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Il racconto “La verità sul caso del signor Valdemar” (The Facts in the Case of M. Valdemar) è stato scritto da Poe nel 1845, ma non sono rimasti i manoscritti originali. Secondo un commento scritto da Poe stesso nelle note incompiute del volume The Living Writers of America, sappiamo che almeno un editore rifiutò il racconto:
i buoni articoli vengono rifiutati – per esempio i miei Gold-B. (“Lo scarabeo d’oro”), Raven, Vald Case (“Fatti nel caso di M. Valdemar”) – il risultato è che gli uomini di genio inviano i loro rifiuti – peggiori dei rifiuti degli uomini di talento – vedi Burton – trovandosi infine in pericolo di rovinare la loro reputazione, si ritirano o muoiono di fame (perché è la loro migliore risorsa)
Infine “La verità sul caso del signor Valdemar” fu accettato da George Hooker Colton della rivista «The American Review».
Il 20 dicembre 1845 il racconto fu ristampato sul «Broadway Journal»1, ma con una nota del direttore:
Un nostro articolo, così intitolato, è stato pubblicato nell’ultimo numero dell’«American Review» del signor Colton, e ha dato adito a qualche discussione, soprattutto per quanto riguarda la verità o la falsità delle affermazioni fatte. Non spetta a noi, naturalmente, dire una parola sulla questione. Ci è stato richiesto di ristampare l’articolo, e lo facciamo con piacere. Lasciamo che parli da sé. Possiamo osservare, tuttavia, che esiste una certa categoria di persone che fa del Dubbio una professione, e se ne vanta.
Le ristampe
Furono numerose le ristampe del racconto: contemporaneamente al «Broadway Journal», quindi proprio lo stesso giorno, apparve sulla prima pagina del «Baltimore Saturday Visiter».
Nello stesso mese il racconto fu pubblicato sui seguenti periodici:
- «Boston Courier», 12 dicembre
- «Boston Semi-Weekly Courier», 15 dicembre
- «Boston Weekly Courier», 18 dicembre
- «The Spirit of the Times», in due puntate il 23 e il 24 dicembre
- «The Daily Advertiser» e «Albany Evening Journal», 24 dicembre
- «Roman Citizen», 30 dicembre
- «Daily Commercial Journal», 31 dicembre
In tutto il 1846 “La verità sul caso del signor Valdemar” apparve in 15 periodici e si contano diverse altre ristampe fra il 1849 e il 1945.
Le traduzioni
La prima traduzione del racconto non si ebbe in francese, come accadde spesso, ma in svedese, il 12 febbraio 1846, sul periodico «Dagligt Allehanda» da un traduttore anonimo, con note di Lars-Erik Nygren. Il racconto fu attribuito a Mr. Poel.
Charles Baudelaire curò la traduzione in francese, “La vèrité sur le cas de M. Valdemar”, che uscì su «Le Pays» in due parti, il 20 e il 26 settembre 1854, e infine in volume in Histoires extraordinaires nel 1856.
In italiano il racconto apparve nel 1876 in Racconti incredibili (Tipografia Editrice Lombarda), prima edizione italiana illustrata dei racconti di Poe.
I volumi svedesi Underliga historier nel 1881 e Valda noveller nel 1882 ripubblicarono il racconto di Poe e nel 1890 vi fu la traduzione in tedesco di Alfred Mürenberg, “Thatfachliches über die Magnetifierung des Herrn Valdemar”, che apparve in Seltsame Geschichten, e in olandese di Machiel Elias Barentz, “De Waarheid in ‘Het Geval Valdemar’”, intorno al 1930 nel volume Fantastische Vertellingen van Edgar Allan Poe.
La presente traduzione in italiano è tratta dalla raccolta Racconti curiosi e grotteschi del 1924, probabile nuova edizione della medesima raccolta del 1917 per le traduzioni di Giuseppe De Rossi.
La verità sul caso del signor Valdemar
Non vi è certo da meravigliarsi che il caso straordinario del signor Valdemar abbia suscitato una discussione; sarebbe stato un miracolo che questo non fosse avvenuto, specialmente in tali circostanze.
