Re Peste

Racconto della raccolta “Novelle straordinarie” del 1921

Il racconto “Re Peste” (King Pest the First. A Tale containing an Allegory) apparve la prima volta nel settembre 1835 sul «Southern Literary Messenger».

Finché Poe fu in vita, il racconto fu ripubblicato nella raccolta Tales of the Grotesque and Arabesque del 1840 e sul «Broadway Journal» il 18 ottobre 1845.

La traduzione in francese di Charles Baudelaire apparve col titolo “Le roi peste” in 3 parti su «Le Pays», rispettivamente il 23, il 26 e il 27 gennaio 1855.

Si pensa che le fonti per questo racconto siano state un ballo in maschera di Parigi, in cui un uomo venne mascherato da colera, e la festa data dal duca di Johannisberger nel primo capitolo del sesto libro di Vivian Grey di Benjamin Disraeli.

Il Re Peste

(Storia contenente un’allegoria)

Gli Dei soffrono ed autorizzano che avvengano presso i re quelle cose che loro farebbero orrore nella vita della canaglia.
Buckenhurst1

Verso la mezzanotte circa di una notte del mese di ottobre, sotto il regno cavalleresco di Edoardo III2, due marinai facenti parte dell’equipaggio del Free and Easy, nave mercantile che faceva il servizio fra l’Ecluse, nel Belgio, ed il Tamigi, e che allora si trovava ancorata in questo fiume, furono molto stupefatti di trovarsi a Londra, seduti nella sala d’una taverna della parrocchia s. Andrea3, all’insegna dell’Allegro marinaio.

La sala, quantunque mal costruita, col soffitto basso e somigliante a tutte le taverne dell’epoca, era nondimeno, secondo l’opinione di varî gruppi grotteschi di bevitori sparsi qui e là, abbastanza adatta al suo scopo.

Di tali gruppi il più interessante, se non il più notevole, io credo che fosse quello formato dai due nostri marinai.

Colui che pareva essere il maggiore e che il suo compagno chiamava col nome caratteristico di Legs (Gambe) era anche il più alto dei due. Poteva forse misurare sei piedi e mezzo e pareva che un’abituale curvatura delle spalle fosse la necessaria conseguenza d’una così prodigiosa statura. Altre mancanze però compensavano quell’abbondanza d’altezza. Egli era eccessivamente magro e, come affermavano i suoi compagni, a digiuno avrebbe potuto rimpiazzare il buttafuori d’un fiocco, e quand’era ubbriaco la banderuola d’un albero.

Ma questi ed altri simili scherzi non avevano mai prodotto nessun effetto sui cachinnici muscoli del vecchio marinaio. L’espressione della sua fisonomia coi suoi zigomi prominenti, il suo gran naso aquilino, il mento sfuggente, la mascella inferiore depressa e gli occhi bianchi enormemente protuberanti, nonostante che sembrasse mostrare una specie d’ostinata indifferenza per tutto, era abbastanza solenne e seria in modo da non potersi nemmeno descrivere.

Il marinaio più giovane era invece, all’apparenza esteriore, l’inverso ed il reciproco del suo compagno. Un paio di gambe grosse ed arcate sostenevano la sua persona, raggruppata e pesante, e le sue braccia corte e grosse in modo singolare, terminate da mani immense, pendevano e dondolavano sui suoi fianchi come le zampe anteriori d’una tartaruga marina. Piccoli occhi d’un colore indeciso erano affondati nella sua testa ed avevano un vivo scintillio. Il suo naso rimaneva nascosto nella massa di carne che avviluppava tutta la sua faccia rotonda, piena e porporina, e il suo grosso labbro superiore riposava su quello inferiore, il quale era ancora più grosso, con una specie di compiacenza, con un’aria di soddisfazione personale aumentata dall’abitudine che aveva il loro proprietario di leccarseli di quando in quando.

Egli guardava il suo compagno di bordo con un sentimento metà di stupore e metà di canzonatura; e alcune volte, quando lo guardava di faccia, aveva l’aria del sole che prima del tramonto guarda le cime delle roccie di Ben-nevis4.

