Il racconto “Colloquio di Monos e Una” (“The Colloquy of Monos and Una”) è il secondo della trilogia di dialoghi di spiriti iniziata con il “Dialogo di Eros e Charmion” del 1839 e che proseguirà con “Il potere delle parole” (“The Power of Word”) del 1845.
Del racconto non è sopravvissuto il manoscritto. Secondo Mabbott la storia «fu probabilmente scritta a maggio o giugno 1841». Fu comunque pubblicato nell’agosto 1841 sul «Graham’s Magazine»e Poe lo ripropose nella raccolta Tales del 1845.
Anche questo racconto, come il primo della trilogia, era destinato a far parte della raccolta Phantasy Pieces del 1842, mai pubblicata.
La prima traduzione comparve, a firma anonima, sul periodico «El instructor peruanao» il 21 aprile 1847. Anni dopo, il 23 gennaio 1855, il racconto fu tradotto da Charles Baudelaire per «Le Pays», dal titolo “Colloque entre Monos et Una”.
La presente traduzione proviene dalla raccolta Racconti curiosi e grotteschi (STEN editrice, 1924), ristampa dall’edizione del 1901.
Colloquio di Monos e Una
Cose future!1
Sofocle
Una. «Risuscitato?».
Monos. «Sì, bellissima e adoratissima Una, risuscitato. Questa era la parola sul senso mistico della quale io avevo tanto meditato, rifiutando tutti i sofismi del bigottume fino a che la morte è venuta a risolvermi l’enigma».
Una. «La morte!».
Monos. «Come tu, dolce Una, fai strana eco alle mie parole! Osservo anche una specie di vacillamento nel tuo modo di camminare ed una gioconda inquietudine ne’ tuoi occhi. Tu sei turbata, oppressa dalla maestosa novità della vita eterna. Sì, io parlavo della morte. E come questa parola qui risuona in un modo veramente singolare, mentre una volta portava l’angoscia in tutti i cuori, gettava un’ombra su tutti i piaceri».
Una. «Ah! la morte! lo spettro che sedeva a tutti i festini! Quante volte, Monos, noi ci siamo perduti in considerazioni sulla sua natura! Come ella si levava, misterioso controllore, dinnanzi alla felicità umana col suo terribile: «fino là e poi basta!» Questo ardente amore reciproco, mio Monos, che ardeva nei nostri petti come ci ha vanamente lusingati quando, sedendoci felici al momento del suo sorgere, vedevamo la nostra felicità ingrandire con la sua forza! Ohimè! l’amore ingrandiva e con esso nei nostri cuori aumentava il terrore dell’ora fatale che si avvicinava per separarci per sempre. Così, col passare del tempo, l’amore divenne dolore. Allora l’odio sarebbe stato per noi una provvidenza».
Monos. «Non parlar qui di dolori, mia cara Una, mia adesso e mia per sempre!».
Una. «Ma non è il ricordo del dolore passato che forma il piacere del presente? Io vorrei parlare lungamente, lungamente ancora delle cose che non sono più. Sopratutto io ardo dal desiderio di conoscere gli incidenti del tuo viaggio traverso l’Ombra e la Valle Nera».
Monos. «Quando mai la raggiante Una ha domandato invano una cosa al suo Monos? io ti racconterò tutto dettagliatamente: ma da qual punto deve cominciare il misterioso racconto? Da qual punto?».
Una. «Monos. Sì, da qual punto?».
Una. «Capisco, Monos. La morte ci ha rivelato a tutti e due la mania dell’uomo a definir l’indefinibile. Io dunque non ti dirò: “Comincia al punto in cui cessa la vita!” ma: “Comincia da quel triste momento in cui avendoti lasciato la febbre, cadesti in un torpore senza soffio e senza movimento e in cui io chiusi le tue pallide palpebre con le mie dita calde della passione d’amore”».
