Del racconto “Icsando un paragrabo” (“X-ing a Paragrab”) non sono sopravvissuti manoscritti. Secondo Mabbott è stato composto poco prima della pubblicazione, avvenuta il 12 maggio 1849 sul «Flag of Our Union».
A pagina 3 del numero del 5 maggio della rivista, una nota recita: “‘X-ing a Paragraph’ un abbozzo in prosa di grande effetto, del nostro collaboratore abituale, EDGAR A. POE, [apparirà] nel nostro prossimo numero”.
Quasi sicuramente Poe inviò il testo prima dell’inizio di maggio. In una lettera non datata a Annie Richmond, ma del 1° marzo, Poe scrive che «il Flag ora contiene due miei racconti: Hop-Frog e un altro intitolato “X-ing a Paragrab”: indovinate di cosa si tratta, se ci riuscite!».
Nel corso del tempo il racconto ha avuto pochissime ristampe, nessuna mentre Poe era in vita (Poe morirà cinque mesi dopo la pubblicazione del racconto).
La prima traduzione in francese si ebbe nel 1882 da Émile Hennequin, con il titolo “Un entrefilet aux X”, per il volume Contes Grotesques par Edgar Poe. Successivamente fu tradotto da Léon Lemonnier per Histories grotesques et sérieuse par Edgar Poe del 1950 con il titolo “Mettre des X dans un paragraphe”.
In Italia il racconto fu tradotto da Federico Garrone con il titolo “L’o e l’x” per il volume Edgar Allan Pöe pubblicato da Roux Frassati e Co. Nel 1896.
La traduzione è molto libera in vari punti e anche incompleta, poiché mancano i paragrafi finali, qui tradotti.
Icsando un paragrabo
È generalmente ammesso che la saggezza viene dall’Oriente.
Il signor Vaevieni Testaquadra1 arrivava direttamente dall’Est, dunque il signor Vaevieni Testaquadra era un saggio.
Ove poi occorresse una prova a questa dimostrazione, aggiungerò che il signor Testaquadra era un direttore di giornale e che non aveva che un solo difetto: la testardaggine, o, meglio, l’irascibilità; ma l’ostinazione di cui lo si accusava non era infine che un debole, e poiché invece naturalmente il sig. Testaquadra la teneva per fermezza, e la considerava come la maggiore delle sue virtù, così è provato che il signor Testaquadra era un saggio2.
Tuttavia in una sola circostanza egli non meritò questo epiteto, e fu quando lasciò il domicilio legale della saggezza – l’Est – e venne a stabilire la sua dimora nella città di Alessandro-il-gran-donopoli3, od altro luogo di simile nome, in fondo al Farwest4.
È però giustizia riconoscere che se egli si decise a scegliere la città anzidetta ciò fu nella persuasione che quel paese non possedesse né giornale, né direttore di giornale.
Fondando la Caffettiera delle famiglie5 egli credeva che il campo fosse libero. Presumo anzi che non si sarebbe mai sognato di andare ad abitare ad Alessandro-il-gran-donopoli ove avesse potuto supporre che in quel paese viveva già un certo John Smith del Comfort6 (se la memoria mi è fedele), il quale, da lunghi anni, s’era impinguato pubblicando la Gazzetta Alessandro-il-gran-donopolitana7.
Fu dunque in seguito a poco esatte informazioni che il signor Testaquadra si trovò un bel giorno ad Alessandro-il-gran-donopoli, o, per farla breve, ad Onopoli, e che, giuntovi, per non mancare alla sua fama di fermezza, decise di rimanervi. Anzi sballò i suoi torchi, i suoi caratteri da stampa, ecc.; prese in affitto un ufficio proprio di faccia a quello della Gazzetta e, tre giorni dopo il suo arrivo, pubblicò il primo numero della Caffettiera8.
L’articolo di fondo, m’è forza confessarlo, era assai bellicoso9, per non dir peggio. Diceva male di tutti in generale e del redattore della Gazzetta in particolare. Qualche passaggio era anzi così incendiario che da allora ho sempre considerato l’onorevole John Smith, il quale vive ancora, come una specie di salamandra.
