“Il mio Poe” di Mario Carli

Questo testo di Mario Carli (30 dicembre 1888 – 9 settembre 1935) fu inizialmente pubblicato sul numero 9 della rivista Il Centauro»1 il 29 dicembre 1912; poi apparve in Retroscena nel 1915 e in La mia divinità nel 1923.

Mario Carli fu tra le avanguardie futuriste, amico di Marinetti. Giornalista, poeta e scrittore, partecipò alla campagna interventista assieme a Marinetti e ad altri futuristi. Partì volontario per la Prima guerra mondiale nel reparto degli arditi e fu con d’Annunzio nell’impresa di Fiume. Nel dopoguerra fondò l’Associazione degli arditi d’Italia.

In questo scritto Carli sorvola, in una densa e poetica panoramica, l’opera di Edgar Allan Poe, lasciandosi andare a personali suggestioni emotive e a ricordi della sua (breve) vita.

È il Poe personale di Mario Carli, una testimonianza letteraria che dedica all’amico Arnaldo Ginna. Ancora una volta assistiamo a un legame fra Edgar Allan Poe e il Futurismo.

“Il mio Poe” di Mario Carli

Ad Arnaldo Ginna2

… così, come se mi addormentassi all’improvviso, senza l’annunzio del sonno, in una ebbrezza alla quale non sono preparato. Il mio essere fisico rimane a galleggiare inerte a fior di mondo, ma la mia coscienza è già penetrata sotto uno strato d’ombra dove s’agitano frammenti di vita scomposti e ricomposti da un misterioso Capriccio.

Questo Capriccio è un essere immobile e taciturno, di cui scorgo soltanto i due grandi occhi azzurrastri, aperti nella tenebra come un perenne sbadiglio di genialità e le due mani lunghe, verdi, opache, magnetiche, che dispongono inesplicabili mescolanze di materia.

Dunque io dormo: non so, non ne sono ben certo, ma credo che qualche volta sia così “dormire”. Vedo davanti a me le parole Ebbrezza, Sonnambulismo, Fantasticheria, ma non sono sicuro d’intenderle: una dimenticanza improvvisa, completa, mi ha colpito. Non distinguo più l’azione dal pensiero, e il pensiero dal sogno… (E anche ora che scrivo, rabbrividisco di orrore pensando che forse non sono desto, o forse anche non sono più vivo, e non mi rendo completamente conto dell’azione che compio, sebbene essa, nei particolari, sia lucidissima).

Il Capriccio assume di sorpresa la figura di un genio; per la prima volta mi accorgo che il genio ha una forma, e una faccia, e uno sguardo, e una voce. Egli ora è davanti a me, con le spalle contro lo spiraglio da cui sono disceso, e m’impedisce di vedere ogni altra cosa che non sia il suo mondo: penso che forse sono queste le prepotenze che si attribuiscono ai genii. Certo, in questo momento egli mi domina, e io non so respingerlo.

Poe: nome enigmatico e intenso, formato dalla parola poesia spezzatasi in un pentimento subitaneo e raccoltasi in un suono grave, lungo, lugubre come un ultimo tocco di campana. Non vuole essere “poesia”, perché significa “menzogna aperta”: egli è più complicato ed egoista, vuole una cosa tutta nuova. Si direbbe che ha creato la fantasia: prima di lui non può essere esistita, o è stata un balocco: ora è l’anima stessa della vita, è un prodigio.

Io lo contemplo addossato all’orizzonte che ho davanti, enorme e triste in un’atmosfera rossiccia di cielo invernale, con strane complicazioni di espressione e di atteggiamento, rivelando ad ogni mossa una nuova possibilità di conquiste assurde. Io so (chi me lo suggerisce, nell’ombra?) ciò che egli ha fatto: ha strappato con le pallide dita fredde dell’alcoolizzato le bende degli orizzonti, che abbacinavano i poeti; ha guardato arditamente nelle lontananze straripare le fisionomie nemiche degli Enigmi; ha scavato vie di strazio e di paura nei fianchi del mondo petroso, e ha cancellato e sostituito a suo piacere i colori dell’atmosfera; ha contraffatto il giorno in notte, l’ispirazione in allucinazione; ha chiesto al sogno ciò che gli altri chiedono alla vita3; s’e imbarcato per luoghi inesistenti, ma metodicamente, e quindi follemente; ha traversato le diafane atmosfere lunari, respirate da un popolo muto e indifferente; è sceso nei gorghi della materia ostile4; ha indietreggiato nel Passato; è vissuto qualche attimo nel Tempo, giungendo a scoprire ordini di pensieri nuovi, e tesori che nessuna mano d’uomo avrebbe mai toccato. Di più, di più: ha dato un metodo alle nostre fantasticherie, ci ha fatta sembrare possibile l’esecuzione di ogni più raffinata follia. Ha sollevato blocchi di visioni e ne ha composto una miscela indecisa di esistenza, di sonnambulismo e d’oltretomba; sono forse simpatie occulte fra questi tre stadi, che hanno costruito un nuovo indefinibile stadio: dove ora mi trovo io.

