Una discesa nel Maelström

Prefazione

Breve storia del racconto. Pubblicato nel maggio 1841 sul «Graham’s Lady’s and Gentleman’s Magazine», “A Descent into the Maelström” fu modificato nelle successive edizioni. La citazione, per esempio, apparve nell’edizione del 1845. Secondo alcuni studiosi Poe terminò il racconto poco prima della pubblicazione, nel marzo o nell’aprile 1841, mentre per J. H. B. Latrobe sarebbe antecedente di parecchi anni, perfino al 1833, quando fu inviato per il concorso Visiter.

Sulla presente traduzione. Come i precedenti, anche “Una discesa nel Maelström” fa parte della raccolta pubblicata nel 1911 da R. Bemporad & Figlio Racconti straordinari.

Una discesa nel Maelström

Le vie di Dio nella Natura e nella Provvidenza non sono come le nostre vie; né i modelli che noi fuggiamo sono in alcuna parte proporzionati alla vastità, alla sapienza, alla imperscrutabilità delle Sue Opere le quali hanno in sé una profondità maggiore che quella del pozzo di Democrito. Giuseppe Glanvill1

Eravamo arrivati in cima alla rupe più alta, e per alcuni minuti il vecchio sembrò che non avesse fiato di parlare; alla fine disse:

— Non è ancora molto tempo, che in questa strada avrei potuto esservi di guida bene da quanto il mio figliuolo minore; ma circa tre anni or sono mi accadde un caso tale, come mai è accaduto a nessuno nel mondo, od almeno tale che nessuno sarebbe rimasto vivo per raccontarlo: le sei ore di spavento mortale che vi patii, mi hanno spezzato il corpo e l’anima. Voi mi credete vecchissimo, ma non sono; bastò meno di un giorno perché questi capelli si mutassero da un nero morato in bianco e le mie membra s’indebolissero, i miei nervi divenissero fiacchi al punto che tremo a durare una fatica da nulla ed ho paura anche della mia ombra. Credereste che io possa guardare appena dall’alto di questa piccola rupe, senza che mi prendano le vertigini?

La piccola rupe sulla cui estremità egli si era buttato giù per riposare, e così incurantemente che tutta la persona si reggeva sopra un gomito appoggiato ad una punta sdrucciolevole; questa piccola rupe s’inalzava all’incirca di millecinquecento o milleseicento piedi fra tante altre rocce, formando un precipizio di granito nero e lucente. In nessun modo avrei osato di avvicinarmi ad essa anche di una mezza dozzina di metri, ed in verità ero così impaurito della posizione pericolosa in cui si trovava il mio compagno, che mi distesi tutto lungo per terra, attaccandomi ad alcuni arboscelli che mi erano vicini, senza aver nemmeno il coraggio di alzare gli occhi al cielo e riuscire a togliermi dall’idea che la furia dei venti avrebbe finito collo schiantare la montagna dalla sua base. Mi ci volle un buon poco prima di poter ragionare e farmi abbastanza animo per mettermi a sedere e guardare lungi nello spazio.

Dovete esser superiore a queste ubbie, — disse la guida, — perché io vi ho condotto qui per farvi vedere nel miglior modo possibile la scena dei fatti a cui ho accennato, e raccontarveli tutti co’ luoghi stessi sotto i vostri occhi.

Noi siamo ora — continuò con quel suo modo di dar minuto ragguaglio d’ogni cosa che lo rendeva singolare, — noi siamo ora proprio sulla costa della Norvegia, al sessantottesimo grado di latitudine, nella grande provincia di Nordland e nello squallido distretto di Lofoden2. La montagna sulla cui vetta ci troviamo è la Helseggen3, la nuvolosa. Via, sollevatevi un poco, aggrappatevi all’erba se vi prendono le vertigini così… — guardate oltre la fascia di vapori sotto a noi, laggiù nel mare…