Le visite intanto della degna coppia nelle varie taverne del vicinato, durante le prime ore della notte, erano state parecchie e piene d’avventure. Ma le tasche, anche le ben più fornite, non durano sempre, ed era colle tasche vuote che i nostri due amici erano entrati nell’osteria in parola.

Proprio al momento in cui comincia questa istoria, Legs ed il suo compagno Hugh Tarpaulin5, erano seduti coi gomiti appoggiati sulla vasta tavola di quercia messa in mezzo alla sala, tenendosi la testa fra le mani, riparati da un ampio fiasco di humming-stuff6 che non avevano pagato, e stavano guardando le sinistre parole: Non si fa credenza, che, non senza loro stupore e indignazione, erano scritte sulla porta a caratteri grossi e sfacciati.

Non già che la facoltà di decifrar quelle parole scritte, facoltà considerata dal popolo di quel tempo un poco meno cabalistica dell’arte di tracciarle, si potesse dire che mancasse nei due scolari del mare; ma nell’insieme di quelle lettere v’era, a dir la verità, un certo aggrovigliamento e non so quale indescrivibile ondeggiamento che, nell’opinione dei due marinai, non presagivano nulla di buono, e li decisero anzi ad un tratto, seguendo il metaforico linguaggio di Legs, a stare attenti alle pompe, serrar tutta la velatura e fuggir dinanzi al vento.

Consumato perciò quel po’ di birra che rimaneva e solidamente allacciati i loro corti mantelli, finalmente si slanciarono verso la strada. È vero che Tarpaulin entrò due volte nel camino prendendolo per la porta, ma finalmente la loro fuga poté felicemente effettuarsi, e mezz’ora dopo la mezzanotte i nostri due eroi a vele gonfie filavano bellamente per un oscuro viottolo nella direzione della scalinata di s. Andrea, energicamente inseguiti dall’ostessa dell’Allegro marinaio.

Molti anni prima e dopo l’epoca in cui avveniva questa drammatica istoria, tutta l’Inghilterra, ma specialmente la metropoli, periodicamente echeggiava del grido sinistro: «La peste!»

La città era in gran parte spopolata e, in mezzo a quegli orribili quartieri nei pressi del Tamigi, fra quelle straduzze e quei viottoli neri, stretti e sudici che, come allora si supponeva, il demone della peste aveva scelti come luogo della sua natività, non si poteva incontrare che, pavoneggiantisi a tutto agio, lo Spavento, il Terrore e la Superstizione.

Per ordine del re era proibito a tutti, sotto pena di morte, di penetrare nelle spaventose solitudini di quei quartieri condannati. Tuttavia né il decreto del monarca, né le barrivate enormi alzate all’entrata delle strade, né la prospettiva di quella morte schifosa, che miseramente inghiottiva chiunque s’avventurava là dentro, impedivano che una notturna mano rapace dispogliasse quelle case, prive di mobili e disabitate, di tutto il ferro, del rame e del piombo che in esse si trovava; e d’ogni oggetto infine che avrebbe potuto dare un guadagno qualunque.

Ad ogni inverno, al momento dell’annuale apertura delle barricate, si poteva constatare che le serrature, i catenacci ed i ripostigli segreti non avevano protetto che molto mediocremente quelle ampie provviste di vini e di liquori, che parecchi dei numerosi negozianti del vicinato, a causa dell’incomodo e dei rischi dello spostamento, s’erano rassegnati a confidare, durante il periodo di quell’esilio, ad una così insufficiente garanzia.

Ma in mezzo al popolo colpito dal terrore ben pochi erano quelli che attribuivano tali fatti all’azione umana. Gli spiriti e i folletti della peste, i demoni della febbre erano per il popolino i veri autori di tutti quei mali; e là sopra si tessevano racconti da agghiacciare il sangue, in modo che quelle case, a lungo andare, furono avviluppate nel terrore come in un lenzuolo; e i ladri stessi, spesso spaventati dal superstizioso orrore dei propri furti, abbandonavano il vasto circuito di quel quartiere maledetto alle tenebre, al silenzio, alla peste ed alla morte.