Non posso trascrivere qui tutto l’articolo, ma rammento la conclusione:
«Oh! sì! Oh! noi comprendiamo benissimo! Oh! certo! Il giornalista di faccia è un genio! Oh! Dio! Oh! bontà divina! dove va mai a finire il mondo! O tempora! O mores!10»
Una satira così caustica e, nello stesso tempo, così classica, piombò come un obice nella città, sino allora sonnolenta, di Onopoli. Capannelli di persone agitate si formavano agli angoli delle vie. Tutti attendevano ansiosi la risposta del degno signor Smith.
Essa apparve il mattino dopo così concepita:
«Leggiamo nella Caffettiera delle famiglie le seguenti linee: Oh! sì! Oh! noi comprendiamo; Oh! certo; Oh dove va il mondo; Oh! Dio! Oh! bontà divina; O tempora, O mores!11 – Ma che cosa è? ma questo signore non è che una O? Ciò spiegherebbe, del resto, il perché i suoi ragionamenti siano così tondi, e come i suoi scritti non abbiano né principio né fine, né testa né coda.
E davvero noi crediamo che questo signore senza luogo e senza tetto, non possa far cosa che non sia farcita di O; chi sa? Egli viene dall’est! Chi sa? forse che non fosse laggiù debitore di qualche I seguito da tanti O quanti egli ne mette nelle sue frasi? Oh! quanto ci spiacerebbe!»
L’indignazione del signor Testaquadra nel leggere questa scandalosa elucubrazione fu tale che non saprei ridirla. Sul principio dello scuoiamento dell’anguilla, però, non sembrava essere tanto indignato per l’attacco alla sua integrità quanto ci si sarebbe potuti aspettare12.
Più che gli attacchi alla sua onoratezza, lo fece uscir dai gangheri la canzonatura del suo stile. Ma come? lui Vaevieni Testaquadra, non era buono a produrre uno scritto che non fosse farcito d’O? Oh! saprebbe bene, e presto, mostrare a quel bambino di Smith come s’ingannasse a partito, lo stupido!13 Egli s’impegnava, lui, Vaevieni Testaquadra14, di far vedere a John Smith che lui, Vaevieni Testaquadra, sapeva comporre, se così gli piacesse, tutto un articolo senza che quella spregevole vocale, l’O, vi figurasse una sol volta; no! neppure una!
Calmatosi alquanto, riconobbe come il far ciò sarebbe stata una concessione al signor Smith.
Niente affatto! Vaevieni Testaquadra non cambierà il suo stile per soddisfare il capriccio di tutti quanti gli Smith della cristianità.
Egli manterrà i suoi O.15
Infiammato da questa nobile determinazione il gran Testaquadra fece comparire sul seguente numero della Caffettiera questa comunicazione, semplice, ma recisa:
«Il redattore della Caffettiera delle famiglie ha l’onore di annunciare al redattore della Gazzetta di Onopoli che egli (la Caffettiera) si farà un dovere di convincerlo (la Gazzetta) nel suo numero di domani che egli (la Caffettiera) può e vuole essere padrone del proprio stile.
«Egli intende esprimere il supremo disprezzo che alberga nel suo (della Caffettiera) libero cuore per le critiche della Gazzetta, e comporrà per suo (della Gazzetta) piacere, appositamente, un articolo di una certa lunghezza, nel quale la vocale magnifica, l’emblema dell’eternità, naturalmente antipatica alla sua (della Gazzetta) squisita sensibilità non sarà certo bandita.
«E pigliati su questo!»16
Per dare effetto alla terribile minaccia, che aveva oscuramente accennata piuttosto che chiaramente espressa, il gran Vaevieni Testaquadra, sordo ad ogni domanda di «originale»17 rimase sino allo spuntare del giorno, consumando un’enormità d’olio, immerso nella composizione dello stupefacente articolo che segue:
«NO, JOhn! nO JOhn! nOn sOnate trOppO a triOnfO!
«QuestO nOn è giOcO buOnO per vOi, pOstO ancOra entrO al bOzzOlO.
«DiavOlO! La vOstra bOnne O il vOstrO pedagOgO dOrmOnO che vOi siete fuOri sOlO? «NO! NO! nOn vOgliO!
«TOrnate tOstO a bOrdO, al cOvO, all’OstellO vOstrO nel bOscO di COmfOrt; nell’OrridO bOscO di COmfOrt, O piccOlO gufO!
«NOn vOlete?
«OibÒ! OibÒ JOhn! NOn è questO il cOntegnO di un buOn bimbO!
«TOrnate, e pOcO chiassO, O bottOlOttO idrOfObO!
«NiunO vi vuOle ad OnOpoli.
