Saltaranocchio

Con il titolo “Saltaranocchio” viene pubblicato il racconto di Poe “Hop-Frog”1 sul volume Racconti curiosi e grotteschi del 1924. Il titolo iniziale, con cui Poe lo pubblicò il 17 marzo 1849 sul «Flag of Our Union» – sette mesi prima di morire – fu “Hop-Frog: or, the Eight Chained Ourang-Outangs” (Hop-Frog: ovvero gli otto oranghi incatenati).

Poe terminò di scrivere il racconto il 7 febbraio, come scrisse in una lettera a Annie L. Richmond datata 8 febbraio:

Le cinque pagine di prosa che ho terminato ieri si intitolano – prova a dirlo? – sono sicuro che non indovinerai mai – «Hop-Frog»! Ma te lo immagini il tuo Eddy che scrive un racconto intitolato: «Hop-Frog»! Sono certo che dal titolo (che è terribile) non indovinerai mai il soggetto del racconto. Sarà pubblicato su un settimanale di Boston, il Flag of Our Union – Forse un Periodico non del tutto prestigioso dal punto di vista letterario, ma che paga al pari delle altre riviste2.

Il giornale offrì a Poe circa 5$ per «pagina Graham», che Poe accettò per liberarsi al più presto delle “difficoltà pecuniarie”, come le definì nella lettera.

A partire dalla pubblicazione in Works del 1850, curata da Mabbott, il racconto fu intitolato semplicemente “Hop-Frog”.

Le traduzioni di “Hop-Frog”

La prima traduzione del racconto, come per tanti altri racconti di Poe, è in francese, a opera di Charles Baudelaire, che mantenne il titolo inglese “Hop-Frog”. Il racconto uscì in tre parti dal 23 al 25 febbraio 1855 su «Le Pays».

Una seconda traduzione francese si deve a William L. Hughes. “Grenouille”, questo il titolo (Rana), fu pubblicato in due puntate il 23 e il 24 dicembre 1855 su «Le Mousquetaire».

Un riassunto molto ridotto del racconto uscì in Canada il 16 agosto 1919 sul «Winnipeg Evening Tribune», accreditato a “Edgen Allan Poe”.

Intorno al 1930, col titolo “Kikkersprong” (che possiamo tradurre come Saltaranocchio), il racconto fu inserito nel volume Fantastische Vertellingen van Edgar Allan Poe, traduzione olandese di Machiel Elias Barentz e illustrazioni di Albert Hahn, che ricordano i lavori di Harry Clarke.

Il racconto vanta anche una traduzione in turco, “Aksak Kurbağa” (Rana zoppa), in un volume del 1955 intitolato Altin Böcek (Scarabeo d’oro), che includeva altri sette racconti.

Le fonti del racconto “Hop-Frog”

Una delle fonti cui ha attinto Poe sono le Chronicles di Jean Froissart (c. 1337 – c. 1405), autore medievale di lingua francese e storico di corte dei Paesi Bassi.

La scena del climax del racconto è stata probabilmente ispirata al Bal des Ardents (letteralmente, “il Ballo degli Ardenti”), episodio avvenuto durante il regno di Carlo VI di Francia (1380-1422). Carlo il Matto, era chiamato, per i suoi momenti di pura follia, che un giorno lo portarono a uccidere diversi cavalieri.

Il medico reale gli prescrisse “divertimenti, rilassamenti, sport e passatempi”. E così, durante la Guerra dei Cent’anni, il 28 gennaio 1393 la moglie di Carlo, la regina Isabeau di Baviera, tenne un ballo nel palazzo reale di Saint-Pol per celebrare il terzo matrimonio della sua dama di compagnia, Caterina di Fastaverin.

Uno degli ospiti, il cavaliere Sir Hugonin de Guisay, suggerì che un gruppo di nobili si vestisse da “uomini selvaggi” o “selvaggi dei boschi”, creature mitiche associate alla natura e alle credenze pagane. L’idea piacque così tanto al re che decise di partecipare come uno dei ballerini mascherati.

I sei nobili indossavano abiti di lino ricoperti di pece e ciuffi di lino attaccati, apparendo “pieni di peli dalla sommità della testa alla pianta dei piedi”, secondo Froissart.

