Pinakidia

Dal Pinakidion di Plinio e Gellio all'opera di Poe

1. Le prime edizioni a stampa della Storia naturale di Plinio includono, in una serie di titoli di opere greche elencati all’inizio dall’autore, Pinakidion. Lo stesso termine, in caratteri greci, si ritrova nelle edizioni antiche delle Notti attiche di Aulo Gellio, all’interno di una più lunga sequenza di inscriptiones greche e latine1. Com’è noto, il testo che è oggi indicato come ‘prefazione’ di Gellio costituisce una delle prime rielaborazioni della lettera dedicatoria di Plinio, da cui riprende non solo l’attenzione per i titoli delle opere propria e altrui, ma anche l’interesse enciclopedico o erudito, i temi dell’utilità e del piacere della conoscenza, la nozione di lavoro intellettuale – svolto nelle ore notturne, come l’analogo delle fatiche diurne – e la procedura degli excerpta. Plinio e Gellio notano l’importanza dei titoli nel rivelare l’ampio contenuto di opere miscellanee e nel veicolare i sentimenti di presunzione o modestia degli autori. La Storia naturale di Plinio si oppone, con una riservatezza ostentata, alla felicitas dei titoli greci; le Notti attiche, di Gellio, non vogliono emulare lo sfoggio dei titoli rivali, ma ricordare, in forma originale, le operose notti invernali trascorse dall’autore durante un suo soggiorno in Attica.

Pinakidion sarebbe uno di quei titoli capricciosi scelto da qualche autore greco per il proprio lavoro. Questo almeno è quanto leggevano i lettori di Plinio e di Gellio durante il primo periodo della circolazione a stampa delle loro opere. Oggigiorno le edizioni di Plinio riportano ancora il titolo in apparato, quelle di Gellio l’hanno del tutto eliminato. In questo modo è stata occultata una lettura che – come ora vedremo – non solo fu parte integrante di questi testi per almeno centocinquant’anni, ma fu registrata anche in lessici e repertori eruditi, in momenti di particolare importanza per lo sviluppo dell’indagine filologica e della riflessione sull’erudizione e sul sapere enciclopedico.

2. Nell’agosto del 1836, Edgar Allan Poe, redattore del «Southern Literary Messenger», pubblica sul periodico una serie di brevi testi intitolati Pinakidia2. Gli argomenti trattati sono i più vari: la notazione erudita, gli errori nell’attribuzione delle fonti, la trasmissione dei testi, il plagio, la curiosità letteraria. Questi ‘frammenti’ sono preceduti da un’introduzione, in cui Poe riflette sul genere delle raccolte miscellanee, sulla difficoltà di comporle e sul loro scarso successo presso il pubblico. Queste raccolte sono il risultato di un impegno faticoso e speso male, se si pensa al successo riscosso dagli ordinary novelists, nei cui lavori una «massa di erudizione generale, ma soprattutto classica», è sparsa qua e là, abilmente «spruzzata» negli interventi attribuiti ai vari personaggi. Il più delle volte, però – aggiunge Poe, attenuando le osservazioni precedenti –, il lavoro erudito non è originale (e si può desumere: è meno faticoso di quanto appare): l’autore, piuttosto di dedicarsi all’ardua procedura di compilazione, attinge ad opere di uguale natura composte da altri. Si tratta di prestiti non sempre riconosciuti, pezzi di seconda mano, «furtarelli» dai magazzini letterari3. Molti sono gli esempi, e di diversa gravità sono i furti riscontrati. Merce rubata, pretesa di proprietà, diritto del più forte e appropriazione impunita: nulla di tutto ciò si mostra estraneo al mondo dello spirito. Dopo avere ammirato la fatica richiesta dall’attività erudita in opposizione a quella propriamente letteraria, e averla poi sminuita come un’azione di prestito o di furto a danno altrui, Poe illustra la raccolta da lui preparata. Si tratta di un genere «divertente in se stesso» e, per quanto lo riguarda, in gran parte «originale» – due attributi appena negati ad altri in simili imprese. Un’originalità, però, limitata: quello che Poe sta per presentare potrà essere parzialmente riconosciuto nelle parole delle «autorità primitive», il tutto essendo stato ripreso da una «confusa massa di note marginali» e da un «libro di luoghi comuni», e cioè da un quaderno di excerpta4.

All’inizio di questa ‘prefazione’ sono elencati dei titoli inglesi conferiti a tali lavori: Random Thoughts, Odds and Ends, Stray Leaves, Scraps, Brevities55. Sono, per lo più, intestazioni ritrovate nella stessa pubblicazione periodica di cui Poe era allora responsabile. Alla fine, si offre una giustificazione per il titolo greco prescelto: Pinakidia, ovvero Tablets. Si tratta di un termine «piuttosto ampio» che sarebbe stato usato per uno scopo «in qualche modo simile» da Dionigi di Alicarnasso6.

È evidente, da una tale presentazione, che i Pinakidia costituiscono un nuovo capitolo – uno dei più geniali – nella lunga catena di imitazioni della Storia Naturale di Plinio e, soprattutto, delle Notti Attiche di Aulo Gellio. Un’imitazione che si presenta nella sua veste moderna: essa riguarda la produzione di una letteratura che deve fare i conti con il piacere procurato ad un ampio pubblico di lettori, non necessariamente imbevuto di cultura classica, ma dotato soltanto di una generica formazione letteraria. Diversamente da quanto avviene con Plinio e Gellio, il lavoro erudito è ora diurno. Sia nel mondo reale, sia in quello letterario, Poe – lo scrittore che vive della sua attività letteraria e che mostrerà nei suoi racconti la superiorità del dilettante Dupin sui poliziotti francesi – mette non solo a confronto, ma anche in concorrenza l’attività intellettuale e il mondo delle professioni.