Guardai, che mi girava ancora il capo, ed osservai una grande estensione dell’oceano, le cui acque del color dell’inchiostro mi richiamarono subito alla mente le descrizione del geografo nubiano del Mare Tenebrarum4: una veduta più triste e desolata l’immaginazione umana non la potrebbe concepire. Da una parte e dall’altra, fin quanto l’occhio poteva scorgere, si stendevano come baluardi del mondo le linee di orribili e neri dirupi, il cui tetro aspetto risaltava maggiormente per i cavalloni furiosi delle onde che li percuotevano in alto con le bianche e tremende creste, urlando e ruggendo senza aver mai posa. Proprio di fronte al promontorio sulla cui sommità eravamo noi, e a distanza di cinque o sei miglia di mare circa, si vedeva una piccola isola, di aspetto triste; ossia, a dir meglio, discernevasi la sua posizione fra il deserto dei flutti che la cingevano tutta. A poco più di due miglia da terra, si alzava un’altra isola ancora più piccola, orrendamente rocciosa e sterile, circondata qua e là da gruppi di scogli neri.

L’aspetto dell’oceano fra l’isola più lontana e la spiaggia era qualche cosa di straordinario. Sebbene soffiasse contro terra un vento così forte che un brigantino in alto mare aveva dovuto metter la vela maestra sotto a un doppio terzeruolo, e il suo scafo non era mai tutto visibile, pure ancora il mare non appariva grosso: soltanto piccole onde, brevi e vivaci lo agitavano per ogni verso anche contro vento, e, salvo proprio sotto agli scogli, di schiuma, non se ne vedeva che pochissima.

— L’isola più distante, — ricominciò il vecchio — è chiamata dai norvegesi Vurrgh5. Quest’altra, a mezza strada, è la Moskoe; quella a un miglio verso settentrione è l’Ambaaren; laggiù sono le isole Islesen, Hotholm, Keildelm, Suarven, e Buckholm. Ancora più lontano, tra la Moskoe e la Vurrgh, sono Otterholm, Flimen, Sandflesen e Stockholm. Questi sono i loro nomi, ma perché si sia creduto necessario di dare a tutte un nome, ne so quanto potete saperne voi stesso. Che udite qualche cosa? Vedete qualche cambiamento nell’acqua?

Da dieci minuti circa ci trovavamo sulla sommità della Helseggen, dall’interno di Lofoden; cosicché non si era veduto il mare che ad un tratto, appena giunti in cima. Mentre il vecchio parlava, udii un forte rumore sempre crescente come il muggito di una gran mandra di bufali in una prateria americana; e nello stesso momento vidi nell’oceano sotto a noi ciò che i marinai chiamano mare corto, o mare fluttuante, cambiarsi rapidamente in un corso d’acqua che si volgeva ad oriente; mentre io guardava, la sua velocità divenne incredibile, crebbe da un istante all’altro, prese un impeto senza limiti. In cinque minuti il mare intero fino a Vurrgh fu sconvolto da furia indomabile; ma il fracasso infernale trovò il suo centro fra la Moskoe e la costa. Quivi la grande distesa delle acque s’incrociava in mille avverse fiumane, rompendo subitamente in moti violenti e spaventosi vortici, ed infine turbinando inabissavasi tutta a levante con una velocità a cui l’acqua non giunge mai, se non quando si precipita in terribile cascata.

Di lì a pochi minuti, la scena mutò compiutamente. La superficie del mare si spianò un poco, i vortici scomparvero ad uno ad uno, mentre immense strisce di schiuma furono vedute dove prima non ve n’era segno; e queste strisce, alla fine, si distesero a grande distanza, si unirono, presero il movimento rotatorio dei vortici poc’anzi calmati, e parvero divenire l’origine di un vortice ancora più grande. All’improvviso, proprio all’improvviso, questo si mostrò ben delineato in una circonferenza di un miglio e più di diametro, con un margine rivestito da larga fascia di schiuma scintillante, della quale però nemmeno la più piccola parte scivolava nella bocca della terribile voragine, il cui inferno, fin dove l’occhio poteva arrivare, offriva agli sguardi come una muraglia d’acqua nerissima, liscia, splendente, inclinata in modo da fare coll’orizzonte un angolo di quarantacinque gradi circa, che girava vertiginosamente intorno con una forza di movimento indescrivibile. I venti echeggiavano la sua voce spaventosa, tra il grido e il muggito, e tale che una simile nemmeno la potente cascata del Niagara ne lancia al cielo nella violenza della sua agonia.

