Dialogo di Eros e Charmion

Il racconto “Dialogo di Eros e Charmion” (The Conversation of Eiros and Charmion) fu probabilmente composto fra l’agosto e il settembre 1839 e apparve la prima volta nella raccolta Tales of the Grotesque and Arabesque, uscita verso il mese di novembre 1839, anche se la data di pubblicazione riporta il 1840.

Con lievi modifiche di Poe, il racconto apparve sul «Burton’s Gentleman’s Magazine» nel dicembre 1839.

Poe aveva previsto di inserire il “Dialogo di Eros e Charmion” nella raccolta Phantasy Pieces del 1842, che rappresentava una revisione di Tales of the Grotesque and Arabesque.

Ma una nuova ristampa si ebbe invece il 1° aprile 1843 sul «Saturday Museum», una versione più simile a quella pubblicata sul «Burton», con il titolo “The Destruction of the World”.

“Dialogo di Eros e Charmion” è il primo di quelli che Mabbott chiama “Dialoghi platonici di Poe” tra spiriti in Paradiso, a cui seguirono “Il colloquio di Monos e Una” («Graham’s Magazine», agosto 1841) e “Il potere delle parole” («Democratic Review», giugno 1845).

Il dialogo, come si evince dal nuovo titolo che Poe diede al racconto quando fu pubblicato sul «Saturday Museum», è la distruzione del mondo, argomento in voga negli Stati Uniti degli anni Trenta dell’Ottocento.

In quel periodo si verificarono sia piogge di meteore sia avvistamenti di comete. La cometa era anche considerata come precursore della fine del mondo. Poe stesso nel poema “Al Aaraaf” definì le comete “portatrici di fuoco”:

By the comets who were cast
From their pride, and from their throne
To be drudges till the last —
To be carriers of fire

Le traduzioni del racconto

La prima traduzione del “Dialogo di Eros e Charmion” apparve in Peru, il 24 aprile 1847, sul periodico «El instructor peruanao» da parte di un traduttore anonimo.

A questa seguì, il 3 luglio dello stesso anno, “Le Colloque d‘Eros et Charmion”, traduzione francese di Isabelle Meunier (ma apparsa anonima sul giornale) per «La Démocratie Pacifique».

Anche Charles Baudelaire si cimentò nella traduzione del racconto di Poe: “Entretien d‘Eiros avec Charmion” uscì il 27 luglio 1854 su «Le Pays».

La presente traduzione

Il racconto “Dialogo di Eros e Charmion” è preso dalla raccolta Racconti curiosi e grotteschi (STEN editrice, 1924), ristampa dall’edizione del 1901.

Le note, dove non riportato diversamente, sono tratte da The Collected Works of Edgar Allan Poe, Vol. II: Tales and Sketches (1978), edizione curata da T.O. Mabbott.

Nell’edizione STEN il nome della seconda entità era italianizzato in Carmione, ma qui si è mantenuta la grafia Charmion.

Dialogo di Eros e Charmion

Ti porterò il fuoco1.
Euripide.

Eiros. «Perchè mi chiami Eiros?»

Charmion. «D’ora innanzi ti dovrai chiamare così. Perciò tu devi dimenticare anche il mio nome terreno e chiamarmi con quello di Charmion».

Eiros. «Non è dunque un sogno?»

Charmion. «Sogni per noi non ve ne sono più. Ma rimandiamo a fra poco codesti misteri. Io godo di vedere che tu sembri possedere tutta la tua vita e tutta la tua ragione. La macchia dell’ombra è già scomparsa dai tuoi occhi. Coraggio dunque e non temer di nulla. I giorni dello stupore oramai sono passati per te: e domani voglio io stessa introdurti in mezzo alle gioie perfette e alle meraviglie della tua nuova esistenza».

Eiros. «Veramente io non provo nessuno stupore, proprio nessuno. La strana vertigine e la terribile notte mi hanno abbandonato ed io non sento più quel rumore sconnesso, precipitato, orribile, simile a quello emesso dalla voce di grandi acque2. Pure i miei sensi sono spaventati, Charmion, dalla penetrante percezione del nuovo».

Charmion. «Pochi giorni basteranno a fugar tutto ciò: ma io ti comprendo perfettamente e provo il tuo sentimento. Sono oramai dieci anni, computati secondo il conto terrestre, che io ho provato ciò che tu ora provi e questo ricordo non mi ha mai abbandonato. Ed ecco che tu hai subita la tua ultima prova, la sola alla quale tu dovevi esser sottoposto nel cielo3».

