La racione!» esclamò quell’orribile individuo «oh! che prutta specie di facchino maleducato siete tunque foi per tomandare a un centiluomo e a un ancelo la sua racione!…».

Un tal linguaggio andava al di là di tutto ciò che io poteva sopportare anche da parte d’un angelo: perciò, raccogliendo tutto il mio coraggio, afferrai una saliera che si trovava a portata della mia mano e la scagliai sulla testa dell’intruso. Ma esso parò il colpo o io mirai male: poiché non riuscii ad altro che a spezzare il cristallo del grande orologio posato sul caminetto. L’angelo, da parte sua, capì qual era stata la mia intenzione e rispose al mio attacco con due o tre colpi assestatimi sulla fronte, come aveva fatto prima.

Quella sua maniera mi rese subito sottomesso, e quasi mi vergogno di confessare che, fosse dolore, fosse umiliazione, le lagrime mi salirono agli occhi.

«Mein Gott!» disse l’Angelo della Bizzarria molto raddolcito apparentemente dallo spettacolo del mio avvilimento «il pofero uomo teve essere molto uppriache o molto afflito. Non pisogna pere così; pisogna mettere acqua tentro al fostro fino. Tenete, pefete questo; pefete questo come fareppe un savio racazzo, e non piancete più ora, afete capito?».

Allora l’Angelo della Bizzarria riempì il mio bicchiere che conteneva un terzo di Porto, con un fluido incolore che gli uscì da una delle braccia.

Osservai che le bottiglie che gli servivano da braccia, avevano intorno al collo una carta, con suvvi scritto «Kirschen-Wasser11».

La premurosa bontà dell’angelo mi calmò molto e sollevato dall’acqua, colla quale a diverse riprese egli aveva innacquato il mio vino, ritrovai finalmente la calma sufficiente per ascoltare il suo straordinarissimo discorso. Non pretendo di riferire tuttociò che mi disse; ma ciò che ne ritenni sostanzialmente è che egli era il genio dei contrattempidell’umanità, e che la sua funzione era di far nascere quei bizzarri accidenti che continuamente stupiscono gli scettici. Una o due volte, essendomi azzardato a mostrar la mia completa incredulità riguardo alle sue pretese, egli si imbizzarrì fortemente, tanto che io stimai più saggio di nulla dire e di lasciarlo seguitar per la strada sua.

Egli parlò dunque a tutto suo agio durante tutto il tempo che io rimasi disteso nella poltrona con gli occhi fermi, divertendomi a mangiar dell’uva lanciandone i graspi per la camera.

Pure l’angelo interpretò questa mia condotta come un segno di disprezzo. Si alzò spaventosamente corrucciato, si calò l’imbuto sugli occhi, scagliò una grossa bestemmia, brontolò una minaccia di cui non arrivai ad afferrare il preciso significato, e finalmente mi fece un profondo saluto d’addio augurandomi, come quell’arcivescovo di Gil Blas, «molta felicità e un poco più di buon senso12».

La sua partenza fu per me un vero sollievo.

I varî bicchieri di vino che io avevo bevuto a piccoli sorsi avevano avuto per effetto di assopirmi, ed io provai il bisogno di riposarmi per quindici o venti minuti, come è la mia abitudine dopo che ho mangiato. Alle sei avevo un importante appuntamento al quale non potevo assolutamente mancare. La polizza d’assicurazione sulla mia casa era scaduta fino dal giorno avanti ed essendo surta una difficoltà, era stato convenuto che alle sei mi sarei trovato davanti al Consiglio di direzione della Compagnia per stabilire i termini del rinnovo. Gettando un’occhiata sulla pendola del caminetto, poiché mi sentivo troppo assopito per cavar di tasca l’orologio, ebbi il piacere di vedere che avevo ancora venti minuti dinanzi a me.

Erano le cinque e mezzo; cinque minuti erano bastanti per arrivare all’ufficio dell’assicurazione, e la mia siesta abituale non aveva mai durato più di venticinque minuti.

Rassicurato, mi sistemai per fare il mio sonnellino.

Quando con mio gran piacere mi ridestai, guardai l’orologio e fui quasi disposto a credere agli accidenti bizzarri vedendo come invece dei miei quindici o venti soliti minuti io non ne avessi dormiti che tre. Ripresi quindi la mia siesta e finalmente, svegliandomi una seconda volta, con mio immenso stupore mi accorsi che erano sempre le sei meno ventisette minuti.

Saltai in piedi per esaminar l’orologio e vidi che esso si era fermato. L’orologio mio mi mostrò che erano le sette e mezzo: avevo dunque dormito due ore e l’appuntamento era andato all’aria.

«Nulla è perduto» dissi fra me «andrò all’ufficio domattina e farò le mie scuse. Ma intanto che cosa diamine è avvenuto a quell’orologio?».

