Mistificazione

Traduzione del 1896

Il racconto “Mistificazione” (Mystification) apparve inizialmente con il titolo “Von Jung, the Mystific” sull’«American Monthly Magazine» del giugno 1837. Nel 1840 fu pubblicato nell’antologia Tales of the Grotesque and Arabesque con il titolo “Von Jung”.

Il titolo “Mystification” apparve in Phantasy Pieces, un progetto per una nuova edizione, mai pubblicata e contenente revisioni manoscritte del 1842, del volume I di Tales of the Grotesque and Arabesque.

Con lo stesso titolo il racconto fu pubblicato il 27 dicembre 1845 sul «Broadway Journal». In quest’occasione Poe aggiunse una citazione al racconto: “Slid, if these be your “passados” and “montantes,” I’ll have none o’ them” di Ned Knowles.

Traduzioni per l’Europa

La prima traduzione francese si deve a Émile Hennequin: “Une mystification” apparve nel 1882 nell’antologia Contes Grotesques par Edgar Poe.

“Una mistificazione” è probabilmente la prima traduzione italiana, a opera di Ernesto Ragazzoni, presente nella raccolta Edgar Allan Pöe pubblicata a Torino da Roux Frassati e Co Editori nel 1896, curata da Federico Garrone e Ernesto Ragazzoni.

Questo volume nei giornali dell’epoca fu pubblicizzato con il titolo Novelle straordinarie, anche se conteneva soltanto 4 racconti, più 6 poesie, 2 saggi e alcuni Marginalia.

Prefazione di Federico Ragazzoni

Una mistificazione è uno studio analitico di caratteri e di ambiente.

I caratteri posti di fronte sono due; quello di un mistificatore astuto ed intelligente, e quello di un ragazzo ignorante e vanitoso.

La vittoria naturalmente, vittoria del tutto intellettuale è pel primo.

L’ambiente è quello di una delle vecchie Università tedesche, pittura esattissima e coscienziosa di quelle strane corporazioni di studenti beoni e attaccabrighe, le quali, dal medio-evo sino ad oggi, tra i canti gogliardici, le orgie ed i duelli, hanno conservata intatta tutta una stravagante e sacra eredità di tradizioni e di pregiudizi che sono nello stesso tempo una legge inviolabile ed un deplorevole ma simpatico anacronismo.

Il racconto è un gioiello di comicità fine, bizzarra ed originale.

L’aneddoto è svolto con una briosità geniale e con una precisione di osservazioni e di particolarità addirittura mirabili.

Una mistificazione

Il barone Ritzner von Jung apparteneva ad una illustre famiglia ungherese i cui membri, da tempo immemorabile, sono stati, più o meno, notevoli per qualche bizzarria di carattere; la maggior parte per una certa originalità di immaginazione, di cui il poeta Tiek1, uno della razza, ha lasciato ricordi sorprendenti.

Avevo fatto conoscenza col barone al castello di Jung, ove stetti qualche giorno durante l’estate del 18…, in seguito ad avventure straordinarie, che debbono rimanere secrete. Egli cominciò sin da allora a stimarmi, ed io potei formarmi un concetto, per quanto superficiale, della sua strana costituzione mentale.

Più tardi i nostri rapporti si fecero più intimi man mano che cresceva l’amicizia e quando, tre anni dopo, ci trovammo assieme all’Università di G…, io sapevo tutto quanto era necessario sapere sul carattere del barone.

Ricordo ancora la grande curiosità che produsse il di lui arrivo all’Università la notte del 25 giugno, e rammento benissimo che tutti gli studenti lo proclamarono, a prima vista, l’uomo il più originale che fosse al mondo, senza però che alcuno d’essi sapesse dare le ragioni di una tale opinione. La stranezza di Ritzner era così evidente, che pareva un’impertinenza il ricercarne le cause.

Ma lasciamo ciò. Ho voluto semplicemente stabilire che, sino dal primo momento in cui il barone comparve a G…, egli esercitò sulle abitudini, sulle usanze, sulle persone, sui gusti di tutta la comunità l’influenza la più estesa, la più dispotica e nello stesso tempo la più indefinita e la meno spiegabile. È perciò che il breve soggiorno suo fece epoca negli annali dell’Università, tanto che rimase addirittura leggendaria l’epoca straordinaria in cui dominava il Barone Ritzner von Jung.

