Celebrità

Un racconto umoristico

Il racconto “Celebrità” (tradotto anche come “Mondanità”) fu pubblicato nel maggio del 1835 sul «Southern Literary Messenger» con il titolo “Lion-izing. A Tale”.

Nella raccolta Tales of the Grotesque and Arabesque (1840) apparve come “Lionizing” e nell’edizione del 15 marzo 1845 del «Broadway Journal» il titolo fu cambiato in “Some Passages in the Life of a Lion” (e con questo titolo comparve anche nel 1902 in The Complete Works of Edgar Allan Poe, vol. 2: Tales I, ed. J. A. Harrison, New York).

La prima traduzione in francese si deve a Charles Baudelaire, pubblicata in 2 parti, il 19 e il 22 febbraio 1855 su «Le Pays» con il titolo “Etre un lion, conte moral”.

Secondo Woodberry fonti per il racconto sono parte in Too Handsome for Anything di Bulwer e parte in Conversations with an Ambitious Student in Ill Health, with Other Pieces.

La presente traduzione – che traduce “Lion-izing” come “Eleganza nasale” – si basa sulla versione del racconto apparsa a partire dal 1845, poiché nelle versioni precedenti compariva il «New Monthly», citato in un dialogo, e non il «Westminster».

Il racconto è stato pubblicato in uno dei tre volumi degli Anni ’20 delle opere di Poe: Racconti curiosi e grotteschi del 1924. Non viene riportato il nome del traduttore, anche se potrebbe trattarsi di Giuseppe De Rossi e la traduzione risalire al 1917.

Eleganza nasale

Tutta la popolazione si alzò sulle dieci dita dei piedi in una strana confusione.
Il vescovo Hall.

Io sono, o per meglio dire, io era un grande uomo, pur non essendo né l’autore del Giunio né l’uomo dalla maschera di ferro: poiché il mio nome è, mi pare, Roberto Jones1 e son nato in qualche parte della città di Fum-Fudge2.

Il primo atto della mia vita fu quello di afferrarmi il naso con tutte e due le mani. Mia madre che vide ciò, mi chiamò un genio; mio padre pianse di gioia e mi fece dono d’un trattato di nasologia3, che io già sapevo a mente prima che mi vestissero in calzoni.

Da allora cominciai ad avere il presentimento che la mia via era la scienza e ben presto conobbi che ogni uomo, purché egli sia possessore d’un naso abbastanza grande, può, lasciandosi da lui condurre, arrivare alla dignità di Damerino4. Ma la mia convinzione non rimase solamente in pura teoria. Ogni mattina io tirava due volte il mio naso e ingoiavo una mezza dozzina di bicchierini.

Arrivato alla età maggiore, mio padre un giorno mi disse di seguirlo nel suo studio.

«Figlio mio» egli mi disse quando fummo tutti e due seduti «qual è lo scopo principale della tua esistenza?».

«Padre mio» risposi «è lo studio della nasologia».

«E che cos’è, Roberto, la nasologia?».

«Babbo» risposi «è la scienza del naso».

«E puoi dirmi» egli continuò «che cosa significhi la parola naso?».

«Un naso, babbo mio» risposi, abbassando il tono della voce «è stato diversamente definito da un migliaio di autori: a questo punto trassi l’orologio. «Ora è mezzodì o poco ci manca: di qui a mezzanotte abbiamo dunque il tempo di passarli tutti in rassegna». Ed io comincio: «Il naso, secondo Bartholinus, è quella protuberanza, quella gobba, quella escrescenza, quella…».

«Questo va bene, Roberto» m’interruppe il buon vecchio genitore «io sono colpito dalla quantità delle tue cognizioni, certo io ne sono colpito, sì, sull’anima mia!» qui egli chiuse gli occhi e si posò una mano sul cuore. «La tua educazione ora può essere considerata come finita» qui egli mi prese per un braccio. «È tempo ora che tu ti spinga avanti nel mondo, senza seguire altra guida che quella del tuo naso. Così… così…». Allora a colpi di piede egli mi condusse per tutte le scale fino alla porta di casa «così… esci di casa mia e che Dio t’assista!».

