L’estetica di Edgar Allan Poe

Articolo di Pasquale Jannaccone del 15 luglio 1895

L’articolo che qui di seguito riproponiamo è stato scritto da Pasquale Jannaccone (1872-1959) e pubblicato esattamente 125 anni fa, il 15 luglio 1895, sulla rivista letteraria «Nuova Antologia».

Pasquale JannacconeJannaccone si interessò di letteratura angloamericana e pubblicò saggi di critica letteraria su E.A. Poe e W. Whitman. Fu il primo studioso italiano ad analizzare la teoria estetica di Poe, fondando la sua analisi sui saggi “Il fondamento logico del verso” (The Rationale of verse, 1843), “La filosofia della composizione” (The Philosophy of Composition, 1846) , “Il principio poetico” (The Poetic Principle, 1848) e sui Marginalia.

La rivista «Nuova Antologia» fu fondata nel 1866 a Firenze (all’epoca capitale d’Italia) da Francesco Protonotari, professore di economia all’Università di Pisa. Era definita una rassegna di “lettere, scienze ed arti” e riprendeva i temi dell’«Antologia» di Gino Capponi e Gian Pietro Vieusseux, stampata sempre a Firenze, dal 1821 al 1833.

Si ringrazia il Prof. Cosimo Ceccuti per aver inviato l’articolo e averne permesso la ripubblicazione.

L’estetica di Edgar Allan Poe

Intorno a Edgardo Poe ed all’opera sua non è ancora spento il grido. Mentre in America ed le Inghilterra è ancora viva la pietà di alcuni generosi che non si stancano di raccogliere quanto possa lumeggiar la sua figura e purificarla dalle macchie di cui insozzò l’astio di Rufo Griswold, in Europa non tace ancora l’ammirazione, la curiosità, il vario commento intorno all’opera sua, come intorno a cosa sempre nuova. Pure dopo tanto scrivere di critici, dopo Baudelaire e r Hennequin, per non citare che quelli cui il pubblico europeo più deve la conoscenza dello scrittore americano, ancora qualcosa, mi pare, rimane a dire intorno alle dottrine estetiche ed ai principii critici di lui, che alle une ed agli altri diede nel suo paese un indirizzo nuovo e più alto. S’è ripetuto per Poe quel caso, certamente non raro nella storia delle letterature, pel quale la rinomanza d’uno scrittore riman legata presso i posteri a quella parte dell’opera di lui che egli stesso teneva in minor conto. A Poe che della novità e dell’elevatezza delle sue poesie superbamente si compiacque sino a credersi il primo e più nobile poeta americano1 è toccato di non esser quasi più ricordato che come l’autore delle storie del grottesco e dell’arabesco. E non soltanto dal volgo dei lettori: anche critici eminenti e intelligenti ammiratori, pur riconoscendo l’alta identità della sua anima di poeta, sono stati tratti a considerarlo soltanto nelle sue novelle, e a trascurare quasi completamente le sue manifestazioni poetiche. Quando essi scrissero intorno alla sua estetica, volsero la mente a studiare le straordinarie impressioni che lasciano sull’animo le sue paurose istorie, i mezzi esteriori di cui l’autore si vale per produrle, le innate facoltà che lo pongono in grado di servirsi di tali mezzi: ma niun conto tennero delle dottrine estetiche con cui egli intese di ringiovanire la poesia americana. Di questa trascuranza va cercata la ragione anche in un altro fatto. Edgardo Poe sia per l’enigmatica sua figura, sia per gli errori e le incertezze che s’addensano intorno alla sua vita, sia perché Baudelaire, che primo ne pennelleggiò l’immagine agli Europei, si compiacque, molte cose ignorando, molte tacendo e molte anche travisando, di farne una creatura tutta simile a sé stesso, fu sempre considerato come uno scrittore non solo singolare, ma tutto nuovo e a parte. Egli apparve ai più come una strana pianta germogliata sul vergine suolo americano per virtù di chi sa qual vento autunnale che da ignote regioni v’avesse trasportato il seme; o come un ragno industrioso che il materiale per l’opera sua non trae dalla vasta natura che lo circonda, ma dalle sue viscere stesse. Giova ora riunire la dottrina estetica di Poe, raccogliendo, ordinando, fondendo, spiegando e correggendo gli uni per mezzo degli altri, i varii frammenti in cui essa è dispersa. Il Saggio sul principio poetico non deve più esser tenuto in maggior conto che non meriti: esso altro non è che un mosaico, splendido di colori, dei principali pensieri estetici, dall’autore già altre volte espressi, congiunti con tenui legami, avvicinati con visibili commettiture. Le fonti vive alle quali bisogna attingere sono i saggi critici scritti su le varie Riviste, sono le note particolari, quali i Marginalia e gli Addenda. E giova ancora più rintracciare di qualcuna di quelle opinioni la via ond’essa giunse all’intelletto di Poe, e spiare come questo l’accogliesse, la modificasse, o l’adattasse, imprimendovi il suggello della propria originalità2.

I.