Esaminandolo scopersi che uno dei graspi d’uva che io avevo lanciato a me d’intorno, mentre l’Angelo della Bizzarria m’andava facendo il suo discorso, era passato traverso al cristallo rotto e s’era andato infilare in modo abbastanza singolare nel foro della chiave : rimanendo così con la punta in fuori, esso aveva fermato il giro della sfera piccola.

«Ah!» esclamai «ecco che cos’è stato : ciò salta agli occhi subito : un accidente naturale come ne avvengono tanti altri».

Non m’occupai più della cosa e all’ora solita me ne andai a letto. Posata una candela sul tavolino da notte accanto al mio letto, feci uno sforzo per leggere qualche riga della Onnipresenza di Dio13 e disgraziatamente, in meno di venti minuti, m’addormentai, lasciando acceso il lume al suo posto.

I miei sogni furono terribilmente turbati dalle apparizioni dell’Angelo della Bizzarria. Mi parve, che egli fosse ai piedi del mio letto, che mi tirasse le tende, che coll’abbominevole suo suono d’un barile di rhum mi minacciasse la sua più terribile vendetta per il disprezzo che io gli avevo mostrato. Egli finì, mi parve, la sua lunga arringa cavandosi il suo cappello-imbuto e, ficcandomi uno dei turaccioli in gola, m’innondò di Kirschenwasser che sparse a fiotti continui da una delle bottiglie a lungo collo che gli servivano da braccia. A lungo andare la mia agonia divenne intollerabile e mi destai giusto a tempo per accorgermi che un topo se ne fuggiva con la candela accesa presa di sul mio tavolinetto da notte, ma sventuratamente non arrivai, a tempo ad impedire che esso non raggiungesse la sua tana col pericoloso bottino.Ben presto m’intesi le narici assalite da un odore forte e soffocante; la casa, lo vedevo purtroppo, andava a fuoco.

In pochi minuti, l’incendio scoppiò con violenza e in uno spazio di tempo incredibilmente breve, tutto il fabbricato fu avvolto dalle fiamme. Ogni uscita dalla mia camera, fuor che dalla finestra, era impedita. Intanto la folla s’era procurata una lunga scala e l’aveva appoggiata sul di fuori. Mercè un tale aiuto, potei scendere rapidamente e mi credetti salvo quando un enorme maiale, il cui ampio ventre e tutto l’aspetto mi ricordavano in qualche maniera l’Angelo della Bizzarria, dopo aver fino ad allora sonnecchiato nel suo fango, si cacciò forse in capo che la sua spalla destra aveva bisogno d’essere grattata e che non poteva esservi un luogo più adatto per far ciò, del piede della scala sulla quale io stavo scendendo. In un momento precipitai a basso ed ebbi la sventura di rompermi un braccio.

Un tale accidente, aggiunto alla perdita della mia assicurazione e a quella anche più grave dei miei capelli che il fuoco mi aveva distrutti, dispose il mio spirito alle cose serie tanto che, col tempo, finalmente risolvetti di ammogliarmi.

V’era una ricca vedova che ancora piangeva la perdita del suo settimo marito ed io offersi all’anima sua ulcerata il balsamo dei miei voti. Non senza resistenza ella accordò il suo consenso alle mie preghiere.

M’inginocchiai ai suoi piedi pieno di gratitudine e d’adorazione. Ella arrossì e chinò verso di me le sue ciocche lussureggianti, fino a metterle a contatto con quelli che l’arte di Grandjean14 m’aveva fornite a supplire temporaneamente la mia perduta capigliatura. Non so come la cosa accadde, ma quando mi rialzai, io era senza parrucca e con un cranio lucido come una palla di bigliardo; mentre ella piena di rabbia e di disprezzo, era nascosta a metà dentro una capigliatura che non era la sua. Così finirono le mie speranze relative alla vedova per un caso che io non avevo potuto prevedere, ma che era la naturale conseguenza degli avvenimenti.

Tuttavia, senza disperare, intrapresi l’assedio d’un cuore meno implacabile. Anche questa volta il destino mi fu per qualche tempo propizio; ma anche questa volta un volgare accidente fu la mia sventura. Incontrando la mia fidanzata in una via dove si affollava l’aristocrazia della città, mi accingeva a salutarla con uno dei miei rispettosi saluti, quando una molecola di non so quale strana materia mi entrò in un occhio, e mi rese per il momento completamente cieco. Prima ch’io potessi ricuperare la vista, la donna del mio cuore era scomparsa, irreparabilmente offesa, perché io le era passato accanto senza salutarla; ciò che ella volle considerare come una premeditata villania. Mentre io ero ancora sul posto colpito dall’istantaneità di quell’accidente, e che ben sarebbe potuto quaggiù accadere a chiunque, ed intanto che la mia cecità continuava, fui avvicinato dall’Angelo della Bizzarria che, con molta cura e con molta dolcezza, esaminò il mio occhio e mi disse che avevo nell’occhio una goccia15, e di qualunque natura essa fosse, egli la tolse procurandomi un immenso sollievo.