Siccome io sentiva in me l’afflattus divino, considerai quella cosa come una fortuna e giudicai buono il consiglio paterno. Risolvetti di seguire il mio naso. Cominciai prima col tirarlo due o tre volte; poi scrissi subito un opuscolo sulla nasologia.

E tutta Fum-Fudge fu messa in rivoluzione.

«Genio stupefacente!» disse la «Quarterly».

«Fisiologista ammirabile!» disse il «Westminster».

«Abile briccone!» disse il «Foreign».

«Ottimo scrittore!» disse l’«Edimburgo».

«Pensatore profondo!» disse il «Dublino».

«Grand’uomo!» disse il «Bentley».

«Anima divina!» disse Fraser.

«Uno dei nostri!» disse Blackwood.

«Chi può essere?» disse la signora Saccente5.

«Chi può essere?» ripetè la grossa signorina Saccente.

«Dove può egli essere?» disse la piccola signorina Saccente.

Ma io non badai affatto a tutta quella gente e tirai dritto allo studio d’un artista.

La duchessa Diomibenedica6 posava per un ritratto: il marchese Taldetali7 reggeva il cagnolino della duchessa: il conte Questoedaltro8 giocherellava con la bottiglia dei sali della signora e S.A.R.9 il principe Nolimetangere10 si piegava sul dorsale della sua poltrona.

M’avvicinai all’artista e alzai il naso.

«Oh! Bellissimo!» sospirò Sua Grazia.

«Oh! aiuto!» balbettò il marchese.

«Oh! seccante!» mormorò il conte.

«Oh! abominevole!» brontolò Sua Altezza Reale.

«Quanto ne volete?» domandò l’artista.

«Del suo naso!» esclamò Sua Grazia.

«Mille lire11» io risposi sedendomi.

«Mille lire?» chiese l’artista con aria trasognata.

«Mille lire» ripetei.

«È bellissimo!» egli disse estatico.

«Mille lire» io ripetei.

«Lo garantite?» egli chiese girando il naso verso la luce.

«Lo garantisco» risposi soffiandolo vigorosamente.

«È proprio originale?» chiese toccandolo rispettosamente.

«Ehm?…» feci, torcendolo da un lato.

«Non ne è stata fatta nessuna copia?» mi domandò studiandolo al microscopio.

«Mai» risposi raddrizzandolo.

«Ammirabile!» esclamò, stordito dalla bellezza di quella manovra.

«Mille lire» io dissi.

«Mille lire?» egli ripetè.

«Precisamente» risposi.

«Mille lire?» egli disse ancora.

«Giuste» io feci.

«Le avrete!» egli conchiuse. «Che stupendo pezzo!»

Immediatamente mi firmò un’accettazione e prese uno schizzo del mio naso. Io presi in affitto un appartamento in Iermyn-street12 e indirizzai a Sua Maestà la novantanovesima edizione della mia nasologia con un ritratto della mia tromba13.

Quel cattivo libertinello del principe di Galles mi invitò a pranzo.

Noi eravamo tutti Damerini e gente della migliore specie14.

V’era un neoplatonico, che citò Porfirio, e Giamblico, Plotino, Proclo, Hieroclide, Massimo di Tiro e Siriano.

V’era un professore di umana perfettibilità, che citò Turgot e Price, Priestley e Condorcet, la signora De Staël e lo Studente ambizioso in cattiva salute15.

V’era il signor Paradosso Positivo il quale osservò che tutti i pazzi erano filosofi e che tutti i filosofi erano pazzi.

V’era Estetico Etix. Egli parlò di fuoco, d’unità e di atomi, d’anima doppia e preesistente, d’affinità e d’antipatia, d’intelligenza primitiva e di omeomeria16.

V’era Teologo Teologia che chiaccherò sopra Ario ed Eusebio, sull’eresia e sul Concilio di Nicea, sul puseysmo e sul consustanzialismo, su Homoousius e su Homoiousios.