Non appena giunto, il Barone venne a visitarmi nel mio appartamento. In quel tempo egli non dimostrava alcuna età; vale a dire che la sua età non era manifestata da alcun segno esteriore. Poteva avere tanto 20 anni come 40, in realtà ne aveva 21. Non era quello che si dice un bell’uomo, forse anzi sembrava brutto. I contorni del suo viso erano angolosi e ruvidi, la fronte alta e bianca, il naso camuso, gli occhi grandi, vitrei, pesanti, senza espressione, le labbra salienti e riposanti l’una sull’altra.

Nel complesso era impossibile immaginare una combinazione di lineamenti umani, anche i più complessi, che, come quelli del Barone, producesse la impressione perfetta ed esclusiva della calma e della gravità inalterabile.

Da ciò che ho detto si comprende come il Barone fosse una di quelle anomalie viventi che ogni tanto si incontrano e pei quali studio e scopo nella vita è il mistificare gli altri. Mentre una facoltà speciale dello spirito gli assicurava l’esercizio di questa scienza della mistificazione, la sua apparenza fisica lo forniva, per praticarla, di agevolezze poco comuni. In verità io credo che nessuno degli studenti, durante la famosa êra del barane Ritzner, abbia penetrato il segreto di quella strana natura, e son certo che nessuno all’Università, all’infuori di me, abbia creduto l’amico mio capace di uno scherzo sia di parole che di azioni. Ma che! Ne avrebbero piuttosto accusato il vecchio bull-dog di guardia al cancello del giardino, o lo spettro di Eraclito, o la parrucca del professore di teologia! E ciò mentre poi le bizzarrie le più imperdonabili erano sempre ispirate, se non da lui, almeno per causa sua, e colla sua complicità.

La bellezza, se così può dirsi, della sua arte di mistificare consisteva nella sua grande abilità (risultato di una conoscenza, quasi d’intuizione, degli uomini e di un sangue freddo sorprendente) per cui appariva che le beffe si facessero suo malgrado, ad onta dei suoi sforzi per impedirle e per salvaguardare il buon ordine ed il decoro dell’Università.

La profonda e solenne mortificazione che, a ciascun insuccesso dei suoi virtuosi tentativi, appariva su tutti i lineamenti della sua fisionomia, non lasciavano nell’animo dei compagni, anche i più scettici, il più leggero dubbio sulla sua sincerità.

Mai ho conosciuto persona, all’infuori del mio amico, che facesse del mistificare un’abitudine, e che pur tuttavia sapesse sempre sfuggire alle conseguenze naturali dei suoi tiri, mantenendo incolume da discredito il suo carattere e la sua persona. Vivendo di buffonerie sembrava non praticasse che le severità le più austere, e persino la sua famiglia non ha una sola volta associata la sua memoria ad altra idea che non fosse quella della maestà e della dignità.

Durante tutto il tempo in cui Ritzner restò a G… parve che il genio del «dolce far niente» aleggiasse, come un incubo, sulla Università. Non si faceva che mangiare, bere e divertirsi. Le camere degli studenti erano cambiate in altrettante bettole, e la più rumorosa e frequentata era, naturalmente, quella del Barone.

Una notte noi avevamo prolungata la nostra riunione fin quasi all’alba, bevendo ancor più del solito. La compagnia era formata da 7 od 8 persone oltre il Barone e me.

La maggior parte erano giovani di aristocratiche e boriose famiglie, imbevuti di idee le più strampalate sulle questioni d’onore. Da veri studenti tedeschi esponevano le opinioni le più estreme su quanto riguardava il duello. Certe pubblicazioni recentemente giunte da Parigi, e tre o quattro scontri con funesta conseguenza, accaduti in quel torno a G… avevano dato un vigore ed un impulso straordinario a quelle idee alla Don Chisciotte. Perciò la conversazione s’era, durante la maggior parte della notte, aggirata su quel tema.

Il Barone, il quale aveva serbato un silenzio insolito durante il principio della serata, si scosse di un tratto dalla sua apatia, e prese egli stesso a dirigere la conversazione, parlando con ammirazione calda ed eloquente dei vantaggi dei nuovi codici cavallereschi e della bontà ed utilità di tutte le regole minuziose per gli scontri.

