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Anche del racconto “Il diavolo nel campanile. Una stravaganza” (“The Devil in the Belfry. An Extravaganza”) sono andati perduti i manoscritti, sia la prima bozza sia la bella copia inviata per la pubblicazione.
Secondo Mabbott, Poe scrisse il racconto appositamente per il «Saturday Chronicle», dove fu pubblicato il 18 maggio 1839. Poe vi apportò molte modifiche, anche se limitate a una o due parole, in previsione di inserirlo nella raccolta Tales of Grotesque and Arabesque del 1840.
La prima traduzione, in francese, si deve a Charles Baudelaire: “Le diable dans le beffroi” apparve il 20 settembre 1854 su «Le Pays».
La presente traduzione italiana, invece, proviene dalla raccolta Novelle straordinarie del 1921, in cui non è indicato il traduttore, anche se potrebbe essere una ristampa dell’omonima raccolta del 1896.
Il racconto
Sempre secondo Mabbott, il racconto è una satira sulla consolidata cultura tedesca dell’epoca, combinando elementi da autori minori suoi contemporanei, come dal Sartor Resartus di Thomas Carlyle, pubblicato sul «Fraser’s Magazine» tra il novembre 1833 e l’agosto 1834, e dal racconto “The Barber of Gottingen” del Dr. Robert Macnish, pubblicato su «Blackwood» nell’ottobre 1826.
Un’altra fonte, sostiene Mabbott, potrebbe essere stata il racconto “The Man in the Bell” di William Maginn, pubblicato su Blackwood» nel novembre 1821 – Poe menzionò il racconto in una lettera a Thomas W. White del 30 aprile 1835.
Nel saggio La Nouvelle Revue Française (1958), Jean-Paul Weber parlò dell’allegoria del racconto di Poe: la cittadina di flemmatici olandesi della Pennsylvania in cui è ambientata la storia è costruita come un orologio, circondata dalle colline come una cassa. Ci sono 60 case, come i minuti di un’ora. Ogni casa ha 24 cavoli, come le ore del giorno. I 7 quadranti del grande orologio sono come i giorni della settimana.
Secondo il professor Carl Schreiber, il racconto satireggiava l’eccessiva enfasi sulla puntualità di Filadelfia.
Il diavolo nel campanile
Che ora è?
Tutti vagamente sanno che il più bel cantone del mondo è, o almeno lo era, la borgata olandese di Vondervotteimittis1. Pure, siccome essa si trova ad una certa distanza dalle vie maestre, in una posizione veramente incantevole, non v’ha che un ben picciol numero de’ miei lettori che l’abbiano visitata. Per soddisfare quindi la curiosità di coloro che non l’hanno veduta io credo opportuno di darne qualche particolare. E ciò è veramente tanto più necessario in quanto che, proponendomi di raccontare un fatto calamitoso avvenuto in quel borgo, faccio ciò con la speranza di accattivare ai suoi abitatori la universale simpatia. Nessuno di coloro che mi conoscono dubiterà che il dovere impostomi non sia da me eseguito con tutta quell’abilità che mi è concesso di adoperare, con quella rigorosa imparzialità, con quello scrupoloso controllo dei fatti e con quella laboriosa verifica delle fonti che debbono essere i requisiti di colui che ambisce al titolo di storiografo.
Coll’aiuto cumulativo di medaglie, manoscritti ed iscrizioni sono autorizzato ad affermar positivamente che la borgata di Vondervotteimittis è sempre stata fin dalle sue origini nello stesso stato in cui la si vede ancora oggi. Della data però della sua origine mi dispiace di non poter parlare che con quella indefinita precisione della quale i matematici sono qualche volta costretti ad accontentarsi nelle loro formule algebriche. La data, mi si conceda pure di dire così, tenuto conto della sua prodigiosa antichità, non può esser minore d’una qualsiasi cifra determinabile.