Eiros. «Nel cielo?»

Charmion. «Nel cielo».

Eiros. «Oh! Dio! Charmion, abbi pietà di me! Io sono schiacciato dalla maestosità di tante cose, dall’ignoto ora conosciuto, dall’avvenire, una congettura, fuso nell’angusto e certo presente».

Charmion. «Non attaccarti per ora a certi pensieri. Domani parleremo di ciò. Il tuo spirito vacillante troverà nell’esercizio del semplice ricordo un alleggerimento alla sua agitazione. Non guardare né intorno né innanzi a te, guarda indietro. Io ardo d’impazienza di sentire i particolari del prodigioso avvenimento che ti ha gettato in mezzo a noi. Parlami di ciò. Chiacchieriamo di cose famigliari, nella vecchia lingua famigliare di quel mondo che è ora così miserevolmente finito».

Eiros. «Spaventosamente! Spaventosamente! e ciò non è davvero un sogno».

Charmion. «Non esistono più sogni. Ed io fui molto pianta, mio caro Eiros?»

Eiros. «Pianta, Charmion? oh! profondamente! fino all’ultima delle nostre ore, una nuvola d’intensa malinconia e d’infinita tristezza ha pesato sulla tua famiglia».

Charmion. «Parlami di quell’ultim’ora. Ricordati che, all’infuori del semplice fatto della catastrofe, io non so nulla. Quando uscendo dalle file dell’umanità, per la tomba entrai nel regno della notte, se ben mi ricordo, a quell’epoca, nessuno di voi presentiva la catastrofe che vi ha inghiottiti. Ma io, veramente, ero poco al corrente della filosofia speculativa del tempo».

Eiros. «Come tu hai detto, la nostra catastrofe era assolutamente inattesa; ma analoghi accidenti già da lungo tempo erano stati soggetto d’una discussione fra gli astronomi. Ho bisogno forse di dirti, amica mia, che anche quando tu ci abbandonasti, gli uomini andavan d’accordo nell’interpretare, come riferentisi soli al nostro globo terrestre, quei passi delle Sacre Carte che parlano della distruzione finale di tutto causata dal fuoco?4 Ma relativamente alla causa immediata della ruina, l’umano pensiero era in difetto fin dall’epoca in cui la scienza astronomica aveva dispogliato le comete del loro spaventevole carattere incendiario. La mediocrissima densità di quei corpi era stata ben dimostrata. Erano stati osservati nei loro passaggi traverso i satelliti di Giove e non avevano cagionato nessuna sensibile alterazione nelle masse o nelle orbite di quei pianeti secondari. Noi già da lungo tempo riguardavamo quegli astri viaggiatori come vaporose creazioni d’una inconcepibile tenuità, incapaci di recar danno al massiccio nostro globo, anche in caso di un contatto. D’altronde quel contatto non era da temersi in alcuna maniera; imperocché gli elementi di tutte le comete erano esattamente noti. Che noi dovessimo cercar fra di esse la causa ignea della distruzione profetizzata, era considerato già da molto tempo come un’idea inammissibile. Ma il meraviglioso, le immaginazioni bizzarre avevano in quegli ultimi giorni spadroneggiato singolarmente in mezzo all’umanità: e quantunque una vera paura non potesse aver presa che su pochi ignoranti, quando gli astronomi annunziarono una nuova cometa, l’annunzio fu generalmente ricevuto con una certa agitazione e con una tal quale diffidenza.

«Gli elementi del nuovo astro furono immediatamente calcolati e tutti gli osservatori riconobbero con uno stesso accordo che la via da esso seguìta, al suo perielio, doveva condurlo a una vicinanza quasi immediata con la terra. Vi furono due o tre astronomi di reputazione secondaria i quali sostennero risolutamente che un contatto era inevitabile. Mi è difficile di dipingerti l’effetto che un tal comunicato esercitò su tutti. Per qualche giorno tutti si rifiutarono a credere a un’asserzione che l’umana intelligenza, già da tanto tempo applicatasi a considerazioni di quel genere, non poteva in alcuna maniera afferrare. Ma la verità di un fatto d’una vitale importanza fa ben presto la sua strada negli spiriti anche più chiusi. Finalmente tutti si accorsero che la scienza astronomica non mentiva ed attesero la cometa. Sul principio, il suo avvicinarsi non fu troppo rapido, il suo aspetto non aveva un’apparenza fuori dell’ordinario. Essa era di un rosso cupo ed aveva una coda non troppo importante. Per sette od otto giorni non vedemmo crescere il suo disco in una maniera troppo sensibile, soltanto il suo colore variò leggermente. Intanto le ordinarie faccende furono abbandonate e tutti gli interessi furono assorbiti da una discussione immensa che scoppiò fra gli scienziati sulla natura delle comete. Gli uomini più grossolanamente ignoranti elevarono le loro pigre facoltà verso quelle alte considerazioni. Gli scienziati adoperarono allora tutta la loro intelligenza e tutta la loro anima, non già per far diminuire il timore e né meno per sostenere una qualche favorita teoria… Oh! essi cercarono la verità, null’altro che la verità e si stancarono a ricercarla! A gran clamore chiamarono perfetta la scienza! La verità si sollevò nella purezza della sua forza e della sua eccessiva maestà ed i savi chinarono il capo ed adorarono.