Monos. «Prima di tutto una parola, mia cara Una, relativamente allo stato generale dell’uomo in quel momento. Rammentati che uno o due scienziati dei nostri antenati veri scienziati, quantunque non considerati tali nella stima del mondo avevano osato dubitare dalla proprietà della parola progresso applicata al cammino della nostra civiltà. Ognuno dei cinque o sei secoli che precedettero la nostra morte vide, a un dato momento, sorgere una vigorosa intelligenza a combattere strenuamente per quei principii la cui evidenza ora illumina la nostra ragione, insolente libertà rimessa al suo posto, principii che avrebbero dovuto apprendere alla nostra stirpe a lasciarsi guidare dalle leggi naturali piuttosto che a volerle controllare. Di tanto in tanto, apparivano spiriti superiori per i quali qualunque progredimento nelle scienze pratiche non era che un regresso nell’ordine della vera utilità. Qualche volta lo spirito poetico – la facoltà che noi ora sappiamo essere la più sublime di tutte – poiché verità della più alta importanza non ci potevano essere rivelate che per mezzo di questa analogia la cui eloquenza non rifiutabile da parte dell’immaginazione, non dice assolutamente nulla alla ragione malata e solitaria – qualche volta, io dico, lo spirito poetico prese il sopravvento sopra una filosofia tentennante e nella mistica parabola dell’albero della scienza e del suo frutto proibito, volle intendere di dare chiaro avvertimento, che cioè la scienza non era adatta per l’uomo nello stato di minorità dell’anima sua. E questi uomini – i poeti – vivendo e morendo in mezzo al disprezzo degli utilitarî, nudi pedanti che usurpavano un titolo di cui i soli disprezzati erano veramente degni, i poeti fecero risalire i loro sogni e loro savî rimpianti a quegli antichi giorni in cui i nostri bisogni erano altrettanto semplici quanto produttori di tutti i nostri godimenti, in cui la parola allegria era sconosciuta, tanto l’accento della felicità era solenne e profondo! giorni santi, augusti e benedetti in cui i ruscelli azzurrini serpeggiavano rigonfi fra le colline intatte e si nascondevano lontano nelle solitudini delle foreste vergini, odorose, inviolate.
«Ma queste nobili eccezioni alla generale assurdità non ad altro servirono che a corroborarne l’opposizione. Ohimè! noi eravamo discesi nei peggiori dei nostri più cattivi giorni. Il gran movimento – tali erano le parole del tempo – andava avanti: perturbazione morbida, morale, e fisica. L’arte, o meglio le arti, furono innalzate alle supreme sfere e, una volta installate sul trono, esse allacciarono con le loro catene le intelligenze che le avevano alzate al potere. L’uomo che non poteva non riconoscere la maestà della natura, cantò ingenuamente vittoria di mano in mano che crescevano le due conquiste sugli elementi di questa stessa natura. Tanto che mentre egli si pavoneggiava e faceva il Dio, un’infantile imbecillità si abbatteva su di lui. Come si poteva prevedere fin dall’origine del male, egli ben presto fu infetto da sistemi e da astrazioni: s’impegolò nelle generalità. Fra altre bizzarre idee, quella dell’uguaglianza universale aveva guadagnato terreno; e di fronte a Dio e all’analogia – a dispetto della voce alta e salutare delle leggi di gradazione che tanto vivamente penetrano tutte quante le cose della terra e del cielo – furono fatti sforzi insensati per stabilire una democrazia universale. Questo male naturalmente derivò dal male primitivo: la scienza. L’uomo non poteva diventare sapiente e allo stesso tempo sottomettersi. Pure innumerevoli città furono innalzate, enormi e fumose. Le verdi foglie si accartocciarono dinnanzi alle calde vampe dei forni. Il bel volto della natura fu deformato come per le conseguenze di una qualche disgustosa malattia. E mi pare, mia dolce Una, che il sentimento, anche assopito, del forzato e del ricercato troppo lontano avrebbe dovuto fermarci a quel punto. Ma pare che pervertendo il nostro gusto o piuttosto trascurando di coltivarlo nelle scuole, noi avevamo pazzamente preparato la nostra propria distruzione. Imperocché veramente era durante questa crisi che il solo gusto – questa facoltà che, segnando il giusto mezzo fra la pura intelligenza e il senso morale, non ha mai potuto essere impunemente calpestata – il solo gusto, ripeto, poteva lentamente ricondurci verso la Bellezza, la Natura e la Vita. Ma ohimè! puro spirito contemplativo e maestoso intuito di Platone! ohimè! immensa Mousikè che egli a giusto titolo considerava come educazione bastevole per l’anima! ohimè! dove siete? quando tutte e due siete sparite nella dimenticanza e nell’universale disprezzo allora è che si aveva il più disperato bisogno di voi!