Il desiderio di tutte le parti interessate di tenere la cosa segreta, almeno per il momento o aspettando l’opportunità d’un’altra investigazione, ed i nostri sforzi per riuscirvi, furono causa di dicerie monche, le quali si sparsero fra il pubblico, e che porgendo l’affare con tinte disgustosamente false, furono sorgente di molto discredito.
È ora necessario che io vi racconti i fatti, almeno come io stesso li comprendo. Eccoli in succinto.
In questi ultimi tre anni, la mia attenzione era stata più volte attratta verso il magnetismo, e circa nove mesi fa un pensiero balenò quasi ad un tratto nella mia mente, cioè che nella serie degli esperimenti fatti prima, vi fosse una inesplicabile e grande lacuna: finora nessuno era stato magnetizzato in articulo mortis2.
Prima di tutto era necessario sapere se in uno stato simile potesse il paziente ricevere il fluido magnetico; in secondo luogo se, avvenendo ciò, questo influsso fosse scemato o accresciuto dalla circostanza; in terzo luogo fino a che e per quanto tempo l’opera della morte potesse essere arrestata dall’operazione. Vi erano anche altri punti da sciogliere, ma questi eccitavano più degli altri la mia curiosità, in modo speciale l’ultimo, a cagione del carattere straordinariamente grave delle sue conseguenze.
Cercandomi intorno un soggetto con cui poter spiegare questi punti, fui portato a gettare gli occhi sul mio amico Ernesto Valdemar, il ben conosciuto compilatore della Biblioteca forense ed autore, col pseudonimo di Issachar Marx, delle traduzioni polacche del Wallenstein e del Gargantua.
Il signor Valdemar, che generalmente stava ad Harlem (New-York) fin dall’anno 1839, era adesso straordinariamente noto per l’eccessiva magrezza della sua persona, ed anche per i suoi favoriti candidi che contrastavano con la sua capigliatura nera, la quale perciò da molti era creduta parrucca.
Il suo temperamento singolarmente nervoso faceva ch’egli fosse un eccellente soggetto per le esperienze magnetiche; in due o tre occasioni io lo aveva fatto addormentare con non molta difficoltà, ma fui deluso sugli altri risultati che la sua costituzione mi aveva naturalmente fatto sperare. La sua volontà non era mai positivamente, né del tutto, soggetta al mio influsso, ed in fatto di chiaroveggenza non ebbi da lui mai niente su cui potessi fare assegnamento. Avevo sempre dato la colpa della mia cattiva riuscita alla sua salute infermiccia3; pochi mesi prima che io lo conoscessi, i medici lo avevano dichiarato tisico, ed egli parlava della sua prossima fine con molta freddezza, come di una cosa che non potesse né evitarsi né temersi.
Quando, per la prima volta, mi sorsero le idee che ho espresse poco fa, naturalmente io pensai a Valdemar; conoscevo troppo bene la sua salda filosofia, né potevo temere nessun scrupolo da parte sua, né egli aveva parenti in America che potessero ragionevolmente intervenire. Gli parlai chiaramente della cosa, e, con mia somma meraviglia, sembrò interessarvisi molto. Dico con mia somma meraviglia, poiché, benché egli avesse sempre prestato la sua persona ai miei esperimenti, pure non aveva mai manifestata alcuna simpatia per questi studi.
La sua malattia era di quelle che ammettono un calcolo preciso del tempo del loro scioglimento, e fu infine stabilito fra noi che mi avrebbe mandato a chiamare ventiquattro ore prima del tempo fissato dai medici per la sua morte.
Sono trascorsi quasi sette mesi dal giorno in cui ricevetti questo biglietto, scritto dal signor Valdemar medesimo:
Mio caro P**
Potete ormai venire. D*** e F*** sono d’accordo nel dire che non passerò la mezzanotte di domani, ed io credo che abbiano calcolato giusto o quasi.
Valdemar.
Ricevetti questo biglietto mezz’ora dopo che era stato scritto, ed in meno di quindici minuti ero nella camera del moribondo.