3. Le editiones principes di Plinio e di Gellio apparvero entrambe nel 1469: la Storia naturale a Venezia, presso Giovanni da Spira, le Notti attiche a Roma, presso Konrad Sweynheym e Arnold Pannartz, per le cure di Giovanni Andrea Bussi7. Quest’ultimo preparava allora, e da tempo, anche un’edizione di Plinio, che fu pubblicata l’anno dopo, nel 1470, dagli stessi Sweynheym e Pannartz e che offuscò l’edizione veneziana. Il processo editoriale che condusse Bussi a emendare e soprattutto a integrare le liste di titoli che compaiono nelle prefazioni dei due autori latini è stato analizzato in un lavoro recente8. Di fronte alle incertezze e alle lacune della tradizione manoscritta di Plinio e di Gellio per quanto riguarda i Graeca, Bussi ritenne di completare i testi sulla base delle proprie conoscenze e congetture. È dalla sua edizione della Storia naturale (1470), lungamente preparata insieme a Teodoro Gaza sul manoscritto Angelicanus latinus 1097, che proviene il termine pinakidion. Il primo editore di Plinio a Venezia non aveva infatti riempito lo spazio riservato ai termini greci; Bussi invece li integra. Laddove oggi si leggono, sulla base dei codici migliori, i termini ἐγχειρίδια, λειμών, egli stampò enchiridiasmon; e dove ora abbiamo πίναξ, σχεδίων, inserì Pinaxchidion. È probabilmente da questa ricostruzione del testo di Plinio che scaturì un’aggiunta nel luogo corrispondente nell’editio princeps di Gellio: «πινακϊδιον, id est catinulum et item alius ἐγχειριδϊον, id est pugionem aut tabellam». Le successive edizioni di Plinio e di Gellio, apparse a Venezia per i tipi di Nicolas Jenson nel 1472, uniformarono i due testi, adoperando pinachidion per Plinio e πινακίδιον per Gellio.

In questo modo, il testo di Plinio, ricostruito ma non ancora pubblicato da Bussi, deve avere contaminato quello di Gellio edito dallo stesso Bussi, dove gli abbondanti titoli greci, intercalati a quelli latini, mancavano in buona parte dei codici. Tra i titoli aggiunti dall’editore leggiamo πινακίδιον, διατριβαί, de disciplina regia, de philosophia, de natura humana, epistolicarum quaestionum. La spinta al completamento arbitrario dei titoli o alla glossa non è rimasta circoscritta a questo lavoro pionieristico. Anche l’editore dell’aldina gelliana, Johannes Baptista Egnatius (Giovanni Battista Cipelli), diede nel 1515 un contributo originale: leggiamo, tra i nuovi titoli da lui aggiunti, ποικίλας ἱστορίας (da Eliano), βιβλιοθήκην, ἐποπτείδων (entrambi dall’elenco di Plinio) e συγγραφήν9. È evidente per Plinio, e ancora di più per Gellio, che il lavoro enciclopedico e miscellaneo richiede il possesso di un sapere di espressione bilingue; esso costituisce, per il primo autore, un thesaurus, per l’altro, il penus da cui provengono i valori e gli alimenti dello spirito. Analogamente, i primi editori, nell’integrare le prefazioni dei due autori latini, attinsero allo stesso ‘magazzino’ della cultura classica: in questo modo svaniva – tra occultamenti, prestiti e furti – la nozione di originalità, o se vogliamo, di autorialità.

Gli umanisti del Rinascimento – nota Hans Baron –, impossibilitati a consultare i manoscritti di Plinio e di Gellio sparsi per l’Europa, dovevano ricorrere ai metodi di congettura ed emendazione disponibili ai loro tempi: la familiarità con l’uso del greco e del latino li porta a «completare le citazioni mancanti, specie dal greco, consultando le fonti di Gellio». In questo modo, restaurarono dei passi ben oltre quanto era noto allo stesso Gellio e normalizzarono «il testo in un modo che è la disperazione del lettore critico moderno»10.

4. Diversamente da quello che afferma Edgar Allan Poe, Dionigi di Alicarnasso non utilizza mai il termine pinakidia nelle opere a noi giunte. Non sappiamo per quale ragione lo scrittore americano sia stato spinto ad una simile attribuzione: un errore nella lettura di una fonte, una trascrizione imprecisa nei o dai marginalia e quaderni di appunti, il tentativo deliberato di ingannare il lettore, un’indicazione casualmente aggiunta per nobilitare la scelta erudita11. Tuttavia, nemmeno in Plinio o in Gellio era semplice ritrovare quel termine, al singolare o al plurale: all’epoca di Poe la lezione era stata rimossa da molte delle edizioni in circolazione. Ma non era del tutto scomparsa: l’autorità di alcune edizioni ostacolava la rimozione di letture riconosciute ormai come non genuine, che si tramandavano anche negli apparati di altre edizioni o trovavano accoglienza nelle traduzioni, nei commenti e nei lessici.

Poe denuncia la pratica dei prestiti letterari che finisce per costituire la natura stessa delle opere miscellanee, ognuna delle quali si basa su altre simili di epoche precedenti. In modo simile, però, procede egli stesso, che ammette di essere solo in parte originale, ma non rivela le proprie fonti, limitandosi a menzionare i luoghi in cui le aveva raccolte: i margini dei libri e i quaderni di appunti. Negli anni Quaranta, Poe pubblicherà i Marginalia, scegliendo per titolo un termine di uso ristretto, probabilmente ripreso dalla rivista inglese «Blackwood’s Magazine» e che entra, grazie a Poe, nel linguaggio letterario12. Ma il genere dei Marginalia ha origine nei Pinakidia degli anni Trenta, e la singolarità del titolo latino trova corrispondenza nel titolo greco di questa precedente composizione e nella riflessione che vi è svolta a questo proposito.

È stato notato che il titolo della raccolta, Pinakidia, si ritrova in uno dei lavori miscellanei ricordati da Poe, e proprio in uno di quelli elencati come oggetto di furtarelli da parte di autori americani («some little American pilferers»). Poe sembra avere ripreso l’intestazione dal capitolo che Isaac D’Israeli, il padre di Benjamin Disraeli, dedicò ai titoli nella quinta edizione di Curiosities of Literature, un’opera che riscosse un ampio successo lungo tutto l’Ottocento: un esercizio erudito in cui si medita sulla natura dell’erudizione, avvalorando un genere che era già l’oggetto dell’attenzione di Plinio e di Gellio13.

5. Grazie alle prime edizioni dei due autori latini, il termine Pinakidion entra a fare parte dell’elenco dei possibili titoli di opere antiche e viene di conseguenza repertoriato. Alla fine del Quattrocento, Niccolò Perotti – che aveva protestato contro le procedure arbitrarie del Bussi editore – commenta:

πίνακες autem et per diminutivum πινακίδια dicuntur tabellae, in quibus capita omnium rerum continentur, Latine indices dicimus. Itaque Pinacidia libros suos uocant, quasi multarum indices rerum. Inscriptiones propter quas uadimonium deseri possit. Haec clausula per oppositionem posita est. Est enim ordo: iam iam mox, πανδέκτες, ἐνχειριδίων, πινακιδίων: quae tales inscriptiones sunt, ut liceret earum gratia etiam fidem uiolari1414.

Nel Thesaurus Linguae Latinae, Robert Estienne riporta la voce pinacidion, come ritrovata nei testi di Gellio e di Plinio, a cui aggiunge il noto riferimento alla tavoletta di Zaccaria nel Vangelo di Luca:

s.v. Pinacidion: tabella, indiculus, pugillar. V. Gell. in fine operis, Plin., praefat. et Luc. Cap. I, 6315.

