Metzengerstein

Racconto pubblicato nel 1921 nella raccolta “Novelle straordinarie”

Novelle straordinarie è un volume della casa editrice STEN, ma probabilmente già edito nel 1869.

Pubblicazione di Metzengerstein

“Metzengerstein” è il primo racconto pubblicato da Edgar Allan Poe, una storia horror uscita il 14 gennaio 1832 sul «Philadelphia Saturday Courier».

Nel 1836, quando il racconto fu ripubblicato per il «Southern Literary Messenger», fu inserito il sottotitolo “A Tale in Imitation of the German”.

Il cavallo di Metzengerstein

Pestis eram vivus, moriens tua mors ero.
Martino Lutero.

L’orrore e la fatalità hanno sempre agito in ogni secolo. A che scopo enunciare la data della storia che ora sto per raccontare? Mi basti il dire che all’epoca di cui parlo, esisteva nel centro dell’Ungheria una segreta ma ben profonda credenza delle dottrine della metempsicosi. Io non dirò nulla di tali dottrine né mi fermerò a parlare sulla loro falsità o sulla loro probabilità. Tuttavia affermo che una buona parte della nostra incredulità deriva – come dice La Bruyère che attribuisce ogni nostra sventura a questa unica causa – dal non poter essere soli1.

Ma nella superstizione ungherese v’erano alcuni punti che confinavano con l’assurdo. Gli Ungheresi differivano in modo assolutamente essenziale dalle loro autorità d’Oriente. Secondo le loro credenze per esempio – e qui cito le parole di un francese sottile e intelligente – l’anima non si trova che una sola volta dentro a un corpo sensibile. Così un cavallo, un cane ed anche un uomo non sono che l’illusoria rassomiglianza di tali esseri2.

Durante parecchi secoli, la discordia aveva diviso le famiglie Berlifitzingen3 e Metzengerstein. Non si videro mai due casate così illustri sconvolgersi reciprocamente con tanta mortale inimicizia. Forse quell’odio derivava dalle parole d’una antica profezia: Un gran nome cadrà con un tonfo terribile quando la mortalità di Metzengerstein avrà trionfato come il cavaliere sul suo cavallo dell’immortalità di Berlifitzingen.

Certo quelle parole avevano poco o nessun significato. Ma cagioni anche più volgari, senza risalir tanto in alto, hanno fatto nascere conseguenza allo stesso modo gravide di avvenimenti. Inoltre le due famiglie vicine avevan per lungo tempo esercitato la rivalità della loro influenza nelle faccende d’un tumultuoso governo. Di più quando si è così vicini raramente si è amici; e dall’alto delle torri massicce, gli abitanti del castello Berlifitzingen potevano far scendere i loro sguardi dentro alle finestre dello stesso palazzo di Metzengerstein.

Finalmente la magnificenza più che feudale di questi non era fatta certo per calmare i sentimenti irritabili dei Berlifitzingen, meno antichi e meno ricchi.

Non c’è dunque da stupirsi se le parole di quella profezia, quantunque di così poco senso, avessero fatto sorgere e crescere la discordia fra due famiglie già predisposte alle liti da tutte le istigazioni d’una gelosia ereditaria. Pareva che la profezia volesse indicare, se pur qualche cosa essa indicava, un trionfo finale della casa che fu giù più potente, ed è naturale che essa fosse ben ferma nella memoria della famiglia più debole e meno influente e la riempisse d’un’acre animosità.

Il conte Guglielmo Berlifitzingen, quantunque di nobilissima origine, all’epoca del nostro racconto non era altro che un vecchio barbogio malato, e non aveva in sé null’altro di notevole che una inveterata e folle antipatia contro la famiglia del suo rivale, ed una così viva passione per i cavalli e per la caccia, che né le sue fisiche infermità, né la sua età avanzata, né la debolezza del suo spirito, gli vietavano d’affrontare giornalmente i pericoli di tale esercizio.