La sua eloquenza destò il più grande entusiasmo nei suoi uditori in generale, e riempì invece me di stupefazione, come quegli che sapevo essere il Barone un oppositore di tutto ciò per cui ora tanto s’accalorava e che aveva per tutte quelle fanfaronate il supremo disprezzo, che esse meritano.

Guardandomi attorno, durante una pausa del Barone, sorpresi i segni di un interesse più che ordinario per ciò che si diceva sulla fisonomia di uno degli ascoltatori.

Costui, che chiamerò Hermann, era un originale sotto tutti i rapporti, meno forse per il fatto ch’egli era un gran pazzo. Tuttavia era riuscito a farsi, in certi ritrovi di studenti, una riputazione di profondo metafisico ed anche di possedere qualche talento in logica.

Come duellista poi era fra i più rinomati di G… Ho scordato il numero preciso delle vittime cadute sotto il suo ferro, ma, certo, lo si diceva considerevole. Era un uomo incontrastabilmente coraggioso, ma menava specialmente vanto delle sue complete e minuziose conoscenze in fatto di delicatezza e di etichetta nelle questioni d’ onore. Era quella la sua manìa.

Ritzner, sempre in cerca di tipi grotteschi, già da tempo aveva trovato terreno favorevole a mistificare nelle particolarità del carattere di Hermann.

Io non pensavo più a ciò, e pur tuttavia m’accorsi che l’amico mio macchinava qualche tiro bizzarro di cui il duellista era l’oggetto.

Mentre il Barone continuava il suo discorso, o, meglio, il suo monologo, io vidi che l’eccitamento di Hermann andava gradatamente aumentando. Infine egli parlò, opponendo un’obbiezione circa un particolare su cui il Ritzner aveva insistito.

A tale obbiezione il Barone rispose seccamente, con un tono cattedratico ed impertinente, terminando la sua replica in un modo che trovai di cattivissimo gusto, poiché in fine non era che un sarcasmo ed una canzonatura evidente all’indirizzo di Hermann.

La manìa di costui prese allora il sopravvento. Me ne accorsi subito dal modo irato e puntiglioso con cui prese a rispondere; infine perdé la testa. Ricordo perfettamente le sue ultime parole:

«Le vostre opinioni – disse – permettetemi di farvelo osservare, signor barone Ritzner von Jung, per quanto corrette in linea generale, fanno, in taluni punti, poco onore a voi ed alla Università alla quale appartenete. Esse sono persino, in parte, immeritevoli di una seria confutazione. Direi anche di più, se non temessi di offendervi (e qui l’oratore sorrise con una certa affabile petulanza). Direi, o signore, che le vostre opinioni non son di quelle che s’ha diritto di aspettarsi da un uomo d’onore.»

Non appena Hermann ebbe pronunciata questa frase così poco equivoca, tutti gli occhi si rivolsero al Barone.

Egli da prima impallidì, poi diventò estremamente rosso, poi lasciando cadere il fazzoletto si chinò a raccoglierlo. Potei osservare la sua faccia in quel punto, in cui, chino, non poteva essere scorto da altri. La sua fisionomia era raggiante per quella espressione sarcastica che in lui era naturale, ma che non avevo sorpresa che quando eravamo soli e si mostrava qual’era.

Un istante dopo, ritto, squadrava Hermann.

Mai prima d’allora io aveva assistito ad un mutamento più completo di espressione in un tempo tanto breve. Per un momento giunsi a credere di essermi ingannato e che il Barone fosse terribilmente serio. Egli sembrava sopraffatto dall’ira ed il suo volto aveva assunta una tinta livida, cadaverica. Per qualche tempo restò silenzioso, sforzandosi visibilmente di padroneggiare la propria emozione. Finalmente, presa una caraffa che era vicino a lui, e tenendola stretta, rispose:

«Le parole che voi, mio signor Hermann, avete creduto di dirigermi, sono suscettibili di molte obbiezioni che non ho voglia né tempo di specificare. Ma il dire che le mie opinioni non sono di quelle che si ha il diritto di pretendere da un uomo d’onore, è asserzione così direttamente offensiva, che a me non rimane che una sola linea di condotta. Però debbo qualche riguardo alla presenza di questi signori ed a voi stesso che siete mio ospite. Mi scuserete quindi se, per questa considerazione, mi allontano leggermente dalle consuetudini costanti in simili casi di insulto personale fra gente d’onore, e mi perdonerete il piccolo sforzo che sono per chiedere alla vostra immaginazione. Vogliate favorire di considerare per un istante l’imagine della vostra persona riflessa in quello specchio come lo stesso vivente sig. Hermann. Ciò fatto, io scaglierò questa boccia sulla vostra imagine, e così potrò, in ispirito, se non in realtà, soddisfare al risentimento che il vostro insulto ha cagionato, senza tuttavia usar violenza alla vostra persona.»

