Il pirata – Racconto di William Henry Leonard Poe

Traduzione di Ester Manzini

Il racconto “The Pirate” – che qui presentiamo nella prima traduzione italiana – fu pubblicato da William Henry Poe, fratello di Edgar, sulla rivista «North American — Or, Weekly Journal of Politics, Science and Literature» di Baltimora, nel numero di sabato 27 ottobre 1827 (Vol. I, n. 24).

The Pirate sulla rivista «North American»
Il racconto “The Pirate” sul numero del 27 ottobre 1827 del «North American».

Il racconto, senza riportare il nome dell’autore, fu poi ristampato almeno in altri due periodici:

  1. «Alexandria Gazette» (Phenix gazette (Alexandria [D.C.])), 12 novembre 1827;
  2. «Florida Advocate», Tallahassee, 15 dicembre 1827, Vol. I, che ripubblica dall’«Alexandria Gazette».

In quel periodo Poe da tre settimane era a Fort Moultrie, a Charleston, nella Carolina del Sud.

Secondo Mabbott, il racconto riprende l’episodio legato a Elmira, che Poe aveva trattato nel componimento “Tamerlano” (Tamerlane, in Tamerlane and Other Poems. luglio 1827), da William Henry adattato all’ambientazione di Charleston. Nella poesia Poe si servì poco di fonti storiche, poiché il componimento è un’allegoria personale sulla triste vicenda del suo amore per Sarah Elmira Royster di Richmond.

Quando Poe tornò dopo il periodo universitario trascorso in Virginia, scoprì che il padre della ragazza aveva intercettato le sue lettere e che Elmira era ormai fidanzata con Alexander Shelton. Questo fatto venne ripreso e adattato nel racconto “Il pirata”.

Per i nomi dei personaggi William Henry si ispirò alla propria famiglia: Rosalie, o Rose, del racconto è il nome della sorella di Edgar e William; il capitano pirata si chiama Edgar Leonard, prendendo quindi i nomi dei due fratelli Poe.

Anche nella descrizione fisica del capitano si ravvisano le fattezze di Poe. Il passo «basti dire che persi i genitori in tenera età, e fui affidato alle cure di un parente. Ricevetti una buona educazione…» prende spunto dalla perdita dei genitori dei fratelli Poe avvenuta nel 1811, quando Edgar fu poi affidato alla famiglia Allan (“Ricevetti una buona educazione”) e William alla famiglia del nonno paterno, il “Generale” David Poe (“fui affidato alle cure di un parente”).

L’ambientazione marittima sottolinea l’esperienza di navigazione di William Henry. Il resto è pura fantasia.

Il «North American» aveva già trattato l’infelice relazione amorosa di Poe e Sarah Elmira. Lambert Alexander Wilmer1 la utilizzò, sebbene in una versione più fantastica, per il suo dramma poetico in tre atti, Merlin, che pubblicò nel periodico in tre numeri consecutivi a partire dal 18 agosto 1827.

Tre diverse ambientazioni, dunque, per questa vicenda sentimentale di Poe: la poesia “Tamerlane” di Poe, il racconto “The Pirate” del fratello William Henry e il dramma Merlin di Wilmer.

Secondo Hervey Allen e Thomas Ollive Mabbott, autori di Poe’s Brother: The Poems of William Henry Leonard Poe, “The Pirate” «è il prodotto di due vite, di due menti: chi potrebbe dire quante penne vi abbiano contribuito?»

Sebbene la nota introduttiva di William Henry faccia supporre che sia appunto sua l’idea del racconto, alcune frasi del testo suggeriscono che Edgar possa aver scritto la storia. In più la citazione, modificata, dei due versi di Byron somiglia a versi che Poe ha già usato in altre opere.

Nota sulla traduzione

La traduttrice, Ester Manzini, ha dovuto interpretare alcune sviste nel testo e altri errori ortografici, probabilmente occorsi in fase di trascrizione dalla stampa del «North American», come birth → berth; react → read.

