Ligeia

Dal volume Storie meravigliose, 1923

La prima pubblicazione del racconto “Ligeia” risale al settembre 1838, quando uscì nell’«American Museum». Nel 1840 fu compreso nella raccolta Tales of the Grotesque and Arabesque.

Fu tradotto in francese da Charles Baudelaire, uscendo in due puntate su Le Pays: il 3 e 4 febbraio 1855.

La prima traduzione italiana si deve invece a Baccio Emanuele Maineri. Il racconto apparve in Storie incredibili Edgardo Poe nel 1869.

La presente traduzione è invece presente nella raccolta Storie meravigliose, Sten Editrice, del 1923.

Ligeia

E là dentro v’è la volontà che non muore mai. Chi dunque mai conosce i misteri e la forza della volontà? Imperocché Iddio non è che una grande volontà che per la propria intensità penetra tutte quante le cose. L’uomo non s’inchina agli angeli e non cede alla morte, se non per la infermità della sua povera volontà.
Giuseppe Glanvill1

Sull’anima mia, proprio non mi riesce ricordarmi come, quando e dove io conobbi lady Ligeia. Sono passati molti anni da allora ed una grave malattia ha indebolito la mia memoria. O, forse, ora non posso più ricordar tali punti perché veramente l’indole della mia adorata, la sua rara istruzione, il suo genere di bellezza così singolare e così tranquillo e la penetrante e convincente maniera di parlare tanto musicalmente dolce hanno fatto il lor cammino nel mio cuore in un modo così paziente, così costante e così furtivo, che io non ho potuto badarvi e tutto è sfuggito alla mia coscienza.

Tuttavia credo che io l’incontrassi la prima volta, e dopo parecchie altre volte in una vasta e antica città smantellata sulle rive del Reno. Ella mi parlò certamente anche della sua famiglia ed io non metto punto in dubbio che essa risalisse ad un’età remotissima.

Ligeia! Ligeia!

Assorbito in certi studi che per la natura loro sono più adatti d’ogni altro ad ammorzare le impressioni del mondo esteriore, a me bastano pure le sole sillabe di questo nome così dolce, Ligeia, per farmi risorgere dinnanzi agli occhi la bella immagine di colei che non è più. Ed ora mentre scrivo, come in un barlume, ricordo che io non ho mai saputo il nome della sua famiglia, di colei che fu la mia amica e la mia fidanzata, poi la mia compagna di studi e infine la sposa del cuore. Fu forse per una qualche ingiunzione bizzarra di Ligeia, oppure per darle una prova della forza del mio affetto, che io non m’incaricai di ricercare alcuna notizia di ciò? o piuttosto fu un mio capriccio, un’offerta bizzarra e romantica sull’altare del culto più appassionato? Io non ricordo la cosa che molto confusamente; c’è dunque da stupirsi se io abbia interamente dimenticato le circostanze che fecero nascere o accompagnarono il mio amore? E veramente, se mai lo spirito romantico, se mai il pallido Ashtophet2 dell’idolatra Egitto dalle ali tenebrose, ha presieduto, come suol dirsi, ai matrimoni di sinistro augurio, senza alcun dubbio egli ha presieduto al mio.

Nondimeno v’è un soggetto sul quale la mia memoria può assolutamente contare: questo è la persona di Ligeia. Ella era alta della persona, un poco sottile e negli ultimi giorni, anzi, molto magra. Indarno proverei di descrivere la maestà e la tranquilla scioltezza del suo incedere, l’incomprensibile leggerezza e l’elasticità del suo passo. Ella veniva e se ne andava come ombra. Io non m’accorgevo del suo ingresso nel mio gabinetto da lavoro se non quando ella posava la sua mano alabastrina sulla mia spalla, accompagnando l’atto con la musica della sua voce dolce e profonda. Nessun’altra donna non ha mai uguagliato la bellezza della sua fisonomia. Era la visione d’un sogno d’oppio, una visione aerea e meravigliosa, una visione più stranamente celeste dei sogni che volteggiano nelle anime assopite delle ragazze di Delo. Pure i suoi tratti non erano disegnati con quella regolarità che falsamente ci si è insegnato a riverire nelle opere classiche del paganesimo.

«Non v’ha squisita bellezza» disse lord Verulam3, parlando con molto criterio di tutte le forme e di tutti i generi di bellezze «senza una certa stranezza di proporzione».