E ciò detto lanciò la caraffa piena di vino nello specchio che pendeva in faccia ad Hermann, colpendo, con una mirabile precisione, il riflesso del viso di quest’ultimo, e mandando, com’era naturale, la lastra in mille frantumi.

Tutti si alzarono e partirono lasciandomi solo con Ritzner.

Questi, mentre Hermann usciva, mi disse all’orecchio di seguirlo e di offrirgli i miei servigi.

Obbedii, sebbene proprio non sapessi cosa farmi in una questione così ridicola.

Hermann aggradì la mia offerta con quella sua solita aria presuntuosa ed affettata. Prendendomi pel braccio, mi condusse nelle sue stanze. Io potevo a stento trattenere le risa, ma egli continuava a parlarmi gravemente su ciò che diceva «la natura particolarmente raffinata dell’oltraggio che aveva ricevuto.»

Dopo un lungo e pesante discorso, espresso nel suo solito stile, egli prese da uno scaffale un certo numero di vecchi libri relativi al duello, e mi trattenne assai tempo leggendone dei brani e commentandoli; mi rammento appena i titoli di alcune di quelle opere. Vi era l’ordinanza di Filippo il bello sulla singola tenzone; il Teatro dell’onore del Tavyn2; un Trattato sul permesso del duello di Audigniers3. Poi mi mostrò, con gran sussiego, le Memorie del duello di Brantôme4, Colonia, 1668, un elzevir prezioso, unico, su carta velina, con grandi margini, rilegato dal Derôme.

In fine richiamò in modo particolare, con aria di scaltrezza, la mia attenzione sopra un «in-ottavo» grosso, scritto in latino barbaro da un certo Hedelin5, un francese, portante questo titolo singolare: Duelli lex scripta et non, aliterque. Di quest’opera mi lesse un capitolo, il più insulso del mondo, circa le injuriae per applicationem, per constructionem et per se, di cui la metà, a suo dire, concerneva direttamente il suo caso «particolarmente raffinato», senza che io giungessi a comprender sillaba in tutto quel guazzabuglio.

Finito il capitolo, chiuse il libro e mi chiese che cosa pensassi dovesse fare. Gli risposi che io aveva intera fiducia in lui, e che quindi mi sarei attenuto senz’altro a quanto egli avesse proposto. La sua vanità fu soddisfatta, ed egli si sedette per scrivere una missiva al Barone.

Eccola:

«Signore,

Il mio amico, il sig. P…, vi consegnerà questo biglietto. Credo d’essere in diritto di domandarvi, per quando vorrete, una spiegazione su quanto è avvenuto stanotte, in casa vostra.

Qualora mi rifiutaste questa spiegazione, il signor P… sarà lieto di combinare, con un amico che vorrete indicargli, i preliminari di uno scontro.

Coi sentimenti del più profondo rispetto, sono, Signore, il vostro umile servitore

Haas Hermann6

Al barone Ritzner von Jung

18 agosto 18…

Non sapendo cosa farmi di meglio, mi recai da Ritxner colla mia epistola. Ricevendola, s’inchinò, poi, col suo fare grave, m’accennò una seggiola.

Letto il cartello di Hermann, scrisse la seguente risposta che io portai a quest’ultimo:

«Signore,

A mezzo del comune amico nostro, signor P…, ho ricevuto il vostro biglietto. Dopo ponderata riflessione, ho riconosciuto francamente l’opportunità della spiegazione che voi mi domandate. Ciò ammesso, provo tuttavia molte difficoltà ad acconsentirvi, considerata la natura particolarmente raffinata dell’affronto da me commesso sulla vostra persona, ad esprimere quello che ho a dirvi a vostra soddisfazione, e ad adattare il mio linguaggio a tutte le esigenze minuziose, e a tutte le delicate sfumature della nostra questione.