«Se nOn tOrnate tOstO nOn vi cOnsidererÒ più cOme un uomO18!
«NO! vi dirÒ allOccO, sciOccO, bOnO a pOcO, bifOlcO, cOcOmerO, brOccOlO brOdOlOsO, abOrtO, Orcio rOttO, OrcO, rOccOlO, cOrpO spOrcO, rOspO sOrtO dal fOssO del bOscO di COmfOrt19!
«Il nOdO è al grOppO.
«NOn bOfOnchiate, nOn fate l’OcchiO tOrvO!
«BuOn DiO! Che OrrOre il vOstrO scrittO! COme è sciOccO! COme siete pOcO accOrtO! «VOi vi cOntOrcete a rOtOlO come un’Oca in fOndO a un truOgOlO prOfOndO e pOcO OdOrOsO.
«IO nO! IO sOnO fOrte e grOssO! NOn rOmbO, e nOn bOrbOttO! SOffOcO l’OdiO di bOttO; ma nOn rOdO l’OssO, e, se vOgliO, OsO, iO!
«V’hO messO a pOstO, O cOllO tOrtO?»
Sfinito dopo questo prodigioso sforzo d’immaginazione, il gran Testaquadra non poté scrivere altro.
Fermo, solenne, con un gesto di grandezza cosciente, porse il manoscritto al compositore che aspettava; rientrò lentamente in casa e si mise a letto con ineffabile dignità.
Nel frattempo il compositore, che finalmente aveva dell’«originale», si arrampicò su al primo piano, ove era la tipografia, e, fermato con uno spillo il foglio davanti a sé, si mise al lavoro.
La prima parola essendo NO, mise la mano nel cassetto delle maiuscole e ne tolse fuori felicemente la lettera20.
Rallegrato da questo successo, cercò nel cassettino degli O maiuscoli, ma chi potrà descrivere il suo stupore quando vide tornar fuori la mano senza la lettera richiesta?
Chi saprà dipingere l’espressione della sua rabbia e della sua meraviglia quando, fregandosi l’estremità delle dita, dovette convenire che egli le aveva vanamente urtate contro le pareti di un cassetto vuoto?
Gli O maiuscoli mancavano, e quando corse al compartimento degli O minuscoli scoprì con terrore che anche quello era perfettamente vuoto.
Stupefatto, il compositore corse dall’impaginatore.
«Eh! voi!» urlò «come debbo fare a comporre senza O?»
«Che?…» grugnì l’altro, di cattivo umore per aver dovuto vegliare tanto tardi.
«C’è che non ci sono più O, né grandi né piccoli, in tutta la stamperia!…»
«Che?… e dove sono andati?»
«E che ne so io?… però» riprese il compositore «ora che ci penso, ricordo che uno di quei dannati compositori della Gazzetta è venuto stasera a ronzare da queste parti… volete scommettere che ce li ha sgraffignati lui, tutti i nostri O?»
«Che il diavolo lo porti! È stato lui certo!» riprese l’impaginatore, rosso dalla collera, «ma si piglino guardia quei birbanti perché uno di questi giorni andiamo a portar loro via tutte le loro A e tutte le loro Z, a quei tiraborse del demonio!»21
«Accettato!» approvò l’altro «si farà!… Ma intanto questo articolo bisogna pur stamparlo…»22
«È lungo?» interruppe l’impaginatore.
«Così, così…»23
«Facciamo alla meglio!… Mettete un’altra lettera al posto dell’O e che la sia finita. D’altra parte, chi mai legge le balordaggini del padrone?»
«Amen!»24 conchiuse il compositore, e si pose all’opera; [borbottando mentre camminava: “Espressioni di un certo rilievo, davvero — soprattutto per un uomo che non bestemmia. Così dovrei cavare loro tutti gli occhi, eh? e maledire tutte le loro viscere! Bene! Ebbene, costui è proprio il tipo adatto a compiere l’impresa”.
Il fatto è che, sebbene Bob avesse appena dodici anni e non superasse i quattro piedi d’altezza, era perfettamente in grado di battersi — a modo suo — quanto bastasse.]25
Un tale contrattempo non è per nulla raro nelle tipografie, e quando si verifica, si usa, non so bene il perché, di sostituire la lettera mancante con una X. Forse perché l’X abbonda sempre nel cassetto.