Invece il barone Federico Metzengerstein non era ancora maggiore d’età. Suo padre, già ministro, era morto giovine; e sua madre Maria ben presto seguì lo sposo nel sepolcro. Diciotto anni in una città non sono certo un lungo periodo di tempo; ma in una solitudine, quand’anche essa sia la magnifica solitudine d’un vecchio castello baronale, il tempo passa con una più profonda e significante solennità.

In seguito ad alcune circostanze derivate dall’amministrazione di suo padre, il giovine barone, subito dopo la morte del genitore, entrò in possesso dei suoi vasti poderi. Raramente in Ungheria s’era veduto un nobile in possesso d’un così vasto patrimonio: i suoi castelli erano innumerevoli, ed il più splendido, il più vasto di essi era quello di Metzengerstein. Il confine dei suoi possedimenti non era stato mai chiaramente segnato; ed il solo suo parco principale abbracciava un circuito di 50 miglia.

Il vedere un proprietario così giovane ed un carattere così conosciuto, messo a capo d’una ricchezza ch’era senza confronti, lasciava certo pochi dubbî sulla probabile linea della sua condotta. E in verità, nello spazio di tre giorni, la condotta di quell’erede fece impallidire la fama d’Erode, e sorpassò di molto le speranze dei suoi più fanatici ammiratori. Orgie vergognose, flagranti perfidie, atrocità inaudite ben presto fecero comprendere ai suoi vassalli tremanti che né la loro sommissione servile, n’è alcuno scrupolo di coscienza per parte dei barone li avrebbero più salvati dagli artigli senza rimorsi di quel Caligola in diciottesimo. Versa la notte del quarto giorno si vide che il fuoco era stato appiccato alle scuderie del castello di Berlifitzingen e fu unanime opinione che, alla lista già orribile di tanti delitti e di tante atrocità del barone, anche quell’incendio fosse venuto ora ad aggiungersi.

E durante il tumulto cagionato da quell’accidente il giovane gentiluomo, apparentemente immerso in una profonda meditazione, stava in un vasto salone solitario, aperto sulla sommità del castello di Metzengerstein. Il colore dei ricchi parati, nonostante che fossero alquanto invecchiati, melanconicamente pendenti dalle pareti, disegnava fantasticamente e maestosamente le figure di mille illustri antenati. Da una parte, sacerdoti riccamente vestiti d’ermellino e dignitari del pontefice, sedevano familiarmente con l’autocrate e il sovrano, opponevano il loro veto ai capricci d’un re temporale, o limitando, col fiat dell’onnipotenza papale, lo scettro ribelle del Gran Nemico, principe delle tenebre4. Da un’altra parte le cupe e grandi figure dei principi Metzengerstein, sui loro muscolosi cavalli di guerra, calpestanti i cadaveri dei nemici caduti, scuotevano colla loro terribile espressione i più solidi nervi; e altrove a loro volta, voluttuose e bianche come cigni, le immagini delle antiche darne ondeggiavano lontanamente, tra i giri d’una danza fantastica al suono d’una immaginaria melodia.

Ma mentre il barone ascoltava o affettava d’ascoltare il rumore sempre crescente delle scuderie di Berlifitzingen, e forse pur meditava qualche nuovo tratto d’audacia, i suoi occhi si volsero macchinalmente verso la figura d’un enorme cavallo, d’un colore non mai visto, che era disegnato nell’arazzo sulla parete, come quella d’un saracino, antenato del so rivale.

Il cavallo stava sul primo piano del quadro, immobile come una statua, mentre dietro ad esso, ad una piccola distanza, il suo cavaliere sconfitto moriva sotto il pugnale di un Metzengerstein.