Tuttavia quantunque io vedessi che i lineamenti di Ligeia non erano d’una regolarità perfetta, quantunque io sentissi che la sua bellezza era veramente squisita e assai ripiena di quella stranezza, mi sono sempre indarno sforzato di ritrovare quella irregolarità e di cercare fino al suo più lontano ripostiglio quella mia percezione dello strano. Esaminai il contorno della fronte alta e pallida – una fronte meravigliosa – e come è fredda questa parola applicata ad una tanto divina maestà! – esaminai la pelle che poteva gareggiare con l’avorio più puro, la imponente larghezza, la calma e la graziosa proeminenza delle parti sottoposte alle tempie, e poi quella capigliatura d’un nero corvino, lucida, lussuosa, naturalmente abboccolata e dimostrante tutta la forza della espressione omerica capigliatura iacintea4! Esaminai attentamente la linea delicata del naso, e non trovai una simile perfezione che nei graziosi medaglioni ebraici: era lo stesso getto, la stessa superficie unita e superba, quella stessa quasi impercettibile tendenza all’aquilino, quelle stesse narici armoniosamente arrotondate e che rivelavano la libertà dello spirito. Guardai la graziosissima bocca: e là era il trionfo di tutte quante le cose celesti: la gloriosa rotondità del labbro superiore alquanto corto, l’aria dolcemente, voluttuosamente tranquilla di quello inferiore – le fossette che esse formavano ed il colore che parlava – i denti che ripercuotevano come una specie di luminosità ad ogni raggio di luce benedetta che cadeva su di essi, nei sorrisi placidi e sereni ma sempre trionfalmente radiosi. Analizzai la forma del mento ed anche là nella larghezza trovai la grazia, la dolcezza e la maestà, la pienezza e la spiritualità dei greci, quel contorno che il dio Apollo non rivelò che in sogno a Cleomero figlio di Cleomene d’Atene5.

E poi guardai anche i grandi occhi di Ligeia. Per gli occhi io non so trovare un modello nella più lontana antichità. Forse era negli occhi della mia adorata che si celava il mistero di cui parla lord Verulam. Io credo che essi fossero più grandi dei soliti occhi dell’umanità: meglio tagliati che i più begli occhi della tribù della vallata di Nourjadah6. Ma non era che a certi momenti, quando essa si animava eccessivamente, che una tal particolarità colpiva in un modo straordinario. In quei momenti la sua bellezza era – o almeno così appariva al mio pensiero ardente – la bellezza delle favolose urì7 dei turchi. Le pupille erano del nero più brillante e coperte da neri, lunghissimi cigli. Le sopracciglia, d’un disegno lievemente irregolare, erano dello stesso colore. Tuttavia la stranezza che io rinveniva in quelli occhi era indipendente dalla loro forma e dalla loro vivacità, e doveva decisamente essere attribuita alla loro espressione. Ah! parola senza senso! non altro che un suono! latitudine immensa dove va a rifugiarsi tutta la nostra ignoranza di ciò che è spirituale! L’espressione degli occhi di Ligeia! Quante ore io vi ho meditate sopra! Quante volte, durante tutta una intera notte d’estate, io mi sono sforzato di penetrarne il significato! Che cosa era dunque mai questo non so che – più profondo che i pozzi di Democrito8 – giacente in fondo alle pupille della mia adorata? Che cosa era? Io era invaso dalla passione di poterlo scoprire. Quegli occhi! quelle larghe, quelle brillanti, quelle divine pupille! esse eran diventate per me le stesse sorelle di Leda9 ed io era per esse il più fervente degli astrologhi!

In mezzo alle numerose e incomprensibili anomalie della scienza psicologica, non v’ha certo un caso che sia più afferrante, più eccitante di quello – che io credo negletto nelle scuole – in cui, negli sforzi che facciamo per riportare alla mente una cosa da lungo tempo dimenticata, spesso veniamo a trovarci proprio sul limite del ricordo senza però poter riuscire a ricordare. E quante volte così nella mia ardente analisi degli occhi di Ligeia, io sono stato sul punto di afferrarne l’espressione! Sono stato sul punto, dico, ma non sono riuscito ad impadronirmene… e la mia speranza poi ad un tratto è svanita! Eh!… strano! anzi il più strano dei misteri! negli oggetti più comuni di questo mondo io ho trovato una serie di analogie con una tale espressione. Voglio intendere che quando la bellezza di Ligeia passò nel mio spirito e vi si fermò come dentro a un reliquario, io ritrovai in parecchi esseri del mondo materiale una sensazione analoga a quella che si spandeva in me e su me sotto la influenza di quelle larghe e luminose pupille. Tuttavia non sono meno incapace di definire un tal sentimento, di analizzarlo o per lo meno di averne una netta percezione. Qualche volta l’ho riconosciuto, ripeto, all’aspetto d’un grappolo di vite rapidamente ingrossato, nella contemplazione d’una falena, d’una farfalla, d’una crisalide o d’una precipitosa corrente d’acqua. L’ho ritrovato nell’oceano o nella caduta d’una meteora. L’ho inteso negli sguardi di alcune persone straordinariamente avanzate in età. Nel firmamento vi sono un paio di stelle – e più specialmente una stella di sesta grandezza, doppia e cangiante, la quale è posta vicino alla grande stella della Lira – che, vedute al telescopio, mi hanno ispirato un analogo sentimento. Ne sono stato anche riempito da certi suoni d’istromenti a corde e qualche volta anche da qualche brano delle mie letture. In mezzo a tanti innumerevoli campi io ricordo benissimo qualche cosa di letto in un volume di Giuseppe Glanvill che – forse appunto a causa della sua bizzaria10 – chi sa? – mi ha sempre ispirato lo stesso sentimento: «E là dentro v’è la volontà che non nuoce mai. Chi dunque mai conosce i misteri e la forza della volontà? Imperocché Iddio non è che una grande volontà che, per la intensità a lei propria penetra tutte quante le cose. L’uomo non s’inchina agli angeli e non cede alla morte se non per l’infermità della sua povera volontà!»