Ma Legs e il suo degno compagno Hugh Tarpaulin che sgattaiolavano traverso a un viottolo, furono fermati nella loro corsa precisamente da una di quelle temute barricate di cui abbiamo parlato e che indicavano che l’accesso nella regione posta al di là era proibito. Non potevano certo tornar sui loro passi e non c’era tempo da perdere; imperocché quelli che davano loro la caccia li avevano quasi raggiunti. Per marinai puro-sangue com’essi erano, l’arrampicarsi sulla grossolana armatura della barricata non era che un giuoco; ed essi, esasperati dal doppio eccitamento della corsa e dei liquori, saltarono risolutamente dall’altra parte: poi, riprendendo la loro corsa sfrenata, gridando ed urlando, ben presto si perdettero in mezzo a quelle profondità complicate e malsane.

Se non fossero stati ubbriachi fino al punto d’aver perduto il senso morale, i loro passi vacillanti sarebbero stati paralizzati dall’orrore della loro situazione. L’aria era fredda e nuvolosa. In mezzo all’erba alta e vigorosa che saliva loro fino alle caviglie, i ciottoli spezzati giacevano in un ingombrante disordine. Alcune case cadute chiudevano gli sbocchi delle vie.

Ovunque regnavano i miasmi più fetidi e più deleteri; e mercè quella pallida luce che anche a mezzanotte emana sempre da un’atmosfera vaporosa e pestilenziale, si sarebbero potuti discernere, giacenti nelle strade o nei vicoli, o in mezzo alle case senza finestre, i cadaveri di parecchi ladri notturni arrestati dalla peste nella flagranza del loro delitto.

Ma non potevano certo queste immagini, queste sensazioni esser ostacoli di una tale fatta da arrestare la corsa di due uomini i quali, coraggiosi di natura, quella notte lo erano anche di più, pieni fino alla gola di humming-stuff, e che sarebbero corsi direttamente, per quanto il loro stato glielo avrebbe concesso, anche in braccio alla morte.

Legs andava avanti, sempre avanti, svegliando l’eco di quel deserto solenne con grida simili al terribile urlo di guerra degli Indiani, e appresso a lui si rotolava sempre il grosso Tarpaulin attaccato al mantello del suo più agile compagno, ma sorpassandone gli sforzi valorosi della musica vocale con muggiti da basso cavati fuori dalle profondità dei suoi stentorei polmoni.

Essi evidentemente avevano raggiunto la piazza forte della peste. Ad ogni passo, o ad ogni salto, la loro strada diventava più orribile e più infetta, e le vie più strette e più ingombre. Grosse pietre e calcinacci e tegole, che di tanto in tanto cadevano dai tetti rovinati, in quei loro tonfi pesanti e funesti testimoniavano della prodigiosa altezza delle case circostanti; e quando a quei due occorreva fare un energico sforzo per aprirsi un passaggio traverso ai frequenti mucchi di rovine, non era raro che la loro mano si fermasse sopra uno scheletro o s’impiastricciasse in carni putrefatte.7

Ad un tratto i marinai andarono a battere contro l’ingresso d’un vasto fabbricato di sinistra apparenza; un grido più acuto degli altri scoppiò sulle labbra dell’arrabbiato Legs, a cui dall’interno fu risposto con una esplosione rapida, violenta, di grida selvaggie e di infernali scoppii di risa. I nostri due ubbriachi, senza punto spaventarsi di quei suoni che, per loro natura in un simile luogo e in un tale momento avrebbero agghiacciato il sangue delle vene a gente meno accesa di loro, si slanciarono a testa bassa contro la porta, la sfondarono e piombarono là dentro con una esplosione di bestemmie.

Re Peste

La sala dove si trovavano era il magazzino d’un imprenditore di pompe funebri; ma una botola aperta in un angolo del pavimento vicino alla porta dava sopra una sfilata di cantine, le cui profondità, come i nostri s’accorsero a un suono di bottiglie spezzate, dovevano essere ben provviste del loro tradizionale contenuto. In mezzo alla sala era drizzata una tavola, e su questa una gigantesca cogoma8 che sembrava piena di punch. Sparse attorno a profusione, con una quantità di bicchieri, v’erano bottiglie di vino e di liquore, anfore e fiaschi d’ogni forma e d’ogni specie.