Sulle labbra di Federico si disegnò una smorfia diabolica come se si fosse avveduto della direzione che inconsciamente avevano preso i suoi sguardi. Tuttavia non rivolse gli occhi: anzi non potè in alcun modo padroneggiare la grave ansietà che pareva ravvolgere come un lenzuolo funerario tutti quanti suoi sensi. Con difficoltà egli riusciva a metter d’accordo le sue sensazioni incoerenti, come quelle che si producono nei sogni, con la certezza d’essere desto. Più egli guardava e più intenso si faceva quella specie d’incantesimo e più gli pareva impossibile di strappare il suo sguardo al fascino che esercitava su di lui quell’arazzo dipinto. Ma facendosi ad un tratto più rumoroso al di fuori il frastuono, egli fece uno sforzo, quasi con dolore, e si voltò verso un torrente di luce rossa che dalle scuderie infiammate si rifletteva sulle finestre dell’appartamento.

Tuttavia non fu che un atto momentaneo, e il suo sguardo tornò macchinalmente alla parete con suo grande stupore, o cosa orribile a dirsi! la testa del gigantesco cavallo, durante quel breve lasso di tempo, aveva cambiato di posizione. Il collo dell’animale, prima curvato come per pietà intensa verso il corpo atterrato del suo padrone, ora era disteso, dritto, in tutta la sua lunghezza nella direzione del barone. Gli occhi poco prima invisibili avevano ora un’espressione d’umana energia e brillavano d’una luce rossa di sangue; e inoltre le labbra aperte di quel cavallo dall’aspetto adirato lasciavano intera. mente vedere suoi denti sepolcrali ed orribili.

Il giovine signore stupefatto dai dolore arrivò traballando fino alla porta. Non appena egli ebbe aperta, un lampo di luce rossa scaturì laggiù in fondo alla sala, riflettendo nettamente il suo disegno sulla terribile tappezzeria e poiché il barone rimaneva esitante sulla soglia, trasalì accorgendosi che quel riflesso prendeva esattamente il posto e delineava il contorno dell’implacabile e del vittorioso uccisore del saracino Berlifitzing.

Per sollevare il suo spirito abbattuto il barone Federico corse precipitosamente all’aria libera. Alla porta principale del castello incontrò tre staffieri, i quali, con molta difficoltà e con gran pericolo della loro vita, cercavano di frenare i balzi convulsi d’un cavallo gigantesco del colore del fuoco.

— Di chi è questo cavallo? dove l’avete trovato? — chiese il giovine con voce roca ed adirata, riconoscendo immediatamente nel furioso animale che gli era dinanzi il ritratto perfetto di quello disegnato sull’arazzo.

— È vostro, monsignore — rispose uno degli staffieri — o almeno esso non è stato richiesto da nessuno che si sia detto suo proprietario. Noi l’abbiam preso mentre fuggiva tutto fumante e spumante di rabbia dalle scuderie incendiate del castello di Berlifitzingen. Supponendo che esso appartenesse alla scuderia dei cavalli stranieri del vecchio conte, l’abbiamo preso come una reliquia rimasta. I domestici del conte però declinavano ogni loro diritto su quest’animale: che è ben strano, dal momento che esso porta traccia visibile dell’incendio, il che prova che esso ne è sfuggito come per miracolo.

— E poi le lettere G. D. B. son segnate molto chiaramente sulla sua fronte — interruppe un secondo staffiere — io supponevo dunque che esse fossero le iniziali di Guglielmo Di Berlifitzingen: ma al castello tutti hanno affermato di non aver veduto questo cavallo.

—Curiosa! — esclamò il giovine barone con aria pensierosa, come nemmeno badando alle parole che gli uscivano dalla bocca. — Come voi dite è uno splendido cavallo, un cavallo prodigioso! quantunque esso sia, come voi avete giustamente osservato, d’un carattere ombroso ed intrattabile; basta… desidero bene che sia mio — egli aggiunse dopo una pausa — forse un cavaliere come Federico di Metzengerstein riuscirà a domare il diavolo stesso delle scuderie di Berlifitzingen.

— V’ingannate, monsignore; il cavallo, come già vi abbiamo detto, non appartiene punto alle scuderie del conte. Se fosse stato così, noi conosciamo troppo bene il nostro dovere e non l’avremmo certo portato dinanzi ad una persona della vostra nobile famiglia.