Confido cionullameno in quella estrema delicatezza ed in quel profondo discernimento circa le convenienze, per cui, da tanto tempo, ed in modo così eminente, siete stimato.

È quindi colla certezza d’essere perfettamente compreso che vi dimando licenza, in luogo di offrirvi l’espressione dei miei sentimenti, di indirizzarvi alle opinioni del sig. Hedelin, quali sono espresse nel 1° paragrafo del capitolo: Injuriae per applicationem, per constructionem et per se nel suo: Duelli lex scripta et non, aliterque.

La vostra perfetta competenza riguardo al soggetto trattato in quello scritto basterà, ne sono certo, a convincervi che, rimandandovi a quel passaggio, io soddisfo pienamente alla vostra domanda di spiegazioni.

Con i sentimenti del più profondo rispetto sono, o signore, il vostro obbedientissimo servitore

Ritzner von Jung»

Al sig. Haas Hermann

18 agosto 18…

Hermann cominciò a leggere questa lettera con aria sprezzante, che però si cambiò in un sorriso della più ridicola compiacenza quando arrivò alle stoltezze delle Injuriae per applicationem, ecc. Finito di leggere mi pregò con grande affabilità a sedere, poi prendendo il libro lo lesse attentamente a bassa voce, poi lo rilesse ed infine chiuse il libro e mi incaricò, in qualità di confidente, di esprimere al Barone i sensi della sua viva ammirazione per la condotta cavalleresca da lui usata, e, in qualità di padrino, di assicurarlo che la spiegazione ricevuta era la più completa, la più onorevole, la più soddisfacente e la più categorica possibile.

Sorpreso, mi recai dal Barone, il quale ricevette il messaggio come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Dopo qualche frase insignificante entrò nella camera vicina e tornò coll’eterno Lex duelli… Mi diede il volume e mi pregò di scorrerne un capitolo. Io lessi, ma senza alcun risultato, inquantochè quanto leggevo non aveva ombra di senso.

Restituii l’opera al Barone ed egli lesse il capitolo ad alta voce. Con mia grande meraviglia quello che il Barone leggeva era il racconto burlescamente assurdo di un duello tra due scimmie.

Mi spiegò allora il segreto, facendomi vedere che il libro, quale appariva a prima vista, era scritto sulla foggia dei versi del Du Barton, vale a dire che il discorso era studiato in modo da presentare tutti i segni esteriori della intelligibilità, e fin anche della profondità, mentre poi, nel fatto, era assolutamente senza senso. Per capire, conveniva saltare alternativamente tutte le seconde o terze parole, ed allora si scopriva una serie di corbellature sul duello, come oggidì lo si pratica.

Il Barone mi disse poi, più tardi, che egli aveva apposta fatto tenere, tre settimane prima dell’accaduto, il libro ad Hermann; che, chiaccherando, s’era accertato che la sua vittima aveva studiato la Lex duelli, ecc. colla più profonda attenzione e che la considerava come un’opera di merito non comune.

Su quest’indirizzo aveva agito. Hermann avrebbe sofferto mille morti piuttosto che confessare la sua incapacità a comprendere cosa alcuna che avesse attinenza col duello.

Note

1 Johann Ludwig Tieck (1773–1853), poeta, scrittore, traduttore e critico tedesco.

2 Grafia errata del nome. Si tratta di André Favyn (1560?-1620?), che scrisse Le Théâtre d’honneur et de Chevalerie (1620).

3 Grafia errata per Henri d’Audignier, che scrisse Le vrai et ancien usage des duels (1617).

4 Pierre de Bourdeille, detto Brantôme (1540–1614), scrisse Discours sur les duels (stampato postumo in Olanda nel 1722).

5 François Hédelin, abate d’Aubignac e di Meymac (1604 –1676). L’opera citata è stata attribuita da Poe all’autore nel racconto.

6 Nell’originale è Johan Hermann.

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Sono un blogger e un appassionato di libri e letteratura. Edgar Allan Poe è stato il primo autore che ho amato e da allora ho iniziato a leggere la sua opera omnia. Il sito che ho creato nel 2007 è un omaggio a questo indimenticabile autore.

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