Poe cambiò alcuni dettagli, facendo travestire re e nobili da oranghi e non da selvaggi. Lo stesso animale che aveva utilizzato ne “I delitti della Rue Morgue”.

Hop-Frog

Io non ho conosciuto mai un uomo che amasse di più e che fosse più portato alla facezia, di quel bravo re. Non viveva che per gli scherzi; il modo più certo per ottenere i suoi favori era di narrare una storia buffa e raccontarla bene.

Perciò i suoi sette ministri erano tutte persone distinte… per i loro talenti di buffoni; erano tutti come il loro reale signore, tutti di vasta corpulenza, adiposità e attitudine impareggiabile agli scherzi.

Una questione che io non ho mai potuto decidere è questa: se la gente ingrassi con le buffonate, o se nel grasso vi sia qualche cosa che predispone alla buffonata; è un fatto però che un buffone magro si può chiamare rara avis in terris3.

Il re non si curava troppo delle finezze, delle ombre dello spirito, come egli le chiamava. Aveva una speciale ammirazione per la larghezza della facezia e per amore di questa digeriva anche la lunghezza. Le delicatezze lo annoiavano; avrebbe preferito il Gargantua di Rabelais al Zadig di Voltaire4 e quello che più gli piaceva, meglio ancora degli scherzi a parole, erano le buffonate in azione.

In quel tempo i buffoni di professione non erano interamente passati di moda. Qualcuna delle grandi potenze del continente aveva ancora i suoi buffoni di corte. Erano certi disgraziati, dalla faccia dipinta, con certi berretti a sonagliere e che dovevano esser sempre pronti a porgere spiritosaggini in cambio delle briciole che cadevano dalla tavola reale5. Il nostro re naturalmente aveva il suo buffone. Egli sentiva in realtà il bisogno di qualche cosa nel senso della follia, per compensarlo, se non altro, della pesante saviezza dei suoi sette saggi ministri, per non parlar della sua. E però il suo buffone non era soltanto un buffone; agli occhi del monarca il suo valore era triplicato dal fatto che egli era al tempo stesso nano e zoppo. Allora nelle corti i nani erano comuni come i buffoni, e parecchi re non avrebbero saputo come occupare il tempo, che è più lungo alla corte che in qualunque altro luogo, senza un buffone per farli ridere e un nano per riderne6. Ma, come ho già osservato, novantanove volte su cento, i buffoni son grassi, grossi e massicci, di modo che era proprio un orgoglio pel nostro re possedere in Hop-Frog, che appunto così si chiamava il buffone, un triplice tesoro in una persona sola.

Non credo che con quel nome d’Hop-Frog lo avessero battezzato i suoi padrini, ma che piuttosto gli sia stato conferito all’unanimità dai sette ministri, perché non poteva camminare come gli altri uomini.

E realmente, Hop-Frog non si poteva muovere che con una specie d’andatura interiettiva, qualcosa tra il salto e la giravolta, una specie di movimento che pel re era una ricreazione perpetua e, naturalmente, un godimento; perché, nonostante la sua pancia e una grossezza di costituzione della sua testa, agli occhi di tutta la sua corte il re passava per un gran bell’uomo.

Ma quantunque Hop-Frog, per distorsione delle sue gambe, non si potesse muovere che a gran fatica per via o su un pavimento qualunque, la prodigiosa forza muscolare che la natura gli aveva messo nelle braccia, come per compensare l’imperfezione delle sue membra inferiori, lo rendeva capace di tanti atti d’una destrezza meravigliosa quando si trattava d’alberi, di corde o di qualunque altra cosa da potervisi arrampicare. In quegli esercizi, piuttosto che un ranocchio, pareva uno scoiattolo o uno scimmiotto.

Di qual paese fosse oriundo precisamente non lo saprei dire. Senza dubbio veniva da qualche regione barbara, di cui nessuno aveva mai sentito parlare, e forse a una gran distanza dalla corte del nostro re. Hop-Frog e una giovanetta un po’ meno nana di lui, ma perfettamente proporzionata ed eccellente ballerina, erano stati tolti dai loro rispettivi focolari, in certe provincie limitrofe e mandati in regalo al re da uno dei suoi generali vincitori.