Anche per ciò che riguarda l’etimologia di Vondervotteimittis debbo confessare di saperne ben poco. Fra una quantità d’opinioni su questo punto delicato, alcune delle quali poi sottilissime, altre molto erudite, alcune poi abbastanza contraddittorie, io non ne trovo alcuna che possa essere considerata come soddisfacente. Forse l’idea di Grogsvigg, la quale combina con quella di Kroutapleuttey, deve essere preferita con una certa prudenza. Essa è concepita così: Vondervotteimittis – Vonder lege Donder – Votteimittis quasi Und Bleitziz – Bleitziz obsoletum pro Blitzen. –
Questa etimologia, a dir la verità, si trova molto ben confermata da qualche traccia di fluido elettrico che ancora si vede sulla sommità del campanile del Palazzo di Città. Tuttavia io non m’arrischio a compromettermi in una tesi di una simile importanza: pregherò quindi il lettore, curioso di maggiori informazioni, di riportarsene alle Oratiunculae de rebus praeterveteribus di Dundergutz. Si può anche consultare il Blunderbuzzard nell’opera De derivationibus dalla pagina 27 alla pagina 5010 dell’edizione gotica in folio, a caratteri rossi e neri, con richiami e senza segnature: ed in quest’opera si possono consultare le note autografe in margine dello Stuffundpuff con i commenti aggiunti del Gruntundguzzell.
Così, a malgrado dell’oscurità che copre la data della fondazione di Vondervotteimittis e l’etimologia del suo nome, non si può, come ho già detto, dubitare che non abbia sempre esistito a quel modo che oggi noi la vediamo. Il più vecchio uomo di quella borgata non si ricorda la più leggiera differenza in una parte qualsiasi della patria sua ed anzi la semplice suggestione d’una tale possibilità vi sarebbe considerata come un insulto. Il villaggio è posto in una vallata perfettamente circolare e la cui circonferenza è di circa un quarto di miglio attorniata da graziose colline di cui gli abitanti del borgo non hanno mai salito le vette. Del resto essi danno una splendida spiegazione della loro condotta ed è che essi non credono che al di là di quelle colline vi sia altro.
Attorno al limite della vallata, che è completamente unito e coperto in tutta la sua estensione di tegole piane, si estende una fila non interrotta di una sessantina di casette. Esse sono appoggiate dalla parte posteriore alle colline e guardan tutte naturalmente verso il centro della pianura che è giusto a sessanta yarde dalla porta di ogni abitazione. Ogni casa ha dinanzi a sé un piccolo giardino, un viale circolare, un quadrante solare e ventiquattro cavoli. E sono fabbricate tutte in una maniera così uniforme che non si possono distinguere l’una dall’altra. Data l’immensa antichità d’un tale villaggio, l’architettura ne è alquanto bizzarra: ma appunto per ciò è anche più pittoresco. Le case sono fatte di mattonelle indurite al fuoco, di color rosso ad angolature nere, in modo che le pareti somigliano tutte a grandi scacchiere. Le gronde son voltate tutte dalla parte delle facciate, e intorno ai tetti e dalle porte principali si vedono cornici grandi quanto tutto il resto della casa. Le finestre vi sono strette e profonde con piccolissimi cristalli in molte intelaiature. Il tetto è coperto da un’infinità di tegole ad angoli rovesci. L’ornamentazione in legno è d’un colore oscuro e molto complicata, ma con poca varietà di disegni; imperocché, da tempo immemorabile, gli scultori in legno di Vondervotteimittis non hanno saputo intagliare più di due oggetti: un orologio e un cavolo. Ma lo fanno in una maniera ammirabile e vi prodigano un singolar talento in ogni angolo dove trovano un posto libero pel loro scalpello.
Le abitazioni si rassomigliano tanto all’interno che al di fuori, e il mobilio è tutto quanto tagliato sopra un solo modello. Il suolo è coperto di mattoni quadrati, le sedie e le tavole sono in legno nero con piedi contorti, sottili e affilati alla base. I camini sono larghi e alti e sulle loro cornici non solo hanno scolpiti cavoli e orologi, ma nel mezzo sostengono un vero orologio che manda un prodigioso battito con due vasi di fiori agli angoli, ognuno dei quali contiene un cavolo. Fra i cavoli e l’orologio v’ha ancora un piccolo mostro cinese dell’ampio ventre, nel cui mezzo è un foro, traverso il quale si vede il quadrante d’un orologio.