Dice Poe nel decimoterzo Marginale3: «Se mi si chiedesse di definir molto brevemente la parola Arte, io la direi: la riproduzione di ciò che i sensi percepiscono in natura, attraverso il velo dell’anima. La pura imitazione, per quanto accurata, di ciò che è in natura non dà diritto ad alcun uomo di prendere il sacro nome d’artista». Non si creda subito che il pensiero di Poe precorresse la formola realista: «l’arte è la riproduzione della natura attraverso un temperamento». Quanta distanza separa il concetto materialistico di temperamento, risultante d’istinti atavici e di personali esperienze, dalla più ideale concezione dell’anima, afflato divino, specchio dell’imperitura bellezza, tanta disgiunge le due formole. E mentre in quella bandita dal romanziere francese la volontaria modificazione per parte dell’artista della materia che la natura offre è ad un tempo stesso per l’ambiguità delle ultime parole, affermata ed esclusa, in quella del poeta americano quest’elemento modificatore è nell’opera d’arte espressamente richiesto. «Noi possiamo», continua il Marginale, «raddoppiare ad ogni istante la bellezza reale d’un paesaggio che ci si distende innanzi, socchiudendo gli occhi mentre lo guardiamo. I nudi sensi spesso veggon poco; sempre veggon troppo». Ecco dunque il compito dell’anima nella composizione artistica: smorzare i colori troppo vivi, nascondere un poco le forme troppo esplicite, purificare tutto quanto è ancora troppo terreno, velare dell’incertezza delle cose sognate le sensazioni troppo nette, illuminare questa visione indistinta con la fiamma interna, pallido raggio d’una luce superiore. Poiché la semplice bellezza della natura creata non basta all’essenza immortale dell’uomo. «Ripetere le forme del bello naturale», dice ancora Poe nel Saggio sulle Ballate di Longfellow, 4, «è sorgente di diletto, ma non è poesia. Chi non fa che cantare gli spettacoli ed i suoni che salutano lui al pari di tutti gli altri umani, per quanto grande sia l’ebbrezza, per quanto armoniosi gli accenti, per quanto vivida la verità dell’imitazione, non è riuscito a provare il suo titolo divino. V’è ancora un’inestinguibile sete, ed egli non ci ha additate le sorgenti cristalline per calmarla. Questa sete ardente appartiene all’essenza immortale della natura dell’uomo. Essa è nello stesso tempo una conseguenza ed un segno della sua vita eterna. È il desiderio della falena per la stella. Non è il semplice intendimento della bellezza che ci sta innanzi; è uno sforzo disperato per giungere alla bellezza superna. È una previsione della bellezza futura. È una previsione che non potranno saziare alcun spettacolo o suono o sentimento sublunari, e l’anima così assettata cerca di alleviare la sua febbre in vani sforzi di creazione. Ispirata da un’estasi presciente della bellezza d’oltre tomba essa lotta per anticipare con la multiforme novità di combinazione tra le cose ed i pensieri del tempo qualche parte di quella bellezza, i cui veri elementi appartengono, forse, all’Eternità soltanto; e il risultato di questo sforzo, compiuto da anime convenientemente costituite, è ciò che gli umani si sono accordati a chiamare poesia». Nessuna concezione dell’arte è forse giunta a più alte cime d’idealità. Che la mente dell’artista fosse travagliata da visioni spente appena gettato il primo bagliore, da ideazioni rapide e tosto dimenticate, da lampi d’una bellezza che nessuna forma materiale può costringere, quanti già non l’avevano, disperatamente, palesato! O dolci, dolci illusion di canto che ovunque mi tentate nei campi solitari e tra il tumulto de le strade affollate! Io m’appresso, e svanite: io v’afferro e voi fuggite via; ma sempre, notte e giorno, mi risuona nel cor la melodia5. Ma nessuno ancora aveva elevata la concezione artistica sino alla mistica estasi, ebbrezza ineffabile e indicibile tormento! Nessuno ancora aveva assegnato alla mente umana compito così doloroso, struggersi in una lotta sempre vana e sempre rinascente. Poiché «questa bellezza suprema non è espressa all’anima da nessuna collocazione già esistente delle forme terrene; poiché, forse, nessuna combinazione possibile di queste forme potrebbe pienamente produrla». Pure, benché così alti siano la causa prima ed il fine ultimo della poesia, il sentimento d’una bellezza incomparabile ed imperitura e il desiderio non d’incorporarla (sarebbe troppo folle speranza), ma almeno di rispecchiarla nelle forme che la mente umana produce, alla composizione debbon bastare le sole forze ed i soli mezzi che l’intelletto possiede; forze sane, mezzi misurati e naturali, mente lucida e consapevole di quanto vuole. «Non v’è maggior errore», egli dice6, «del supporre che una vera originalità non sia affare che d’impulso o d’ispirazione. Originare è accuratamente, pazientemente e intelligentemente combinare». Questa frase che fu scritta trattando dell’arte di comporre articoli critici per le Riviste, va estesa ad ogni genere di composizione, perfino e sovratutto alla poetica: la Filosofia del comporre n’è la prova e l’esempio. Il poeta riunisce, ordina, sceglie, trova: ma lucidamente, coscientemente. L’anima «tenta di calmare la sua sete con combinazioni nuove di quelle forme di bellezza che già esistono, o con combinazioni nuove di quelle combinazioni che i nostri predecessori, affaticandosi nella caccia allo stesso fantasma, hanno già esposte in ordine. La novità, l’originalità, l’invenzione o infine la creazione della bellezza (poiché questi termini sono qui adoperati come sinonimi) costituiscono l’essenza d’ogni poesia»7. L’artista non è dunque il Dio che con un soffio crea, non è la sibilla che pronunzia le fatidiche parole tra gli spasimi del furore sacro, non è il vate per le cui labbra parla una voce divina, non è il pazzo che nel delirio compone forme, modula suoni che il suo stesso pensiero non conosce; ma è lavoratore calmo e paziente, che sa rendersi conto della particolar forma di bellezza che vuol animare, degli effetti che intende produrre, e ad essi misura suoni, colori e idee. La Filosofia del comporre, per quanto sua tal saggio cui è difficile risparmiare quell’aggettivo di «funambolesco» con cui Baudelaire e Barbey d’Aurevilly8 qualificano volentieri il poeta americano, è la più lucida espressione degl’intendimenti di Poe, è l’esempio vivi di quanto, nel pensier suo, debba fare l’artista. Il Corvo, e ne fanno fede le lettere di Elisabetta Barrett Browning, suscitò anche nei più alti circoli letterari inglesi, di solito poco facili alla lode della letteratura americana, un senso di ammirazione e di stupore. Il Corvo a chiunque ora lo legga parrà per la facilità del verso, per la fluida armonia che scorre tra le strofe, pel crescendo delle impressioni paurose, per l’unità del concetto e del motivo una poesia scritta sotto lo stimolo d’un estro subitaneo, in un momento di più viva sensibilità. E pure il poeta ha trattato il suo tema con la maggior freddezza: quella tristezza che vi spira dentro egli non l’ha sentita, ma l’ha deliberatamente voluta, come il tono più adatto alla manifestazione della bellezza; quel cupo nevermore che ritorna ad ogni strofa con un corteggio di altre lugubri parole non è il grido disperato che erompe dal petto, ma la parola sapientemente scelta, dalla sonora vocale e dalla consonante che ben si presta all’enfasi ed al prolungamento; quella soave figura di fanciulla morta, quella «rare and radiant maiden whom the angels name Lenore» forse non fu mai viva, neppure nel cuore del poeta, il quale piange la perduta amica, solo perché la morte della persona amata è il più poetico soggetto. Ma tutto il Corvo e tutta la Filosofia del comporre dovrei io qui riportare e commentare, se volessi mostrare, con la scorta del poeta stesso, come ogni sensazione, ogni sentimento, ogni idea, anche quando sembrano più che mai vere e spontanee, sono state immaginate e predisposte dal poeta per produrre nel lettore quella «pura ed intensa elevazione dell’animo che viene soltanto dalla contemplazione della bellezza». Divisore