In tali circostanze non è dunque a meravigliare se fra i due piccoli prigionieri si fosse stretta una grande intimità. E infatti divennero presto due amici giurati. Hop-Frog, quantunque facesse di gran buffonate, non era per nulla popolare, e quindi non poteva essere di grand’utile a Trippetta7; ma lei, colla sua grazia e colla sua squisita bellezza di nana, era universalmente ammirata e accarezzata; quindi aveva molta influenza e non mancava mai di servirsene, in ogni occasione, per giovare al suo caro Hop-Frog.

In occasione di una gran solennità, ma non ricordo più quale, il re decise di dare un ballo in maschera; e ogni volta che aveva luogo alla corte una mascherata o qualunque altra festa di questo genere, si metteva prima di tutto in requisizione l’ingegno di Hop-Frog e di Trippetta. Specialmente Hop-Frog ne sapeva inventar tante in materia di decorazioni, di tipi nuovi e di travestimenti pei balli in maschera, che pareva proprio non si potesse far niente senza di lui.

La notte designata per la festa era arrivata. Sotto la direzione di Trippetta era stata disposta una sala splendida colla maggiore ingegnosità possibile per far figurare una mascherata. Tutta la corte stava nella febbre dell’aspettazione. In quanto ai costumi e ai travestimenti, si sa, ognuno aveva già fatto la sua scelta. Qualcuno ci aveva pensato fin da una settimana ed anche un mese prima; insomma non c’era incertezza né indecisione da alcuna parte, fuorché nel re e nei suoi sette ministri. Perché indugiavano? Chi lo sa? a meno che non fosse anche quello uno scherzo. Ma più probabilmente non arrivavano ad afferrare la loro idea, così grassi com’erano! Comunque sia, il tempo volava, e, per ultima risorsa, mandarono a cercare Trippetta ed Hop-Frog.

Quando i due piccoli amici obbedirono all’ordine del re lo trovarono che prendeva regalmente il vino coi sette membri del suo consiglio privato; ma pareva di cattivo umore.

Sapeva che Hop-Frog aveva orrore del vino; infatti questo liquore eccitava fino alla follia il povero zoppo; e la follia non è mica lo stato più piacevole. Ma il re ci prendeva gusto a forzare Hop-Frog a bere, e, secondo l’espressione regale, ad esser gaio8.

«Vien qua, Hop-Frog» disse, appena vide entrar nella stanza il nano colla sua amica «bevimi un po’ questo bicchierone alla salute dei nostri amici assenti9» qui Hop-Frog mandò un sospiro «e servici della tua immaginazione. Abbiamo bisogno di tipi, di caratteri, mio bravo ragazzo, di qualche cosa di nuovo, di straordinario. Siamo stanchi di questa eterna monotonia. Là, bevi! il vino accenderà il tuo genio».

Hop-Frog tentò, come il solito, di rispondere con una spiritosaggine alla proposta del re; ma lo sforzo fu troppo grande. Quello era proprio il giorno della nascita del povero nano e l’ordine di bere alla salute dei suoi amici assenti gli fece sgorgare le lacrime dagli occhi. Alcune larghe gocce amare caddero nel bicchiere, mentre lo riceveva umilmente dalla mano del suo tiranno.

«Ah! ah! ah!» urlò quest’ultimo mentre il nano vuotava con nausea la coppa «guarda quello che può fare un bicchiere di buon vino! Guarda un po’, ti brillano di già gli occhi!». Disgraziato! I suoi grandi occhi, piuttosto che brillare, scintillavano, imperocché l’effetto del vino nel suo cervello eccitabile era fortissimo ed instantaneo. Posò nervosamente la coppa sulla tavola e volse sugli astanti uno sguardo fisso e quasi folle. Sembrava che lo scherzo reale divertisse tutti immensamente.

«Ed ora, al lavoro!» disse il primo ministro, un uomo grossissimo.

«Sì» rispose il re «avanti, Hop-Frog, aiutaci! Dei tipi, mio buon ragazzo, dei caratteri! Abbiamo bisogno dei caratteri! Tutti ne abbiamo bisogno! ah! ah! ah!».