Quanto al nostro impaginatore, egli avrebbe creduto di commettere un’eresia se non avesse usato l’X in una congiuntura di simile genere.
“Bisognerà ben che passi quest’indiavolato articolo all’X” disse fra sé, mentre leggeva meravigliato; “ma, parola d’onore, questo è l’articolo il più pieno di O che io mi abbia mai veduto”. Mise giù le X senza misericordia e lo passò alla stampa.
Il mattino dopo, la popolazione di Onopoli, trasecolata, leggeva in capo alla Caffettiera delle famiglie le seguenti linee:
«NX, JXhn! NX, JXhn! NXn suXnate trXppX a triXnfX!
«QuestX nXn è giuXcX buXnX per vXi, pXstX ancXra entrX al bXzzXlX!
«DiavXIX! la vXstra bXnne X il vXstrX pedagXgX dXrmXnX che vXi siete fuXri sXIX?
«NX! NX! NXn vXgliX!
«TXrnate tXstX a bXrdX, al cXvX, all’XstellX vXstrX nel bXscX di CXmfXrt; nell’XrridX bXscX di CXmfXrt, X piccXlX gufX!
«NXn vXlete
«XibX’! XibX’! JXhn! NXn è questX il cXntegnX di un buXn bimbX!
«TXrnate, e pXcX chiassX, X bXttXlXttX idrXtXbX!
«NiunX vi vuXle ad XnXpXli.
«Se nXn tXrnate tXstX, nXn vi cXnsidererX’più cXme un uXmX.
«NX! vi dirX’ allXccX, sciXccX, bXnX a pXcX, bifXlcX, cXcXmerX, brXccXlX brXdXIXsX, abXrtX, XrciX rXttX, XrcX, rXccXlX, cXrpX spXrcX, rXspX sXrtX dal fXssX del bXscX di CXmfXrt!
«Il nXdX è al grXppX.
«NXn bXfXnchiate, nXn fate l’XcchiX tXrvX!
«BuXn DiX! che XrrXre il vXstrX scrittX! CXme è sciXccX! cXme siete pXcX accXrtX! «Vxi vi cXntXrcete a rXttXIX cXme un’Xca in fXndX a un truXgXlX prXfXndX e pXcX XdXrXsX.
«IX nX! IX sXnX fXrte e grXssX! NXn rXmbX, nXn bXrbXttX! sXfXcX l’XdiX di bXttX, ma nXn rXdX l’XssX, e, se vXgliX, XsX, iX!
«V’hX messX a pXstX, X cXllX tXrtX?»26
Nessuna umana parola può dare l’idea del tumulto causato da uno scritto così misterioso e cabalistico. Il primo pensiero che la popolazione di Onopoli concepì fu quello che sotto a quei geroglifici si nascondesse un qualche infernale sortilegio, e si precipitò come un sol uomo alla casa di Testaquadra nella lodevole intenzione di linciarlo.
Ma il grand’uomo era sparito senza che nessuno potesse dire come e quando, e da allora, ad Onopoli, nessuno lo vide più!27
Non riuscendo a scoprire il suo oggetto legittimo, la furia popolare alla fine si placò; lasciandosi dietro, come sedimento, un bel miscuglio di opinioni su questa sfortunata faccenda.
Un gentiluomo pensava che fosse tutto uno scherzo E-ccellente.28
Un altro disse che, in effetti, Testaquadra aveva mostrato molta E-suberanza di fantasia.
Un terzo lo ammise E-centrico, ma niente di più.
Un quarto poteva solo supporre che fosse intenzione dello yankee E-sprimere, in modo generale, la propria E-sasperazione.
«Direi, piuttosto, dare un E-sempio alla posterità», suggerì un quinto.
Che Testaquadra fosse stato spinto all’E-stremo, era chiaro a tutti; e, in effetti, poiché quell’editore non si riusciva a trovare, si cominciò a parlare di linciare l’altro.
La conclusione più diffusa, tuttavia, era che la faccenda fosse, semplicemente, E-traordinaria e ine-splicabile. Persino il matematico del paese confessò di non riuscire a cavarne nulla da un problema così oscuro. Tutti sapevano che X era una quantità incognita; ma in questo caso (come osservò giustamente), c’era una quantità incognita di X.