Note

1 Così nel Saggio sulle Ballate di Longfellow (vol. IV, pag. 351) con evidente allusione a se stesso dico che in America v’è un giovane che ha fatto poesie superiori a quelle di Longfellow; e nel saggio su Fitz-Greene Halleck (vol. IV, pag. 437), dopo aver detto che l’ordine in cui venivano generalmente nominati i poeti americani viventi: Bryant, Halleck, Dana, Sprague, Longfellow, Willis, avrebbe dovuto esser mutato così: Longfellow, Bryant, Halleck, Willis, Sprague, Dana, soggiunge ch’egli non esiterebbe a porre al disopra di Longfellow uno o due poeti.

2 Tutte le citazioni di passi delle opere di Poe fatte nel corso di quest’articolo sono desunte dall’edizione curata dall’Ingram (The Works of Edgar Allan Poe, edited by John Ingram, fourth edition, Edinburgh, Adam and Charles Black, 1890), il quale ricostituì i saggi critici, alterati nelle edizioni precedenti, sugli originali stampati nelle varie Riviste americane, di cui Poe fu collaboratore.

3 Vol. III, pag. 356

4 Vol. Iv, pagg. 353-54.

5 Longfellow, Fata Morgana.

6 Magazine Writing, vol. III, pag. 319.

7 Longfellow’s Ballads, vol. IV, pag. 355.

8 L’uno nelle prefazioni alla sua traduzione delle opere di Poe; l’altro in una serie d’articoli su Poe raccolti nel volume Le XIX siècle (deuxième série), Le Œuvres et les hommes (Littérature étrangère), Paris, Lemerre, 1891.

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Sono un blogger e un appassionato di libri e letteratura. Edgar Allan Poe è stato il primo autore che ho amato e da allora ho iniziato a leggere la sua opera omnia. Il sito che ho creato nel 2007 è un omaggio a questo indimenticabile autore.

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