E poiché questa voleva certamente essere una spiritosaggine, tutti e sette fecero eco alle risate reali; anche Hop-Frog rise ma d’un riso debole e distratto.

«Avanti, dunque!» esclamò il re impazientito «non trovi nulla?».

«Cerco qualche cosa di nuovo» rispose il nano con aria smarrita, poiché il vino lo aveva scombussolato del tutto.

«Cerchi?!» esclamò furioso il tiranno. «Che vuoi dire? Ah! comprendo! Tu mi stai imbronciato e ti ci vuole dell’altro vino. Prendi! bevi anche questo!» e riempito un altro grande bicchiere lo porse all’infelice che lo guardò e respirò come se si sentisse soffocare.

«Bevi, ti dico!» esclamò il tiranno, «o per tutti i diavoli!…».

Il nano esitava; il monarca era rosso per la rabbia, i cortigiani sorridevano crudelmente. Trippetta, pallida come una morta, si avanzò fino al re, e, inginocchiandoglisi dinanzi, lo supplicò di risparmiare il suo amico. Il tiranno la guardò per alcuni momenti, meravigliato certamente di tanto ardire. Pareva che non sapesse che fare, né in qual maniera manifestare la sua indignazione. Finalmente, senza dire una parola sola, la respinse brutalmente indietro, lanciandole in viso tutto il vino contenuto nel bicchiere, colmo fino all’orlo. La poveretta si rialzò come meglio potè, non osando nemmeno respirare, e tornò al suo posto ai piedi della tavola.

Saltaranocchio e Trippetta
Illustrazione di Arthur Rackham dal libro Poe’s Tales of Mystery and Imagination (1935)

Per mezzo minuto ci fu un silenzio di morte, durante il quale si sarebbe udita cadere una foglia. Fu interrotto ad un tratto da un grido sordo, ma rauco e lungo, che parve scaturire da tutti i lati della camera.

«Che cos’è? Perché fate questo rumore?» domandò il sovrano, volgendosi furioso dalla parte del nano.

Questi sembrava essersi quasi del tutto rimesso della sua ebbrezza. Guardando fisso e calmo in volto il tiranno, rispose semplicemente:

«Io? no davvero! Come potrei essere io?».

«M’è sembrato che il suono sia venuto dal di fuori» osservò uno dei cortigiani; «forse è il pappagallo che si arruota il becco ai ferri della gabbia».

«È vero» soggiunse il re, che sembrò soddisfatto di quest’idea «ma in fede mia avrei giurato che fosse questo disgraziato che digrignasse i denti».

Il nano si mise a ridere; il re era troppo burlone per trovare a ridire sul riso di qualcuno. L’altro scoprì allora una larga, forte, spaventosa fila di denti, e dichiarò di essere pronto a bere quanto vino si voleva. Il re si calmò ed Hop-Frog, dopo avere bevuto un altro bicchierone senza il più piccolo inconveniente, entrò subito e calorosamente nel tèma della mascherata.

«Pagherei a sapere» osservò tranquillamente e come se non avesse mai bevuto vino «come va questa combinazione d’idee. Giusto appena la Maestà Vostra ebbe colpito la piccola e le ebbe gettato il vino sul viso, giusto appena la Maestà Vostra ebbe fatto questo, e mentre il pappagallo faceva quello strano rumore alla finestra, mi sono ricordato d’un magnifico divertimento, un giuoco che si fa al mio paese e si introduce spesso nelle mascherate; ma qui sarà assolutamente nuovo…, il guaio è che è necessaria una società di otto persone e…».

«E non siamo noi otto?…» esclamò il re ridendo della sua sottile scoperta «proprio otto, io e i miei sette ministri. Ebbene, qual è questo divertimento?».

«Noi lo chiamiamo» rispose il nano «gli Otto Orang-Outang incatenati ed è proprio un giuoco molto grazioso quando è fatto bene».

«Noi lo faremo» disse il re avanzando il petto ed abbassando le palpebre.

«La bellezza del giuoco» continuò Hop-Frog «consiste nello spavento che mette alle signore».