All’intorno, sopra a funebri cavalletti, sedevano sei persone che io mi proverò a descrivervi una ad una.

Di fronte alla porta d’entrata e un po’ più in alto dei suoi compagni, era seduto un individuo che sembrava presiedere alla festa. Era un essere d’una grande altezza e tanto scarno che Legs fu stupefatto di trovarsi di fronte ad uno più magro di lui. La sua fisonomia era gialla come lo zafferano; ma, ad eccezione di uno, nessuno dei suoi tratti era tanto accennato da meritare una descrizione particolare.

Quest’unico tratto consisteva in una fronte tanto anormalmente e tanto luridamente alta, che si sarebbe presa per un bonetto o per una corona di carne aggiunta alla sua testa naturale. La sua bocca era piegata ad un’espressione d’affabilità spettrale e i suoi occhi, come quelli di tutti gli altri ch’erano là seduti, brillavano di quel singolare fulgore che è dato dai fiumi dell’ebbrezza. Egli era vestito dalla testa ai piedi d’un mantello nero di velluto in seta, riccamente ricamato e che gli pendeva negligentemente intorno come una cappa spagnuola. La sua testa era abbondantemente ornata di piume di corvo che egli faceva dondolare di qua e di là con un’aria di consumata affettazione; e nella mano destra teneva un gran femore umano col quale, a quanto sembrava, aveva toccato uno dei membri della compagnia per ordinargli di cantare una canzone.

Di fronte a lui, colle spalle voltate alla porta, era una signora, la cui fisonomia straordinaria non la cedeva in nulla a quella del suo compagno che abbiamo ora descritto. Alta quanto lui non poteva però lamentarsi d’una anormale magrezza; essa doveva trovarsi evidentemente nell’ultimo periodo dell’idropisia e i suoi fianchi rassomigliavano molto a quelli dell’enorme barile di birra d’ottobre9, che, sfondato da un lato, giaceva a lei vicino in un angolo della camera. La sua fisonomia era singolarmente rotonda, rossa e pienotta; ed era contrassegnata dalla stessa particolarità che abbiamo già notato per l’altro suo compagno, che cioè un solo tratto del suo volto aveva un carattere speciale; ed il furbo Tarpaulin vide subito che una tale osservazione poteva farsi a riguardo di quanti costituivano quell’assemblea, dove pareva che ognuno avesse accaparrato per sé un pezzo di fisonomia. Nella donna in parola una tal parte era la bocca: una bocca che cominciava all’orecchio destro ed arrivava fino al sinistro, disegnando un terribile abisso dentro al quale ogni momento s’immergevano i brevi orecchini che le pendevano dalle orecchie. Tuttavia la donna faceva ogni sforzo per tener chiusa la sua bocca e darsi un’aria di dignità; il suo abbigliamento consisteva in un lenzuolo stirato di fresco che le saliva fino sotto al mento, dove terminava in un collaretto pieghettato di batista.

Alla sua destra era seduta una minuscola giovinetta ch’ella sembrava dominare. Quella delicata creaturina nel tremolio delle dita sottili, nella tinta livida delle labbra, nella leggiera macchia di tisi impressa sul suo colorito plumbeo, lasciava vedere i sintomi evidenti d’una etisia violenta. Pure un’aria di molta distinzione era diffusa su tutta la sua persona; essa portava molto graziosamente e interamente sciolto un bello ed ampio lenzuolo di finissimo lino delle Indie; i suoi capelli le cadevano abboccolati sul collo, un dolce sorriso le infiorava la bocca; ma il suo naso estremamente lungo, sottile, sinuoso, flessibile e pustoloso, le pendeva più in basso ancora del suo labbro inferiore, e quella tromba, malgrado la delicata maniera con cui ella di tanto in tanto la spostava e colla lingua la moveva da destra a sinistra, dava alla sua fisonomia una equivoca espressione.