«Pascal, un filosofo che noi due, mia cara Una, amiamo ugualmente, ha detto, e con qual verità! che ogni ragionamento si riduce a cedere al sentimento; e non sarebbe stato impossibile, se i tempi lo avessero permesso, che il sentimento della natura avesse ripreso il suo vecchio ascendente sulla brutale ragione matematica delle scuole. Ma ciò non doveva accadere. Affrettata prematuramente dalle orgie della scienza, la decrepitezza del mondo avanzava. È ciò di cui non s’accorgeva la massa dell’umanità o ciò di cui, vivendo ghiottonescamente, benché senza piacere, essa affettava di non avvedersi. Ma, per me, gli annali della Terra mi avevano appreso ad attendere la catastrofe più completa come premio della più alta civiltà. Nel confronto della Cina semplice e forte con l’architettonica Abissinia, con l’astrologo Egitto, con la Nubia ancora più astuta, turbolenta madre di tutte le arti, io avevo pescato la prescienza del nostro destino. Nella storia di queste contrade io avevo trovato un raggio dell’avvenire. Le specialità industriali di queste tre ultime regioni erano malattie locali della Terra e la rovina di ognune di esse è stata la conseguenza dell’applicazione del rimedio locale: ma per il mondo infetto in massa io non vedevo altra possibile rigenerazione all’infuori della morte. Ora dappoiché l’uomo, come razza, non può essere annientato, io vidi essere necessario che esso rinascesse.
«Ed era appunto allora, mia carissima e bellissima, che noi affondavamo quotidianamente le nostre anime nei sogni. Era allora che noi, sull’ora del crepuscolo, discorrevamo del tempo avvenire, quando l’epidermide della Terra, cicatrizzata dall’Industria, subita quell’operazione purificatrice che sola può spazzare le sue secolari abominazioni, sarebbe tutta rivestita a nuovo con le sue erbe, le sue acque ridenti, le sue colline di Paradiso e tornerebbe ad essere una conveniente abitazione per l’uomo – purgato ormai dalla morte – per l’uomo la cui intelligenza nobilitata non troverebbe più un veleno nella scienza, per l’uomo riconquistato, rigenerato, beatificato, reso oramai immortale quantunque ancor vestito della sua materia».
Una. «Sì, caro Monos, ora ricordo bene i nostri discorsi: ma l’epoca del fuoco distruttore non era già tanto vicina quanto noi immaginavamo e quanto la corruzione di cui tu parli ci poteva permettere di credere. Gli uomini vissero e morirono individualmente. Tu stesso, vinto dalla malattia, sei passato traverso alla tomba e la tua Una fedele ti ha subito seguito: e quantunque i nostri sensi assopiti non siano stati torturati dall’impazienza e non abbiano sofferto della lungaggine del secolo che è trascorso poi e la cui finale rivoluzione ci ha resi l’una all’altro, pure, caro Monos, è passato sempre un secolo».