«Benissimo!» urlarono in coro il sovrano e il suo ministro.

«Io vi vestirò da orang-outang» continuò il nano «fidatevi completamente di me. La somiglianza sarà tale, che tutte le maschere vi crederanno veri animali e immaginate la loro meraviglia e il loro spavento».

«Ah! è stupendo, bellissimo!» esclamò il re. «Hop-Frog tu sei un grand’uomo!».

«Le catene servono ad aumentare il disordine. Vi crederanno fuggiti in massa da un serraglio; si figuri la Maestà Vostra l’effetto che produrranno in un ballo in maschera otto orang-outang incatenati, che quasi tutti i presenti prenderanno per bestie vere, precipitantisi con urli selvaggi attraverso una folla di cavalieri e di dame in vestiti eleganti e sfarzosi. Sarà un contrasto magnifico».

«È deciso!» disse il re.

La seduta si sciolse in fretta poiché era già tardi. Per mettere in esecuzione il piano di Hop-Frog, non ci volle molto a contraffar coloro. In quell’epoca animali di quella specie se ne vedevano di rado nelle varie parti del mondo civile; e poiché le imitazioni fatte dal nano erano bastantemente bestiali e più che bastantemente orribili, pensarono di essere sufficientemente rassomiglianti.

Il re e i suoi ministri prima di tutto indossarono certe camicie e calzoni di maglia molto aderenti e tutti cosparsi di catrame. A questo punto dell’operazione, uno dei ministri suggerì di mettersi delle penne ma il nano rigettò subito questa idea e non gli fu difficile convincere gli otto personaggi con una dimostrazione oculare, che cioè il pelo dell’orang-outang era meglio rappresentato col lino. E ne fu posto un folto strato sopra al catrame. Fatto questo, fu passata una lunga catena intorno alla vita del re e fu ribadita; poi intorno a un altro personaggio della comitiva e fu ugualmente ribadita, e così via per tutti gli altri. Terminato questo lavoro, si allontanarono il più possibile l’uno dall’altro, formando un circolo e per completare la somiglianza, Hop-Frog fece passare il restante della catena attraverso il circolo in due diametri ad angolo retto, come fanno i cacciatori di Borneo, allorché prendono degli scimpanzé o altre grosse bestie di questo genere.

Il salone dove doveva aver luogo il ballo, era rotondo molto alto, e riceveva la luce del giorno da una sola finestra nel soffitto. Nella notte (nelle ore in cui questa sala era specialmente frequentata) veniva rischiarata principalmente da un grande lampadaro10, sospeso con una catena nel mezzo del soffitto e che si alzava e si abbassava con un contrappeso ordinario; ma questo, per ragioni d’estetica, passava fuori della cupola.

La sala era stata addobbata sotto la direzione di Trippetta; ma forse in qualche particolare aveva preso parte, molto giudiziosamente, il nano. Egli aveva consigliato di levare, per questa occasione, il lampadaro. La cera si sarebbe inevitabilmente liquefatta in un’atmosfera così calda, e colando avrebbe gravemente danneggiati i ricchi costumi degli invitati, che, colla sala affollata, non avrebbero potuto evitare tutti la regione del lampadaro, ossia il centro.

Si collocarono dei nuovi candelabri delle diverse parti della sala, fuor dello spazio occupato dalla folla; e una fiaccola, che mandava un grato profumo, fu collocata nella destra di quelle cinquanta o sessanta cariatidi11, che ornavano torno torno il muro.

Gli otto orang-outang, prendendo consiglio da Hop-Frog, aspettarono pazientemente, per far la loro entrata, che la sala fosse completamente piena di maschere, cioè fino a mezzanotte. Ma l’orologio aveva appena dato l’ultimo tocco, che si precipitarono, o piuttosto si rovesciarono tutti in massa, perché, impacciati com’erano nelle loro catene, alcuni caddero, e tutti balzarono nell’entrare.