Col passar del tempo e appresso a una catena di riflessioni sono giunto a fissare un certo lontano rapporto fra il brano del filosofo inglese e una parte del carattere di Ligeia. Una intensità singolare nel pensiero, nell’azione, nella parola era forse in lei il risultato o almeno l’indizio di questa gigantesca potenza di volontà che, durante le nostre lunghe relazioni, avrebbe potuto dare altre e più positive prove della sua esistenza. Di tutte le donne da me conosciute, ella, la sempre placida Ligeia, tanto calma esteriormente, era la preda maggiormente contesa dai feroci avoltoi11 della crudele passione. Ed io non poteva calcolare una tal passione se non dalla miracolosa espressione di quelli occhi che m’incantavano e allo stesso tempo mi spaventavano, dalla quasi magica melodia, modulazione, limpidezza e tranquillità della voce profonda e dalla selvaggia energia con cui ella pronunziava abitualmente certe parole, il cui effetto era raddoppiato dallo strano contrasto della maniera con cui erano porte.

Ho accennato all’istruzione di Ligeia; ed era immensa, come io non ho mai in una donna trovata la compagna. Ella conosceva a fondo le lingue classiche e, quantunque fossero profonde le mie nozioni delle lingue moderne d’Europa, non potei mai prenderla in fallo. Ma, veramente, ho mai trovato in fallo Ligeia su d’un tema qualsiasi di quell’accademica erudizione, tanto vantata e tanto ammirata, unicamente perché è la più astrusa? Quest’unica caratteristica della natura della mia donna quanto mai nell’ultimo periodo aveva colpito e soggiogato la mia attenzione! Ho detto che la sua istruzione passava quella di qualsiasi altra donna da me conosciuta – ma dov’è mai anche l’uomo che abbia traversato con pieno successo il vasto campo delle scienze morali, fisiche e matematiche? Allora non scorsi chiaramente quello che ora nettamente scorgo che, cioè, le nozioni di Ligeia erano gigantesche, stupefacienti: ed io aveva una sufficiente coscienza della sua infinita superiorità per dipendere da lei con la fiducia d’uno scolaro e lasciarmi da lei guidare traverso al mondo caotico delle investigazioni metafisiche di cui io m’occupava con immenso ardore durante i primi anni del nostro matrimonio. E con qual vasto trionfo, con quale viva delizia, con quale eterea speranza io sentiva la mia Ligeia china su di me, in mezzo a studi così poco comuni, tanto poco noti… e sentiva a gradi estendersi il campo di quell’ammirabile prospettiva, di quella lunga strada, vergine e splendida, traverso alla quale io sarei dovuto arrivare al termine d’una sapienza troppo preziosa e troppo divina per non essere interdetta!

Con quale intenso dolore perciò non vidi, dopo pochi anni, tutte le mie tanto ben fondate speranze prendere il volo e fuggirsene! Senza Ligeia io non ero che un bambino brancolante nell’oscurità. Solo la sua presenza e le sue lezioni potevano rischiarare di viva luce i misteri del trascendentalismo, nei quali noi eravamo annegati. Privata della luminosità raggiante dei suoi occhi tutta quella letteratura, poco prima alata e dorata, diventava cupa, incomprensibile e pesante come il piombo. Ed i suoi belli occhi non rischiaravano che sempre più raramente le pagine che io cercava di decifrare. Ligeia cadde ammalata.

Gli strani occhi lampeggiarono con una luce troppa splendida: le pallide dita presero il colore della morte, il colore della cera trasparente: le vene azzurre della sua fronte ampia palpitarono impetuosamente sotto la spinta della più dolce delle emozioni. Io m’accorsi che le bisognava morire, e lottai disperatamente in ispirito contro lo spaventoso Asraele12.

Gli sforzi di quella donna appassionata, con mio grande stupore, furono ancora più energici dei miei. Nella sua seria natura c’era certo di che farmi credere che la morte per lei non sarebbe venuta col suo corteo di terrori: ma non fu così.

Le parole sono importanti a dare un’idea della ferocia che ella spiegò nella sua lotta con l’ombra. Io gemeva d’angoscia dinnanzi a quel lagrimevole spettacolo. Avrei voluto calmarla, avrei voluto farla ragionare; ma nell’intensità del suo selvaggio desiderio di vivere, di vivere, nient’altro che di vivere, ogni consolazione ed ogni ragionamento sarebbe stato il colmo della follìa. Tuttavia, fino all’ultimo momento, in mezzo alle torture e alle convulsioni del suo spirito selvaggio, l’apparente placidezza della sua condotta non si smentì mai. La sua voce diventava più dolce e più profonda, ma io non volevo contare sul senso bizzarro di quelle parole pronunciate con tanta calma. Il mio cervello girava quando, estasiato, ascoltavo quella sovrumana melodia, quelle ambizioni e quelle aspirazioni che l’umanità non aveva mai fin allora conosciute.

Non potevo certo dubitare che ella mi amasse e mi era facile indovinare che in un petto come il suo l’amore non doveva certo regnare come una passione comune: ma soltanto nella morte compresi tutta la forza e tutta la estensione del suo affetto.