L’opinione di Bob, il diavolo (che tenne nascosto il fatto di aver E-liminato il paragrab), non ricevette l’attenzione che, secondo me, meritava, benché fosse espressa molto apertamente e senza alcun timore. Disse che, da parte sua, non aveva alcun dubbio sulla questione, che era un caso chiaro, che «il signor Testaquadra non voleva mai essere persuaso a bere come la gente normale, ma stava sempre a tracannare quella benedetta birra tripla XXX, e, come conseguenza naturale, questo lo gonfiava a dismisura e lo faceva diventare E-stremamente E-sasperato».
—
1 In originale Mr. Touch-and-go Bullet-head.
2 Traduzione fin troppo libera: It was his strong point — his virtue; and it would have required all the logic of a Brownson to convince him that it was ‘anything else.’
3 In originale Alexander-the-Great-o-nopolis.
4 Invenzione del traduttore, nel testo originale si parla di West, mentre da noi l’accezione di Far West è diversa.
5 In originale è The Tea-Pot, teiera, non caffettiera.
6 Invenzione del traduttore, in originale è a gentleman named John Smith.
7 In originale Alexander-the-Great-o-nopolis Gazette.
8 Altra traduzione molto libera: on the third morning after his arrival, issued the first number of ‘The Alexan’ — that is to say, of ‘The Nopolis Tea-Pot:’ — as nearly as I can recollect, this was the name of the new paper.
9 Traduzione errata, in originale è brilliant, che significa acuto, stupendo, ecc.
10 Poe ha creato un gioco di parole fra O tempora, O mores! e O tempora, O Moses!, qui andato perduto.
11 Vedi nota precedente: anche qui O tempora, O Moses! viene reso con O tempora, O mores!
12 Questo brano manca nella traduzione: On the eel-skinning principle, however, he did not seem to be so much incensed at the attack upon his integrity as one might have imagined.
13 Traduzione molto libera di He would soon let the jackanapes see that he was mistaken. Yes! he would let him see how much he was mistaken, the puppy!
14 In originale He, Touch-and-go Bullet-head, of Frogpondium. Frogpondium è un termine dispregiativo inventato da Poe nel riferirsci a Boston, sua città natale, come allo stagno (pond) delle rane (frog) a Boston Common.
15 Traduzione libera e abbreviata di Perish so vile a thought! The O forever! He would persist in the O. He would be as O-wy as O-wy could be: Perisca un pensiero tanto ignobile! L’O per sempre! Avrebbe perseverato nell’O. Sarebbe stato quanto più O-oso si potesse essere.
16 Così ha reso il traduttore la frase “So much for Buckingham!”, versione alterata da Colley Cibber nel 1736 per The Tragedy of Richard the Third di Shakespeare.
17 Il traduttore ha saltato il brano and simply requesting his foreman to ‘go to the d——l,’ when he (the foreman) assured him (the ‘Tea-pot’) that it was high time to ‘go to press: e si limitò a dire al suo caposquadra di “andarsene al diavolo”, quando lui (il caposquadra) gli assicurò (alla “Caffettiera”) che era ormai tempo di “andare in stampa”.
18 Le O maiuscole sono state introdotte dal traduttore, mancando invece nel testo originale. Poe qui ha usato il latino homo invece di man. L’intero brano è tradotto molto liberamente.
19 Di nuovo quel Comfort assente nell’originale. Qui è Concord bog, la palude di Concord.
20 Traduzione libera di In the first place, of course, — as the opening word was ‘so’ — he made a plunge into the capital S hole and came out in triumph with a capital S.
21 Traduzione libera di but I tell you what you do, Bob, that’s a good boy — you go over the first chance you get and hook every one of their i’s and (d—n them!) their izzards.’
22 Traduzione molto libera di ‘Jist so,’ replied Bob, with a wink and a frown — ‘I’ll be into em, I’ll let em know a thing or two; but in de meantime, that ere paragrab? Mus go in to-night, you know — else there’ll be the d—l to pay, and —’. Di nuovo il traduttore evita il nome Bob del compositore.
23 Così ha reso ‘Shouldn’t call it a wery long paragrab,’ said Bob.
24 In originale “Wery well”, quasi sicuramente preso da Poe da The Pickwick Papers di Charles Dickens.
25 Il brano tra parentesi quadre manca nella traduzione.
26 Anche in questo caso le X maiuscole sono state introdotte dal traduttore, mancando nell’originale.
27 Qui si interrompe la traduzione di Garrone.
28 Sono rese con la E le X. Forse è questo il motivo che ha indotto Garrone a non tradurre l’ultimo brano.

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