Il pirata

Al capo redattore del North American.

Durante il mio ultimo viaggio nelle Indie Occidentali, un amico che incontrai dopo una lunga separazione mi raccontò la seguente avventura e, poiché mi sembrò singolare e romantica, ne feci un promemoria, e ora lo trascrivo dal mio “giornale di bordo” a tuo uso personale, di cui sei libero farne l’uso che riterrai più appropriato. Tuo, W.H.P.
Divisore
Mi recai all’Avana nell’estate del 182— per affari, e, avendoli conclusi con mia soddisfazione, mi imbarcai su un vascello diretto a New York. Erano trascorse appena poche ore di navigazione quando avvertii la spossatezza e il dolore che annunciano l’insorgere della febbre gialla. Continuai a peggiorare, e, ad accrescere il mio tormento, il vascello prese a rollare con violenza, sicché il mal di mare, con tutti i suoi orrori, si abbatté su di me. Avrei sacrificato ogni cosa per un luogo quieto in cui morire, poiché era il solo desiderio a cui potessi abbandonarmi. Sopraffatto infine dalla debolezza e del tutto esausto, caddi in un sonno dal quale fui destato da un rumore confuso. Da principio credetti si trattasse di mera immaginazione, ma quando il suono si fece più forte, mi convinsi che ciò che udivo era reale. Alla fine la porta della cabina si aprì, e diverse persone discesero. Il nostro capitano si accostò alla mia cuccetta e mi disse che l’imbarcazione era caduta nelle mani dei pirati, e che ora facevamo rotta verso terra. Udii la prima parte del suo discorso con un’apatia che solo la mia malattia può spiegare – ma la sola parola “terra” parve operare su di me come un incantesimo. Un giovane si avvicinò allora e mi disse di non nutrire alcun timore, poiché non si intendeva arrecarmi offesa alcuna, e che mi sarebbero state fornite tutte le cure del caso. S’informò della natura e dello stato del mio male, e mi portò un cordiale che mi rinfrancò molto. In breve gettammo l’ancora, e mi fu riferito che il nostro naviglio sarebbe stato trattenuto per un giorno o due, e che, dopo lo sbarco di alcune merci, gli sarebbe stato concesso di proseguire il viaggio. In seguito la medesima persona si ripresentò, e osservò che sarei stato molto meglio assistito a terra, dove sarei stato sollevato dal tumulto e dalla confusione della nave. A ciò acconsentii volentieri, e nel pomeriggio fui posto in una scialuppa e condotto a una capanna sulla spiaggia, dove ricevetti gentilezza e cure premurose. Erano trascorsi tre giorni da che ero a terra quando il giovane (nel quale ora riconobbi il capitano corsaro) giunse, e mi disse che il nostro vascello sarebbe salpato entro un’ora, e che avrei potuto proseguire il mio viaggio a bordo, qualora l’avessi desiderato, sebbene osservasse come, nel mio presente stato, ciò mi sarebbe senza dubbio costato la vita; di contro, se mi fossi affidato a lui e avessi potuto sopportare l’indugio di un mese circa, egli mi avrebbe condotto in qualche parte di Cuba, da dove avrei potuto agevolmente procurarmi un passaggio per la patria. La convinzione che un trasferimento, nelle mie condizioni, sarebbe stato quasi certa morte, unita a un vivo desiderio di conoscere meglio un uomo che appariva così diverso da quanto avevo udito riguardo coloro che esercitavano la professione cui egli era dedito, mi indusse ad acconsentire alla sua proposta. Nel giro di una settimana fui in netta via di guarigione, e provavo sincera gratitudine per la gentilezza del giovane fuorilegge. Una sera, entrando nella mia stanza, egli si disse lieto di vedermi tanto ristabilito, poiché sarebbe salpato al mattino verso l’altro lato delle isole, ed era suo desiderio che io lo accompagnassi, poiché era probabile che si sarebbe imbattuto in qualche nave diretta agli Stati Uniti, sì che avrei potuto in tal modo far ritorno in patria. Il mattino seguente eravamo già salpati.