La sensazione fra le maschere fu prodigiosa e tale da riempir di contentezza il cuore del re. E infatti furono moltissimi fra gli invitati che credettero quegli esseri di un aspetto così feroce esser proprio bestie vere. Molte donne svennero dallo spavento; e se il re non avesse avuto la precauzione di proibire tutte le armi, lui e la sua banda avrebbero dovuto pagare col loro sangue quello scherzo. Insomma fu una corsa, una scappata generale verso le porte; ma il re aveva dato l’ordine che si chiudessero subito dopo la sua entrata, e, secondo il consiglio del nano, le chiavi erano state rimesse nelle sue mani.

Intanto che il tumulto era proprio al colmo, e che ogni maschera non pensava che alla propria salvezza, perché, davvero, in quel panico, con quella folla, c’era un pericolo reale, si sarebbe potuto vedere la catena che serviva a sospendere il lampadaro, e che era stata ritirata anch’essa, discendere finché la sua estremità, ricurva ad uncino, fosse arrivata a tre piedi dal suolo.

Pochi momenti dopo, il re e i suoi sette amici, dopo aver scorazzato in tutte le direzioni attraverso la sala, si trovarono finalmente al centro e in contatto immediato colla catena. Mentre erano in quella situazione, il nano ch’era andato sempre dietro a loro, incitandoli a prender parte a quella commozione, afferrò la loro catena all’intersezione delle due parti diametrali.

Allora, colla rapidità del pensiero, vi infilò l’uncino che serviva per solito a sostenere il lampadaro; e in un istante, ritirata come da un agente invisibile, la catena risalì abbastanza in alto per metter l’uncino fuori d’ogni portata e quindi inalzò gli orang-outang tutti insieme, gli uni contro gli altri, faccia a faccia.

Intanto le maschere s’erano andate rimettendo della loro paura; e, cominciando a prender tutto ciò per uno scherzo abilmente preparato, mandarono una gran risata al vedere la posizione delle scimmie.

«Tenetemeli forte!» gridò allora Hop-Frog, e la sua voce stridula dominava il tumulto, «tenetemeli forte, poiché io credo di conoscerli. Se li posso solo veder bene, ve lo dirò io chi sono».

Allora, aiutandosi colle mani e coi piedi, riuscì ad arrivare al muro, e strappando una fiaccola ad una cariatide, ritornò nel mezzo della sala; saltò come una scimmia sul capo del re, si arrampicò su per la catena, abbassando la torcia, come per esaminare il gruppo degli orang-outang e gridò di nuovo: «Lo scoprirò io chi sono».

Allora mentre tutti gli astanti, anche le scimmie, si tenevano i fianchi per le risa, il nano mandò un fischio acuto; la catena si alzò rapidamente d’una trentina di piedi, traendo seco gli orang-outang spaventati, che si dibattevano, e lasciandoli così sospesi in aria Hop-Frog, aggrappato anche esso alla catena, era risalito insieme, conservando sempre la sua posizione relativamente alle otto maschere ed abbassando sempre su di esse la fiaccola, come se cercasse di vedere chi potevano essere.

Tutta l’assemblea rimase così stupita per questa ascensione, che vi fu un profondo silenzio per circa un minuto. Ma fu interrotto da un rumore cupo, una specie di urlo rauco, come quello che attirò l’attenzione del re e dei consiglieri, quando il monarca gettò il vino sul volto di Trippetta. Ma ora non era necessario cercare da dove partisse il rumore: esso usciva dai denti del buffone che li digrignava orribilmente, come se li spezzasse in mezzo alla schiuma della bocca; e con gli occhi che gli brillavano d’una rabbia folle egli fulminava il sovrano e i suoi sette ministri i quali stavano colle facce rivolte verso di lui.

«Ah! ah!» esclamò finalmente il nano furioso. «Ah! ah! Ora comincio a riconoscerli».

E col pretesto di vedere il re da vicino appressò la torcia al lino che lo ricopriva e che d’un tratto divenne una immensa fiamma. In meno d’un mezzo minuto gli otto scimmioni erano avvolti dalle fiamme furiose, in mezzo alle grida d’una folla che li guardava dal basso inorridita e impotente a recar loro il più piccolo aiuto. Finalmente le fiamme, facendosi sempre più violente, obbligarono il nano ad arrampicarsi più in su sulla catena, fuori della loro portata. Mentre compieva quest’operazione la folla ricadde un momento ancora nel silenzio, e il buffone, cogliendo questo istante, prese nuovamente la parola.