Erano dieci giorni che non lo vedeva, e fui spaventato dalla tremenda alterazione che si era prodotta in lui in quel breve intervallo. Egli aveva il volto color del piombo, gli occhi spenti del tutto, ed era talmente dimagrito che gli zigomi avevano quasi forato la pelle. L’espettorazione era eccessiva, il polso appena sensibile; contuttociò4 serbava in modo straordinario tutte le sue facoltà spirituali ed una certa quantità di forza fisica. Parlava benissimo, prendeva senza aiuto alcuni medicinali, e quando io entrai nella camera, era occupato a scrivere certe note sopra un libriccino. Stava nel letto appoggiato a un monte di guanciali, ed i dottori D*** e F*** gli prestavano le loro cure.
Dopo aver stretto la mano all’infermo, trassi quei signori in disparte ed ebbi precise notizie sul suo stato di salute. Il polmone sinistro era da diciotto mesi in uno stato semi-osseo o cartilaginoso e perciò inetto a qualunque funzione vitale. Il destro si era ossificato, forse non del tutto, nella parte superiore, e la parte inferiore non era più che un ammasso di tubercoli purulenti; v’erano anche molte profonde perforazioni, ed in un dato punto si notava anche una perfetta aderenza alle costole. Questo fenomeno del lobo destro era di data recente. L’ossificazione aveva progredito con straordinaria rapidità (un mese prima non se ne sarebbe scoperto nessun indizio); l’aderenza non era stata notata che negli ultimi tre giorni.
Indipendentemente dalla tisi si sospettava un aneurisma all’aorta, ma i sintomi d’ossificazione rendevano impossibile la diagnosi esatta su ciò. Era opinione dei due medici che Valdemar morrebbe il giorno seguente, domenica, verso la mezzanotte; eravamo alle sette di sera del sabato.
I dottori D*** e F***, lasciando il letto del morente per discorrere con me, gli avevano dato un ultimo addio.
Non era loro intenzione tornare, ma dietro mia preghiera, acconsentirono a venire a vedere il paziente verso le dieci della notte. Partiti che furono, parlai liberamente con Valdemar della sua morte vicina e specialmente dell’esperimento che avevamo convenuto di fare. Egli si mostrò pieno di buona volontà, manifestò un vivo desiderio di questo esperimento e mi sollecitò ad incominciar subito. Due servi, un uomo ed una donna, erano là per assisterlo, ma io non volevo accingermi ad un’operazione di tanta gravità, senza altre testimonianze di quelle che potevano dare costoro in caso d’un’improvvisa disgrazia. Volevo dunque rimandare l’operazione alle otto, allorché l’arrivo d’uno studente di medicina, che io conoscevo, il signor Teodoro L***5 mi levò d’imbarazzo; dapprincipio avevo risoluto d’aspettare i medici, ma poi mi persuasi ad incominciare, un po’ per le insistenti sollecitudini di Valdemar, un po’ perché ero convinto non esservi un momento da perdere, poiché, senza dubbio, egli se ne andava. Il signor L*** fu tanto buono da arrendersi al desiderio da me manifestato ch’egli pigliasse nota di tutto quanto avesse a succedere, ed è attenendomi al suo processo verbale che faccio il mio racconto; che integralmente copio parola per parola.
Erano circa le otto meno cinque, quando, presa la mano del paziente, lo pregai di confermare al signor L*** quanto più distintamente poteva, essere suo desiderio espresso che io facessi un’esperienza magnetica sopra di lui in simili condizioni. Replicò egli debolmente, ma distintamente:
«Sì, desidero d’essere magnetizzato» aggiungendo subito dopo: «Ma temo che abbiate differito troppo».
Intanto ch’egli parlava, incominciai i passi, che avevo già riconosciuto più efficaci per addormentarlo. E vidi che egli subiva l’influenza del primo movimento della mia mano che attraversò la sua fronte; ma sebbene io spiegassi tutta la mia potenza, non si manifestò alcun altro effetto sensibile fino alle dieci ore e dieci minuti, quando i medici D*** e F*** giunsero al ritrovo. Io spiegai loro in poche parole il mio desiderio, e siccome essi non facevano alcuna obbiezione, dicendo che il paziente era già nell’agonia, continuai senza esitare, cambiando alcune volte i passi laterali in passi longitudinali, e concentrando tutto il mio sguardo nell’occhio del morente.