Il figlio di Robert, Henri, si impegnò in un’edizione critica di Gellio insieme a Ludovicus Carrio (Louis Carrion). Il progetto non fu portato a termine, ma Henri Estienne nel 1585 diede comunque alle stampe il testo critico, accompagnato da alcune note di Carrion, aggiungendovi le proprie Noctes Parisinae: un’ulteriore aggiunta alla lunga serie di rielaborazioni del titolo gelliano16. Ma già nel Thesaurus Graecae Linguae, del 1572, Estienne aveva incluso il riferimento a πινακίδιον come titolo librario.

La connessione tra gli usi dei vocaboli pinax o pinakidion come titolo, indice e supporto librario porta allora molti studiosi ad accogliere la testimonianza delle prefazioni di Plinio e di Gellio tra i temi di discussione filologico-antiquaria. Nel Papyrus di Melchiorre Guilandino (Melchior Wieland), in cui il medico e umanista tedesco trapiantato in Italia commenta alcuni capitoli pliniani dedicati ai papiri, leggiamo:

Nec refert quod idem Euangelista cap. I πινακίδιον posuit pro σχεδάριον, hoc est, tabella cerata, in qua olim, uti dixi, scribebant, quando eadem dictione usos esse nonnullos pro indice, et librorum inscriptione, memorat Gellius totius operis calce, et meminit Plinius in praefatione ad Vespasianum1717.

Sempre a Guilandino è attribuita la nota che si ripresenta in più edizioni di Plinio fino all’Ottocento, a iniziare da quella del francese Jacques Daléchamps, del 1587:

πινακίδιον] πίναξ, navium assamentum: tabula cerata, pugillar, in quo stylis scribitur: vas cui cibus ac potus imponitur: operis alicujus et libri index, qua significatione hic usurpatur. Guillandinus1818.

È stato notato che Guilandino, come altri lettori naturalistici di Plinio, non esitava a sovrapporre al testo tramandato osservazioni ritrovate in opere precedenti, considerate più attendibili da un punto di vista naturalistico. Così anche il primo editore di Gellio, Bussi, confrontandosi con un testo lacunoso, aveva cercato nella tradizione i titoli greci che gli sembravano convenire al contesto, indipendentemente dall’averli riscontrati nel manoscritto (o nei manoscritti) di cui faceva l’edizione. Quello di cui il testo originale si mostrava carente veniva ritrovato nel thesaurus o nel penus della cultura classica reso disponibile ai suoi fruitori moderni. Possiamo, però, aggiungere che quegli autori ‘filologi’, Plinio e Gellio, non solo fornirono il materiale di ricerche naturalistiche e antiquarie, ma anche il vocabolario con cui designarle, insieme alla considerazione della natura di simili conoscenze. Con i suoi Pinakidia, Poe rende ‘vero’ uno dei titoli immaginari ritrovati nelle prime edizioni a stampa di Plinio e Gellio, e offre, inoltre, sulla base di queste opere, una riflessione sul genere miscellaneo che è essa stessa, come vedremo, il preannuncio di un nuovo genere.

6. Le opere di Isaac D’Israeli – in cui Poe poté trovare il riferimento a Pinakidia – hanno subìto un processo editoriale complesso, anche in ragione della loro natura miscellanea, divenendo l’oggetto di continui rimaneggiamenti e aggiunte. Curiosities of Literature fu pubblicata inizialmente nel 1791, senza il capitolo sui titoli, ed in questa sua veste venne positivamente ricordata, nel 1795, dal primo traduttore in inglese di Aulo Gellio, William Beloe, già traduttore di Erodoto e più tardi keeper of printed books presso il British Museum19. D’Israeli ricambiò nel 1796, elogiando la traduzione di Gellio fatta da Beloe in un’opera chiamata Miscellanies, un titolo esso stesso gelliano. L’elogio scomparve, tuttavia, nella riedizione di quest’opera nel 1801, dove invece si parla della «ricca lista di titoli» menzionata da Gellio, tra cui «a basket of flowers; an embroidered mantle; and a variegated meadow»20. Sono titoli che piacciono a D’Israeli, che, di conseguenza, li riprese nella quinta edizione di Curiosities, apparsa nel 1807: titoli che esprimono in modo incantevole «the lightness and the beauty» delle opere minori. Ma non sono il frutto della traduzione di Beloe: provengono, invece, da una delle tante imitazioni di Gellio, le Winter Evenings, or Locubrations, che il reverendo Vicesimus Knox aveva ripubblicato nel 1805, dopo l’edizione anonima apparsa nel 1788. Il lavoro miscellaneo di Knox parla della cultura classica, dell’erudizione e del lavoro intellettuale svolto a fine di guadagno nei periodici. La seconda di queste ‘notti invernali’ è dedicata alla considerazione dei «titoli delle pubblicazioni miscellanee», e segue un’edizione di Gellio ormai corretta (include Anthera, «a collection of flowers», che non era presente nelle edizioni umanistiche). Knox non dimentica, però, le lezioni superate, sia pure derivate da Plinio: «Pinax or Pinakidion, the Picture, conveyed an obvious yet pleasing idea»21. Nella nuova edizione di Curiosities, D’Israeli aggiunge un capitolo dedicato ai titoli di libri, in cui ritroviamo un’altra lista, questa volta avendo per origine la Storia naturale: «Cornucopias or horns of abundance – Limones or Meadows – Pinakidions [sic] or Tablets – Pancarpes or all sorts of fruits». E commenta: «titles not unhappily adapted for the miscellanists». Poe, che aveva incluso Curiosities tra le opere saccheggiate da ladruncoli americani (opere «in genere troppo note» per permettere simili pratiche), avrà ripreso da qui – dopo avere corretto il plurale e aggiunto l’attribuzione a Dionigi di Alicarnasso – il titolo Pinakidia.

Ma è lo stesso D’Israeli ad ammettere che il suo capitolo sui titoli – secondo una pratica descritta e (quando taciuta) denunciata da Poe – era solo in piccola parte originale, e non certamente per derivazione diretta dal repertorio letterario classico. Mentre nel 1807 riconosce che parte delle notizie riportate deriva da un laborious collector, il francese Adrien Baillet, nel 1824 conserva soltanto un generico elogio all’erudito francese22. Si aggiunge così un nuovo anello nella lunga catena di trasmissione dei repertori eruditi a cui Poe aveva fatto riferimento.