Monos. «Di’ piuttosto un punto nel vago infinito. Certo fu nella decrepitezza della Terra il momento della mia morte. Col cuore affaticato dalle angoscie che traevano la loro origine dal disordine e dalla decadenza generale, io soccombetti alla febbre crudele. Dopo pochi giorni di sofferenza a cui successero i giorni di delirio, di sogni e d’estasi che a te parevano di dolore, mentre io non soffrivo che del sentirmi impotente a disilluderti, fui, come tu l’hai detto, preso da un letargo senza soffio e senza movimento e quanti mi circondavano dissero che ciò era la morte.
«Le parole sono cose vaghe. Il mio stato non mi impediva di sentire: non mi pareva il mio stato molto differente da quella infinita quiete di chi, avendo lungamente e profondamente dormito, immobile, prostrato sotto il peso dell’ardente solstizio, comincia a riprender lentamente la conoscenza: quasi vi sdrucciola sopra, per così dire, per la sufficienza del sonno senza essere destato da nessun esteriore movimento.
«Io non respiravo più. Il polso era immobile. Il cuore aveva cessato di battere. La volizione non era sparita ma non aveva più efficacia. I miei sensi gioivano d’una insolita attività quantunque questa si esercitasse in una maniera irregolare e usurpando a caso le funzioni gli uni degli altri. Il gusto e l’odorato si confondevano inestricabilmente e non formavano più che un solo senso anormale ed intenso. L’acqua di rosa di cui la tua tenerezza aveva umettate le mie labbra nel momento supremo mi dava delle dolci idee di fiori, di fantastici fiori, infinitamente più belli di quelli della vecchia terra e dei quali vediamo oggi i modelli attorno a noi. Le pupille trasparenti ed esangui non facevano assolutamente ostacolo alla visione. Poiché la volizione era sospesa, i globi non potevano muoversi nelle loro orbite, ma tutti gli oggetti che si trovavano alla portata dell’orbita visuale erano scorti più o meno distintamente, producendo i raggi che cadevano sulla retina esterna un effetto più vivo di quelli che colpivano la superficie interna o la colpivano di fronte. Tuttavia, nel primo caso, quest’effetto era così anormale che io lo percepii solamente come un suono, un suono dolce o discordante secondo che gli oggetti che vi si presentavano erano luminosi o vestiti d’ombra, rotondi o di forma angolosa. Nello stesso tempo l’udito, benché sovreccitato, non aveva nulla d’irregolare nella sua azione. Il tatto aveva subito una modificazione più regolare. Non riceveva le sue impressioni che lentamente, ma le riteneva costantemente e ne risultava sempre un piacere fisico ineffabile. Così le tue dita sì dolci sulle mie pupille non furono dapprima percepite che dall’organo visivo: ma poi, molto tempo dopo che tu le ritirasti, riempirono l’essere mio di una ineffabile delizia sensuale. Dico d’una delizia sensuale, perché tutte le mie sensazioni erano puramente sensuali. Quanto ai materiali che i sensi fornivano al cervello passivo, l’intelligenza morta non dava loro alcuna forma. Derivava da tutto questo un po’ di dolore e molta voluttà, ma di pene o di piaceri morali neanche l’ombra. Così i tuoi singulti impetuosi fiottavano nel mio orecchio con tutte le loro lamentevoli cadenze, erano soavi note musicali e niente più: non portavano alla ragione spenta alcuna nozione dei dolori che davan loro origine; mentre la larga ed incessante pioggia di lagrime che cadeva sulla mia faccia e che a tutti gli astanti era testimonianza di un cuore infranto, penetrava semplicemente d’estasi ogni fibra dell’esser mio. E, in verità, era ben la morte quella di cui tutti parlavano a voce bassa e riverentemente, e tu, mia dolce Una, con voce convulsa, piena di singhiozzi e di gridi.
«Mi si vestì per la bara: c’erano tre o quattro cupe figure che andavano girando di qua e di là, come prese da grande premura. Quando esse passavano sulla linea retta della mia visuale, mi comparivano come forme, ma quando mi passavano da un lato, le loro immagini si riproducevano nel mio cervello in grida, in gemiti e in altre lugubri espressioni di terrore, d’orrore o di sofferenza. Tu sola, con la tua veste bianca, ondeggiante, qualunque fosse la tua direzione, ti agitavi sempre a me dintorno.