In questo mentre, il suo polso divenne impercettibile, la sua respirazione impedita segnava un intervallo di mezzo minuto.
Questo stato durò un quarto d’ora, quasi senza mutamento; allo spirare di questo tempo, non di meno, un sospiro naturale, benché orribilmente profondo, sfuggì dal petto del morente e cessò la respirazione sonora. Gli intervalli però non erano diminuiti. Le estremità del paziente erano gelate.
Alle undici meno cinque io vidi dei sintomi non equivoci dell’influenza magnetica, il vacillamento vitreo dell’occhio si era mutato in quell’espressione penosa dello sguardo, per così dire interno, che non si vede mai se non nei casi di sonnambulismo e che è impossibile non riconoscere. Con alcuni passi laterali feci battere le palpebre, come quando ci prende il sonno, ed insistendo alquanto le chiusi interamente. Pure non mi bastava e continuai i miei esercizi vigorosamente e colla più intensa forza di volontà, fino a tanto che ebbi paralizzato del tutto le labbra del dormente, dopo averlo collocato in posizione in apparenza comoda: le gambe allungate, le braccia distese lungo il corpo.
Quando ebbi terminato tutto questo, era mezzanotte; pregai allora i dottori d’esaminare lo stato del signor Valdemar.
Dopo alcune osservazioni essi dichiararono che egli era in uno stato di catalessia singolarmente perfetta; grande era la loro curiosità. Il dottor D*** risolse di passare tutta la notte presso l’infermo, e il dottor F*** nel salutarci promise di tornare all’alba; il signor L*** e gl’infermieri restarono.

Lasciammo Valdemar assolutamente tranquillo fino alle tre del mattino, allora mi avvicinai a lui e lo trovai nello stesso stato in cui lo aveva lasciato il dottor F***, cioè nella medesima posizione e coi polsi impercettibili, la respirazione calma, sensibile appena accostandogli uno specchio alle labbra, gli occhi naturalmente chiusi e le membra rigide e fredde come marmo. Però il suo aspetto in generale non era quello della morte. Avvicinandomi a Valdemar feci un debole sforzo per costringere il suo braccio a seguire il mio nei movimenti che descrivevo qua e là sulla persona.
Un tempo, quando avevo tentato questo esperimento col paziente, non mi era mai riuscito, né speravo di riuscir meglio questa volta; ma con mia grande meraviglia il suo braccio seguiva dolcemente, abbassandosi, le direzioni che la mia mano gl’imponeva, per la qualcosa io pensai di provare alcune parole di conversazione.
«Valdemar,» domandai «dormite?».
Non rispose, ma vidi un tremito sulle sue labbra e fui costretto a ripetere la domanda una seconda ed una terza volta; alla terza tutto il suo corpo fu agitato da un lieve tremore, le palpebre si alzarono da loro stesse, le labbra si mossero lentamente e lasciarono sfuggire queste parole in un mormorio appena intelligibile: «Sì, ora dormo, non mi svegliate! Lasciatemi morire così!».
Tastai le membra e le trovai sempre rigide come prima; il braccio destro obbediva sempre alla direzione della mia mano.
Interrogai nuovamente il sonnambulo: «Vi sentite sempre male al petto, signor Valdemar?».
La risposta, non immediata, fu più debole della prima.
«Male? No, muoio».
Non credetti conveniente tormentarlo per allora, e non feci nulla di nuovo fino all’arrivo del dottor F***, che venne un po’ prima del sorgere del sole e manifestò la sua grande meraviglia nel trovare il paziente ancora vivo; dopo aver toccato il polso al sonnambulo e avergli avvicinato uno specchio alle labbra, mi pregò di parlargli un’altra volta.
Ubbidii e gli domandai: «Signor Valdemar, dormite voi sempre?»
Come prima trascorsero alcuni minuti durante i quali il moribondo sembrava riunire tutta la sua forza per parlare; alla mia domanda, che dovei ripetere quattro volte, egli rispose quasi inintelligibilmente: «Sì, sempre… dormo… muoio!…».