— È vero — osservò asciuttamente il barone.

In quel momento giunse dal castello un giovine servitore a passi affrettati e tutto riscaldato. Egli borbottò all’orecchio del suo padrone la storia d’una istantanea scomparsa d’una parte d’un arazzo in una delle sale della torre, riferendo una quantità di particolari minuziosi e pieni di dettagli: ma poiché tutto ciò fu detto con un tono molto basso di voce, non una parola traspirò che potesse soddisfare la già svegliata curiosità degli staffieri.

Il giovine Federico, durante quella conversazione pareva agitato da varie emozioni. Nondimeno egli riacquistò ben presto la sua calma e già una smorfia di decisa cattiveria si era disegnata sul suo volto, quando diede l’ordine perentorio di chiudere ermeticamente ed immediatamente la sala dell’arazzo e di portargliene subito le chiavi.

— Avete appreso la morte deplorevole del vecchio cacciatore Berlifitzingen?… — domandò al barcone uno dei suoi vassalli, non appena il paggio si fu allontanato e mentre l’enorme corsiero che il gentiluomo voleva ora tenere per suo, si slanciava e balzava con un raddoppiamento di salti traverso al largo viale che si stendeva dal castello alle scuderie di Metzengerstein.—

— No! — rispose il barone voltandosi bruscamente verso colui che parlava — che cosa dici?… morto?…

— È la pura verità, monsignore: ed io penso che per un signore che porta il vostro nome non sia questa una spiacevole notizia.

Un breve sorriso lampeggiò sulla fisonomia del barone.

— Come è morto?

— Nei suoi imprudenti tentativi di salvare la parte preferita della sua scuderia da caccia, egli è stato miseramente coinvolto dalle fiamme.

— Veramente?… disse il barone come lentamente impressionato da una qualche misteriosa evidenza.

— Veramente — ripetè il suo vassallo.

— Orribile! — conchiuse il giovinotto con molta calma: e tranquillamente rientrò nel castello.

Da quest’epoca una evidente alterazione si manifestò nella condotta esteriore del giovine scapestrato, barone Federico Di Metzengerstein. In verità la sua condotta sconfortava tutte le speranze e fuorviava gli intrighi di più d’una madre. Le sue abitudini e le sue maniere s’inasprirono sempre di più, e meno che mai offrirono una simpatica analogia qualsiasi con quelle dell’aristocrazia del vicinato. Non lo si vedeva mai fuor dai confini delle sue terre e nel vasto mondo sociale egli assolutamente non contava un amico, all’infuori di quel gran cavallo impetuoso, soprannaturale, colore del fuoco che da quell’epoca egli prese a montar continuamente: il quale in qualche modo avrebbe potuto vantare il misterioso diritto di darsi il titolo di suo amico.

Nondimeno da parte del vicinato gli arrivavano inviti numerosi.

«Il barone vorrà onorare la nostra festa con la sua presenza?».

«Il barone vorrà unirsi alla nostra compagnia per una caccia al cinghiale?».

Ma le sue risposte altezzosamente laconiche erano sempre così:

«Metzengerstein non verrà».

«Metzengerstein non va a caccia».

Tali insulti a lungo andare non potevano essere sopportati da una nobiltà assuefatta al comando. Gli inviti cominciarono ad essere meno cordiali e meno frequenti; e col passar del tempo cessarono completamente.

S’intese la vedova dello sventurato conte Berlifitzingen formulare il voto «che il barone fosse costretto restare in casa anche a suo dispetto, dal momento che fuggiva la compagnia dei suoi amici; e che gli avvenisse di trovarsi a cavallo quando avesse al contrario bramato di non esservi, dal momento che egli preferiva a tutti la compagnia di un cavallo». Questo voto certamente non era che la sciocca espressione d’un ripicco ereditario e provava che le nostre parole diventano assolutamente assurde quando noi vogliamo che esse assumano un tono straordinariamente energico.

