William Wilson – Recensione

Se si vuole comprendere il racconto William Wilson da un punto di vista razionale, si fallisce nel tentativo. Forse l’intenzione di Poe fu proprio quella di creare una storia che stesse in piedi per trama, struttura e realismo della vicenda, ma che, al contempo, se analizzata razionalmente, lasciasse non pochi dubbi su un suo possibile realismo.

Mentre ne Il crollo della Casa degli Usher si assiste a un crescendo di orrore, qui, nel William Wilson, c’è un crescendo di coincidenze che sfiorano l’assurdo. Ma l’intera storia è costruita e narrata in modo tale da apparire di una normalità quasi banale.

E l’abilità di Poe risiede proprio in questa sua caratteristica: quella di narrare fatti straordinari, impossibili a volte, unici, mostrandoli come fatti reali, che a ognuno potrebbero capitare.

William Wilson non è soltanto un racconto di coscienza, in cui Poe con maestria si dilunga senza annoiare nel descrivere l’animo dei due personaggi, i loro caratteri, i loro lati deboli e la loro forza interiore, è anche un racconto in cui lascia scorrere le ossessioni dell’uomo, attraverso una sorta di monologo- la narrazione in prima persona che spesso adotta- che può esser visto come una sorta di confessione dei propri atti e delle proprie debolezze.

In William Wilson questo monologo rappresenta proprio una confessione, come un pentimento, una sorta di giustificazione per la conduzione della propria vita e gli errori commessi. Un pentimento che suona come l’ultima voce di un condannato a morte.

  • Titolo originale: William Wilson
  • Prima pubblicazione: 1839 in The Gift: a Christmas and New Year’s Present for 1840

William Wilson come storia probabile

Razionalmente le coincidenze presenti nel racconto rasentano un’assurdità che soltanto statisticamente può essere accettata, e se esiste statisticamente questa possibilità, allora esiste- potrebbe esistere– nella realtà.

Sotto quest’ottica William Wilson è una storia che avrebbe potuto accadere.

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