Per lunghe ore, la sua mano nella mia, ella diffuse innanzi a me tutta la ripienezza del suo cuore, la cui più che appassionata devozione saliva fino all’idolatria. Come mai avevo io meritato la beatitudine d’ascoltare una simile confessione? Come mai avevo meritato d’esser condannato a veder la mia adorata sparire al momento stesso in cui ella m’offriva il maggiore godimento? Ma su ciò non mi è permesso dilungarmi troppo: dirò soltanto che nell’abbandono più che femminino che Ligeia faceva di un amore purtroppo non meritato, accordato di tutta buona grazia, io finalmente riconobbi il principio del suo ardente, del suo selvaggio rimpianto d’una vita che oramai, ohimè! troppo rapidamente fuggiva. Ed è questo disordinato ardore, questo veemente desiderio di vita, nient’altro che di vita, che io non ho il poter di descrivere: le parole mi mancherebbero.

Proprio nel mezzo della notte in cui ella morì, mi chiamò con un comando a sé vicino e volle che le ripetessi alcuni versi che ella stessa aveva composti pochi giorni prima.

Io obbedii: ed ecco ora quei versi:

Guardate! è una notte di festa
Dopo questi ultimi anni di desolazione!
Una moltitudine di angeli, alati, adornati
Di veli, e velati di lagrime
Sono assili in un teatro, per vedere
Un dramma di speranze e di timori,
Mentre l’orchestra a intervalli sospira
La musica delle sfere.

Alcuni visini fatti a immagine dell’altissimo Iddio

Si muovono e parlano a bassa voce,
Volteggiando dall’una all’altra parte;
Povere bambole che vanno e vengono
Al comando dei grandi esseri senza forme,
Che trasportano qua e là la scena,
Scuotendo dalle loro ali di candore
L’invisibile sventura!

Quel dramma così variato, oh! certamente
Non sarà mai scordato,
Col suo Fantasma eternamente inseguito
Da una folla che non può raggiungerlo mai,
Traverso un cerchio che sempre più s’avviluppa
Su se stesso, sempre allo stesso punto!
E molto la Follìa e molto più il Peccato
E l’Orrore sono l’anima dell’intrigo!

Ma guardate! traverso all’affollarsi dei mimi
Una forma rampante fa il suo ingresso!
Una cosa rossa di sangue che avanza torcendosi
Sulla parte solitaria della scena!
Si torce! si torce! presi da mortali angoscie
I mimi diventano il suo pasto,
E i serafini piangono vedendo i denti del serpente
Masticare gruppi di sangue umano!

Tutti, tutti, tutti i lumi si spengono!
E sopra tutte le forme frementi
Cala con la violenza della tempesta,
Vasto drappo mortuario, il sipario.
E gli angeli, pallidi e atterriti,
Alzando e togliendosi i veli affermano
Che un tal dramma è una tragedia che ha nome Uomo
E il cui eroe è il Serpente conquistatore.13

«O Dio!» quasi gridò Ligeia alzandosi sui suoi piedi e, in un movimento spasmodico, tendendo le braccia verso il cielo, non appena io ebbi finito di recitare quei versi «o Dio! o Padre celeste! queste cose si compiranno irremissibilmente? Questo conquistatore non sarà mai vinto? Non siamo forse noi una parte di Te? chi conosce dunque i misteri e la forza della volontà? l’uomo non s’inchina agli angeli e non cede interamente alla morte se non per l’infermità della sua povera volontà!».

E allora, come esaurita dall’emozione, ella lasciò ricadere le sue braccia bianche e solennemente si ripiegò sul suo letto di morte. E mentre ella sospirava i suoi ultimi sospiri, venne a mescolarsi sulle sue labbra come un indistinto mormorio. Tesi l’orecchio e riconobbi di nuovo la conclusione di quel brano di Glanvill: «… l’uomo non s’inchina agli angeli e non cede interamente alla morte se non per la infermità della sua povera volontà». Ella morì: ed io, annientato, polverizzato dal dolore, non potei più a lungo sopportare la spaventosa desolazione della mia dimora in quell’antica città smantellata sulla riva del Reno.

Non mi mancò ciò che il mondo suol chiamare fortuna: e Ligeia me ne portò molta più di quella comportata dal comune destino degli uomini. Così, dopo qualche mese perduto in un vagabondaggio fastidioso e senza scopo, mi chiusi in una specie di romitaggio, di cui avevo fatto l’acquisto – una abbazia di cui non dirò il nome – situato in una delle parti più incolte e meno frequentate della bella Inghilterra.

La cupa e triste grandezza del fabbricato, l’aspetto quasi selvaggio della regione, i melanconici e venerandi ricordi che ne sorgevano erano all’unisono col sentimento di completo abbandono che mi aveva esiliato in quel lontano e solitario paese.

Tuttavia pur lasciando all’esterno dell’abbazia quasi intatto il primitivo carattere e la verdeggiante invasione d’erbe che tappezzava le sue mura, con un specie d’infantile perversità, e forse con una debole speranza di distrarre i miei dolori, presi a spiegar là dentro una magnificenza più che regale. Nell’infanzia io ero stato preso da un gran gusto per quelle follìe ed ora esse mi tornavano nell’affanno del dolore.