«Che dal temuto contatto potesse risultare un materiale danno per il nostro globo e per i suoi abitanti era un’opinione che perdeva terreno ogni giorno di più fra gli scienziati; e questi ora avevano pieni poteri per governar la ragione e l’immaginazione della folla.

«Fu dimostrato che la densità del nucleo della cometa era molto inferiore a quello del più fluido nostro gas; e l’inoffensivo passaggio d’una simile visitatrice traverso ai satelliti di Giove, fu un punto sul quale molto s’insisté, ma che non servì affatto a diminuire il terrore. I teologi con uno zelo infiammato dalla paura insisterono sulle profezie della Bibbia e le spiegarono al popolo con un acume ed una semplicità di cui ancora non s’era avuto l’esempio. La distruzione finale della terra doveva avvenire per opera del fuoco, e ciò essi assicurarono in modo che ovunque imponeva la convinzione; ma le comete non erano di natura ignea, ed era questa una verità che tutti gli uomini conoscevano, e che fino ad un certo punto li liberava dall’apprensione della gran catastrofe predetta. È da osservarsi che i pregiudizi popolari e gli errori del volgo relativi alle pesti e alle guerre, errori che si rinnovavano all’apparizione di ogni nuova cometa, questa volta furono sconosciuti. La ragione, come per un subitaneo sforzo convulsivo, aveva ad un sol colpo rovesciato dal suo trono la superstizione. L’intelligenza più debole aveva pescato l’energia, nell’eccesso dell’attuale interesse.

«E fu soggetto d’una lunga discussione studiare quali minimi disastri potessero derivare da un simile contatto. Gli scienziati parlavano di lievi perturbazioni geologiche, di probabili alterazioni di clima e per conseguenza anche di vegetazione, e della possibilità di influenze magnetiche ed elettriche. Molti fra loro sostenevano che non si produrrebbe nessun effetto sensibile o visibile di nessuna specie. Mentre quelle discussioni facevano la loro strada, la cometa s’avanzava progressivamente, allargando visibilmente il suo diametro ed aumentando il suo splendore. Al suo avvicinarsi l’umanità impallidì. Tutte le operazioni umane furono sospese.

«Il sentimento generale ebbe una fase curiosa quando la cometa raggiunse finalmente una grossezza che sorpassava quella di ogni apparizione di quel genere di cui si avesse ricordo. Il mondo allora, privo della speranza che gli astronomi potessero ingannarsi, intese tutta la certezza della sventura. Il terrore aveva perduto il suo carattere chimerico. I più forti cuori della nostra razza battevano violentemente nei petti. E bastarono pochi giorni per cambiare quelle prime prove in sensazioni ancora più intollerabili. Ora noi non potevamo applicare alla nuova meteora nessuna delle nozioni ordinarie. I suoi attributi storici erano scomparsi. Essa ci opprimeva colla terribile novità dell’emozione. Noi la vedevamo non già come un astronomico fenomeno del cielo, ma come un incubo sui nostri cuori5 e un’ombra sui nostri cervelli. Con una inconcepibile rapidità, essa aveva preso l’aspetto d’un gigantesco mantello di limpide fiamme stese attorno per tutto l’orizzonte.

«Ancora un giorno e gli uomini respirarono con maggior libertà. Era evidente che ci trovavamo sotto l’influenza della cometa; tuttavia eravamo vivi e godevamo anzi d’una elasticità di membra e d’una insolita vivacità di spirito. Si vedeva l’eccessiva tenuità dell’oggetto che causava il nostro terrore poiché traverso ad esso vedevamo distintamente tutti gli altri corpi celesti.

«Nello stesso tempo la nostra vegetazione si era sensibilmente alterata e questa circostanza, che era stata predetta, aumentò la nostra fede nella previsione dei saggi. Un fogliame d’un lusso straordinario fino allora sconosciuto germogliò su tutti i vegetali.