La montagna tremava dalla sua base stessa, la rupe si muoveva; mi gettai bocconi, e vinto dalla troppa agitazione nervosa mi attaccai alle scarse erbucce che mi erano dintorno.

— Questa, — dissi alla fine al vecchio, — questa non può esser altro che la grande voragine del Maelstrom.
— Qualche volta è chiamata così, — rispose; — noi norvegesi la chiamiamo il Moskoe-strom6 dall’isola di Moskoe, che è a mezza strada.

Le solite descrizioni di questo vortice non mi avevano punto dato I’idea di ciò che vedevo. Quella di Giona Ramus7, la più particolareggiata forse di tutte, non dà alcun modo d’immaginare né la grandiosità, né l’orrore della scena, né il desolato e strano sentimento dell’inatteso che confonde invece lo spettatore. Io non so da qual lato e con qual tempo abbia osservato lo scrittore suddetto, ma non può essere stato dalla sommità della Helseggen e durante una tempesta. Vi sono nondimeno alcuni passi della sua descrizione che meritano di essere riprodotti per i particolari, sebbene riescano poco a dare l’impressione dello spettacolo.

«Fra Lofoden e Moskoe,» scrive egli, «la profondità è dalle trentasei alle quaranta braccia; ma dall’altra parte, verso la Ver (Vurrgh), questa profondità diminuisce al punto che una nave non vi potrebbe trovare un passaggio conveniente, senza correre il rischio, anche in tempo di maggior calma, di spezzarsi contro gli scogli. Quando la marea sale, la corrente si precipita fra Lofoden e Moskoe rapida ed impetuosa, ed il ruggito della sua veemenza può appena agguagliarsi a quello delle più alte e terribili cascate; il rumore poi è udito a distanza di parecchie leghe, e i vortici sono talmente vasti e profondi che se un naviglio entra nel loro raggio di attrazione è inevitabilmente inghiottito, trascinato giù nel fondo, frantumato minutamente contro gli scogli, e quando le acque si calmano, i frammenti sono rigettati alla superficie. Ma questi intervalli di bonaccia avvengono fra il flusso e riflusso e col tempo buono, non durano che un quarto d’ora, e dopo, a mano a mano, la violenza ricomincia.

«Quando la corrente è più impetuosa e la furia è accresciuta dalla tempesta, è pericoloso avvicinarsi anche a distanza di un miglio norvegese; barche, vapori, navi sono stati trascinati per non avere avuto cura di non entrare nel suo raggio d’attrazione; e spessissimo le balene, appena si trovano presso la corrente, sono sopraffatte dalla sua violenza, ed è impossibile allora descrivere i loro urli e i mugghi dei loro vani sforzi per escirne. Una volta un orso, tentando di passare a nuoto da Lofoden a Moskoe, fu preso dalla corrente e portato giù; i suoi terribili ruggiti si udivano dalle rive. Grossi tronchi di pini ed abeti, dopo essere stati inghiottiti dalla corrente, riappariscono spezzati e macerati a tal punto da sembrare che abbiano sopra dei fiocchi di setole; e questo dimostra in modo chiaro che lì il fondo del mare è pieno di scogli acutissimi, fra’ quali ciò che capita è sbatacchiato come tra immensi cardi.

«Questa corrente è regolata dal flusso e riflusso del mare, la cui acqua periodicamente si muove verso terra e si ritira entro sei ore. Nel 1645, la mattina prestissimo della domenica di Sessagesima8, si scagliò con impeto così furioso che dalle case della costa caddero giù sassi ed altri materiali.»

In quanto alla profondità di quelle acque non capivo come potesse essere stata accertata in vicinanza del vortice; poiché le quaranta braccia devono riferirsi soltanto alle parti del canale che sono prossime alla riva di Moskoe e di Lofoden; la profondità, al centro del Moskoe-strom, dev’essere incommensurabilmente maggiore, come si può averne prova sicura guardando di sbieco nell’abisso della voragine, allorché ci si trovi sulla vetta più alta della Helseggen. Difatti, osservando da questa sommità dentro l’urlante Flegetonte9, non potevo fare a meno di sorridere della semplicità colla quale l’onesto Giona Ramus racconta come cose incredibili gli aneddoti degli orsi e delle balene, mentre a me sembrava evidente di suo che il più grande vascello di linea, appena fosse entrato nel mortale cerchio d’attrazione, non avrebbe potuto resistere alla corrente, come una piuma non resiste ad un uragano, e sarebbe sparito nell’abisso in breve tratto.

