Un avvenimento di Gerusalemme

Dal volume “Novelle straordinarie” del 1921

Terzo racconto pubblicato da Poe, e uno dei suoi racconti umoristici, “A Tale of Jerusalem” (tradotto più spesso come “Un racconto di Gerusalemme”) apparve la prima volta sul «Philadelphia Saturday Courier» del 9 giugno 1832.

Fu poi ristampato sul «Southern Literary Messenger» nell’aprile 1836 e apparve nell’antologia Tales of Grotesque and Arabesque del 1840. Poe ne cambiò il titolo in “A Pig Tale” per la raccolta Phantasy Pieces del 1842, che non fu mai pubblicata.

Una nuova ristampa ci fu il 20 settembre 1845 sul «Broadway Journal».

Il racconto fu tradotto da Charles Baudelaire con il titolo “Un événement à Jérusalem”, pubblicato il 20 marzo 1859 su «Revue française» e nel 1865 nella raccolta Histoires grotesques et sérieuses.

Edward H. Davidson, che pubblicò un volume di studi su Poe (Poe: a Critical Study, Belknap Press, 1957), si sentì offeso da questo racconto, che nel suo libro definì “una storia piuttosto rozza”, che “puzza di popolare” e “antisemitismo”.

Un avvenimento di Gerusalemme

Intensos rigidam in frontem ascendere canos
Passus erat
Lucano

– Affrettiamoci di raggiungere i bastioni – disse Abel-Phittim1 a Buzi-Ben-Levi e a Simeone il Fariseo, il decimo giorno del mese di Thammuz2 dell’anno 39413 della creazione del mondo: – affrettiamoci di raggiungere i bastioni della porta di Beniamino, nella città di David, i quali dominano l’accampamento degli incirconcisi. È già l’ultima ora della quarta veglia4 ed ecco che il sole è già sorto5 e gli idolatri, per adempiere alla promessa di Pompeo, devono stare ad attendere con gli agnelli pel sacrificio.

Simeone, Abel-Phittim e Buzi-Ben-Levi erano i Gisbarim6, ossia i sottocollettori7 delle offerte nella santa città di Gerusalemme.

– Davvero – aggiunse il Fariseo – bisogna sbrigarci: poiché nei pagani una tal generosità è cosa rara, e il non mantenere le promesse è stato sempre un attributo degli adoratori di Baal.

– Che essi siano infedeli e ingannatori – disse Buzi-Ben-Levi – è tanto vero quanto è vero il Pentateuco: ma son così solo verso il popolo d’Adonai. Quando si è mai visto che gli Ammoniti fossero infedeli ai lor proprii interessi? Mi pare che non sia davvero un gran segno di generosità la concessione di pochi agnelli per l’altare del Signore, in cambio di trenta sicli d’argento che noi diamo loro per ogni animale!

– Tu però, Ben-Levi – rispose Abele Phittim – dimentichi che il romano Pompeo, che ora come un empio assedia la città dell’Altissimo, non ha nessuna prova che noi adoperiamo gli agnelli, acquistati pel sacrifizio, piuttosto al nutrimento del corpo che a quello dell’anima.

– Allora, per i cinque peli della mia barba… – esclamò il Fariseo che apparteneva alla setta degli Stropicciatori (piccolo gruppo di santi la cui maniera di stroppicciare e di massacrarsi i piedi contro i ciottoli della via, era da lungo tempo una spina e un rimprovero per i devoti meno zelanti ed una pietra di inciampo per i camminatori meno illuminati) – per le cinque punte di questa barba che, come prete, non posso radere, non avremmo noi dunque vissuto che per vedere il giorno in cui il nuovo venuto idolatra e bestemmiatore romano ci accuserebbe di concedere agli appetiti della carne gli elementi più santi e più consacrati?… Noi dunque non avremmo vissuto che per vedere il giorno in cui…

– Non c’incarichiamo – interruppe Abel-Phittim – dei motivi del Filisteo, poiché oggi, per la prima volta, noi profittiamo della sua avarizia o della sua generosità: ma affrettiamoci piuttosto di arrivare ai bastioni per tema che non vengano a mancarci le offerte per l’altare, il cui fuoco non può essere spento dalle pioggie8 del cielo e il cui fumo non può essere disperso da nessuna tempesta.