Dall’altro lato, sulla sinistra della signora idropica, era seduto un vecchio ometto, gonfio, asmatico e gottoso. Le sue gote gli posavano sulle spalle come due enormi otri di vino di Oporto. Teneva le braccia incrociate ed una delle gambe, accuratamente fasciata, posata sopra alla tavola; e sembrava ritenersi come avente diritto ad una certa considerazione. Evidentemente egli era molto orgoglioso d’ogni pollice di ciò che copriva la sua persona, ma il suo più gran piacere era quello di attirare gli sguardi sopra il suo mantello d’un colore vistoso. È vero che quel mantello non aveva dovuto costargli poco, e che gli andava perfettamente bene: esso era fatto con una di quelle coperte di seta curiosamente ricamate che fanno parte di quei gloriosi arazzi che si appendono, in Inghilterra ed anche altrove, in un punto visibile delle case di grandi famiglie le quali siano assenti.

A lui vicino e alla destra del presidente, v’era un signore che portava grandi calze bianche ed un paio di pantaloni di cotone. Tutta la sua persona era scossa in una maniera veramente ridicola da un urto nervoso che Tarpaulin chiamò il «raccapriccio dell’ebbrezza». Le sue gote rase di fresco erano strettamente chiuse in una benda di mussolina e le sue braccia legate nella stessa maniera ai polsi, non gli permettevano di spesso assaporare i liquori che erano sulla tavola; precauzione necessaria, pensò Legs, data la natura singolarmente abbrutita di quella faccia di beone. Tuttavia un prodigioso paio d’orecchie, che era impossibile tener chiuse, sbucava dalle bende, e, di tanto in tanto, al rumore d’ogni turacciolo che si faceva saltare, erano prese come da un senso di spasimo.

Di fronte a questo, sesto ed ultimo, era un individuo dall’aria straordinariamente stecchita e che, essendo colpito da paralisi, doveva, a dir la verità, sentirsi male a suo agio nei suoi incomodissimi vestimenti. Egli era vestito, indumento veramente unico nel suo genere, d’una splendida bara di nuovissimo acajou10. La parte superiore del coperchio posava come un elmo sul cranio di quell’uomo e lo chiudeva come un cappuccio dandogli a tutta la fisonomia un indescrivibile interesse. Dai due lati erano state praticate due maniche tanto per comodità quanto per eleganza: pur tuttavia quell’abbigliamento impediva al disgraziato che l’indossava di potersi tener dritto sulla sua sedia, come stavano i suoi compagni: ed essendo posato sul suo cavalletto con un’inclinazione formante un angolo di 45 gradi, le sue grandi pupille a fior di testa giravano coi loro enormi globi biancastri verso il soffitto come nel più completo stupore della loro stessa enormità.

Dinanzi ad ogni convitato era posato un mezzo cranio di cui egli si serviva a guisa di coppa. E sopra ai loro capi pendeva uno scheletro umano per mezzo d’una corda annodata intorno ad una delle gambe e fermata a un anello del soffitto. La seconda gamba, che non era trattenuta da nulla, dondolava ad angolo retto dal corpo facendo danzare e scuotere tutto il resto della fremente carcassa, ogni volta che una folata di vento s’introduceva dentro a quella sala. Il cranio di quella terribile cosa conteneva una certa quantità di carbone acceso che spandeva su tutta quella scena una luce viva ma vacillante; e le bare e tutto il materiale dell’intraprenditore di pompe funebri, ammassato intorno alla camera a una grande altezza e contro le finestre, impedivano che un raggio di luce filtrasse dalla via di fuori.

Alla vista di quella strana assemblea e di tutti quegli arredi ancora più strani, i nostri due marinai non si condussero certo con quella decenza che si sarebbe dovuto attendere da loro. Legs, appoggiandosi al muro vicino al quale si trovava, lasciò cadere ancora più in basso del solito la sua mascella inferiore e spalancò in tutta la loro grandezza i suoi ampi occhioni; mentre Hugh Tarpaulin, abbassandosi fino a mettersi a livello della tavola e posandosi le mani sulle ginocchia, scoppiò in una risata smodata e intempestiva che fu come un lungo, rumoroso, assordante ruggito.