Ohimè! sento che si sarebbe ben potuto scoprire un principio di pazzia in quegli splendidi e fantastici drappi, in quelle solenni sculture egiziane, in quelle cornici, in quei mobili bizzarri e in quegli strani arabeschi dei tappeti tutti ricamati in oro! Ero diventato uno schiavo dell’oppio che mi teneva nelle sue catene; e tutti i miei lavori e i miei piani avevan preso il colore dei miei sogni. Ma io non mi fermerò ai particolari di queste assurdità.

Parlerò solamente di quella camera maledetta per sempre, dove in un momento d’alienazione mentale, dopo l’indimenticabile Ligeia, io condussi sposa Lady Rowena Trevanion de Tremaine dalla bionda capigliatura e dallo sguardo azzurro. Non v’è un dettaglio dell’architettura o dell’adornamento di quella camera nuziale che ora non sia presente ai miei occhi. Dove dunque l’altera famiglia della fidanzata aveva mai la mente quando, mossa dalla sere dell’oro, permise che una figlia tanto teneramente amata passasse le soglie d’un appartamento ornato in quella strana maniera? Ho detto di ricordarmi minutamente i particolari di quella camera quantunque la mia triste memoria dimentichi spesso cose d’una rara importanza; eppure in tutto quel lusso fantastico non v’era alcunché d’ordine e d’armonia che potesse imporsi al ricordo.

La camera, grandissima e di forma pentagonale, si trovava in un’alta torre di quell’abazia fortificata come un castello. Tutto il lato sud del pentagono era occupato da un’unica finestra fatta di un immenso cristallo di Venezia d’un sol pezzo e di colore oscuro, in modo che i raggi del sole o della luna, passandovi attraverso, gettavano sulle cose interne una luce sinistra. Sopra a quell’enorme finestra si prolungavano i rami d’una vecchia vite che si arrampicava sulle massiccie mura della torre. Il soffitto di quercia quasi nera era altissimo, piegato a volta e curiosamente solcato da bizzarri e fantastici ornati di stile per metà gotico e per metà druidico. Nel centro di quella volta melanconica era sospesa a una catena formata di lunghi anelli d’oro un’ampia lampada dello stesso metallo, in forma d’incensiere sul genere delle lampade saracine, e ricamata di capricciosi trafori traverso ai quali si vedeva correre e attorcigliarsi con la vitalità d’un serpente la luce continua d’una fiamma multicolore.

In diversi punti eran sistemati divani e candelabri di forma orientale ed il letto indiano di stile scolpito in ebano massiccio era sormontato da un baldacchino che aveva tutta l’aria d’un drappo mortuario. Ad ogni angolo della camera si alzava un gigantesco sarcofago di granito nero, tratto dalle tombe dei re di Louqsor14, col suo vecchio coperchio carico di sculture; ma dove rifulgeva la maggior fantasia era nelle tinte dell’appartamento.

Le pareti alte prodigiosamente al di là anzi di ogni proporzione eran coperte dall’alto in basso da una pesante tappezzeria fatta colla stessa stoffa impiegata per il tappeto del pavimento, per il letto d’ebano, per il baldacchino e per la sontuosa tenda che in parte nascondeva la finestra. Questa stoffa era formata da un tessuto del più ricco oro, su cui ad intervalli irregolari in un nero lucente si staccavano degli arabeschi d’un piede circa di diametro.

Ma quei disegni non davan l’idea d’arabeschi se non quando si esaminavano da un solo punto di vista. Per mezzo di un processo oggi conosciutissimo e di cui si ritrovan le traccie nella più lontana antichità, quegli arabeschi eran fatti in maniera da cambiar d’aspetto. A chi entrava nella camera essi davan l’aria di semplici figure mostruose; ma, avanzando, quel carattere gradatamente spariva, e a passo a passo, cambiando posto, chi era entrato si vedeva attorniato da una processione continua di forme spaventose come quelle sòrte dalla nordica superstizione o quelle partorite dal sonno dei colpevoli. L’effetto fantasmagorico era poi accresciuto dalla diffusione di una forte corrente d’aria introdotta sotto la stoffa che metteva ovunque una paurosa ed inquietante animazione.

Tale era la dimora, tale era la camera nuziale dove con la signora di Tremaine io passai le empie ore del primo mese del nostro matrimonio, e le passai anzi senza troppa inquietudine. Io non potevo dissimularmi che mia moglie temeva il mio terribile umore, che cercava d’evitarmi e che anzi non m’amava che molto mediocremente; ma ciò quasi mi faceva piacere. Io la odiava d’un odio più infernale che umano. La mia mente, con un’infinita intensità di dolore, tornava sempre verso Ligeia, l’adorata, l’augusta, la bella, la morta. Mi ubbriacava di ricordi; godevo della sua purezza, della sua saggezza, della sua natura altamente eterea, del suo amore appassionato, idolatra. Ora il mio spirito bruciava interamente e ampiamente d’una fiamma più ardente di quanto era stata la sua. Nell’entusiasmo dei miei sogni d’oppio – imperocché m’ero abituato all’impero di quel veleno – durante il silenzio della notte ad alta voce gridavo il suo nome, e il giorno negli ombrosi recessi della valle, come se per la selvaggia energia, per la solenne passione, per l’ardore divorante della mia passione per la morte, avessi potuto risuscitarla ai sentieri di questa vita che ella aveva abbandonati.