«Trascorse ancora un giorno e il flagello non era ancora assolutamente su noi. Ora era evidente che il suo nucleo doveva essere il primo a colpirci. Una strana alterazione s’era impadronita di tutti quanti gli uomini: e la prima sensazione di dolore fu il terribile segnale del lamento e dell’orrore generale. Quella prima sensazione di dolore consisteva in una stretta pressione dei polmoni e del petto e in una sopportabile secchezza della pelle. Era impossibile negare che la nostra atmosfera fosse radicalmente alterata: e allora l’essenza di quell’atmosfera e le modificazioni a cui essa poteva andar sottoposta furono i punti principali della discussione. Il risultato dell’esame fece correre un brivido elettrico di terrore, del più intenso terrore, traverso a tutti i cuori degli uomini.

«Da lungo tempo si sapeva che l’aria che ci circondava era composta, su 100 parti, di 21 d’ossigeno e di 79 d’azoto. L’ossigeno, principio della combustione e veicolo del calore, era assolutamente necessario al mantenimento della vita animale e rappresentava l’agente più potente e più energico della natura. L’azoto, al contrario, era improprio a mantener la vita o la combustione animale. Da un eccesso anormale d’ossigeno doveva risultare, come era stato osservato, una elevazione degli spiriti vitali simile a quella che noi avevamo già subita. Era l’idea continua, spinta fino all’estremo limite, che aveva prodotto il terrore. Quale sarebbe stato il risultato d’una totale estrazione dell’azoto? Una combustione irresistibile, divorante, onnipotente, immediata; l’intero compimento in tutti i suoi più piccoli e terribili particolari delle fiammeggianti e terrifiche profezie delle Sacre Carte.

«Ho forse bisogno di dipingerti, mia cara Charmion, la frenesia che allora si scatenò sull’umanità? Quella tenuità di materia nella cometa che prima ci aveva ispirato la speranza, ora ci dava tutta l’amarezza della nostra disperazione. Nella sua natura impalpabile e fluida noi chiaramente scorgevamo il compimento del destino. Tuttavia passò ancora un giorno, portandosi via l’ultima speranza. Eravamo anelanti nella rapida modificazione dell’aria. Il sangue rosso balzava tumultuosamente nei suoi canali ristretti. Un furioso delirio s’impadronì di tutti gli uomini e, con le braccia stese verso il cielo minaccioso, tremavano mandando altissime grida. Ma il nucleo dell’astro sterminatore era oramai sopra di noi; anche qui, nel cielo, io non ne parlo che con un fremito. Sarò breve, breve come la catastrofe. Per un momento fu solo una luce strana, lugubre che filtrava traverso a tutte quante le cose. Poi – inchiniamoci, Charmion, avanti all’infinita maestà del gran Dio! – poi fu un suono scoppiante, penetrante come se lo avesse EGLI stesso emesso dalle sue labbra: e tutta la massa d’etere circostante, in seno alla quale noi vivevamo, scoppiò in un sol colpo in una specie di fiamma intensa, la cui meravigliosa chiarezza e il color divorante non hanno nome nemmeno fra gli angeli negli alti cieli della pura scienza. Ed è così che finirono tutte quante le cose».

—

1 La citazione, presa dall’opera Andromeda, apparve soltanto a partire dalla ristampa sul «Saturday Museum», sia in greco antico (πυρ σοι πςοσισω) sia in inglese. Ndr.

2 Apocalisse 14, 2: E udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. Cfr. “Il crollo della Casa degli Usher”: si sentì un fracasso lungo e tremendo come la voce di mille cascate.

3 In originale è Aidenn, dall’ebraico Eden, Paradiso. Poe utilizzò più tardi lo stesso termine ne “Il corvo” e “Il potere delle parole”.

4 2 Pietro 3:10-16: gli elementi si dissolveranno consumati dal calore e la terra e le opere che sono in essa saranno arse.

5 Cfr. “Il crollo della Casa degli Usher”: ed alla fine oppresse senza ragione il mio cuore un incubo di spavento.

Daniele Imperi 730 Articoli
Correggo bozze di manoscritti, revisiono racconti e scrivo testi per il web. Sul mio blog «Penna blu» parlo di scrittura, editoria e lettura; sull’aerosito di F.T. Marinetti, di cui ho curato un aeropoema (Diana edizioni, 2023) e un romanzo (Diana edizioni, 2026) inediti, parlo di Futurismo e della vita e delle opere del poeta combattente.

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