Nondimeno le persone caritatevoli attribuivano al dolore naturale in un figlio d’aver prematuramente perduto i suoi genitori, quel cambiamento di maniere nel contegno del giovine gentiluomo, dimenticando affatto la sua atroce e perfida condotta durante i giorni che immediatamente seguirono quella perdita. Vi furono alcuni che lo accusavano semplicemente d’avere un’idea esagerata della sua importanza e della sua dignità. Altri a lor volta, fra cui era anche il medico della famiglia, parlavano senza esitazione alcuna d’una melanconia morbida e d’un male ereditario. Però nella moltitudine alzavano le insinuazioni più tenebrose e d’una molto equivoca natura.

In realtà il perverso attaccamento del barone per il suo cavallo che aveva da poco tempo acquistato, attaccamento che pareva corroborarsi sempre più ad ogni volta che l’animale dava un nuovo esempio delle sue feroci e demoniache inclinazioni, a lungo andare divenne, agli occhi di tutte le persone ragionevoli, un legame d’affetto orribile e contro natura. Dallo splendore del mezzodì alle tenebre della notte, il giovane Metzengerstein sembrava inchiodato sulla sella dei colossale cavallo le cui intrattabili audacie si accordavano perfettamente col suo carattere.

V’erano inoltre alcune circostanze che, ravvicinate ad altri recenti avvenimenti, davano alla mania del cavaliere e alle audacie della bestia, un carattere soprannaturale e mostruoso. Si misurò accuratamente lo spazio che il cavallo passava con un solo salto e si riconobbe con un grande stupore come esso superasse ogni più larga e più esagerata congettura. Inoltre il barone, quantunque tutti i cavalli della sua scuderia fossero distinti da un nome caratteristico, non si serviva per quel suo cavano d’alcun nome speciale. Questo cavallo aveva la sua scuderia a una certa distanza dalle altre: e per il suo governo, nessuno, eccettuato il solo barone, si era mai arrischiato a porvi mano non solo ma neanche ad entrare nel recinto dove si alzava la sua scuderia. Si osservò anche che, quantunque i tre palafrenieri che si erano impadroniti del cavallo, al momento in cui esso fuggiva dalle scuderie di Berlifitzingen fossero riusciti ad arrestarne la corsa per mezzo d’una corda a nodo scorsoio, pure nessuno dei tre poteva affermare con certezza di aver posato, durante quella lotta pericolosa o in un altro momento qualunque, una mano sul corpo della bestia. Le prove di particolare intelligenza di un nobile cavallo pieno d’ardore non basterebbero certo ad eccitare una curiosità estrema; ma in questo caso v’eran circostanze che avrebbero fatto violenza agli spiriti più scettici e più flemmatici e si diceva che alcune volte l’animale aveva fatto indietreggiare per orrore la folla curiosa dinanzi al profondo significato della sua espressione, e qualche volta, pur anche lo stesso Metzengerstein ne aveva impallidito e aveva dovuto fuggire dinanzi ad una subitanea espressione del suo occhio sereno e quasi umano.

Fra tutti i famigliari del barone non v’era alcuno che dubitasse come quello straordinario fervore di affetto fosse suscitato nell’animo del giovino gentiluomo dalle brillanti qualità del suo cavallo; nessuno, se se ne eccettui un malfatto piccolo paggio, assolutamente insignificante, la cui offuscante bruttezza si incontrava dappertutto e le cui opinioni non potevano certo avere nessuna seria importanza. Questi aveva la sfrontatezza d’affermare, ammesso che ben valga la pena di riportare le sue idee, che il suo padrone non era mai montato in sella senza prima esser preso da un inesplicabile e quasi impercettibile fremito, e che al ritorno da ognuna delle sue solite lunghe passeggiate, un’espressione di trionfante cattiveria alterava tutti i muscoli della sua fisonomia.

Durante una nottata tempestosa, Metzengerstein, uscendo da un grave sonno, discese come un pazzo dalla sua camera e salendo frettolosamente a cavallo, si lanciò traverso al labirinto della foresta.