Era quasi mezzanotte quando un profondo gemito nella cabina in cui dormivo mi destò. Sollevai il capo e scorsi il capitano che fissava un piccolo ma splendido pugnale, che teneva sollevato alla luce come per vederlo più chiaramente; dinanzi a lui, sul tavolo, per quanto potei giudicare, giaceva un ritratto in miniatura. Egli era in lacrime, e appariva assai turbato. Dopo pochi istanti ripose entrambi gli oggetti nello scrittoio e salì in coperta. Meditai per qualche tempo sulla peculiarità di quell’uomo, che sembrava degno di una condizione più elevata rispetto a quella di capitano corsaro; era di corporatura piuttosto minuta, ben formato; doveva essere stato bello, credo, ma il dolore pareva aver posto il proprio suggello sulla sua fronte; i capelli recavano i segni di una vecchiaia prematura, sebbene non potesse avere più di ventitré anni.

Pirata con il pugnale

La notte seguente decisi di vegliare, per vedere se avrebbe di nuovo guardato il pugnale; il giovane alla fine scese, e dopo essere rimasto per qualche istante in atteggiamento pensoso, aprì lo scrittoio, e di nuovo il pugnale mi apparve dinanzi agli occhi. Non potei più contenere la curiosità.

«Che pugnale di singolare bellezza!» esclamai; il capitano trasalì come colpito da uno sparo ma si riprese all’improvviso e disse, con uno sguardo che pareva volesse leggere i miei stessi pensieri: «Perché avete fatto tale osservazione?» Mi sentii confuso, ma egli aggiunse subito: «Poiché sembrate ansioso di conoscere la mia storia, ve la racconterò. Vedete questo?» riprese, avvicinando il lume e posando il pugnale dinanzi a me. «Sangue,» risposi in preda a un moto di nausea. «Sì, sangue! Sangue! Per salvare una sola goccia del quale darei tutto ciò che questo misero corpo contiene, eppure,» aggiunse, con voce sconvolta, «fui io a versarlo!» Si nascose il volto tra le mani e diede in un gemito profondo; dopo pochi istanti si fece più composto, e diede inizio al suo racconto.

«Sorvolerò sugli eventi della mia fanciullezza; basti dire che persi i genitori in tenera età, e fui affidato alle cure di un parente. Ricevetti una buona educazione, e non conobbi il dolore che di nome, finché non ebbi compiuto il mio diciottesimo anno. Allora ebbe inizio per me una nuova esistenza: ero innamorato. Sì! Se mai uomo amò con passione, con intensità, quello fui io. I miei pensieri erano intrisi di un romanticismo unico, e lo stesso valeva per Rosalie. Non narrerò le poche ore felici del nostro rapporto; sarebbero tediose, né vorrei richiamarle alla mente con troppa forza. Ella mi promise la sua mano, e dichiarò che nessuno all’infuori di me l’avrebbe mai avuta. Oh, amico mio, voi siete giovane, ma guardatevi bene dall’affidare il vostro cuore e la vostra felicità alla custodia di una donna! È questo che mi ha condotto a ciò che sono: un miserabile reietto, un assassino, un essere dal cuore infranto, disperato!»

Il sudore gli imperlava la fronte in grosse gocce; dopo una breve pausa, proseguì:

«Ero troppo oppresso dalla povertà per convolare a nozze, ma credevo di possedere talenti tali da pormi al riparo dai suoi effetti. Accolsi dunque l’offerta di un conoscente di intraprendere un viaggio commerciale verso le Indie Occidentali, e poiché la mia salute era cagionevole, i miei amici ritenevano che quel clima avrebbe restituito al mio corpo il vigore consueto. Diedi addio alla casa e a Rosalie; quel bacio, quel bacio d’addio, fu l’ultimo che ci scambiammo.