7. All’inizio del Seicento, Claudio Salmasio, dedicandosi alla ripresa di Plinio nell’opera erudita di Gaio Giulio Solino, fu naturalmente condotto al tema dei titoli delle opere miscellanee e al problema delle imitazioni. Per questa strada, egli approdò alla discussione delle sopra menzionate liste di titoli, e cercò di correggerne gli errori tramandati nelle edizioni a stampa23. Salmasio procedette, da un lato, ex vestigiis antiquae scripturae optimi exemplaris, dall’altro, [ex] coniecturis nostris, in conformità con i titoli effettivamente preservati delle opere antiche. Il filologo francese aveva accesso ai manoscritti ‘regi’, ovvero, i manoscritti conservati presso la biblioteca del Re a Parigi. Questi testimoni furono da lui messi a frutto per la tradizione manoscritta non solo di Plinio, ma, attraverso quest’ultimo, anche di Gellio. In particolare, sulla base dell’attuale manoscritto latino 5765 della Bibliothèque Nationale (sec. XII), Salmasio riuscì a ricollocare la ‘prefazione’ di Gellio, che era stata fino ad allora edita alla fine del XX libro, all’inizio del testo; e poté ‘liberarla’ dalla serie di intitolazioni artificiosamente inserita dai primi editori; vennero così integrati nelle Notti attiche ‘nuovi’ titoli, come ἀνθηρά, εὑρήματα, λύχνα, στρωματεῖς, in se stessi fantasiosi, ma questa volta non a causa della fantasia degli editori.

Nel testo di Plinio, invece, la sostituzione di pinakidion con pinax proposta da Salmasio si fondava su uno dei due manoscritti regi contenenti la Storia naturale, l’attuale manoscritto Par. lat. 6797, ed era corroborata da una serie di esempi tratti dalla letteratura greca, messi a confronto con il corrispondente lessico latino e arabo. Tutto ciò implicava una discussione sul singolare uso come titolo d’opera di un termine adoperato per designare l’indice, la tavola e lo schedario. Dai titoli di fantasia approdiamo alle peculiarità lessicali della riflessione libraria antica. Il testo pliniano fu comunque ripristinato: non già pinakidion, ma pinax, schedion. Il secondo titolo, ‘improvvisazione’ (schedion), poteva trovare riscontro negli schediasmata praticati dagli autori latini umanisti24. Solo nell’Ottocento un nuovo intervento lo riporterà alla forma del genitivo plurale: σχεδίων25.

La correzione di Salmasio si impose nelle principali edizioni successive. Johannes Fredericus Gronovius riuscì a procurarsi il testo di Salmasio postillato e lo adoperò nell’edizione di Gellio apparsa anonima presso Elzevir del 165126. L’opera venne ristampata nel 1687 con i commenti di Gronovius, dopo la morte del filologo, dal figlio Jacopus, che nel 1706 rivide il testo, aggiunse una serie di commenti di varia provenienza e offrì l’edizione di riferimento per tutto il secolo e anche per i primi dell’Ottocento. In una delle note del vecchio Gronovius è ricordata la lista delle prime edizioni, con pinakidion, ma si avverte, pro his omnibus regius (cioè il manoscritto Par. lat. 5765). L’autorità di questo manoscritto determina l’edizione della «nuova» lista dei titoli.

Per quanto riguarda Plinio, il gesuita Jean Hardouin, nel 1685, in quella che, per un lungo periodo, fu l’edizione pliniana più autorevole, accolse anche lui la lettura del Par. lat. 6797: πίναξ, σχέδιον, sia pure con qualche titubanza. In effetti, nella ristampa nel 1723 aggiunse, a proposito di πινακίδιον: quamquam et ea vox tolerari hoc quoque loco potest (con rinvio all’uso del termine in Teodoro Studita); e ancora: Nihilominus πινακίδιον nunc magis placet; quae accepta vox etiam est a Julio Firmico, in indice capitum operis sui; ut et Elenchi vox, pro librorum syllabo27.

Pinakidia e gli altri titoli continuarono, però, a circolare nelle edizioni di Plinio e Gellio e nelle loro traduzioni, malgrado le correzioni di Salmasio. Uno dei principali responsabili di questa resistenza – ma non l’unico – fu il gesuita Jacques Proust, un filologo non particolarmente accorto, curatore della prestigiosa edizione di Gellio ad usum Delphini del 1681. Rimasero in questa edizione i titoli altrove non più riconosciuti come autentici28. In nota, oltre a dare i consueti significati per πινακίδιον – tabella aut pugillaris –, Proust rinvia all’opuscolo di Cebete tebano: Salmasio stesso aveva preparato la traduzione del Pinax allora attribuito al discepolo socratico. Il titolo Enchiridion dato all’opera di Epitteto (il cui commentario a cura di Simplicio era stato edito da Salmasio) e il testo di Plinio erroneamente emendato avranno contribuito alla confusione tra Pinax e Pinakidion.

Sul testo di Proust, il gesuita e poi giacobino Verteuil pubblicò nel 1776 la prima traduzione francese, in cui si legge: «Tablettes et Manuel». Sempre sul testo di Proust, ma riprendendo direttamente la traduzione di Verteuil, Victor Verger preparò la seconda traduzione francese, apparsa nel 1820, questa volta accompagnata dal testo originale. Il plurale Tablettes veniva così collegato al singolare πινακίδιον2929.

Quanto a Plinio, la traduzione francese di Louis Poinsinet de Sivry, il cui primo volume apparve nel 1771 con testo latino a fronte, conservava ancora πινακίδιον, tradotto gallerie, nonostante il traduttore conoscesse l’edizione Hardouin e si proponesse di restituire il testo alla sua pureté primitive. La traduzione di Ajasson de Grandsagne, del 1829, aveva invece il testo corretto, ma traduceva pinax con tableau, e schedion con tablette30! Il traduttore inglese di Gellio, Beloe, come abbiamo visto, usava un testo in cui πινακίδιον era scomparso; mentre, per Plinio, sino ai primi dell’Ottocento si continuò a leggere la traduzione in inglese di Holland (1601), che riportava, senza tradurlo, πινακίδιον, come tutte le edizioni stampate fino ad allora, e nel margine la traduzione A Table or Index31.

Nella storia di pinakidion, l’interpretazione più fantasiosa rimane forse quella di Antonio Giuseppe della Torre di Rezzonico, nelle sue Disquisitiones Plinianae, del 1763, secondo il quale il termine «denota un’opera fatta con vari colori e si adatta anche a un indice, o sia libro di memorie». Nonostante conosca la lettura pinax, schedion, l’erudito comasco riteneva che «pinakidion più si confaccia al senso pliniano»32.