Intanto, senza punto adombrarsi d’una condotta così indecentemente grossolana, il gran presidente sorrise graziosamente ai nostri intrusi, fece loro con un movimento delle penne nere che adornavano la sua testa un segno pieno di dignità, ed alzandosi prese ognuno per un braccio e li condusse verso una sedia che altre persone della compagnia avevano, secondo la sua intenzione, preparato. Legs non fece a tutto ciò la benché minima resistenza e si assise là dove fu condotto: ma il galante Hugh, portando via il suo cavalletto dall’estremità della tavola, lo pose vicino alla tisica damigella del lenzuolo, si sedette allegramente accanto a lei ed empiendosi un cranio di vino rosso lo tracannò in onore d’una più intima conoscenza. Ma a quella presunzione, l’uomo stecchito della bara parve singolarmente esasperato: e ciò avrebbe potuto cagionare una seria conseguenza se il presidente, battendo sulla tavola col suo scettro, non avesse ricondotto l’attenzione di tutti gli astanti al discorso seguente:

– La felice occasione che ci si offre, c’impone il dovere…

– Fermo là!… – interruppe Legs con un’aria di grande serietà – fermo un momento, dico… e diteci prima di tutto chi diavolo siete e che diamine state facendo qua dentro, tutti vestiti come brutti demoni e trangugiando il buon torcibudella del nostro onesto compagno Will Wimble il becchino, con tutte le altre provviste da lui ammassate per l’inverno!…

A quell’imperdonabile saggio di cattiva educazione, tutta la strana società si alzò a metà da sedere e rapidamente emise un coro di grida diaboliche, simili a quelle che prima avevano attirato l’attenzione dei nostri marinai.

Nondimeno il presidente fu il primo a riacquistare il suo sangue freddo e volgendosi molto dignitosamente verso Legs riprese:

– Con tutta la buona qualità appagheremo ogni ragionevole curiosità d’ospiti così illustri, quantunque non da noi invitati. Sappiate dunque che noi siamo il monarca di quest’impero e regnamo qui da sovrano assoluto col titolo di re Peste I. Questa sala che voi ingiuriosamente supponete sia la bottega di Will Wimble, l’intraprenditore di pompe funebri, persona che noi non conosciamo e il cui nome plebeo prima d’ora non ha mai offeso le nostre reali orecchie, questa sala, ripetiamo, è la sala del trono del nostro palazzo, consacrata ai consigli del nostro reame e ad altre mansioni d’un ordine sacro e supremo.
La nobile signora seduta a noi di fronte è la regina Peste, nostra serenissima sposa. Gli altri personaggi illustri che voi vedete sono tutti della nostra famiglia e tutti portano il segno della loro reale origine nei loro rispettivi nomi: Sua Grazia l’arciduca Pest-Ifero, Sua Grazia il duca Pesti-Ilenziale, Sua Grazia il duca Tem-Pesta e Sua Altezza Serenissima l’arciduchessa d’Ana-Peste11.

Quindi aggiunse:
– Quanto a ciò che avete domandato sugli affari che noi trattiamo qui in consiglio, ci sarà agevole rispondervi che essi riguardano i nostri reali e privati interessi e non riguardando che ciò, non possono interessare che noi soli. Ma per una deferenza alla vostra qualità di ospiti e di stranieri, ci degneremo ancora di spiegarvi che noi ci troviamo qui questa notte, dopo una preparazione di profonde ricerche e di lunghe investigazioni, per esaminare, analizzare e perentoriamente determinare l’indefinibile spirito, le incomprensibili qualità e la natura di quegli inestimabili tesori della bocca che sono il vino, la birra e i liquori di questa eccellente metropoli; non soltanto per raggiungere lo scopo prefisso ma per aumentare anche la vera prosperità di quel sovrano che non è di questo mondo, ma che regna su noi tutti, il cui dominio è senza limiti e che si chiama la Morte!

– E che si chiama Davy Jones! – esclamò Tarpaulin, offrendo alla dama che gli era vicino un cranio pieno di vino e vuotandosene uno per sé.

– Profano birbante! – esclamò allora il presidente girando la sua attenzione sul degno Hugh – profano ed esecrato burlone! Ti abbiamo già ripetuto che in considerazione di quei diritti d’ospitalità che non vogliamo violare, nemmeno nella tua sconcia persona, noi acconsentiremo a rispondere alle grossolane e intempestive domande. Nondimeno crediamo che, vista la vostra profana intromissione nei nostri consigli, è nostro dovere di condannar te e il tuo compagno a bere ciascuno un gallone di blackstrap12 che voi, in ginocchio e d’un sol fiato, berrete alla prosperità del nostro reame: fatto questo, sarete ambedue liberi di continuar la vostra strada o di restare a dividere i privilegî della nostra tavola secondo il vostro rispettivo gusto personale.