La parte della città verso la quale ora si affrettavano i nostri bravi Gisbarim e che conservava il nome del suo fabbricatore, il re David, era considerata come il quartiere meglio fortificato di Gerusalemme, ed era situata sulla vetta della scoscesa collina di Sion. Là, una trincea larga e profonda, tagliata in giro sulla stessa roccia, era difesa da un muro solidissimo, elevato sul suo margine interno. E questo muro era, a regolari intervalli, guernito da torri quadrate di marmo bianco, la più bassa delle quali misurava sessanta e la più alta centoventi cubiti9 d’altezza. Nelle vicinanze della porta di Beniamino, il muro si fermava sul margine del fossato: ma fra il livello della trincea e la base del bastione, si alzava a perpendicolo una roccia, alta duecentocinquanta cubiti, che faceva parte della montagna di Moriah. Cosicché, quando Simeone e i suoi compagni giunsero sulla cima della torre detta Adoni-Bezek, che era la più alta di quante cingevano Gerusalemme e che era il posto abituale per le comunicazioni con gli assedianti, poterono vedere sotto di sé l’accampamento nemico da un’altezza che sorpassava di molti piedi quella della piramide di Cheope e di parecchio anche il tempio di Belo.

– Veramente – sospirò il Fariseo guardando atterrito in fondo al precipizio – gli incirconcisi sono numerosi come le sabbie sulla riva del mare e come le cavallette nel deserto! La vallata del Re è diventata la vallata d’Adomine!

– E inoltre – aggiunse Ben-Levi – tu non puoi mostrarmi un solo Filisteo da Alep fino a Tau10, dal deserto fino ai forti, che appaia più grosso della lettera Jod11!

– Calate il canestro coi sicli d’argento!… – gridò allora un soldato romano con una voce rude e rauca, che sembrava uscire dagli antri di Plutone; – calate il canestro pieno di quella maledetta moneta il cui nome scortica la bocca d’un nobile romano! È in questo modo che voi mostrate la vostra gratitudine al vostro sovrano Pompeo, che, nella sua indulgenza, ha pur voluto prestare orecchio alle vostre idolatre importunità?… il dio Febo12, che è un vero Dio, cammina già da un’ora e non dovevate voi trovarvi sui bastioni fino allo spuntar dell’alba? Aedepol13!, pensate forse che noi, vincitori del mondo, non abbiamo a far altro che montar la guardia alla porta di tutti i canili per commerciar di traffichi con tutti i cani della terra? Calate il canestro, vi dico, e state attenti che la vostra merce sia di buon colore e di buon peso!…

– El Elhoim! – esclamò il Fariseo, mentre i rochi accenti del centurione risuonavano lungo le roccie del precipizio e venivano a morire a ridosso del tempio. – El Elhoim! chi è il dio Febo? chi è che invoca codesto bestemmiatore? Buzi-Ben-Levi, tu che sei erudito nelle leggi dei pagani e che hai soggiornato fra coloro che s’insozzano coi Teraphim, che cosa ne dici?… l’idolatra vuol forse parlare di Nergal? o d’Ashimah? o di Nhithaz? o di Tartak? o di Adramalek? o di Anamalech? o di Succoth-Benith? o di Dagon? o di Belial? o di Baal-Perist14? o di Baal-Peor? o di Baal-Zebub?

– No, no: non è niente di tutto ciò; ma stai attento; non lasciare scorrere troppo rapidamente la corda fra le tue dita, perché il canestro potrebbe impigliarsi alle sporgenze delle roccie là in fondo e tu sperderesti deplorevolmente le sante cose del santuario…

Con l’aiuto d’un congegno molto grossolanamente formato, il canestro pesantemente carico discese finalmente in mezzo alla folla: e dal loro vertiginoso pinnacolo gli Ebrei potevan vedere i Romani affannarsi confusamente là intorno; ma la fenomenale altezza, offuscata dai vapori della nebbia, impediva loro di veder distintamente i loro atti.

Intanto era già scorsa una mezz’ora.

– Saremo in ritardo! – sospirò il Fariseo, guardando con impazienza in fondo all’abisso – saremo in ritardo! i Katholim ci cacceranno dal nostro uffizio!

– E mai più – aggiunse Abel-Phittim – e mai più noi godremo i grassi frutti della terra; mai più le nostre barbe si profumeranno d’olibano; mai più i nostri reni si cingeranno dei fini lini del tempio!

– Raca! – bestemmiò Ben-Levi. – Raca! hanno forse intenzione di derubarci del nostro denaro? o san Moisè! osano essi pesare i sicli del Tabernacolo?