È un ambiente dove forse non si esiste, ma dove si sa tutto, si sente tutto, si vede tutto, con una coscienza spaventevole: l’ora, il tempo, i gesti, le sagome, i colori, le voci: ci si sente avviluppati da una silenziosità che raccoglie meccanicamente tutti questi dati; e la scienza che ha offerto i suoi servigi al sogno. Qui il ragionamento si chiama “magia”, ovvero “astuzia diabolica”: ragionando scientificamente si scoprono le stesse cose che i maghi e le streghe scoprono al volgo. E vedo tre grandi parole tracciate su muraglie grondanti umidi spasimi verdi. Leggo (o penso?):

TRASFIGURAZIONI. — Gesti magici che resuscitano cadaveri, mani fatate che scompongono misteri da loro stesse pazientemente costruiti, volontà terribili che su cadaveri marcenti edificano l’idea di Dio, che continuano la vita di un uomo trasformandola in pensieri; donne dai nomi amalgamati di penombra, di nebbia e di velluto, Leonora5, Berenice6, Morella7, Ligeia8: la loro esistenza è racchiusa in baci che nei sonni mi sfrusciano attorno, ventose di zucchero e di musica, lasciando sull’anima frammenti di “crepuscolo”, di “salotto” e di “contrabbando”.

PEREGRINAZIONI. — II viaggio della Fortuna. Ricordo: sono salito a sette anni irragionevolmente in un vecchio vagone di terza classe, sgangherato, di sera, fra colori rossastri, di marcio di malato e di povero (anche l’ombra aveva questo colore), e a venti anni sono sceso innanzi al Castello d’Armida9, con le mani ghiacciate e il cuore tremante: un viaggio scucito, ma esattissimo nei dettagli, del quale ricordo soltanto l’America, pronunziata mille volte nella memoria, e di questa solo una strada enorme e vuota, una signora che mi passò accanto a precipizio, una cocottina indifferente che non mi sorrise. Ora voglio andare in un luogo dove so che non arriverò mai; e guardo ostinatamente una persona, pur sapendo che non è quella che i miei occhi vedono. Poi corro a visitare un amico: ci sono dei dolci, un’altalena, delle parole insensate, un gran silenzio. E passa una processione, con un altare che è una torre, da cui esce un cane che mi trascina via abbaiando. Compio bizzarre passeggiate siderali dietro una guida che non conosco, e ad un tratto mi ritrovo in un’atmosfera pregna di affari discussi a bassa voce e di ricordi di laghi e monti affannosamente goduti sulla carta geografica: una verità che assomiglia a un artificio, perché contemplata da una grande distanza, dalle distanze irraggiungibili del sogno.

INVESTIGAZIONI. — Fretta convulsa e disperata di sciogliere un enigma prima che sorga l’aurora. Raggiri interminabili per nascondere delle carte, di cui ignoro il contenuto; quando credo di averle ben nascoste, vi sono due occhi agghiaccianti che le scoprono, due occhi a cui è sospesa una collana di lettere: leggo «Dupin»10, e riconosco un individuo immobile, gelido, alto, con una pipa bianca tra i denti, e che non sorride mai. Dietro di lui sento qualcosa che mi deve spaventare all’improvviso: la prevedo, la sento avvicinarsi, la vedo, e mi spavento egualmente. Questo signore talvolta si identifica con Poe stesso, e io lo scorgo in atto di ammaestrare il Disordine. Ha un orecchio finissimo che qualifica e registra fino al più sottile i rumori infernali di una tempesta, un occhio sovrannaturale che incide nella memoria la sagoma fuggevole di un fulmine, e la sa rievocare. Conta le stelle, come gli astronomi, i bambini ed i pazzi; misura a metri la portata dell’infinito, pesa a grammi un’idea, un eroismo, una scoperta. Abolisce le parole: Ignoto, Impossibile, Assurdo. Ricostruisce il superumano con la sua logica spaventosa di fuoruscito dal mondo. I suoi sogni sono mostri incappucciati che fermentano in silenzio delle atroci malizie. Ascoltandolo, si resta sospesi su certe frasi come per una vertigine: la sospensione del “meraviglioso” che hanno i vecchi quando raccontano storie. Egli pare un suicida lucido e sicuro, intento a cogliere la rivelazione. Adora la Morte e adora il Sogno: dall’una ricava le verità meccaniche, dall’altro le meravigliose chimere. Mi fa pensare alla tomba e al letto come a delle prigioni affascinanti che penetrano e si mescolano nella nostra carne in modo da non abbandonarla più, per una completa coesione di materia, e che hanno la volta costellata dei più sontuosi fantasmi. La sua potenza, maggiore che quella dell’oppio e dell’hascisc, m’induce a preferire ad ogni altra forma di vita, la vita sonnambulesca. E così sono riuscito a trasportare nel sonno tutti gli elementi che facevano parte della mia esistenza solare. Anche l’amore, il più sensitivo di essi, vi diventa più intenso: e come una smaniosità che finisce in pesantezza, un corteo di brividi che per passare devono superare montagne di nebbia vischiosa, un volo di desideri disperati e dimenticati ecc.