«Il giorno calava e poiché la luce andava scomparendo, fui preso da un vago malessere, da un’ansietà simile a quella d’un uomo che dorme, quando alcuni suoni tristi e reali vengono senza requie a colpire le sue orecchie, lontani suoni di campane, solenni, a intervalli lunghi ma uguali, mescolantisi a melanconiche visioni. Venne la notte e con le sue ombre una desolazione pesante. Essa opprimeva i miei organi come un peso enorme ed era palpabile. V’era anche un suono lugubre, molto simile all’eco lontana del risucchio marino, ma più forte, che aveva avuto principio col cader dei crepuscoli e s’era andato aumentando man mano col crescere delle tenebre. Ad un tratto furon portate alcune lampade nella camera e subito quell’eco prolungata s’interruppe, si trasformò in esplosioni frequenti, ineguali, dello stesso suono ma meno lugubri e meno distinte. La schiacciante oppressione s’era alquanto alleviata ed io intesi sorgere dalla luce d’ogni lampada – poiché ve n’erano parecchie – un canto d’una monotona melodia e scendere incessantemente nelle mie orecchie. E quando, cara Una, avvicinandoti al letto sul quale io era disteso, ti sedesti graziosamente al mio fianco, alitandomi il profumo delle tue labbra squisite, e appoggiandole sulla fronte mia, qualche cosa si elevò dal mio seno, qualche cosa di tremolante, di confuso con le sensazioni puramente fisiche generate dalle circostanze, qualche cosa d’analogo alla stessa sensibilità – un sentimento che comprendeva a metà il tuo ardente amore e il tuo dolore e per metà vi rispondeva: ma ciò non metteva radice nel cuore paralizzato: sembrava piuttosto un’ombra che una realtà: ed evaporò prontamente, prima in una quiete infinita, poi in un piacere, come prima, puramente sensuale.
«E allora dal naufragio e dal caos dei sensi naturali parve sorgere in me un sesto senso, assolutamente perfetto. Io trovai nella sua azione una delizia strana, una delizia tuttavia sempre fisica, poiché l’intelletto non vi aveva parte alcuna. Il moto dell’essere animale aveva cessato completamente. Nessuna fibra tremava, nessun nervo vibrava, nessuna arteria palpitava. Ma mi pareva che nel mio cervello fosse nato quel certo non so che di cui poche parole non saprebbero dare una intelligenza puramente umana, nemmeno una idea confusa. Permettimi di definir ciò: una vibrazione del pendolo mentale. Era la personificazione umana dell’idea astratta del Tempo. È per l’assoluto ragguaglio di questo moto – o di qualche altro analogo – che i cicli dei globi celesti sono stati regolati. È così che io potei calcolare le irregolarità dell’orologio posato sul caminetto e di quelli anche che avevano le persone presenti. I loro ticche-tacche2 riempivano le mie orecchie della loro sonorità. Le più leggiere deviazioni della giusta misura – queste deviazioni erano veramente assedianti – mi colpivano esattamente come già nel mondo dei vivi le violazioni della verità astratta colpivano il mio senso morale. Quantunque in quella camera non vi fossero affatto due movimenti che esattamente segnassero insieme lo stesso battere di secondi, io non provai nessuna difficoltà a ritenere imperturbabilmente sul mio spirito il suono di ciascuno e le loro relative differenze. E quel sentimento della durata, vivo, perfetto, esistente di per sè stesso, indipendentemente da una qualunque serie di fatti – maniera d’esistenza inintelligibile forse per l’uomo – quell’idea, quel sesto senso, sorgente dalle mie rovine, era il primo passo sensibile, decisivo dell’anima intemporale sulla soglia dell’eternità.