«Per quasi un anno andammo commerciando fra diversi porti, e sebbene avessi scritto a casa a ogni occasione, non avevo mai ricevuto risposta. Fu con quei sentimenti di gioia estatica che nessun linguaggio saprebbe definire che vidi la nostra imbarcazione avvicinarsi rapida alla mia terra natale; mille cari ricordi mi si affollarono nella mente; il pensiero che la mia Rosalie potesse essermi stata infedele non mi aveva mai sfiorato la mente – sarei arrossito se così fosse stato.

«Era notte quando la barca mi sbarcò al molo; volai con il cuore in tumulto verso la dimora della mia amata.

«Dimenticavo di menzionare il pugnale: lo avevo acquistato insieme ad altri gioielli, per via della sua bellezza, e quel giorno stesso lo avevo posto con noncuranza nel taschino del panciotto.

«Luci splendevano sulla facciata della casa, e udii della musica; giacché desideravo vederla sola, mi avviai verso il cancello del giardino; ogni cosa mi rammentava le ore beate che avevo trascorso con lei. Mi diressi verso gli alloggi della servitù, con l’intenzione di far portare a uno di loro un messaggio a Rose. La prima serva che incontrai aveva spesso recapitato lettere fra noi due, ma non mi riconobbe finché non parlai, al che esclamò: “Oh Signore! Padrone, siete voi! La signorina Rose si sposerà fra mezz’ora!” e scoppiò in lacrime. Da allora mi sono spesso meravigliato della mia stessa fermezza, poiché ascoltai con calma il suo racconto! Fu breve: un ricco pretendente le era stato proposto, ed ella lo aveva accettato. Chiesi alla donna se non potesse procurarmi un colloquio; ciò, disse, era impossibile, ma se mi fossi appostato nel corridoio, avrei potuto vederla passare diretta alla sala. Là mi recai, e poiché ardeva soltanto una piccola lampada, non potevo essere facilmente scorto. La udii ridere e conversare allegra nella sua stanza; strani sentimenti mi assalirono: mille luci parvero danzarmi dinanzi agli occhi; l’affanno nel respiro e una confusa sensazione di dolore mi opprimevano; quando tornai in me, ero appoggiato al muro, e nel pugno convulso stringevo il pugnale.

«La porta si aprì, e Rosalie, insieme a diversi altri, apparve nel corridoio; attesi finché non mi fu quasi dinanzi, quindi lasciai cadere il mantello con cui avevo celato il mio volto, ed esclamai: “Mi riconosci? Sono Edgar Leonard!” Ella gridò a quel nome, e io le affondai il pugnale nel seno!»

Infine tacque; il suo volto era livido, e si morse il labbro finché il sangue non colò sul tavolo dinanzi a lui. Dopo alcuni istanti ritrovò un contegno, e, tracannato in fretta un bicchiere di vino, proseguì.

«Non ricordo nulla di ciò che accadde in seguito, finché non mi ritrovai per strada; la mano era rigida, e quando la sollevai al chiaro di luna, scoprii che era incrostata di sangue; la verità mi balenò nella mente sconvolta: era il sangue vitale di Rosalie! Anche il pugnale appariva opaco, a sua volta macchiato del sangue di colei per la quale, appena un’ora prima della fatale rivelazione della sua infedeltà, ogni goccia del mio stesso sangue sarebbe liberamente fluita! Non so come vi giunsi, ma mi ritrovai nella scialuppa, e ricordo di aver detto agli uomini di sbarcarmi sulla riva opposta. Desideravo fuggire, se possibile, dal pensiero stesso, e mi imbarcai sotto falso nome su un vascello diretto in Colombia, con l’intenzione di unirmi ai Patrioti. Durante la traversata fummo catturati da questo stesso vascello, e poiché ero ormai un reietto della società, mi unii a loro con gioia, e alla morte del loro capitano fui scelto come comandante.

«Sono stanco della vita, eppure, per quanto assassino, non so togliermela. Ho corteggiato la morte, ma essa mi sfugge; tanto è vero che

“Bizzarro, il vital principio più a lungo dimora
in chi alla morte anela ogni ora”2.