– Finalmente hanno dato il segnale! – esclamò il Fariseo – hanno dato il segnale! Tira, Abel-Phittim, e tira anche tu, Buzi-Ben-Levi! perché o i Filistei stanno ancora attaccati al paniere o vi hanno messo un animale d’un gran bel peso!

E i Gisbarim cominciarono a tirare e il canestro si dondolava pesantemente, salendo traverso alla nebbia crescente.

* * * * *

– Maledizione su lui! maledizione su lui!

Tale fu l’esclamazione che proruppe dalle labbra di Ben-Levi quando, dopo un’ora d’attesa, vide un oggetto disegnarsi all’estremità della corda.

– Maledizione su lui!… è un ariete delle forre d’Engaddi, e che è scarno come la valle di Giosaphat!

– È il primogenito della mandra15 – disse Abel-Phittim – lo riconosco al suo belato e alla infantile curvatura delle sue membra. I suoi occhi sono più belli che i gioielli del Pettorale e la sua carne è dolce come il miele d’Hebron!

– È un vitello ingrassato nei pascoli di Bashan – disse il Fariseo – i pagani si sono ammirabilmente condotti verso di noi! Alziamo un inno salterio! con l’arpa e la buccina! col sistro e la piva!

Fu solo quando il canestro fu giunto ai piedi dei Gisbarim che un sordo grugnito rivelò ai loro sensi un maiale di fenomenali proporzioni.

– El Emann! – esclamò allora lentamente il terzetto levando gli occhi al cielo.

E poiché lasciarono la corda, il maiale abbandonato a se stesso precipitò in mezzo ai Filistei.

– El Emann! – che Dio sia con noi! Ci hanno mandato una carne che non possiamo nemmeno nominare!16

Note

1 Nell’originale è Abel-Shittim. Anche la versione di Ernesto Ragazzoni del 1896 riporta Abel-Phittim. Ndr.

2 Mese del calendario ebraico, corrisponde a giugno-luglio. Ndr.

3 La data corrisponde all’incirca al 9-10 luglio del 181 d.C. Ndr.

4 La notte era sudduvisa in 4 veglie, dalle 6 di sera alle 6 di mattina, di 3 ore ciascuna. La quarta veglia è dunque fra le 4 e le 6. Ndr.

5 Nella prima decade del mese di luglio il sole a Gerusalemme sorge intorno alle 5,40. Ndr.

6 Nell’originale è Gizbarim. Ndr.

7 Sono i vice esattori. Ndr.

8 Grafia che si usava all’epoca. Vedi più avanti “roccie”. Ndr.

9 Un cubito corrispondeva a circa mezzo metro (444 mm). Le torri erano quindi alte 30 metri, la più bassa, e 60 la più alta. Ndr.

10 Rispettivamente prima (aleph) e ultima (tau) lettera dell’alfabeto ebraico. Espressione che indica totalità. Ndr.

11 Decima lettera dell’alfabeto ebraico. Ndr.

12 Il dio Apollo, che indica anche il sole. Ndr.

13 Imprecazione che corrisponde a “per Polluce”. Ndr.

14 Nell’originale alcuni nomi hanno una grafia diversa: Nibhaz, Adramalech, Succoth-Benoth e Baal-Perith. Nomi di divinità e demoni. Ndr.

15 Vecchia ortografia di mandria, tuttavia più corretta, poiché proviene dal greco μάνδρα (mandra). Ndr.

16 Probabilmente è una traduzione della versione del racconto apparsa sul «Broadway Journal» il 20 settembre 1845, perché nelle precedenti versioni («Saturday Courier» del 9 giugno 1832, «Southern Literary Messenger» dell’aprile 1836 e in Tales of Grotesque and Arabesque del 1840) il racconto continua con un altro paragrafo:
– Non chiamatemi più – disse il Fariseo avvolgendosi nel suo mantello e incamminandosi verso la città – non chiamatemi più Simeone, che significa “colui che ascolta”, ma Boanerge, “Figlio del tuono”. Ndr.

Informazioni su Daniele Imperi 590 Articoli
Sono un blogger e un appassionato di libri e letteratura. Edgar Allan Poe è stato il primo autore che ho amato e da allora ho iniziato a leggere la sua opera omnia. Il sito che ho creato nel 2007 è un omaggio a questo indimenticabile autore.

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