Allora riflettei che, dal momento che la fortuna aveva giurato di perseguitarmi, era per me venuto tempo di morire, e perciò mi diressi alla volta del prossimo fiume, risoluto a finirla.

Là, sbarazzandomi dei miei abiti, poiché non v’ha nessuna ragione che si opponga a che noi moriamo nella stessa maniera come siamo nati, mi gettai a capo all’ingiù nella corrente. Solo testimonio del mio destino era una solitaria cornacchia che, sedotta da una certa quantità di grano che era stato bagnato nell’acquavite, s’era ubbriacata ed aveva abbandonato la squadra delle sue compagne.

Non ero sommerso nell’acqua che quell’uccello se ne volò portandosi via la parte più indispensabile del mio vestiario. Ed è per questo che, rinunciando pel momento al mio progetto di suicidio, infilai alla meglio le mie gambe nelle maniche dell’abito e mi misi ad inseguire la colpevole bestia con tutta l’agilità che il caso reclamava e che lo strano indumento mi permetteva.

Ma il perfido destino mi perseguitava sempre. Siccome io correvo a gran velocità, col naso all’aria non occupandomi d’altro che del ladro della mia proprietà, m’accorsi che i miei piedi non toccavano più la terra ferma16: il fatto è che io ero precipitato in non so quale apertura e, certo, mi sarei sicuramente sfracellato se non avessi potuto attaccarmi a una corda pendente da un pallone che passava di là.

Rientrato in me, mi trovai istintivamente aggrappato ancora alla corda, e sospeso in aria. Spiegai allora tutta la forza dei miei polmoni per far conoscere la mia presenza all’areonauta che mi stava di sopra. Ma per lungo tempo io mi spolmonai indarno. Quell’imbecille o non poteva o per cattiveria non voleva vedermi. Intanto il pallone si alzava rapidamente e le mie forze scemavano sempre e sempre più.

Ben presto arrivai al momento da dovermi rassegnare al mio destino e pensavo di lasciarmi cadere in mare, quando tutti i miei spiriti furono riconfortati ad un tratto dal suono d’una voce cavernosa che veniva dall’alto e che sembrava cantarellare noncurantemente un’arietta d’opera. Alzai gli occhi e scorsi l’Angelo della Bizzarria.

Egli stava appoggiato con le braccia incrociate sull’orlo della navicella, con una pipa in bocca da cui aspirava tranquillamente dense nuvole di fumo e pareva di essere contentissimo di sé e dell’universo. Io ero troppo spossato per parlare, per modo che continuai a guardarlo con un’aria supplichevole.

Per qualche minuto, nonostante che egli mi guardasse in pieno volto, non disse una sola parola. Finalmente, facendo passare la sua pipa di schiuma da destra a sinistra della sua bocca, egli acconsentì a parlare.

«Chi siete?» egli mi chiese «e per mille tiafoli, che state facendo là?…».

A quell’uscita di suprema impudenza, di crudeltà e di affettazione io trovai tanto fiato da gridare:

«Aiutatemi almeno in questo frangente!».

«Aiutarfi» rispose il brigante «non io! ecco la pottiglia: aiutatefi ta foi stesso e che il tiafolo fi porti!…».

E mi lanciò una grossa bottiglia di Kirchenwasser, che cadendo precisamente sulla sommità della mia testa mi fece credere dì avere il cranio spezzato. Sotto questa impressione, mi parve di essere presso ad esalare l’ultimo respiro, quando fui fermato da un grido dell’Angelo che mi ordinava di tenermi forte.

«Denete forte!» egli urlava «non fi lasciate, afete gapito?… folete prentere angora l’altra pottiglia o non siete più uppriaco e siete tornato in foi?…

Io mi affrettai a scuotere due la testa, una in senso negativo per indicargli che pel momento preferivo di non prender la seconda bottiglia, l’altra in senso affermativo per indicargli che ero più ubriaco e che ero tornato in me stesso. Con questo mezzo arrivai a pacificare alquanto l’Angelo.

«Et ora» egli disse «cretete foi finalmente?… cretete alla possibilità del pizzarro?…».

Io feci colla testa un nuovo segno d’assentimento.

«E cretete foi che io sia l’Ancelo tella Pizzarria?».

Nuova affermazione fatta con la mia testa.

«E foi riconoscete ti essere un cieco uppriacone e una pestia?…».

Io feci ancora : Sì!

«Meddete tunque la fostra mano tritta nella saggoccia sinistra tei fostri bantaloni, in destimonianza tella fostra completa sommissione all’Ancelo tella Pizzarria!».