«Era mezzanotte e tu sedevi ancora al mio fianco. Tutti gli altri avevano lasciato la camera di morte. Essi m’avevan deposto nella bara. Le lampade ardevano vacillando: ciò si traduceva in me per il tremito dei canti monotoni. Ma tutto ad un tratto questi canti diminuirono di precisione e di volume. Finalmente cessarono. Il profumo morì sulle mie narici. Nessuna forma ferì più la mia vista. Il mio petto fu liberato dall’oppressione delle tenebre. Una sorda commozione come quella dell’elettricità penetrò nel mio corpo e fu seguita da una totale scomparsa della idea del tatto. Tutto quel che l’uomo chiama senso si fuse nella sola coscienza dell’essere e nell’unico ed immutabile sentimento della durata. Il corpo era stato alla fine colpito dalla mano dell’irrimediabile Distruzione.
«Eppure la sensibilità non era del tutto sparita: la coscienza e il sentimento sussistevano e supplivano alcune delle sue funzioni con una letargica intuizione: io avvertivo l’orribile cambiamento che cominciava ad operarsi nella carne; e come l’uomo che sogna ha qualche volta coscienza della presenza corporea d’una persona che si china su di lui, così, mia dolce Una, io sentivo sempre che tu eri assisa presso di me. E fu così fino alla dodicesima ora del secondo giorno: io non ero affatto incosciente dei movimenti che avvennero: tu ti allontanasti da me ed io fui chiuso nella bara e deposto nel carro funebre. Fui portato al cimitero: mi calarono nella tomba: ammonticchiarono pesantemente la terra sopra di me e mi lasciarono nel nero e nella putredine, ai miei tristi e solenni sonni, in compagnia dei vermi.
«E là, in quella prigione che ha pochi segreti da rivelare, passarono i giorni, le settimane e i mesi: e l’anima osservava scrupolosamente ogni secondo che s’involava e senza sforzo registrava la sua fuga… senza sforzo e senza scopo…
«Un anno passò. La coscienza dell’essere era diventata gradatamente più confusa e quella di località aveva in gran parte occupato il suo posto. L’idea di entità era affogata nell’idea di luogo. Lo spazio ristretto che confinava con ciò che era stato il mio corpo ora diventava il mio corpo stesso. A poco a poco, come accade spesso all’uomo che dorme – il sonno e il mondo del sonno sono le sole figurazioni della morte – a poco a poco, come accade sulla Terra all’uomo profondamente addormito, quando un lampo luminoso lo fa trasalire in un dormiveglia, lasciandolo ancora per metà in preda ai suoi sogni, così nello stretto abbracciamento dell’Ombra venne a me quella luce, che sola forse aveva la possanza di farmi trasalire, la luce dell’Amore immortale. Alcuni uomini vennero a lavorar sulla tomba che mi chiudeva nella sua notte. Estrassero la terra umida: sulle mie putride ossa discese la bara di Una.
«E poi ancora una volta tutto fu niente. Quel nebbioso barlume s’era spento. Quell’impercettibile fremito era svanito nell’immobilità. Molti lustri sono trascorsi. La polvere è ritornata alla polvere. I vermi non avevano più nulla da mangiare. Il sentimento dell’essere era a poco a poco scomparso e al suo posto – al posto di tutte le cose – uscivano supremi ed eterni autocrati il Luogo e il Tempo.
«Per ciò che non era, per ciò che non aveva forma, per ciò che non aveva pensiero, per ciò che non aveva sentimento, per ciò che era senz’anima e non possedeva più un infinitesimo atomo di materia, per tutto questo niente e per tutta questa immortalità, la tomba era ancora un ricovero, le materie corrosive una società».
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1 In originale è mantenuto il greco: Μέλλοντα ταύτα. La citazione apparve a partire dalla ripubblicazione in Tales. Nel febbraio 1849 Poe usò questa citazione come titolo per un racconto di fantascienza pubblicato sul «Godey’s Lady’s Book»: “Mellonta Tauta”.
2 In originale tickings, ticchettii.

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