«Ora» disse «vedo chiaramente di che specie sono queste maschere. Vedo un gran re e i suoi sette consiglieri privati, un re che non si fa scrupolo di colpire una povera giovane senza difesa, e i suoi sette ministri che lo incoraggiano nella sua malvagità. Io, poi, sono semplicemente Hop-Frog il buffone, e questa è stata la mia ultima buffonata!».

Il nano aveva appena terminato il suo breve discorso che la vendetta era già compiuta, grazie alla grande combustibilità della canapa e del catrame su cui questa era involtata. Gli otto cadaveri dondolavano appesi alle loro catene, formando una massa confusa, fetida, nera, orribile. Il nano gettò su di essi la torcia, si arrampicò facilmente verso il soffitto e disparve.

S’immagina che Trippetta, in guardia sul tetto della sala, sia stata complice del suo amico in questa vendetta incendiaria e che in seguito siano tutti e due tornati al loro paese, poiché non furono veduti mai più.

Note

1 Il nome Saltaranocchio compare soltanto nel titolo, mentre nel testo viene mantenuto l’originale Hop-Frog. Ndr.

2 “Lettera 302, Ad Annie L. Richmond”, Edgar Allan Poe, Lettere, Il Saggiatore, Milano 2017, p. 665, traduzione di Barbara Lanati.

3 Cfr. Giovenale, Satire, Satura VI, 165: «rara auis in terris nigroque simillima cycno».

4 Poe ha modellato il personaggio di Dupin (protagonista de “I delitti della Rue Morgue” e di altri due racconti) su Zadig, che era riuscito a descrivere un cane senza averlo mai visto, ma soltanto osservandone le tracce lasciate sulla sabbia.

5 Cfr. Luca, 16.21: «bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco».

6 Cfr. “Hop-Frog” «without both a jester to laugh with, and a dwarf to laugh at.» e “The Oblong Box” «The truth is, I soon found that Mrs. W. was far oftener laughed at than with».

7 Nella traduzione era scritto “Tripetta”, qui corretto come da originale. Ndr. Il nome potrebbe derivare dal francese tripette, qualcosa di scarso valore. Curiosamente, Poe sembra non conoscere la distinzione tra dwarf (nano, persona affetta da nanismo), come Hop-Frog, e midget (nanerottolo, dispregiativo per persona di bassa statura), come Trippetta.

8 Cfr. Luca 12.19: «riposati, mangia, bevi e datti alla gioia».

9 Ai tempi era un brindisi consueto nei banchetti.

10 Grafia dell’epoca. Ndr.

11 Le cariatidi sono colonne a forma di donne prigioniere. Commemorano le donne di Caryae in Laconia, che gli Spartani condannarono alla schiavitù. Il gusto del re per loro si adatta al suo duro trattamento nei confronti di Trippetta.

Fonti

  • Edgar Allan Poe (ed. T. O. Mabbott), “Hop-Frog,” The Collected Works of Edgar Allan Poe — Vol. III: Tales and Sketches (1978), pp. 1343-1355
  • Edgar Allan Poe — “Hop-Frog”, Edgar Allan Poe Society of Baltimore
  • Maria J. Pérez Cuervo, “The Gruesome Medieval Masquerade That Inspired Edgar Allan Poe”, 18 ottobre 2018, Mental Floss
  • Ronald Gottesman, “‘Hop-Frog’ and the American Nightmare,” Masques, Mysteries and Mastodons: A Poe Miscellany (2006), pp. 133-144
  • Giovenale, Satire,
  • Racconti curiosi e grotteschi, STEN editrice, 1924
Daniele Imperi 730 Articoli
Correggo bozze di manoscritti, revisiono racconti e scrivo testi per il web. Sul mio blog «Penna blu» parlo di scrittura, editoria e lettura; sull’aerosito di F.T. Marinetti, di cui ho curato un aeropoema (Diana edizioni, 2023) e un romanzo (Diana edizioni, 2026) inediti, parlo di Futurismo e della vita e delle opere del poeta combattente.

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