I focolari sono vasti e profondi con alari bizzarri e contorti. Generalmente v’è un gran fuoco acceso, e al disopra una gran pentola piena di cavoli e di maiale, che la buona massaia sorveglia incessantemente. Questa, di cui parliamo, è una grossa e vecchia donnetta dagli occhi turchini, dalla faccia rossa, coperta da una cuffia immensa a forma di pan di zuccaro, ornata di nastri di color giallo e porporini. La sua veste è di leggiera stoffa ranciata2, ampissima sul di dietro e brevissima di busto, veramente molto breve anche sotto altri rapporti, poiché essa non arriva nemmeno a mezza gamba. E le gambe sono alquanto grosse come anche le caviglie e son coperte da un bel paio di calze verdi. Le scarpe, di cuoio color di rosa, sono fermate da un nastro giallo annodato in forma di cavolo. Nella mano sinistra ella porta un piccolo orologio olandese: e con la destra maneggia un gran cucchiaio per il cavolo ed il porco messo in pentola. Vicino a lei sta un gattone chiazzato che porta alla coda un minuscolo orologio a ripetizione in metallo dorato3, che i ragazzi gli hanno attaccato per divertirsi.
Questi stanno tutti e tre nel giardino e sorvegliano il maiale. Tutti e tre sono alti appena due piedi.
Essi portano cappelli a tre punte, panciotti color porpora che scendono loro quasi fino alle coscie, pantaloni in pelle di daino, calze rosse, pesanti scarpe adorne di grosse fibbie d’argento e lunghi soprabiti con grandi bottoni di madreperla. Ognuno ha la pipa in bocca e tiene nella mano destra un piccolo e panciuto orologio. Una boccata di fumo e un’occhiata all’orologio, un’occhiata all’orologio e una boccata di fumo: ecco le loro faccende. Il maiale, che è di una grande corpulenza nella sua immobilità, è intento a masticar le foglie sparse che sono cadute dai cavoli, o a grufolare contro l’orologio dorato, che quei birichini gli hanno legato alla coda, allo scopo di farlo bello come il gatto.
Proprio dinanzi alla porta d’ingresso è installato il vecchio proprietario della casa, in una poltrona dalla grande spalliera, dal sedile di cuoio, dalle rampe contorte e sottili come quelle dei tavolini.
È un vecchio e piccolo signore eccessivamente ripieno, dai grandi occhi rotondi e dall’ampio mento con doppio sottogola. Il suo vestiario somiglia a quello dei ragazzi e non occorre che io dica di più. La differenza consiste nella pipa che è più grossa delle altre e può mandare maggiore quantità di fumo. Anch’egli ha un orologio, ma lo porta in tasca. A dir la verità, egli ha da fare qualche cosa di più importante che non sia il guardar l’orologio, ed è quanto ora spiegherò. Egli è seduto tenendo la gamba destra sul ginocchio sinistro e, colla fisonomia grave, mantiene sempre, almeno uno dei suoi occhi, sopra un certo oggetto abbastanza interessante situato nel mezzo della pianura.
Un tale oggetto è situato nel campanile del palazzo di Città. I membri del Consiglio sono tutti uomini piccolissimi, molto rotondi, molto panciuti, e molto intelligenti. Hanno gli occhi larghi come salsiere e menti ampi a doppio sottogola. Portano poi abiti molto più lunghi e fibbie molto più grosse di quelle portate dagli altri abitanti di Vondervotteimittis.
Da quando io abito il villaggio, essi han tenuto parecchie sedute straordinarie, ed hanno, fra le altre, adottato tre importanti decisioni:
I.
È delitto cambiare il vecchio andamento delle cose.
II.
Non esiste nulla di tollerabile fuori di Vondervotteimittis.
III.
Noi giuriamo eterna fede ai nostri orologi e ai nostri cavoli.
Sopra alla camera delle sedute è il campanile e in esso è, e da tempo immemorabile è stato, vero orgoglio e meraviglia del villaggio tutto, il grande orologio di Vondervotteimittis. Ed è quello l’oggetto verso il quale son volti gli occhi di tutti i vecchi signori seduti nelle poltrone dai sedili di cuoio.