8. Il futuro biografo di Cartesio, Adrien Baillet, pubblicò nel 1685 un primo volume di Jugemens des Sçavans sur les Principaux Ouvrages des Auteurs33: un titolo che rivelava senza giri di parole lo scopo erudito dell’autore. L’opera avrà una grande diffusione nel Settecento, grazie in particolare ad un’edizione postuma, rivista da Bernard de la Monnoye34. Il capitolo XIII dei Jugements è dedicato ai Préjugés du Titre des Livres. Baillet usa come guide Plinio e Gellio, ma l’orizzonte dell’indagine non si restringe all’antichità classica: parte, invece, dal mondo orientale, specie biblico, e giunge a tempi più recenti, su cui si sofferma a lungo. I titoli dovrebbero essere «giusti, semplici, univoci, sinceri». Vivendo, però, in un «secolo» più «delicato» e «difficile» dei tempi antichi, l’autore esprime il timore che la fatuità dei titoli moderni renda inutili i cataloghi, le biblioteche stesse e le raccolte di libri.

Baillet leggeva Aulo Gellio nell’edizione pubblicata nel 1666 da Jacques Oisel, a partire dalle note di Antonius Thysius35. Il testo era quello di Gronovius (nell’edizione anonima Elzevir), il cui commento, ricordiamo, comparirà, a cura del figlio, soltanto nel 1688. Si trattava quindi di un testo che accoglieva le osservazioni di Salmasio, mantenendo in nota il riferimento al pinakidion delle edizioni precedenti. «Aulu-Gelle encherit encore sur Pline par la manière dont il represente cette affectation des Grecs dans leurs Titres trop recherchés». Segue l’elenco: «Anthéres ou Florides, d’Eurèmes ou Inventions; de Lychnes ou des Flambeaux», ecc.36

Il testo di Plinio era stato pubblicato da Hardouin proprio nel 1685 e non poteva essere tenuto in considerazione dall’autore. È probabilmente dall’edizione hackiana del 1669, la quale raccoglieva molte annotazioni fino a Gronovius ma ristampava il testo «pre Salmasio» dell’edizione Daléchamps, che Baillet prendeva i suoi riferimenti a Plinio, tra cui gli esempi di titoli greci37. Ritroviamo quindi l’elenco tradizionale: Musae, πανδέκται, ἐγχειρίδια, λειμών, πινακίδιον, e la nota attribuita a Melchiorre Guilandino che abbiamo prima menzionato. Ma i titoli figurano quasi tutti al plurale:

Pline l’ancien dit qu’ils [les Grecs] avoient une adresse toute extraordinaire pour trouver et donner à leurs ouvrages des Inscriptions magnifiques; que les uns les avoient appellés Rayons de miel, les autres Corne d’abondance, d’autres, Muses, Pandectes, Enchiridions, ou Manuels, Limones ou Prairies, Pinakidions [sic] ou Tablettes, et d’autres Titres encore qui avoient beaucoup de parade et d’ostentation38.

Quello che era escluso dalle nuove edizioni di Gellio veniva ripreso direttamente dal testo di Plinio, non ancora corretto.

In questa maniera, i pinakidions di Baillet passano, tali e quali, nel testo di D’Israeli, e infine – corretti in pinakidia – arrivano a Poe. Ora, e forse per la prima volta, il termine viene davvero a designare il titolo di un’opera miscellanea.

9. Con i suoi Pinakidia, Poe non testimonia soltanto la trasmissione tardiva del testo di Plinio e di Gellio stabilito in età umanistica. Lo scrittore e giornalista americano ricompone, in questo modo, una tradizione assai ricca di imitazioni di Gellio in un nuovo contesto: quello della letteratura periodica.

La nozione di furto dei beni intellettuali si ricollega al mondo del lavoro intellettuale remunerato. Tali beni sono raccolti nei thesauri (secondo Plinio), o nei penus (secondo Gellio). Nei Pinakidia Poe si riferisce a storehouses (ovvero penus), ma quando riprende la serie di autori e titoli in una recensione del 1839 – a testimoniare la persistenza del suo interesse per il tema – ricorre a coffers (vale a dire thesauri)39.

Thesauri, penus, storehouses, coffers: magazzini e forzieri sono le immagini, tramandate da Plinio e Gellio fino a Poe, che consentono di rappresentare un ‘genere’ letterario dai confini sfumati, continuamente riadattato – dall’enciclopedia alla raccolta erudita ai pezzi di intrattenimento giornalistico. Insieme a queste immagini si trasmette il termine che arriva indirettamente allo scrittore da quei testi antichi: pinakidia. Le ‘tavolette’ diventano l’espressione del sapere universale raccolto a pezzi e conservato nei quaderni. Sono esse stesse il risultato di un ‘furto’ – la proprietà che non è ricondotta ai legittimi autori, ma di cui si accetta la non originalità – e contengono spesso la denuncia del furto altrui. Resta implicito il piacere inerente alla trasmissione di questi pezzi rubati e al ritrovamento della loro provenienza.

Questa non è, tuttavia, soltanto la storia di un titolo o del genere letterario confluito poi nei Marginalia di Poe. Sulla stessa rivista che accolse i Pinakidia, Poe presentava, sempre in quegli anni, alcuni dei suoi racconti più noti, da Berenice e Morella nel ’35, alle prime parti di Arthur Gordon Pym nel ’37. Sono racconti ‘ad effetto’ o ‘di sensazione’, secondo una terminologia adoperata dall’autore, ispirati al genere gotico, ampiamente diffuso attraverso le pubblicazioni periodiche inglesi, le stesse denunciate per i furti dalle raccolte erudite. Poe si mostra consapevole della superiorità dei racconti sul saggio erudito per quanto riguarda il piacere procurato ai lettori, e quindi della loro maggiore popolarità, elemento essenziale del lavoro giornalistico. Non rinuncia, però, ad offrire al pubblico della sua rivista le notizie – possiamo presumere, non ugualmente popolari – dei Pinakidia.

Siamo nel 1836 e solo a partire dal 1840 lo scrittore inizia a pubblicare i racconti ‘di raziocinio’, e a riflettere su di essi, contrapponendoli ai precedenti racconti ‘di sensazione’. In questo nuovo genere – di cui Poe è spesso riconosciuto come il creatore – contano le proprietà analitiche nell’osservazione dei fatti, grazie alle quali si possono smascherare gli autori di omicidi e di furti: più in generale, di ciò che occorre tenere nascosto secondo una qualche ragione avvertita come ingiusta. L’investigatore dilettante ha la meglio sul professionista-poliziotto, in un mondo in cui la professionalizzazione del lavoro intellettuale è una realtà discussa. Nei racconti, il percorso di smascheramento provoca l’interesse e il piacere del lettore, evidenziando l’abilità richiesta nel processo investigativo. Di questo parlavano i Pinakidia: dell’accumulo dei beni nei forzieri dello spirito, della possibilità di derubarli quasi impunemente e del piacere provato nel rivelare simili ‘crimini’.