– Sarà una cosa assolutamente impossibile – rispose Legs a cui la grande aria e la dignità del re Peste I avevano evidentemente ispirato un sentimento di rispetto, e che perciò si era alzato, appoggiandosi contro la tavola, mentre quegli parlava – sarà, Maestà, una cosa assolutamente impossibile caricar nella mia stiva solamente la quarta parte di quel liquore di cui ora la Maestà Vostra ha parlato. Per non dir nulla di tutta la mercanzia che da questa mattina, a guisa di zavorra, abbiamo introdotto nelle nostre stive e senza far menzione delle molte qualità di birra e di liquori che abbiamo imbarcato durante la serata in differenti porti, io ho pel momento un forte carico d’humming-stuff, preso e debitamente pagato all’osteria dell’Allegro marinaio. Vostra Maestà sarà dunque tanto graziosa di contentarsi della nostra buona volontà; imperocché io non posso né voglio in nessuna maniera ingoiare una sola goccia di più; meno poi ancora trattandosi di quell’antipatico liquido di stiva che risponde al nome di blackstrap.

– Fermati là! – interruppe Tarpaulin, non meno stupito della lunghezza del discorso del suo amico che del suo rifiuto – fermati là, marinaio d’acqua dolce! Il mio scafo è ancora abbastanza leggiero quantunque tu, ti confesso, mi sembri un po’ troppo carico dalla parte di sopra! e piuttosto che abbandonare anche un sol grano del carico tuo, cercherò di trovargli posto a bordo del mio, ma…

– Quest’accomodamento – interruppe il presidente – non va affatto d’accordo coi termini della sentenza e della condanna, la quale per sua natura è immutabile e senz’appello. Le condizioni che noi abbiamo imposte debbono essere eseguite alla lettera e senza un sol minuto d’esitazione; in mancanza di che noi decretiamo di legarvi insieme per il collo e per le gambe e di farvi debitamente annegare, a guisa di ribelli, nella botte di birra d’ottobre che voi là vedete.

– Ecco una sentenza! e che sentenza! giusta, giudiziosa sentenza! decreto veramente glorioso, degnissima, irriprovevolissima e santissima condanna! – gridarono tutti insieme i membri della famiglia Peste.

Il re corrugò la sua immensa fronte; il vecchio ometto gottoso soffiò come un mantice; la donna dal lenzuolo di lino fece ondulare a destra e a sinistra il suo naso; il gentiluomo in pantaloni scosse le orecchie; la signora del lenzuolo mortuario aprì la gola come un pesce in agonia; e l’uomo dalla bara d’acajou parve ancora più stecchito e girò i suoi occhi verso la volta.

– Hou! Hou! – esclamò Tarpaulin gonfiandosi dal ridere senza badare alla generale agitazione, – Hou! Hou! Hou! Hou! Hou! Hou! Io dicevo, quando Sua Maestà il re Peste è venuto a metterci dentro il suo piede, che due o tre galloni di blackstrap in più o in meno sono una vera bagatella per una nave buona e solida come la mia quando non è troppo carica, ma quando si tratta di bere alla salute del Diavolo, che Dio ci assolva!, di mettermi in ginocchio davanti a quella brutta Maestà lì, che, quanto è vero che io sono un pescatore, conosco non essere altri che il pagliaccio Tim Hurlygurly! Oh! questa è bene tutt’altra faccenda che passa assolutamente tutte quante le idee del mio cervello e…

Ma non gli fu concesso di finire tranquillamente il suo discorso. Al nome di Tim Hurlygurly tutti i convitati saltarono sulle loro sedie.

– Tradimento! – gridò Sua Maestà il re Peste I.

– Tradimento! – disse l’ometto della gotta.

– Tradimento! – urlò l’arciduchessa Ana-Peste.

– Tradimento! – mormorò il gentiluomo dalle mascelle legate.

– Tradimento! – grugnì l’uomo dalla bara.