Il grande orologio ha sette quadranti, uno sopra a ciascun lato del campanile, in maniera perciò che può essere facilmente veduto da tutti i punti. I quadranti sono ampi e bianchi e le sfere nere e pesanti. Nel campanile si trova un uomo le cui uniche funzioni son quelle d’aver cura dell’orologio: ma una tal mansione è la più perfetta delle sinecure, imperocché, a memoria d’uomo, l’orologio di Vondervotteimittis non ha mai avuto bisogno del suo aiuto. La semplice supposizione d’una simil cosa era, fino a questi ultimi giorni, considerata come un’eresia. Dall’epoca più remota di cui facciano menzione gli archivi, la grossa campana aveva sempre regolarmente suonato le ore; e la stessa regolarità, a dir il vero, si è osservata in tutti gli altri orologi del borgo. Non v’era altro luogo dove l’ora fosse segnata meglio.
Quando il grosso batacchio giudicava venuto il momento di annunziar mezzogiorno, tutti gli altri servitori obbedienti aprivano simultaneamente le loro gole e rispondevano colla concordia d’una stessa eco. In una parola, quei buoni borghesi, se eran entusiasti della loro pietanza di cavoli, erano anche fieri dei loro orologi.
Tutte le persone che godono d’una sinecura son tenuti in maggiore o minor venerazione; e poiché l’uomo del campanile di Vondervotteimittis gode della più perfetta delle sinecure, esso è anche il più profondamente rispettato di tutti i mortali. Egli è il primo dignitario del villaggio, e gli stessi maiali lo considerano con un sentimento di riverenza. II suo abito è molto più lungo, la sua pipa, le sue fibbie, i suoi occhi e il suo stomaco sono molto più grandi di quelli di qualunque altra persona; ed il suo mento non ha un sottogola con due pieghe, ma con tre.
Ho dipinto la felicità di Vondervotteimittis; che pena ohimè, che un così splendido quadro fosse un giorno condannato a subire un così crudele cambiamento!
Da lungo tempo è un detto accreditato fra i più saggi del paese che «niente di buono può venire di là dalle colline»; e veramente bisogna credere che quelle parole contenessero qualche cosa di profetico.
L’altro giorno mancavano cinque minuti al mezzogiorno, quando alla sommità della cresta, da parte d’Oriente, appare un oggetto d’un aspetto bizzarro.
Un tale avvenimento doveva attrarre la generale attenzione, ed ognuno dei vecchietti assisi nelle poltrone dal sedile di cuoio voltò uno degli occhi collo stupore dello spavento verso il fenomeno, tenendo però sempre l’altro fisso sopra l’orologio del campanile.
Mancavano tre minuti a mezzogiorno quando tutti s’accorsero che il singolare oggetto non era altri che un giovinottino dall’aria straniera. Egli discendeva la collina con una grandissima rapidità in maniera che tutti ben presto poterono vederlo a loro agio. Era proprio il più piccolo e raro personaggio che mai si fosse veduto a Vondervotteimittis. Aveva la faccia color tabacco, un lungo naso aguzzo, occhi piccoli come piselli, e una gran bocca contenente una magnifica fila di denti, ch’egli sembrava geloso di mostrare, sogghignando da un orecchio all’altro. Aggiungete i favoriti e i mustacchi, e sul suo volto io credo che non vi fosse altro da osservare.
Portava la testa nuda e la capigliatura accuratamente pettinata. Indossava un abito nero molto attillato terminante a coda di rondine, da una delle cui tasche pendeva un lungo pizzo di fazzoletto bianco; aveva i calzoni neri, calze nere, e scarpine rassomiglianti a stivaletti tagliati per metà, con enormi orecchie di nastro nero. Sotto a un braccio portava un grande cappello, e sotto l’altro un violino cinque volte più grande di lui. Teneva nella mano sinistra una tabacchiera in oro, dove, mentre capriolava scendendo la collina con ogni sorta di passi fantastici, incessantemente prendeva pizzicate di tabacco con l’aria più gloriosa del mondo. Bontà divina! davvero quello era un nuovo spettacolo per gli onesti borghesi di Vondervotteimittis.