L’ultimo capitolo nella storia dei Pinakidia è la nascita del racconto poliziesco.

Note

1 Le liste di titoli sono riportate nella lettera dedicatoria della Storia Naturale, di Plinio, 24, e nella Praefatio, 6-10, alle Notti attiche, di Aulo Gellio.

2 I testi sono editi in E. A. Poe, The Brevities, edited with Introduction and Notes by B.R. Pollin, New York, Gordian Press, 1985, a cui si rinvia per la storia editoriale dei Pinakidia tra le opere dello scrittore americano.

3 «But, for the most part, these Brevities, &c. are either piecemeal cullings at second hand, from a variety of sources hidden or supposed to be hidden, or more audacious pilferings from those vast storehouses of brief facts, memoranda, and opinions in general literature, which are so abundant in all the principal libraries of Germany and France» (Poe, The Brevities, p. 1).

4 «Most of the following article is original, and will be readily recognized as such by the classical and general reader — some portions of it may have been written down in the words, or nearly in the words, of the primitive authorities. The whole is taken from a confused mass of marginal notes, and entries in a common-place-book» (Poe, The Brevities, p. 2).

5 «Under the head of Random Thoughts, Odds and Ends, Stray Leaves, Scraps, Brevities, and a variety of similar titles, we occasionally meet, in periodicals and elsewhere, with papers of rich interest and value – the result, in some cases, of much thought and more research, expended, however, at a manifest disadvantage, if we regard merely the estimate which the public are willing to set upon such articles. It sometimes occurs that in papers of this nature may be found a collective mass of general, but more usually of classical erudition, which, if dexterously besprinkled over a proper surface of narrative, would be sufficient to make the fortunes of one or two hundred ordinary novelists in these our good days, when all heroes and heroines are necessarily men and women of ‘extensive acquirements’» (Poe, The Brevities, p. 1).

6 «No certain arrangement has been considered necessary; and, indeed, so heterogeneous a farrago it would have been an endless task to methodize. We have chosen the heading Pinakidia, or Tablets, as one sufficiently comprehensive. It was used, for a somewhat similar purpose, by Dionysius of Halicarnassus» (Poe, The Brevities, p. 2).

7 Per la tradizione medievale e umanistica di Plinio cfr. Ch. G. Nauert, Jr., Caius Plinius Secundus, in Catalogus Translationum et Commentariorum, ed. by f. Ed. Cranz – P. O. Kristeller, IV, Washington, D.C., The Catholic University of America Press, 1980, pp. 297-422; M. Davies, Per l’esegesi di Plinio nel Quattrocento, in Nel mondo delle postille, a cura di E. Barbieri, Milano, C.U.S.L., 2002, pp. 125-152; e i saggi raccolti in La Naturalis Historia di Plinio nella tradizione medievale e umanistica, a cura di V. Maraglino, Bari, Cacucci, 2012, con abbondante bibliografia. Sulle prime edizioni pliniane, cfr. U. Rozzo, La fortuna della Naturalis Historia di Plinio nell’editoria del XV secolo, «Archives Internationales d’Histoire des Sciences», LXI (2011), 166/167, pp. 77-113. Per la tradizione di Gellio il lavoro classico è la prefazione al secondo volume dell’editio maior a cura di Martin Herz (A. Gellii Noctium Atticarum libri XX, ex recensione et cum apparatu critico M. Herz, volumen posterius, Berolini, impensis Wilh. Hertz, 1885); per una discussione aggiornata basta qui rinviare a L. Holford-Strevens, Aulus Gellius. An Antonine Scholar and his Achievement, Oxford, Oxford University Press, 1988, 2003; Id., Aulus Gellius, in Catalogus Translationum et Commentariorum, ed. by G. Dinkova-Bruun, X, Toronto, Pontifical Institute of Mediaeval Studies, 2014, pp. 273-330. Le prefazioni di Bussi sono ristampate in Giovanni Andrea Bussi, Prefazioni alle edizioni di Sweynheym e Pannartz, prototipografi romani, a cura di M. Miglio, Milano, Il polifilo, 1978; cfr., a riguardo, A. Grafton, Conflict and Harmony in the Collegium Gellianum, in The World of Aulus Gellius, ed. by L. Holford-Strevens – A. Vardi, Oxford, Oxford University Press, 2004, pp. 318-342.

8 Cfr. S. Rocchi – L. Holford-Strevens, ‘Graeca’ e ‘Latina’ stravaganti dalla Praefatio alle Notti attiche nella Princeps e nella vulgata, «Studi Medievali e Umanistici», VIII-IX (2010-2011), pp. 149-165.

9 Auli Gellii Noctium Atticarum libri undeviginti, Venetiis, in Aedibus Aldi et Andreae Soceri, 1515. Cfr. Rocchi – Holford-Strevens, ‘Graeca’ e ‘Latina’ stravaganti, pp. 159 sg.

10 H. Baron, Aulus Gellius in the Renaissance and a Manuscript from the School of Guarino, «Studies in Philology», XLVIII (1951), pp. 107-125: 115.

11 Il termine compare, in realtà, in Diodoro Siculo, Biblioteca, XXXII, 15, e in Diogene Laerzio, Vita dei filosofi, VI, 3 (ringrazio i curatori di questo volume per il suggerimento). Tuttavia, è poco probabile che Poe potesse leggere il termine direttamente in queste opere, confondendo poi l’autore con Dionigi di Alicarnasso (naturalmente è sempre possibile che ci fosse un riferimento indiretto a questi autori in qualche repertorio).

12 Una menzione dei Marginalia di Coleridge si trova nel «Blackwood’s Edinburgh Magazine», vol. VI (nov. 1819), n. XXXII, p. 197 (ma questi Marginalia verranno pubblicati molto dopo, postumi). Il periodico «Blackwood’s Magazine» svolge un ruolo primario in tutta la produzione di Poe, sia come fonte di ispirazione, sia come oggetto di critiche mordaci. Per il rapporto tra Poe e le pubblicazioni periodiche il lavoro classico è M. Allen, Poe and the British Magazine Tradition, New York, Oxford University Press, 1969.

13 L’identificazione della fonte è dovuta a B. R. Pollin, in Poe, The Brevities, ed. Pollin, ad loc. Poe menziona proprio il capitolo di D’Israeli sui titoli quando ironizza sul furto librario nella recensione critica a Paul Ulric, di Morris Mattson, nel febbraio del 1836, sempre sul «Southern Literary Messenger».