– Tradimento! Tradimento! – urlò Sua Maestà la dama dall’ampia gola, ed afferrando Tarpaulin, che stava appunto riempiendosi un cranio di liquore, lo sollevò violentemente in aria e senza cerimonie lo mandò a cadere nell’ampia botte ripiena della sua birra favorita. Sbattuto per qualche secondo di qua e di là come una pera dentro a un vaso di spirito, scomparve finalmente nel turbine di schiuma che i suoi sforzi avevano sollevato in quel liquido già di sua natura molto spumoso.

Tuttavia l’altro marinaio non vide con rassegnazione la sconfitta del suo compagno. Il valoroso Legs, facendo precipitare il re Peste traverso alla botola aperta, bestemmiando ne chiuse violentemente il coperchio, e corse verso il centro della sala. Là strappò lo scheletro sospeso di sopra alla tavola e lo trasse a sé con tanta violenza e con tanta energia che non solo riuscì a spegnere gli ultimi raggi di luce che illuminavano la sala, ma spezzò anche il cranio dell’ometto dalla gotta.

Precipitandosi allora con tutta la sua forza sulla botte fatale nella cui birra d’ottobre si trovava Hugh Tarpaulin la rovesciò in un momento e la fece girar su stessa. Ne scaturì fuori un così furioso, impetuoso e invadente torrente di liquore che la camera fu invasa da una parete all’altra, la tavola rovesciata con tutto ciò che conteneva, i cavalletti rovesciati sottosopra, la cogoma del punch in mezzo al camino, e le signore, prese da un attacco di nervi. Mucchi d’oggetti da funerale galleggiavano qua e là. I vasi, le brocche, i boccioni coperti di giunchi in uno spaventoso miscuglio si mescolavano insieme e i fiaschi di vimini urtavano disperatamente contro le pinte ricoperte di corda. L’uomo che aveva il «raccapriccio dell’ebbrezza» fu annegato al suo posto, il paralitico navigava al largo in mezzo alla birra, e il vittorioso Legs, afferrando per la vita la grossa donna dal lenzuolo funerario si precipitò con essa sulla via, e mise capo direttamente nella direzione del Free and Easy prendendo bene il vento, e rimorchiando il disgraziato Tarpaulin che, avendo starnutato tre o quattro volte, ansava e soffiava dietro a lui insieme all’arciduchessa Ana-Peste.

Note

1 Nell’originale “Buckhurst’s Tragedy of Ferrex and Porrex”.

2 Edoardo III regnò dal 1327 al 1377; la peste nera devastò l’Inghilterra più volte durante il suo regno.

3 Probabilmente la chiesa di Sant’Andrea, a Holborn, Londra, non lontano dal numero 18 di Basinghall Street, dove John Allan aveva la sua sede di affari inglese.

4 Nell’originale è Ben Nevis, montagna più alta della Gran Bretagna (1343 m.), nella contea di Inverness.

5 Anche il cognome di questo personaggio ha un significato: tarpaulin è la tela cerata.

6 Bevanda forte.

7 La descrizione qui data, della condizione dei rioni proibiti, all’epoca di cui si parla, non è assolutamente esagerata. Nota aggiunta a fondo pagina quando fu pubblicato di nuovo sul «Southern Literary Messenger» nel 1839.

8 Termine dialettale veneto per cuccuma.

9 Birra forte che si produce a ottobre.

10 Legno di mogano.

11 In italiano si è potuto mantenere il gioco di parole di Poe: Arch Duke Pest-Iferous, Duke Pest-Ilential, Duke Tem-Pest, Arch Duchess Ana-Pest.

12 Melassa scura e viscosa, in genere usata nell’alimentazione del bestiame e nella produzione industriale di acido citrico e aceto.

Daniele Imperi 730 Articoli
Correggo bozze di manoscritti, revisiono racconti e scrivo testi per il web. Sul mio blog «Penna blu» parlo di scrittura, editoria e lettura; sull’aerosito di F.T. Marinetti, di cui ho curato un aeropoema (Diana edizioni, 2023) e un romanzo (Diana edizioni, 2026) inediti, parlo di Futurismo e della vita e delle opere del poeta combattente.

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