Per ragioni evidenti mi parve impossibile di poter adempiere un tal ordine. Prima di tutto il mio braccio sinistro s’era rotto quando caddi dall’alto della scala e se avessi levato dalla corda la mia mano destra, avrei fatto un capitombolo. In secondo luogo non avevo più pantaloni da quando m’ero messo a correre appresso alla cornacchia. Con mio gran dispiacere fui dunque obbligato a scuotere la testa in senso negativo, volendo con ciò far comprendere all’Angelo che io in quel momento non potevo aderire alla sua domanda, per quanto essa fosse ragionevole. Ma non avevo ancora cessato di scuotere la testa che l’Angelo della Bizzarria si mise a ruggire :

«Antate tungue al tiafolo!».

Pronunciando quelle parole con un coltello ben affilato tagliò la corda a cui io ero sospeso e poiché per caso allora passavamo proprio sopra alla mia casa, che durante la mia odissea era stata ricostruita a dovere, ebbi la fortuna di cadere con la testa all’ingiù per la canna del camino grande e di precipitare sul focolare della mia camera da pranzo.

Riacquistai i sensi – poiché la caduta me li aveva fatti perdere interamente – m’accorsi che erano circa le quattro del mattino. Io ero ancora disteso al punto stesso dove il pallone mi aveva lasciato cadere.

La mia testa era posata sopra la cenere di un fuoco malamente spento, mentre i miei piedi stavano in mezzo al naufragio d’una tavola rovesciata, fra le rovine del pranzo, in mezzo a cui era anche un giornale, qualche bicchiere spezzato, varie bottiglie fracassate e due fiasche di Kirchenwasser e di Schiedam completamente vuote.

Così s’era vendicato l’Angelo della Bizzarria.

Note

1 In originale truffé.

2 Secondo Poe, quei libri sono tutti noiosi. L’Epigoniade (1757) è un’epopea sui Sette contro Tebe di William Wilkie; il Pellegrinaggio in Terra Santa (1835) è l’opera Souvenirs d’Orient di Lamartine; Columbiad di Joel Barlow (1807) è un’epopea in distici eroici su Colombo; Poe recensì Isabel, or Sicily: A Pilgrimage (Filadelfia, 1839) di Henry T. Tuckerman sul «Burton’s» nel luglio 1839; Curiosities of American Literature di Rufus W. Griswold (1844).

3 Mal tradotto. In originale by aid of frequent Lafitte. Château Lafite è in genere considerato il migliore dei vini rossi di Bordeaux, menzionato da Poe anche in “Celebrità” e nelle prime versioni di “Bon-Bon”.

4 Mal tradotto. In originale “wives and apprentices runaway”, dunque mogli e apprendisti fuggiti.

5 Le righe provengono dall’opera The Task, IV, 50-51, di William Cowper.

6 Puff the dart si può tradurre come “soffia la freccetta”. È un tipo di gioco con le freccette che si usava nelle birrerie fin dal XVI secolo. Si lanciavano piccoli dardi attraverso un tubo verso un piccolo bersaglio. Il gioco scomparve quasi del tutto all’inizio del XX secolo, poiché succhiando invece di soffiare provocò una serie di vittime: i minuscoli dardi arrivavano nella trachea o nei polmoni.

7 La citazione sul gioco proviene, quasi alla lettera, da “Singular Death”, nel «Philadelphia Public Ledger» del 5 giugno 1844.

8 Cocaigne, o Cockaigne, nome divertente per gli inglesi.

9 Ha qui inizio l’imitazione della parlata tedesca, molto caricata. Questa frase è in originale: “Mein Gott, den, vat a vool you bees for dat!”.

10 Mal tradotto da Hessian, dell’Assia.

11 Kirschenvasser è l’acquavite di ciliegie, prodotta a Schiedam in Olanda, e altrove in Europa, da ciliegie intere non snocciolate; è più spesso chiamato kirschwasser o kirsch.

12 In originale la frase è in francese: “beaucoup de bonheur et un peu plus de bon sens”.

13 Omnipresence of the Deity è un’opera di Robert Montgomery (1828). Poe allude all’effetto soporifero del libro in “Perdita di fiato”.

14 Auguste Grandjean aveva uno stabilimento al numero 1 di Barclay Street, a New York.

15 Modo di dire: una goccia sull’occhio significa leggermente inebriato.

16 In latino nell’originale: terra-firma.

Daniele Imperi 730 Articoli
Correggo bozze di manoscritti, revisiono racconti e scrivo testi per il web. Sul mio blog «Penna blu» parlo di scrittura, editoria e lettura; sull’aerosito di F.T. Marinetti, di cui ho curato un aeropoema (Diana edizioni, 2023) e un romanzo (Diana edizioni, 2026) inediti, parlo di Futurismo e della vita e delle opere del poeta combattente.

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