Era allora opinione o desiderio dei medici che si lasciasse stare il signor Valdemar, senza turbarlo, in quello stato di tranquillità apparente, fino a che sopravvenisse la morte, che doveva giungere fra cinque minuti. Risolsi di parlargli ancora una volta e ripetei semplicemente la mia domanda di prima.
Mentre io parlava, un singolare cambiamento era avvenuto nella fisonomia del sonnambulo; gli occhi si movevano lentamente nelle orbite, scoperti dalle palpebre che si rialzarono, la pelle prese un colore cadaverico, più somigliante a carta che a pergamena, e le due macchie etiche6, rotonde, che fino allora erano state nel centro di tutte e due le guancie, si spensero ad un tratto. Adopero questa espressione per la rapidità della loro scomparsa che mi suscitò l’idea d’una candela spenta da un soffio. Il labbro superiore, che poco prima copriva del tutto i denti, si contorceva, risalendo, mentre la mascella inferiore si abbassava, con un rumore che si poteva udire, lasciando la bocca aperta e mostrando la lingua nera e gonfia. Io credo che tutti coloro che assistevano, fossero abituati agli orrori di un letto di morte, ma l’aspetto del signor Valdemar era tanto spaventoso e oltre ogni concezione, che ci allontanammo dal letto tutti insieme.
Eccomi giunto ad un punto del mio racconto, nel quale il lettore non mi crederà, ma è mio dovere seguitare.
Nel signor Valdemar non vi era più il minimo indizio di vita, ed argomentai che fosse morto; lo abbandonammo alle cure degli infermieri, allorché notai un forte movimento di vibrazione nella lingua. Questo moto durò forse un minuto, dopo di che dalle mascelle tese ed immobili uscì una voce, che sarebbe folle impresa tentare di descriverla. Vi sono però due o tre epiteti che vi si potrebbero applicare ed io potrei dire che aveva un suono aspro, rotto, profondo, ma tutto il suo orrore non è descrivibile, poiché suoni simili non sono mai stati ascoltati da orecchie umane.
Vi erano però due particolari, lo credeva allora e lo credo anche oggi, che possono essere presi come segni speciali dell’intonazione e che possono dare una qualche idea della stranezza extraterrestr7e; prima di tutto la voce sembrava giungere alle nostre orecchie, almeno alle mie, da gran distanza, o da qualche abisso sotterraneo. In secondo luogo, essa mi impressionò (temo proprio che mi sia impossibile farmi comprendere) nello stesso tempo che le materie glutinose o gelatinose impressionano il senso del tatto.
Ho parlato insieme di suono e di voce, e voglio dire che il suono era d’una sillabazione distinta, anzi terribilmente distinta.
Il signor Valdemar parlava evidentemente per rispondere alla domanda che gli avevo fatto qualche minuto prima. Gli avevo domandato, bisogna ricordarsene, s’egli dormiva sempre, ed ora diceva: «Sì… no… ho dormito…, ed ora… ora sono morto».
Nessuna delle persone presenti cercò di negare e neanche di reprimere l’indicibile orrore di queste poche parole così pronunciate. Il signor L***, lo studente, svenne; gl’infermieri se ne fuggirono dalla camera, e fu impossibile ricondurveli; quanto alle mie proprie impressioni, non pretendo di renderle intelligibili al lettore. Per circa un’ora ci occupammo in silenzio (non fu pronunciata parola) a richiamare il signor L*** in vita; quando egli fu ritornato in sé ripigliammo le nostre investigazioni sullo stato del signor Valdemar.
Egli era rimasto assolutamente tal quale l’ho descritto poc’anzi, tranne che lo specchio non dava più traccia di respirazione; un tentativo di salasso al braccio non riuscì: devo anche menzionare che questo membro non era più ubbidiente alla mia volontà, quando io mi sforzai di fargli seguire la direzione della mia mano.
Il solo indizio reale dell’influenza magnetica si manifestava ora nel movimento della lingua. Ogni volta che facevo una domanda al signor Valdemar, pareva che egli facesse uno sforzo per rispondere, ma che la sua voce non fosse sufficientemente durevole.