Tra un sogno e l’altro, io e Poe ci sentiamo sospesi nel silenzio: orrore! spasimo! brancolamento tra le folgori! Bisogno di fuggire e di ubriacarsi! vuoto, da cui si può cadere in una via deserta, in un’alba invernale, e morirvi! Questo mi accade in certi risvegli bisbetici pieni di braccia movimentate, di voci oscillanti, di lucerne miagolanti: io chiudo inutilmente le palpebre per difendermi: sono strapazzato dalla confusione. I rumori mi assaltano come un popolo di vermi, e pigliano posto dovunque, nel ventre, sul cuore, alla gola, tra i ginocchi: io non voglio che sia giorno, non voglio essere destato! La luce, con una rastrellata brutale, spazza dalla mia anima tutte le filature di bontà e di benessere che la notte vi ha depositato. Ma dove le porterà? Il suo gesto è premuroso e odioso insieme come quello delle madri che ci fanno soffrire atrocemente “per il nostro bene”. Ma perché anch’io non mi disperdo completamente con i miei sogni? Io muoio un poco tutte le mattine, con loro. Li vedo agitarsi lontanissimi, in movimenti spezzati e soffocati sotto un’ombra affannosa che li assorbe, e sulla quale galleggia impudente una folla di pinguini e di albatros, unici rottami, anch’essi lontanissimi nella leggenda.

Alla fine apro gli occhi, e il mio malumore si chiama: un tetto d’argilla rosso-cupo, con sopra una striscia di cielo plumbeo e umidiccio. E compio inavvertitamente con le mani dei piccoli gesti di debolezza gretta ai lati del capo, come a mandar via una caligine offuscante; ma quando mi accorgo che non vi riuscirei mai, mi alzo dal letto rassegnato, pensando, come ora penso, di essere morto, di essere irrimediabilmente morto alla vita.

Note

1 Rivista fondata da Bruno Corra (fratello di Arnaldo Ginna), Emilio Settimelli e Mario Carli.

2 Arnaldo Ginanni Corradini (7 maggio 1890 – 26 settembre 1982), fu una delle figure artistiche più rappresentative del Novecento. Pittore, scultore e scrittore, aderì al Futurismo e scrisse alcuni manifesti: La scienza futurista (1916), La cinematografia futurista (1916), Il Primo Mobilio Italiano Futurista (1916), Scienzarte (1933).

3 Allusione alla poesia “Un sogno dentro un sogno”?

4 Allusione al racconto “Una discesa nel maelström”?

5 “Lenora” (Lenore), poesia, «The Pioneer», febbraio 1843.

6 “Berenice”, racconto, «Southern Literary Messenger», marzo 1835.

7 “Morella”, racconto, «Southern Literary Messenger», aprile 1835.

8 “Ligeia”, racconto, «Baltimore American Museum», settembre 1838.

9 Il castello della maga Armida, personaggio della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Forse una giovanile lettura del Carli.

10 C. Auguste Dupin, il personaggio dei tre racconti polizieschi di Poe: “I delitti della Rue Morgue” (The Murders in the Rue Morgue), «Graham’s Magazine», aprile 1841; “Il mistero di Marie Rogêt” (The Mystery of Marie Rogêt), «Snowden’s Ladies’ Companion», novembre 1842, dicembre 1842, febbraio 1843; “La lettera rubata” (The Purloined Letter), «The Gift: A Christmas and New Year’s Present», 1844–1845.

Informazioni su Daniele Imperi 662 Articoli
Scrivo testi per il web e correggo bozze di manoscritti. Scrivo anche sul mio blog «Penna blu» e sull’aerosito ufficiale di F.T. Marinetti.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*