Per sempre? era veramente possibile?

Al principio del secondo mese del nostro matrimonio Lady Rowena fu presa da un male subitaneo da cui non risorse che molto lentamente. La febbre che la consumava rendeva penose le sue notti e, nell’ansia del dormiveglia, ella parlava di suoni e di movimenti che sentiva prodursi qua e là nella camera della torre e che io non poteva attribuire ad altro che all’eccitamento delle sue idee o forse alle fantasmagoriche influenze della camera. Poi ella entrò in convalescenza e finalmente si ristabilì.

Tuttavia non passò un lungo tratto di tempo, che un nuovo e più violento attacco la fece ricadere sul suo letto di dolore; e da allora la sua costituzione, che era stata sempre debole, non potè più sollevarsi completamente. Da quest’epoca la sua malattia si mostrò di una natura allarmante, con ricadute più allarmanti ancora, che sfidavano ogni cura della scienza ed ogni sforzo dei medici. Di mano in mano che quel male cronico aumentava – il quale senza dubbio si era tanto impadronito della sua persona da non poterne essere staccato da mani umane – non potevo fare a meno d’osservare la crescente irritazione nervosa del suo temperamento ed una eccitabilità tale da renderle paurose le più semplici cose. Ella seguitò a parlare e più spesso ancora e con maggiore ostinazione di rumori leggeri e di quegli insoliti movimenti delle tende che già l’avevano fatta tanto soffrire.

Una notte, verso la fine di settembre, ella attirò la mia attenzione su quel fatto desolante con un’energia più vivace del solito. Ella si era proprio allora destata da un sonno d’ansietà e di vago terrore e io stavo spiando i moti del suo volto dimagrito. Ero assiso sopra uno dei divani indiani al capezzale del letto d’ebano. Ella si levò a metà in un ansioso balbettio, mi parlò a bassa voce di suoni che aveva inteso, ma che io non poteva sentire, di movimenti che aveva veduto, ma che io non poteva vedere. Il vento correva attivamente dietro le tappezzerie, ed io, quantunque non lo credessi completamente, presi a dimostrarle che quei sospiri appena articolati e quei cambiamenti quasi insensibili nelle figure delle pareti non erano che il naturale effetto della solita corrente d’aria.

Ma un pallore mortale che invase la sua faccia mi provò che i miei sforzi per rassicurarla erano inutili. Ella parve venir meno e nessun domestico si trovava nelle vicinanze. Mi ricordai allora del posto dove era stata messa una bottiglia di vino leggiero ordinata dai medici, e frettolosamente attraversai la camera per andarla a prendere.

Ma passando sotto la luce della lampada due circostanze di natura straordinaria attirarono la mia attenzione. Io avevo inteso una cosa palpabile, quantunque invisibile, toccar leggermente la mia persona, e subito vidi sul tappeto d’oro, nel centro stesso dell’ampio irraggiamento proiettato dall’incensiere, un’ombra, un’ombra debole, indefinita, d’unaspetto angelico, come si potrebbe figurare l’ombra d’un’ombra. Ma trovandomi in preda ad una dose esagerata d’oppio, io non posi una grande attenzione a tali cose e non ne parlai punto a Rowena.

Trovai il vino, traversai nuovamente la camera ed empii un bicchiere che portai alla mia moglie sfinita. Però ella si era un poco rimessa e prese da sé il bicchiere, mentre io mi lasciavo andare sul divano cogli occhi fissi su di lei.

Fu allora che intesi distintamente un rumore di passi sul tappeto e vicino al letto; e un secondo dopo, mentre Rowena portava il vino alle labbra, io vidi – posso averlo sognato – vidi cader nel bicchiere, come da un’invisibile sorgente sospesa nell’atmosfera della camera, tre o quattro grosse goccie d’un fluido brillante, color di rubino. Io vidi; ma Rowena non vide. Ella ingoiò il vino senza esitare ed io mi guardai bene di parlarle d’una circostanza, che, dopo tutto, dovevo riguardare come la suggestione d’una immaginazione sovraeccitata di cui tutti i terrori della donna, l’azione dell’oppio e l’influenza dell’ora aumentavano l’attività morbida.

Tuttavia non potevo dissimularmi che subito dopo la caduta di quelle goccie rosse un rapido cambiamento in male s’operava nella malattia di mia moglie, tantoché tre notti dopo le mani dei servi la preparavano per la tomba ed io solo, con quel corpo avviluppato nel lenzuolo mortuario, ero seduto in quella camera fantastica che aveva già accolto la giovane sposa.

Strane visioni prodotte dall’oppio giravano come ombre intorno a me. Volsi uno sguardo inquieto sui sarcofaghi negli angoli della camera, sulle mobili figure del parato e sul cangiante luccichio della lampada. E allora, cercando di ricordarmi le circostanze di una notte precedente, il mio sguardo cadde su quello stesso punto del cerchio luminoso dove avevo vedute le trame leggiere d’un’omhra.