V’era Fricassea della Rocca di Cancale. Egli parlò della lingua alla scarlatta, dei cavolifiori in salsa liscia, di vitella alla Sainte-Menehould, di marinata alla San Fiorentino e di ghiacciate di arancio al mosaico.

V’era Bibulo O’ Bumper. Il quale volle dir la sua sul Latour e il Markbrünnen, sullo Champagne mussante e sullo Chambertin, sul Richebourg e sul San Giorgio, sull’Haut-Brion, sul Leoville e sul Medoc, sul Barsac e sul Preignac, sul Grave e sul Sauterne, sul Laffitte e sul Saint-Peray. E scosse la testa per il Clos-vougeot vantandosi di saper distinguere ad occhi chiusi lo Xeres dall’Amontillado.

V’era il signor Tintontintino di Firenze, che parlò di Cimabue, d’Arpino, di Carpaccio e d’Agostino: discorse delle tenebre del Caravaggio, della soavità dell’Albano, del colorito del Tiziano, delle grasse comari di Rubens e delle bricconerie di Jean Steen.

V’era il rettore dell’università di Fum-Fudge. Egli emise l’opinione che la luna in Tracia si chiamava Bendis, in Egitto Bubastis, a Roma Diana e in Grecia Artemisia.

V’era un Gran Turco di Stamboul. Questi non poteva fare a meno di credere che gli angeli erano cavalli, galli e tori; che nel sesto cielo esisteva alcuno che aveva settantamila teste e che la terra era sostenuta da una vacca color di cielo, adorna d’un infinito numero di corna verdi.

V’era Delfino Poliglotta. Egli ci disse che cosa erano divenute le ottantatré tragedie perdute di Eschilo, le cinquantaquattro orazioni di Iseo, i trecentonovantun discorsi di Lisia, i centottanta trattati di Teofrasto, l’ottavo libro delle sezioni coniche d’Apollonio, gli inni e i ditirambi di Pindaro e le quarantacinque tragedie d’Omero il Giovine.

V’era Ferdinando Fitz Fossilus Feldspar, che ci parlò dei fuochi sotterranei e degli strati terziarî, degli aereiformi e dei fluidiformi e dei solidiformi; del quarzo e della marna, dello schisto, del talco e dei calcari, del micaschisto e della pudolinga17, del cianito e del lepidolito, dell’ematite e della tremolite, dell’antimonio e del calcedonio, del manganese e di quant’altro vi piacerà d’aggiungere.

Poi v’ero Io. Ed io parlai di me, di me e di me18; di nasologia, del mio libro e della mia persona. Alzai il mio naso e parlai di me.

«Uomo felice! uomo miracoloso!» disse il principe.

«Superbo!» dissero i convitati.

E la mattina seguente, Sua Grazia la moglie di Diomibenedica mi venne a trovare.

«Verrete voi ad Almack19, gentile creatura?» ella mi disse dandomi un colpettino sotto al mento.

«Sì, sull’onor mio!» risposi.

«Con tutto il vostro naso, senza nessuna eccezione?» ella domandò.

«Sì, tanto vero quanto è vero che io vivo» risposi.

«Eccovi dunque, mio bell’angelo, un biglietto di invito. Dirò che verrete?».

«Mia cara duchessa, con tutto il cuore».

«Chi vi parla del cuore! io dico, col vostro naso, con tutto il vostro naso, non è vero?».

«Nemmeno una briciola di meno, amor mio» risposi.

Lo rigirai una o due volte e mi recai ad Almack. I saloni erano pieni in modo da soffocare.

«Egli arriva!» disse alcuno per le scale.

«Arriva!» disse un altro un poco più su.

«Egli arriva!» ripetè un altro ancora più su.

«È arrivato!» esclamò la duchessa «l’amorino è arrivato!».

E impadronendosi di me con tutte e due le mani, mi baciò tre volte sul naso. Una non nascosta sensazione percorse subito tutta quanta l’adunanza.