Alle domande fatte da un’altra persona sembrava del tutto insensibile, sebbene io avessi tentato di mettere ogni membro della società in rapporto magnetico con lui.
Credo d’aver ormai riferito tutto quanto è necessario per far comprendere lo stato del sonnambulo in questo periodo; noi ci procurammo altri infermieri, ed alle dieci uscii dalla casa in compagnia dei dottori e del signor L***.
Nel pomeriggio tornammo tutti a vedere il paziente; il suo stato era sempre il medesimo. Avemmo allora una discussione sull’opportunità e la possibilità di svegliarlo. Ma si andava d’accordo nel concludere che codesto non poteva dare nessun utile. Era chiaro che finora la morte, o ciò che si definisce colla parola morte, era stata arrestata dalla operazione magnetica. Sembrava evidente che svegliare Valdemar fosse assicurare il suo minuto supremo od almeno accelerare la sua decomposizione.
Da quel giorno fino alla fine della settimana passata, un intervallo di sette mesi circa, ci riunimmo ogni giorno nella casa del signor Valdemar, accompagnati dai medici e da altri amici; in tutto questo tempo il sonnambulo rimase esattamente tal quale io lo descrissi; la sorveglianza degli infermieri era continua.
Venerdì passato finalmente risolvemmo di esperimentare di svegliarlo, ed è il risultato, deplorevole forse, di quest’ultimo tentativo che diede origine a tante discussioni, in cui non posso trattenermi dallo scorgere il risultato d’una credulità popolare ingiustificabile.
Per levare il signor Valdemar dalla catalessi magnetica adoperai i passi soliti, che per qualche tempo non diedero risultato di sorta. Il primo sintomo del ritorno alla vita fu l’abbassamento parziale dell’iride; notammo come cosa strana che questa discesa dell’iride era accompagnata da un umore abbondante di color giallognolo, che usciva da sotto le palpebre, di odore acre e ributtante. Mi suggerirono allora di cercare di influenzare il braccio del paziente come pel passato. Tentai e non mi riuscì; il dottor F*** manifestò il desiderio che io gli rivolgessi una domanda e glie la feci così: «Signor Valdemar, potete voi spiegarci quali sono adesso le vostre sensazioni o i vostri desiderii?».
Vi fu un subitaneo ritorno dei circoli etici sulle guancie, la lingua tremò o piuttosto girò violentemente nella bocca, benché le mascelle e le labbra rimanessero sempre immobili. In fine quella stessa orribile voce che ho descritta poc’anzi proruppe: «Per l’amor di Dio! Presto! presto! fatemi dormire! O svegliatemi subito! Presto! Vi dico che sono morto!».
Ero assolutamente snervato e per un po’ restai indeciso su ciò che avevo a fare.
Prima di tutto feci uno sforzo per calmare il paziente, ma la completa assenza della mia volontà non mi permise di riuscire; allora tentai il contrario, sforzandomi in ogni modo per destarlo. Mi accorsi subito che il tentativo avrebbe avuto un pieno successo, o almeno credevo che il mio successo fosse completo e sono certo che ognuno nella camera s’aspettava il risveglio del sonnambulo. Quanto a ciò che avvenne in verità nessun essere umano poteva immaginarselo; è al di là d’ogni possibilità. Mentre io faceva i passi magnetici tra le grida di «morto! morto!» che esplodevano sulla lingua e non sulle labbra del paziente, tutto il suo corpo ad un tratto, nello spazio anche minore d’un minuto, si scompose, si sbriciolò, s’imputridì proprio sotto le mie mani. Sul letto, dinanzi a tutti i testimonî, era una massa fetida e quasi liquida: un’orrenda putrefazione.

—
1 Poe ne divenne unico direttore il 14 luglio di quell’anno.
2 In punto di morte.
3 Termine desueto per malaticcia.
4 Variante grafica del tempo.
5 Nel testo originale compare anche la lettera finale del cognome: Mr. Theodore L— —l.
6 Tisiche.
7 Qui nel senso di ultraterrena.




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