Un avvenimento tanto comune non poteva certo attirare l’attenzione d’alcuno: il suo ritorno invece fu atteso con grande ansietà da tutti i domestici, allorquando, dopo poche ore d’assenza del barone, le prodigiose e magnifiche mura del castello di Metzengerstein cominciarono a tremare e a crepitare fin dalle fondamenta sotto l’azione indomabile d’un incendio immenso, tutta una massa livida e densa di fiamme.

Quando per la prima volta la gente s’accorse dell’incendio, le fiamme eransi tanto inoltrate che tutti gli sforzi fatti per salvare anche una sola parte qualunque dei fabbricati sarebbero stati inutili e tutta la popolazione dei dintorni rimaneva ferma là davanti, in una silenziosa se non apatica stupefazione. Ma una cosa nuova e terribile colpì ben presto la vista di tutta quella gente e mostrò come sia più intenso l’interesse sollevato nei sentimenti d’una folla dalla contemplazione d’un’agonia umana, che quello creato dagli spettacoli più spaventosi della materia inanimata.

Per il lungo viale di vecchie quercie che cominciava nella foresta e terminava all’entrata principale del castello di Metzengerstein si vedeva correre un cavallo montato da un cavaliere svestito e in gran disordine, il quale veniva balzando con un impeto che avrebbe sfidato lo stesso dèmone della tempesta5.

Evidentemente quel cavaliere non era più padrone di arrestare quella corsa sfrenata. L’angoscia della sua fisonomia, gli sforzi convulsi di tutto il suo essere appalesavano una lotta veramente sovrumana; ma, all’infuori d’un unico grido, nessun suono sfuggiva dalle labbra lacerate che, di tanto in tanto, nell’intensità del terrore, egli si andava mordendo. Dopo un momento, il battere degli zoccoli risuonò con un rumore acuto e vibrante, che superava i1 crepitare delle fiamme e il fischiare del vento; un altro istante ancora e d’un solo balzo, sorpassando la gran porta e il fossato, il cavallo si slanciò sulle scale crollanti del castello e scomparve col suo cavaliere in mezzo al turbine di quel fuoco d’inferno.

Allora, ad un tratto, si calmò 1’infuriar della tempesta e un silenzio successe al crepitìo spaventoso. Una fiamma bianca avviluppava sempre tutto il fabbricato come un ampio lenzuolo e dileguandosi lontano nell’atmosfera tranquilla, dardeggiava una luce d’un soprannaturale splendore, mentre una nuvola dì fumo scendeva pesantemente sui fabbricati incendiati, prendendo la forma distinta d’un cavallo gigantesco.6

Note

1 In francese nel testo originale. N.d.R.

2 In francese nel testo originale. N.d.R.

3 In originale il nome della famiglia è Berlifitzing. N.d.R.

4 In originale semplicemente Arch-Enemy. N.d.R.

5 È stata omessa in traduzione la parte finale della frase: and extorted from every stupified beholder the ejaculation — “horrible!” (che nella precedente versione, pubblicata il 14 gennaio 1832 sul «Saturday Courier», era invece: and called forth from every beholder an ejaculation of “Azrael!”). N.d.R.

6 Nella prima versione del racconto, pubblicata il 14 gennaio 1832 sul «Saturday Courier», era presente una frase in più alla fine: Frederick, Baron Metzengersetin, was the last of a long line of princes. His family name is no longer to be found among the Hungarian aristocracy. N.d.R.

Daniele Imperi 730 Articoli
Correggo bozze di manoscritti, revisiono racconti e scrivo testi per il web. Sul mio blog «Penna blu» parlo di scrittura, editoria e lettura; sull’aerosito di F.T. Marinetti, di cui ho curato un aeropoema (Diana edizioni, 2023) e un romanzo (Diana edizioni, 2026) inediti, parlo di Futurismo e della vita e delle opere del poeta combattente.

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