«Diavolo!20» esclamò il conte Capricornuti.

«Dios guarda!» mormorò don Stiletto.

«Mille tonnerres!» sagramentò il principe De Grenouille.

«Mille tiafoli!» brontolò l’elettore di Bluddenuff.

Ciò non poteva seguitare. Io m’imbizzii e mi voltai con brusca maniera verso Bluddenuff.

«Signore» gli dissi «voi siete un babuino!».

«Signore» egli rispose dopo una pausa «Vulmini e saedde!21».

Non volli altro. Ci scambiammo le nostre carte. E il domani mattina a Chalk-Farm22 gli tagliai il naso, poi mi recai presso i miei amici.

«Bestia!23» disse il primo.

«Sciocco!» disse il secondo.

«Imbecille!» disse il terzo.

«Asino!» disse il quarto.

«Matto!» disse il quinto.

«Scemo!» disse il sesto.

«Uscite!» conchiuse il settimo.

E io me ne andai mortificatissimo e mi recai a trovare mio padre.

«Babbo mio» gli dissi «qual è lo scopo principale della mia esistenza?».

«Figlio mio» egli mi rispose «è sempre lo studio della nasologia; ma colpendo l’elettore al naso tu hai passato i limiti. Tu hai un bellissimo naso, è vero: ma Bluddenuff non lo ha più. Tu sei stato fischiato ed egli è diventato l’eroe del giorno. Siamo d’accordo che in Fum-Fudge la grandezza d’un galante damerino è in proporzione con la grandezza della sua proboscide, ma, Dio buono! non vi può essere più rivalità con un altro galante che non ne possiede affatto!».

1 Poe cambiò 3 volte il nome del protagonista, da Thomas Smith a John Smith a, infine, Robert Jones.

2 Nome fittizio inventato da Poe, anche se le due parole compaiono come nomi di personaggi in alcune opere del primo Ottocento (per es. in Thomas Moore).

3 “Nosology” nell’originale.

4 Nell’originale è “arrive at a Lionship”, cioè raggiungere la celebrità.

5 “Mrs. Bas-Bleu” nell’originale.

6 “Bless-my-Soul” nell’originale.

7 “ So-and-So” nell’originale.

8 “This-and-That” nell’originale.

9 Sua Altezza Reale.

10 “Touch-me-Not” nell’originale. Si ignora l’uso del latino (forse per via dell’espressione latina entrata in uso nell’italiano) e del corsivo nella traduzione.

11 Nell’originale è “A thousand pounds”, cioè mille sterline.

12 “Jermyn street” nell’originale.

14 Libera traduzione di “We were all lions and recherchés”.

15 Si tratta di Conversations With an Ambitious Student in Ill Health: With Other Pieces (1832) di Edward Bulwer Lytton.

16 “omesmeria” nella traduzione (qui corretto). Nell’originale è infatti homöomeria. Significa somiglianza delle parti, nella designazione di Anassagora per le stesse parti della materia originariamente caotica.

17 Antico nome della puddinga, roccia sedimentaria.

18 L’originale è più ripetitivo: “I spoke of myself; — of myself, of myself, of myself;”.

19 Il nome completo era Almack’s Assembly Rooms (chiamato così dal loro fondatore, lo scozzese William Almack), il luogo più esclusivo della Londra di inizio Ottocento. Inizialmente era un luogo di intrattenimento, vi si ballava e giocava d’azzardo, per esempio. Poi, nella sua seconda fase, accoglieva le giovani in cerca di marito e gli uomini in cerca di una moglie con una buona posizione sociale. Vi si accedeva per invito, come si deduce dal dialogo che segue.

20 In italiano nel testo.

21 “Donner und Blitzen!” nell’originale.

22 Quartiere del borgo londinese di Camden.

23 “Bête” in francese nell’originale.

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Scrivo testi per il web e correggo bozze di manoscritti. Scrivo anche sul mio blog «Penna blu» e sull’aerosito ufficiale di F.T. Marinetti.

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