14 Niccolò Perotti, Commentariolus in prooemium Plinii, titolo dato ad una lettera dell’autore del 1482, pubblicata poi insieme al monumentale commento su Marziale, le Cornucopiae, sive commentariorum linguae latinae, apparso postumo (ma preparato tra il 1478 e il 1479), Venezia, Paganinus de Paganinis Brixiensis, 1489. Sulle Cornucopiae  vedi f.-R. Hausmann, Martialis, Marcus Valerius, in Catalogus Translationum et Commentariorum, ed. by F. Ed. Cranz – P. O. Kristeller, IV, Washington, D.C., The Catholic University of America Press, 1980, pp. 249-296: 266-271. Nel 1473 Perotti aveva curato una nuova edizione di Plinio per Sweynheym e Pannartz. Cfr. Nauert, Caius Plinius Secundus, pp. 325 sgg. Per la polemica con Bussi cfr. Davies, Per l’esegesi di Plinio nel Quattrocento, pp. 139 sgg.; Grafton, Conflict and Harmony in the Collegium Gellianum, p. 335.

15 Il Dictionarium seu Latinae Linguae Thesaurus, Parisiis, ex officina Roberti Stephani, 1531, più volte ricorda le lezioni delle Cornucopiae di Perotti, mentre nel Calepino, per pugillar o tabella, entrambi vocaboli riferiti al greco pinakidion, non ci sono rinvii alle liste di titoli in Plinio o Gellio. Il suocero di Estienne, Iodocus Badius Ascensius, aveva preparato un’edizione di Gellio nel 1517, con ristampa nel 1524 (cfr. M. Heath, Gellius in the French Renaissance, in The World of Aulus Gellius, ed. by L. Holford-Strevens – A. Vardi, Oxford, Oxford University Press, 2004, pp. 282-317: 284-286).

16 Cfr. Auli Gellii Noctes Atticae seu Vigiliae Atticae […]. Henrici Stephani Noctes aliquot Parisinae, Atticis A. Gellij Noctibus seu Vigilijs inuigilatae. Eiusdem H. Stephani Annotationes in alios Gellij locos prodibunt cum Notis Lud. Carrionis (qui vet. exemplaria contulit) prelo iam traditis, Parisiis 1585. Cfr. Heath, Gellius in the French Renaissance, pp. 286-289.

17 M. Guilandinus, Papyrus, hoc est commentarius in tria C. Plinii maioris de papyro capita, Venetiis, apud M. A. Ulmum, 1572, p. 66 (= In C. Plinii Marioris Capita aliquot ut difficilima ita pulcherrima, et utilissima commentarius, varia et non vulgari eruditione refertus: ubi Matheoli errores non pauci deteguntur, Lausannae, Franciscus le Preux, 1576, p. 45). Una copia di Plinio edizione Frobenius del 1539 postillata da Guilandino è conservata presso la Biblioteca Marciana, insieme ad altre carte dell’umanista. Sulla peculiarità della lettura di Plinio fatta da Guilandino cfr. Nauert, Caius Plinius Secundus, pp. 405-408. Per il Papyrus di Guilandino e le critiche di Scaligero si veda A. Grafton, Rhetoric, Philology and Egyptomania in the 1570s: J. J. Scaliger’s Invective against M. Guilandinus’s Papyrus, «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes», XLII (1979), pp. 167-194.

18 Per l’edizione di Jacques Daléchamps (C. Plinii Secundi, Historiae Mundi libri XXXVII, Lugduni apud Bartholomaeum Honoratum, 1587; poi Francofurti, apud Claud. Marnium et heredes Joan. Aubrij., 1608), cfr. Nauert, Caius Plinius Secundus, pp. 409-412. Sull’uso di Guilandino nell’edizione di Daléchamps si veda Grafton, Rhetoric, Philology and Egyptomania, p. 190.

19 Curiosities of Literature, consisting of Anecdotes, Characters, Sketches and Observations, Literary, Critical, and Historical, London, J. Murray, 1791. L’opera riceve varie correzioni e aggiunte nella quarta edizione, del 1794 (London, H. Murray), a cui si aggiunge un secondo volume nel 1798 (London, Murray and Highley), per essere infine, oltre che corretta, ampliata di nuovi capitoli – tra cui quello sui titoli – nella quinta edizione, in due volumi: London, John Murray and Archibald Constable, 1807. Titles of Books vi si trova a pp. 499 sgg., il riferimento a pinakidions [sic] a p. 502. Per la traduzione di Beloe cfr. The Attic Nights of Aulus Gellius, 3 voll., London, printed for J. Johnson, 1795. La traduzione era nota a Poe: un riferimento ad essa si ritrova nel «Southern Literary Messenger» del maggio 1837.

20 D’Israeli, Miscellanies; or, literary recreations, London, s.e., 1796, p. 427 («the ample and entertaining commentary (…) on Aulus Gellius»). Si noti che il titolo, Miscellanies, è tra quelli indicati da Gellio nella traduzione di Beloe. La nuova edizione, del 1801 (London, Murray and Highley), è intitolata Literary Miscellanies. La «copious list of titles» preservata da Aulo Gellio (p. 78) è ricordata nel capitolo On Miscellanies. I titoli presentati traducono nel testo di Gellio ἀνθηρῶν, πέπλον e λειμῶνας. Il passo è ripreso nel vol. II, pp. 85 sg., dell’edizione del 1807 di Curiosities of Literature.

21 V. Knox, Winter Evenings; or Lucubrations on Life and Letters, 3 voll., Dublin, Dilly, 1788; si veda, nell’ed. in 2 voll., New York, Evert Duyckinck, 1805, vol. 1, p. 30.

22 Così nell’edizione del 1807: «with some notices from this [i.e., Adrien Baillet] laborious collector, and a few additional ones, I can afford the present article». Nel 1824 questa frase scompare. Sin dalla prima edizione di Curiosities, D’Israeli non nasconde il suo apprezzamento per Baillet, su cui cfr. infra.

23 Cl. Salmasii, Plinianae Exercitationes in Caii Iulii Solini Polyhistora, Parisiis, apud C. Morellum, 1629, ff. b II v. e sgg.

24 Possiamo qui ricordare sia gli Schediasmata (1574) di Paulus Schedius Melissus, sia i tre libri degli Schediasmatum variorum, id est, observationum, emendationum, expositionum, disquisitionum (1578), di Henri Estienne.