A dirla chiara, il birichino, a dispetto del suo sogghigno, aveva sul volto un carattere audace e sinistro.
E mentre che galoppava dritto verso il villaggio, il taglio bizzarro delle sue scarpe bastò a sollevare molti sospetti: e più d’un borghese, che quel giorno lo vide, avrebbe dato chi sa che per gettare un’occhiata sotto a quel fazzoletto di batista bianca che gli pendeva in un modo tanto irritante da una tasca del suo abito a coda di rondine. Ma quel che precisamente cagionò una giusta indignazione fu che quel miserabile vanerello, ora facendo un passo di ballo ed ora una piroetta, non aveva nessuna regola nella sua danza e non possedeva la più vaga nozione di ciò che si dice andare a tempo.
Pure la buona popolazione del villaggio non aveva ancora avuto il tempo di aprir bene gli occhi, quando, proprio un mezzo minuto prima di mezzogiorno il bricconcello, come ora vi racconto, si slanciò in mezzo a quella brava gente, fece qua un salto, là una riverenza; poi, dopo una piroetta e un passo di danza, balzò come una palla sul campanile del Palazzo di Città, dove il guardiano dell’orologio stupefatto stava fumando in un atteggiamento di dignità e di spavento. Ma il piccolo scapestrato lo afferrò prima pel naso e glielo tirò e glielo scosse, gli ficcò il suo grosso cappello in capo fino a coprirgli gli occhi e la bocca; quindi, brandendo il suo gran violino, suonò con esso tanto a lungo e tanto vigorosamente che, vedendo il guardiano così ballottato e conoscendo la grandezza del violino, si sarebbe detto che là c’era tutto un reggimento di grancasse a suonare il rataplan4 del diavolo nel campanile di Vondervotteimittis.
Non so davvero a quale disperata vendetta quel rivoltante attacco avrebbe potuto spingere gli abitanti, se non fosse mancato un solo mezzo secondo allo scoccare di mezzogiorno. La campana stava per suonare ed era un affare d’assoluta e imprescindibile necessità che ognuno stesse con l’occhio all’orologio. Tuttavia era chiaro che proprio in quel momento il briccone chiuso nel campanile aveva in suo possesso la campana e si mischiava di ciò che non lo riguardava punto. Ma, siccome essa aveva cominciato a suonare, nessuno ebbe il tempo di sorvegliare le movenze del traditore, poiché ognuno rimase tutto orecchi a noverare i colpi.
«Uno!» batté la campana.
«Uno!» ripetè ogni vecchietto dal fondo di cuoio della sua poltrona.
«Uno!» suonò il suo orologio.
«Uno!» l’orologio della sua donna.
«Uno!» infine ribatterono quelli dei ragazzi e i piccoli gioielli dorati appesi alle code del gatto e del maiale.
«Due!» seguitò la grossa campana.
«Due!» ripeterono tutti quegli eco meccanici.
La campana continuò: «Tre! quattro! cinque! sei! sette! otto! nove! dieci!»
«Undici!» suonò la campana.
«Undici!» confermò tutto il piccolo personale della sottoposta orologeria.
E la campana appresso: «Dodici!»
«Dodici!» risposero gli altri, tutti completamente edificati e con le voci in cadenza.
«È mezzogiorno dunque!» esclamarono tutti quanti i vecchietti riponendo i loro orologi.
Ma la campana non aveva finito insieme con loro.
«Tredici!» essa suonò.
«Tarteiffel!» esclamarono tutti i vecchietti, diventando pallidi e lasciando cader la pipa dalla bocca e la gamba dritta dal ginocchio sinistro, su cui era placidamente posata. «Tarteiffel!» essi gemettero. «Tretici! tretici! mio Tio! essere tretici ore!…5»
Devo provare a descrivere la terribile scena che ne segui? Tutta Vondervotteimittis in un sol colpo scoppiò in un immenso tumulto.
«Che succetere tunque mio fentre!» mormorarono i ragazzi «io afere fame ta un’ora! »
«Che succete miei càfoli!» esclamarono tutte le donne «essi dofere essere cotti cià ta un’ora!»