Ma essa non v’era più e respirando con maggior libertà volsi gli occhi verso la pallida e rigida figura distesa sul letto. Allora intesi piovere su me mille ricordi di Ligeia, intesi affluire verso il mio cuore con la tumultuosa violenza d’una marea tutto quel dolore ineffabile che io avevo provato quando avevo veduto anche lei chiusa nel suo sudario. La notte avanzava e col cuore sempre pieno dei più amari pensieri, di cui lei era l’oggetto, lei, il mio unico e supremo amore, rimasi cogli occhi fissi sul corpo di Rowena.

Poteva essere mezzanotte, forse prima o forse un po’ dopo, poiché non avevo badato all’ora, quando un singhiozzo bassissimo, leggerissimo, ma molto chiaro, mi trasse di soprassalto dal mio sonno. Intesi ch’esso veniva dal letto d’ebano, dal letto di morte. Tesi l’orecchio in un’angoscia di terrore superstizioso, ma il suono non si ripeté. Forzai i miei occhi a scoprire un movimento qualsiasi in quel corpo, ma i miei occhi non videro nulla. Pure era impossibile che mi fossi ingannato. Avevo inteso il suono, a ver dire debolissimo, e il mio spirito in me era completamente desto. Allora tenni risolutamente e ostinatamente la mia attenzione ferma sul cadavere. Passarono pochi minuti senza che alcun incidente si producesse atto a portare un poco di luce su quel mistero. Poi apparve evidente che una leggiera colorazione, appena sensibile, era salita alle gote e aveva filtrato lungo le depresse venuzze delle sue pupille. Sotto la spinta d’un orrore e d’un terrore inesprimibili, e per i quali l’umano linguaggio non ha espressioni sufficientemente energiche, intesi arrestarsi le pulsazioni del mio cuore e le mie membra agghiacciarsi.

Tuttavia il sentimento del dovere mi rese il mio sangue freddo. Non potevo più a lungo dubitare che noi avevamo troppo presto fatto i nostri funebri preparativi; Rowena viveva ancora. Era necessario di provar subito qualche tentativo; ma la torre era completamente separata dal resto dell’abbazia abitato dai domestici; nessuno di essi era a portata della mia voce, ed io non avevo alcun mezzo di chiamarli in mio aiuto, se non abbandonando per qualche minuto la camera, ed io non mi vi poteva certo azzardare. Mi sforzai dunque di richiamar da me solo quell’anima ancora alitante. Dopo un brevissimo istante però vi fu una ricaduta evidente: il colore disparve dalle gote e dalle palpebre lasciandovi un pallore più che marmoreo: le labbra tenacemente si serrarono e si strinsero nella spettrale impressione della morte: un freddo viscido repulsivo si sparse su tutta la superficie di quel corpo e la completa rigidità cadaverica immediatamente sopravvenne. Io ricaddi tremando sul divano dal quale era stato a un tratto strappato e di nuovo m’abbandonai ai miei sogni, alle mie passionate contemplazioni di Ligeia.

Così passò un’ora, quando – gran Dio, era ciò mai possibile? – ebbi di nuovo la percezione di un vago rumore dalla parte del letto. Al colmo del terrore, ascoltai. Il suono si ripeté ancora una volta: era un sospiro. Mi precipitai verso il cadavere e vidi distintamente muoversi tremando le labbra. Un minuto dopo esse si schiusero, scoprendo la linea brillante dei suoi denti. Allora nel mio spirito lo stupore prese a lottare col terrore profondo che vi aveva fin allora dominato. Intesi illanguidirsi la mia vista e oscurarsi la mia ragione; e non fu che con uno sforzo violento che alla fine ritrovai il mio coraggio per rimettermi all’opera che il dovere nuovamente m’imponeva. Ora un imperfetto incarnato appariva sulla fronte, sulle gote e sul seno: un calore sensibile penetrava tutto il corpo ed anche una lieve pulsazione sollevava impercettibilmente la regione del cuore.

Mia moglie viveva: e allora con un raddoppiamento d’ardore mi misi a risuscitarla. Fregai e bagnai le mani e le tempie, e misi in atto quanto l’esperienza e le mie numerose letture di scienza medica potevano suggerirmi. Ma fu tutto invano. Ad un tratto il colore disparve, la pulsazione cessò, ritornò alle labbra la loro espressione di morte e un momento dopo tutto il corpo ritornava nel suo gelo glaciale riprendendo il suo colore livido, la sua rigidità completa, il suo contorno spezzato e tutta la terribile caratteristica di chi già da parecchi giorni abita nella tomba.

Ritornai a sognar di Ligeia e novamente – chi è che si stupirà pensando che io tremo, scrivendo queste righe? – e novamente un singhiozzo soffocato dal letto d’ebano venne fino al mio orecchio. Ma a che scopo raccontare qui minutamente tutti i particolari di quella orribile notte! dovrò forse raccontar quante volte, una appresso all’altra, fino all’alba si ripeté lo spaventoso dramma di quella risurrezione; che ogni ricaduta si cambiava in una morte che sembrava più rigida e più istantanea; che ogni nuova agonia sembrava

una lotta contro qualche invisibile avversario; e che ogni lotta era seguìta da non so quale strana alterazione della fisonomia del cadavere?…

Io mi affretto a finire.