25 Il genitivo plurale è inserito da Iulius Sillig nell’edizione pliniana del 1851 (Hamburghi et Gothae, sumptibus Friderici et Andreae Perthes): su di esso si veda già J. Sillig, Plinii Historia Naturalis (Forts.), «Heidelberger Jahrbücher der Literatur», XXXIII (1849), pp. 513-528: 524 sg. G. Broccia (Enchiridion. Per la storia di una denominazione libraria, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1979, p. 19 nota 28) richiama l’attenzione sull’uso di pinax al singolare, mentre disponiamo degli esempi del plurale pinakes come titolo (ma non si dovrebbe forse pretendere una forte coerenza da parte di Plinio nell’uso dei titoli al singolare o al plurale).

26 Gronovius ricevette in dono dal medico e umanista tedesco Bernhard Rottendorf il manoscritto R di Gellio (Leiden, Universiteitsbibliotheek, Gronovianus 21), e poté contare sulle note di Petrus Lambecius (invero non sempre precise e comunque non riferite all’elenco dei titoli), tratte dai manoscritti P e Q, entrambi «regi». Per l’edizione Elzevir si veda: Auli Gellii, Noctes Atticae, editio nova et prioribus omnibus docti hominis cura multo castigatior, Amstelodami, apud Ludovicum Elzevirium, 1651. Per l’edizione a cura di Jacopus Gronovius: Auli Gellii, Noctes Atticae, cum Notis et Emendationibus Joannis Frederici Gronovii, Lugd. Batavorum, apud Ioannem de Vivie, 1687.

27 Caii Plinii Secundi, Naturalis Historiae Libri XXXVII. Interpretatione et notis illustravit Joannes Harduinus, Parisiis, apud Franciscum Muguet, 1685. Nel 1723, l’editio altera emendatior et auctior, I, Parisiis, Typis Antonii-Urbani Coustelier.

28 Auli Gellii, Noctes Atticae, Interpretatione et Notis Illustravit Jacobus Proust, Parisiis, apud Simonem Bénard, 1681. Sull’edizione dell’abate Proust cfr. P.-A. Deproost, Aulu-Gelle, in La Collection Ad usum Delphini, éd. par M. Furno, II, Grenoble, ELLUG, 2005, pp. 251-262.

29 Si tratta, rispettivamente, di Les Nuits Attiques d’Aulugelle. Traduites pour la premiere fois; accompagnées d’un Commentaire, et distribuées dans un nouvel ordre. Par M. l’Abbé de V**** Tome Premier, Paris-Bruxelles, Dorez- J.L. Boubers, 1776; e di Les Nuits Attiques d’Aulu-Gelle, traduites en Français, avec le texte en regard et accompagnées de remarques, par Victor Verger, tome premier, Paris, F.I. Fournier, 1820.

30 Plinio in francese: Louis Poinsinet de Sivry, Histoire Naturelle de Pline, traduite en François avec le texte latin, A Paris chez la veuve Desaint, 1771, in 12 voll. (riferimento a pureté a p. 21); Ajasson: Histoire Naturelle de Pline, traduction nouvelle par M. Ajasson de Grandsagne, tome premier, Paris, Panckoucke, 1829. Tablettes è già nella traduzione di Antoine du Pinet (L’Histoire du Monde, Lyon, C. Senneton, 1562).

31 Beloe: vedi supra, nota 19. Philemon Holland: The History of the World, commonly called the Naturall Historie of C. Plinius Secundus, London, Adam Islip, 1634.

32 Antonio Joseph Comite a Turre Rezzonici, Disquisitiones Plinianae, I, Parmae excudebant Borsii Fratres, 1763, p. 269. Sull’autore si veda G. F. Vercellone, Della Torre di Rezzonico, Antonio Giuseppe, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 37, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1989.

33 Jugemens des Sçavans sur les Principaux Ouvrages des Auteurs, tome premier, A Paris, Chez Antoine Dezallier, 1685 (il volume appare anonimo con la prefazione firmata A.B.).

34 Cinque anni dopo la prima edizione del 1685, Baillet fu oggetto di un attacco da parte di Gilles Ménage nell’Anti-Baillet, motivato anche dalle critiche di Baillet al protestante Salmasio e al gesuita Hardouin (Anti-Baillet ou Critique du livre de M. Baillet intitulé Jugemens des Savans, tome premier, A la Haye, chez Estienne Foulque et Louïs van Dole, 1688). Infine nel 1722, Bernard de la Monnoye rivide, corresse e ampliò il volume di Baillet, in un’edizione che si imporrà ad un largo pubblico: Jugements des Savans (…), par Adrien Baillet. Revûs, corrigés, et augmentés par M. De la Monnoye, de l’Académie Françoise. Tome Premier. A Paris, Charles Moette, Charles Le Clerc, Pierre Morisset, Pierre Prault, Jacques Chardon, 1722. Il capitolo XIII, sui titoli, si trova a pp. 259 sgg.

35 Auli Gellii, Noctes Atticae, cum selectis novisque commentariis et accurata recensione Antonii Thysii J.C. et Jacobi Oiselii J.C., Lugduni Batavorum, ex Officina Petri Leffen, 1666.

36 Baillet, Jugements, ed. 1685, p. 491; ed. 1722, p. 262.

37 C. Plinii Secundi, Naturalis Historiae, Tomus Primus. Cum Commentariis et annotationibus Hermolai Barbari, Pintiani, Rhenani (…) item Joh. Fr. Gronovii Notarum Liber Singularis (…): Lugduni Batavorum et Roterodami, ex officina Hackiana, 1669.

38 Baillet, Jugements, ed. 1685, pp. 490 sg.; ed. 1722, p. 261.

39 Coffers appare nella recensione a The Canons of Good Breeding, apparsa nel novembre 1839 in «Burton’s Gentleman’s Magazine» (riprodotto in E. A. Poe, Essays and Reviews, ed. by G. R. Thompson, New York, The Library of America, 1984, p. 456). Si tratta, in questo caso, di «prestiti», ma il tema del furto intellettuale e dell’originalità è ricorrente. Già nella traduzione inglese di Plinio di Ph. Holland, del 1601, i thesauri dell’Epistola dedicatoria, 17 sono tradotti come «treasuries and store houses». Beloe traduce il penus di Gellio come «a storehouse of learning». Ho trattato di temi simili e di altri riferimenti classici ed eruditi in Poe in La lettera rubata: il Seneca di Poe, «Quaderni di Storia», LXVII (2007), pp. 83-128.

Crediti

Articolo contenuto in Storie di testi e tradizione classica per Luciano Canfora, a cura di Rosa Otranto e Pasquale Massimo Pinto, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2018.

Si ringrazia la casa editrice per averne consentito la ripubblicazione.

Paulo Butti de Lima 1 Articolo
Professore di storia del pensiero politico classico, Università di Bari. Membro del consiglio scientifico, Scuola Superiore di Studi Storici, San Marino. Associazione italiana degli storici delle dottrine politiche.

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