«Avete ora udito la storia della mia vita infelice, ma ho ancora qualcosa per voi.» Con ciò, aprì un forziere e ne trasse un sacchetto d’oro. «Prendete questo,» disse, «vi gioverà come mai potrebbe fare a me, eppure,» aggiunse con amarezza, «vi fu un tempo in cui, forse, possederlo mi avrebbe reso il più lieto tra i mortali.» Si interruppe brusco, e portandosi d’un tratto le mani alla fronte, vacillò e cadde privo di sensi sul pavimento, prima che io potessi riscuotermi dal vortice di sgomento che aveva invaso le mie facoltà. Si riprese lentamente, e quando ebbe ritrovato parte della sua compostezza, mi adoperai per persuaderlo a rinunciare al suo attuale modo di vita e a far ritorno in seno alla società civile. «Mai!» esclamò con una veemenza che mi fece indietreggiare inorridito, «mai il mio piede bandito contaminerà il suolo della mia patria, tanto da me offesa; qualche pronta vendetta potrà qui porre fine alla mia odiata esistenza, ma sopportare, nel ritiro, le trafitture del rimorso di cui la mia coscienza colpevole è afflitta sarebbe peggio di mille morti nell’oceano, dove ogni nervo sarebbe teso nella lotta.» La sua fermezza mi impose un silenzio carico di soggezione, e non provai più alcuna inclinazione a rinnovare i miei tentativi di distoglierlo dal suo proposito.

Dopo pochi giorni incontrammo un naviglio diretto a Charleston, sul quale ottenni un passaggio, e, dopo aver dato un affettuoso addio al giovane comandante dei pirati, alle cui premure e alla cui gentilezza dovevo in massima parte la mia guarigione, proseguimmo la nostra rotta verso casa, finché il suo piccolo vascello fu oltre la portata del nostro sguardo. Quando l’ultimo barlume si spense (e fino ad allora rimasi immobile sul ponte), mi ritirai in cabina, dove trovai che non solo il mio bagaglio era stato consegnato con cura e sicurezza per suo ordine, ma che anche l’oro, che avevo intenzionalmente lasciato nella cabina del corsaro, era stato posto nelle mani del capitano, perché mi fosse recapitato.

Dopo una piacevole navigazione di cinque giorni, raggiungemmo il porto a noi destinato, e poiché sbarcammo di domenica, il mio primo dovere fu di recarmi in chiesa e offrire il mio ringraziamento per il palese intervento della divina provvidenza in mio favore, nel quale non tralasciai una preghiera per lo sfortunato pirata.

Fonti

  • Edgar Allan Poe (ed. T. O. Mabbott), “Tamerlane,” The Collected Works of Edgar Allan Poe — Vol. I: Poems (1969), Edgar Allan Poe Society of Baltimore
  • Hervey Allen and Thomas Ollive Mabbott, “Chapter 04,” Poe’s Brother: The Poems of William Henry Leonard Poe (1926), Edgar Allan Poe Society of Baltimore
  • «Florida Advocate», Tallahassee, 15 dicembre 1827, Vol. I
  • «Literature Network», “Lord George Gordon Byron, Don Juan, Canto the Fourth” (online-literature.com)

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1 Lambert Alexander Wilmer (ca. 1805-1863) fu giornalista e autore. In una lettera, forse del 1835, Poe lo invitò a partecipare alla sua rivista «Penn Magazine». Ndr.

2 Versi presi dal Canto IV stanza XI del “Don Juan” di Byron: “While Life’s strange principle will often lie / Deepest in those who long the most to die.” Ndr.

Daniele Imperi 731 Articoli
Correggo bozze di manoscritti, revisiono racconti e scrivo testi per il web. Sul mio blog «Penna blu» parlo di scrittura, editoria e lettura; sull’aerosito di F.T. Marinetti, di cui ho curato un aeropoema (Diana edizioni, 2023) e un romanzo (Diana edizioni, 2026) inediti, parlo di Futurismo e della vita e delle opere del poeta combattente.

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