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Il racconto che segue apparve nel numero 594 della rivista «Emporio Pittoresco», che copriva i giorni dal 16 al 22 gennaio 1876.

Non esiste un racconto di Poe intitolato “Catalessia”, né è presente fra i racconti a lui attribuiti nel canone delle opere di Poe.
Da dove è stato preso, allora, questo testo? Chi l’ha tradotto?
Sono trascorsi quasi 150 anni da allora e nessuno, purtroppo, può rispondere a queste domande.
Le similitudini della trama di “Catalessia” con altri racconti di Poe

Ho contattato la Poe Studies Association, inviando loro il testo in italiano recuperato dalla rivista e traducendo la breve introduzione al racconto. Ho anche scritto loro la trama della storia.
Secondo la presidente dell’associazione, Amy Branam Armiento, potrebbe essere una combinazione di due racconti, “Un seppellimento prematuro” (The Premature Burial) e “Perdita di fiato” (Loss of Breath).
Il parere di Jeffrey A. Savoye, della Edgar Allan Poe Society di Baltimora, non è molto diverso: secondo lui potrebbe essere un adattamento di “Perdita di fiato”, forse mescolando alcuni dettagli di altre storie, aggiungendo che quel racconto era stato tradotto in francese almeno già nel 1882, quindi potrebbe essere la traduzione di una traduzione.
Ci sono in effetti elementi in comune con “Perdita di fiato”:
- L’apparente morte del protagonista
- Esperimenti per accertarne la morte
- Risveglio del protagonista
L’unico elemento in comune con il racconto “Un seppellimento prematuro” è invece il narratore senza nome, colpito da attacchi di catalessi.
Leggendo il racconto “Catalessia” si comprende invece come sia una storia del tutto diversa da quei due racconti di Poe.
Il lettore vi riconoscerà il ritmo che caratterizza le storie di Poe, ma non, forse, l’originalità che le contraddistingue, l’architettura della trama, la suspense, tutti quegli elementi, insomma, che si riscontrano nei racconti del poeta di Boston.
Breve introduzione al racconto
Quantunque abbastanza conosciuto agli Stati Uniti, noi crediamo questa strana narrazione affatto inedita in Italia.
I seguenti particolari furon dati a Edgardo Poe da un giovane inglese, l’eroe di questa terribile avventura.1
Catalessia
In conseguenza di fatiche durate lungo tempo, fui preso da una febbre nervosa che mi tolse rapidamente il resto delle forze. – Cosa strana! Sembravami che la vita abbandonando poco a poco il mio corpo, si rifugiasse per intiero nelle mie facoltà mentali. Ridotto all’ultimo stadio dell’atonia fisica, io non aveva mai provato maggior forza, o meglio maggior esaltazione morale. Il momento della crisi definitiva sopraggiunse: io mi sentii come trasportato in un luminoso turbine, in mezzo al quale ondeggiavano le figure le più fantastiche, e, mentre il mio corpo era agitato da fremiti convulsivi, nelle mie orecchie risuonavano gli scoppj2 ed i sibili d’una spaventevole tempesta.
Io m’aggrappava con tutte le mie forze alla vita, che sembrava voler sfuggirmi, ma le mie sensazioni divennero così confuse che dovetti abbandonarmi malgrado mio a quello stato, che non era privo affatto di dolcezza, e perdetti ben tosto ogni sentimento dell’esistenza.
Non so quanto tempo sia rimasto in tal guisa, allorché tutto ad un tratto mi risvegliai siccome in una calma estatica: il mio corpo era percorso da una folla di voluttuose sensazioni, ed i sensi siccome l’intelligenza mi erano perfettamente restituiti.
In questo istante il medico, che si era avvicinato al mio letto, si lasciò sfuggir queste parole: «Tutto è finito!» Poscia ricoprì la mia persona con un lenzuolo e le mie orecchie furono colpite dai singhiozzi della mia desolata famiglia.
Allora volli parlare, fare qualche movimento; sentii con orrore che la lingua era come inchiodata al palato e che le mie membra, pur sentendo il contatto delle coperte che mi avvolgevano, strette da invisibili legami si rifiutavano d’eseguire il benché minimo movimento.
All’indomani venne ravviluppato il mio corpo nel funebre lenzuolo, e per tre giorni intieri, io restai esposto, mentre gli amici della mia famiglia venivano a fare le loro visite di condoglianza. Io intendeva e capiva benissimo tutto quanto avveniva a me dintorno, e di minuto in minuto sperava, ma invano, che la malia fatale che pesava su di me venisse spezzata. La mattina del quarto giorno fui abbandonato fra le mani dei becchini, che mi trattarono colla più rivoltante brutalità, e, allorquando uno di essi, per farmi entrare in una bara troppo stretta, mi calcò il petto col suo ginocchio, provai una tortura tanto crudele che ebbi, per un istante, la speranza che mi sarebbe ridato il potere di esprimere i miei tormenti. Ma dovetti ancora una volta rinunciarvi…
La bara fu ricoperta e ben tosto udii lo scricchiolio dei chiodi che venivano infissi nel legno. Impossibile mi sarebbe il voler trovar parole per esprimere quale spavento e qual disperazione si erano impossessate dell’anima mia. Ogni colpo di martello ripercuotevasi dolorosamente nella mia testa come campana funebre che m’annunciava la sorte che mi era riservata. Avessi almeno potuto gridare, sebbene senza speranza d’essere inteso… avessi almeno potuto gettare qualche gemito! Ma no, mentre il petto e le mie spalle erano come schiacciate entro uno stretto spazio, mentre sentiva la mia testa e le mie membra rotte ed ammortite pel duro contatto e per le asprezze della bara, m’era giuocoforza il restarmene senza moto e senza voce. Non avrei giammai creduto che un cuore, senza spezzarsi, potesse essere provato a così spaventevoli angoscie.