«Che succete tunque mia pipa!» presero a sagramentar tutti i vecchietti. «Fulmini e toni! essa tofere stare spenta cià ta un’ora!»
E riempirono tutti le loro pipe con gran rabbia e affondandosi nelle loro poltrone, soffiarono con tanta forza e con tanta velocità che tutta la vallata fu immediatamente invasa da una nuvola impenetrabile.
Intanto i cavoli andavan diventando d’un rosso porporino, e pareva che il Diavolo6 in persona avesse preso possesso di tutto ciò che aveva la forma d’un orologio. Le pendole scolpite sui mobili avevan preso a danzare come se fossero state stregate, mentre quelle posate sui caminetti potevano appena trattenere la loro furia e s’accanivano a suonare ostinatamente: «Tredici! Tredici! Tredici!» con un tremolio ed un dimenamento dei loro bilancieri che era veramente spaventoso a vedersi.
Ma il peggio era che i gatti ed i maiali non potevano più sopportare la sfrenatezza dei piccoli oriuoli attaccati alle loro code e lo mostravano bene mettendo sossopra tutto quanto il loro posto, graffiando e grufolando, gridando e urlando in un sabba spaventoso di grugniti e di miagolii, saltando in volto alla gente, nascondendosi sotto alle vesti e facendo nascere la più spaventosa baraonda e la più orribile confusione che una persona ragionevole possa mai immaginare.
E il miserabile scapestratello, installato nel campanile, faceva naturalmente quanto era in lui per rendere anche più acuto lo stato delle cose. Di tanto in tanto, si poteva vedere lo scellerato traverso al fumo. Egli era sempre là, seduto sopra al guardiano del campanile, il quale giaceva rovescio sul dorso. Tra i denti l’infame teneva la corda della campana che andava scuotendo con la testa da destra a sinistra, facendo un tal rumore che le mie orecchie, al solo pensarvi, ne sono ancora rintronate. L’enorme violino era posato sopra alle sue ginocchia ed egli ne pizzicava le corde con le due mani, senz’accordo e senza tempo, facendo le viste di suonare, l’infame pagliaccio!, l’aria di Indy O’ Flannagan e Paddy O’ Raferty!
Stando così miserevolmente le cose, disgustato abbandonai il paese ed ora mi rivolgo a tutti coloro che amano l’ora esatta ed i cavoli cotti a puntino. Rechiamoci in massa a quel villaggio, riponiamo a Vondervotteimittis in auge l’ordine antico, precipitando quel briccone dall’alto del suo campanile.
Fonti
- Novelle straordinarie, STEN editrice, 1921
- Edgar Allan Poe — “The Devil in the Belfry”, Edgar Allan Poe Society of Baltimore
- Edgar Allan Poe (ed. T. O. Mabbott), “The Devil in the Belfry,” The Collected Works of Edgar Allan Poe — Vol. II: Tales and Sketches (1978), Edgar Allan Poe Society of Baltimore
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1 Vonder vaat time it is.
2 Non comune, del colore dell’arancia. Ndr.
3 Repeater in originale, un orologio giocattolo.
4 In originale è devil’s tattoo: tattoo, qui, non significa “tatuaggio”, ma è una forma onomatopeica che indica un irritante tamburellare delle dita su un tavolo, ma può anche significare un battere, un tonfo o un picchiettare continuo su qualcosa.
5 “Quando l’orologio batte le tredici” è un’espressione che significa “mai” (Archer Taylor, American N & Q, gennaio 1944). Ma gli orologi battono le tredici in rare occasioni, e il fenomeno è interpretato come un segno di morte o di sfortuna. I noiosi personaggi di Poe osservano solo che la tredicesima ora deve significare che è l’una del pomeriggio.
6 In originale old Nick. Nella terza delle sue Lettere sulla Demonologia del 1830 (edizione di New York 1842, p. 91), Sir Walter Scott scrisse: “Il Vecchio Nick, conosciuto in Inghilterra, è… [un] autentico discendente del dio del mare del Nord, Nicksa o Nixas”. Un’altra spiegazione si trova nell’Hudibras di Samuel Butler, III, i, 1314, secondo cui Niccolò Machiavelli “diede il suo nome al nostro Vecchio Nick”.


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