La più gran parte della terribile notte era passata, quando la morta di nuovo si mosse e questa volta con maggiore energia come se si destasse da una morte più spaventosa e più irreparabile. Da lungo tempo io aveva cessato da ogni sforzo e da ogni movimento, e restavo inchiodato sul divano disperatamente affogato in un turbine di emozioni violente, di cui forse la meno terribile e la meno divorante era quella di uno spavento supremo. Il cadavere dunque si moveva e in modo molto più attivo che non fosse fino allora avvenuto. I colori della vita risalivano alla sua faccia con una singolare energia, le membra si abbandonavano e se non fossero state le palpebre pesantemente chiuse e i drappi funerei che davano ancora a quella figura un carattere sepolcrale, avrei pensato che Rowena avesse interamente spezzate le catene della Morte.

Ma se subito io non accolsi quella idea, non potei più dubitarne quando quell’essere, che fino allora era stato avvolto nel suo sudario, si alzò dal letto e vacillando con un passo debole, gli occhi chiusi come una persona sognante, s’avanzò audacemente e palpabilmente fino in mezzo alla camera. Io non tremai, non mi mossi, imperocché una folla d’inesprimibili pensieri cagionati dall’aria, dalla statura e dall’andamento del fantasma si rovesciarono improvvisamente nel mio cervello e mi paralizzarono, mi pietrificarono. Non mi mossi e contemplai l’apparizione. Nei miei pensieri era un pazzo disordine ed un infinito tumulto.

Non era Rowena vivente che mi stava dinanzi? Poteva quella essere veramente Rowena, lady Rowena Trevanion de Tremaine, dai capelli biondi e dagli occhi azzurri? perché, sì, perché io ne dubitava? La benda funerea ne chiudeva la bocca; perché dunque quella non poteva essere la bocca respirante della signora di Tremaine? E le gote? Sì, erano proprio le rose del mezzo giorno di sua vita; sì, potevano ben essere le belle gote della vivente lady de Tremaine. E non poteva essere il suo quel mento colle fossette della salute? Ma era dunque cresciuta dopo la sua malattia? A questa idea s’impadronì di me un inesprimibile delirio! Balzai in piedi d’un salto! Ella si ritrasse al mio contatto e sciolse il capo dall’orribile lenzuolo che l’avviluppava; e allora nell’aria cupa della camera si svolse un’enorme massa di lunghi capelli scomposti: essi erano più neri che le ali della mezzanotte, l’ora che ha il colore della piuma del corvo! Allora io vidi la figura che mi stava dinanzi aprire lentamente gli occhi.

«Eccoli finalmente!» esclamai con una voce sonora «potrei mai ingannarmi? Eccoli quegli occhi tanto adorabilmente tagliati, gli occhi neri, gli occhi strani, gli occhi del mio amore perduto… di lady… di lady Ligeia.»

1 Joseph Glanvill (1636-1680), scrittore, filosofo e sacerdote inglese.

2 Era la dea dei matrimoni nefasti.

3 Nel testo originale è “Verülam, Lord Bacon”. Si tratta di Francis Bacon, Lord Verulam (1561-1626), filosofo, statista inglese e consigliere legale della Regina Elisabetta I.

4 Nell’Odissea Atena dona ad Achille capelli di giacinto per farlo apparire più bello. Cfr. la poesia “To Helen”: Thy hyacinth hair.

5 Nel testo originale è invece scritto Cleomenes, the son of the Athenian. In Sanctuarium hoc est Sermones utilissimi [et] omni conceptuum genere … di Agostino Paoletti del 1724 si menziona un “Cleomerus Rex Lacedæmoniorum”.

6 In originale è They were even far fuller than the fullest of the Gazelle eyes of the tribe of the valley of Nourjahad. Nella traduzione è stato omesso il riferimento agli occhi di gazzella. La grafia della presunta località è diversa nella traduzione. Presunta poiché non v’è menzione di una valle di Nourjahad, ma il nome si riferisce anzi a un personaggio di The History of Nourjahad pubblicato da Frances Sheridan nel 1767.

7 Adattamento di al-ḥūr, fanciulle dagli occhi neri, più volte menzionate nel Corano come “mogli purificate” e “vergini immacolate”.

8 Nel racconto “Una discesa nel maelstrom” è presente una citazione di Joseph Glanvill, dove si menziona well of Democritus. Espressione di Democrito, che disse che la verità giace in fondo a un pozzo.

9 Regina di Sparta.

10 Grafia antica per bizzarria.

11 Grafia antica per avvoltoi.

12 Nella mitologia islamica l’angelo della morte che separa le anime dai corpi.

13 La traduzione del racconto si basa su una versione di “Ligeia” datata almeno al 15 febbraio 1845, quando Poe vi aggiunse la poesia “The Conqueror Worm”.

14 Le tombe della Valle dei Re a Luxor, in Egitto.

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Sono un blogger e un appassionato di libri e letteratura. Edgar Allan Poe è stato il primo autore che ho amato e da allora ho iniziato a leggere la sua opera omnia. Il sito che ho creato nel 2007 è un omaggio a questo indimenticabile autore.

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