Ben presto fui sollevato e deposto sul carro funebre, che si pose in cammino; così si giunse al cimitero. In tale istante io volli tentare un ultimo sforzo, ma anche questo come gli altri andò a vuoto. Mi sentii sollevato al dissopra della tomba che stava per inghiottirmi, e, mentre mi si lasciava discendere lentamente, distingueva il rumore che faceva il cataletto urtando contro i quattro muri di terra.
Tutto era dunque finito! Io era per sempre separato dai viventi. Come mai non sono morto in quel terribile istante? Ben non so quante ore rimanessi così. Aveva sperato che le mie angoscie non sarebbero state di lunga durata, e che una pronta asfissia spegnerebbe le mie sensazioni e la mia esistenza.
Io mi era ancora ingannato!
Non poteva fare alcun movimento, il mio cuore non batteva, il mio petto non era sollevato da alcun respiro, e tuttavia io viveva, giacché soffriva. Io viveva, giacché tanto la mia intelligenza quanto la mia memoria nulla avevano perduto della loro energia. Tuttavia i miei tristi pensieri furono interrotti da un lontano rumore che destò in me un’ansietà di cui non sapeva rendermi conto. Il rumore si avvicinò insensibilmente ed io sentii il mio cataletto strappato dalle viscere della terra. Lo si aprì ed io provai l’impressione di un freddo acuto: impressione che tuttavia mi parve deliziosa, illuminata com’ella era da un raggio di speranza.
Venni trasportato per molto tempo e quindi mi si lasciò cadere bruscamente sopra un marmo umido e gelato.
Allora udii a me dintorno una moltitudine di voci, delle mani mi palpavano in tutti i sensi, ed uno de’ miei occhi essendosi aperto per combinazione, mi vidi in mezzo ad un anfiteatro di anatomia pieno di giovani, fra i quali riconobbi due miei compagni di allegrie. Non saprei dire se in quell’istante, fosse maggiore lo spavento della gioia. Certamente la mia situazione era diventata meno crudele, giacché poteva darsi benissimo che le esperienze a cui io stava per essere sottoposto mi tornassero in vita, o per lo meno mi procurassero una pronta morte.
In questo momento vidi aprirsi la porta dell’anfiteatro ed entrare due uomini, davanti ai quali gli studenti sembravano ritirarsi con una specie di terrore.
Sentii, in questo momento, che mi si trasportava di bel nuovo, venni gettato su una tavola. Essendo, come già dissi, rimasto aperto uno de’ miei occhi, guardai di nuovo attorno a me, e cercai di rendermi conto di una certa macchina d’aspetto singolare, che alcuni uomini terminavano di montare con grandi colpi di martello.
Io non aveva mai veduto in Inghilterra una macchina simile, e tentai di riunire tutte le mie cognizioni per poter comprendere quale relazione personale poteva esistere fra me e quell’apparecchio.
In questo istante vidi uno degli operai levare da un astuccio un largo e brillante pezzo d’acciaio.
Intesi una voce domandare, in lingua francese: È tutto pronto per l’esperienza signor Samson3?
A questo nome celebre nella storia di Francia, tutto compresi, e mi ricordai infatti che qualche giorno prima della mia malattia, ci avevano prevenuti alla Scuola di Medicina, che Samson l’esecutore delle pene capitali doveva fare una prova sopra un cadavere, che il governo inglese vedrebbe allora se fosse il caso di adottare la macchina del dottor Guillotin.
Io era adunque il figurante, il soggetto che doveva servire per tale esecuzione.
I colpi di martello erano cessati, il momento terribile giungeva: io stava per essere decapitato.
Sentii che alcuni uomini mi portavano sull’infernale tavola, ed intesi il silenzio che si forma generalmente nella folla che sta in aspettazione; feci uno sforzo sovrumano, e gettai un grido, che dovette certamente essere terribile. Udii le esclamazioni d’orrore degli astanti; io non poteva vedere altra cosa che un paniere contenente della segatura di legno, nel quale la mia testa avrebbe dovuto cadere; l’emozione era stata troppo forte per me, onde svenni nuovamente. Allora decisero che io sarei galvanizzato. L’apparecchio fu preparato, e, alla prima scarica del fluido mille scintille brillarono davanti ai miei occhi, ed una terribile commozione scosse tutta la mia persona.
Una seconda scarica fu ancora più energica; sentii tutti i miei nervi vibrare come le corde di un’arpa, ed il mio corpo si rizzò a sedere, coi muscoli contratti, gli occhi aperti e fissi. Io scorsi in faccia a me i miei due amici, i di cui tratti esprimevano l’emozione ed il dolore, ed essi domandarono con insistenza che si ponesse fine a queste schifose esperienze, avendo ormai perduto ogni speranza di vedermi tornare in vita.
Uno dei professori avvicinò allora alla pianta dei miei piedi un attizzatoio arroventato. Nello stesso istante, una rivoluzione spaventevole s’operò in tutto il mio corpo… I legami della morte erano spezzati! Io era ridonato alla vita.
Note
1 Informazione avvolta nel mistero: dove è stata presa? Ndr.
2 Grafia dell’epoca. Ndr.
3 Grafia errata del nome. Si tratta di Charles-Henri Sanson (1739-1806), un boia francese sotto i regni dei re Luigi XV e Luigi XVI, poi sotto la Prima Repubblica francese. Sanson fece una campagna per l’adozione della ghigliottina come metodo di esecuzione ufficiale. Ndr.

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