Ciò che era stato scritto per ispiegare il fenomeno, e ohe in parte alla lettura mi era parso abbastanza ragionato, ora lo giudicavo ben diversamente e non mi contentava più. In generale è ammesso che, come nei tre piccoli vortici delle Isole Feroe, questo fenomeno «non abbia altra causa, che il cozzo di ondate che si sollevano e cadono, al flusso e riflusso, contro una scogliera che arresta dapprima le acque e le lascia poi precipitare in cascata; e così quanto più la marea s’inalza, tanto più è profonda la caduta, la quale produce una voragine o vortice, la cui immensa forza aspirante è abbastanza conosciuta anche da esempi comuni.» Con queste parole ne parla l’Enciclopedia Britannica. Il Kircher10 ed altri immaginano che nel centro del canale del Maalstrom sia un abisso che, penetrando nelle viscere del globo, vada a finire in qualche luogo lontanissimo; si è alluso perfino, non si sa con qual fondamento, al Golfo di Botnia. Questa opinione, sciocca in sé stessa, era quella alla quale la mia immaginazione si avvicinava, mentre ero tutto intento ad osservare; ne parlai alla guida e fui meravigliato di sentirmi dire che sebbene i norvegesi la pensassero quasi tutti a questo modo in tale soggetto, egli non era dello stesso parere, e confessava di non riuscire a comprendere un’idea simile. Anch’io in questo fui d’accordo con lui, poiché ciò, se stava bene sulla carta, diveniva interamente incomprensibile ed anche assurdo dinanzi al tuono dell’abisso.

Ora, — ricominciò il vecchio, — giacché avete osservato bene il vortice, se vorrete arrampicarvi dietro a questa roccia per esser disturbati un po’ meno dal fracasso dell’acqua, vi racconterò una storia la quale vi convincerà che del Moskoe-strom, qualche cosa, ne debba conoscere anch’io.

Mi accomodai come desiderava, ed egli proseguì:

Io ed i miei due fratelli possedevamo una volta una goletta da pesca della portata di circa settanta tonnellate, colla quale per il solito andavamo a pescare fra le isole di là da Moskoe, presso alla Vurrgh. Quando il mare è fortemente agitato e si sappia cogliere il momento opportuno e se ne abbia il coraggio, si fa una buona pesca; ma fra tutti i marinai della costa di Lofoden, non c’eravamo che noi tre solamente, come vi ho detto, che si aveva la regolare consuetudine di andar alle isole. I luoghi dove si va abitualmente sono molto più in giù verso mezzogiorno; vi si può trovar sempre pesce, senza correre troppo rischio, e quindi que’ posti sono preferiti; ne’ luoghi migliori, qui fra gli scogli, però, non solo si raccoglie pesce più vario e più fine, ma in tale abbondanza che noi spesso prendevamo in un giorno ciò che i meno audaci del mestiere non potevano fra tutti pigliare in una settimana. Cosicché, noi facevamo una specie di speculazione disperata: il rischio della vita stava in luogo di lavoro, e il coraggio rappresentava il capitale.

Tenevamo la goletta al sicuro in una baja sulla costa a circa cinque miglia più in su di qui; e col tempo buono era nostra abitudine di giovarci de’ quindici minuti del riflusso per ispingerci attraverso il canale principale del Moskoe-strom, molto di là dal gorgo, e dopo buttar giù l’ancora in qualche parte presso Otterholm, o Sandflesen, dove i giri vorticosi non son tanto forti quanto altrove. Rimanevamo lì fin quando non si fossero quasi del tutto calmate le acque, ed allora pensavamo a far ritorno a casa; giacché non ci si metteva mai a questa gita senza esser sicuri del vento sia per l’andata che per il ritorno: un vento che ci desse certezza di non fallirci prima di venir via; e di rado c’ingannavamo su questo punto. In sei anni, due volte soltanto fummo costretti a non poter levar l’ancora tutta la notte in causa di una bonaccia perfetta, quale invero si dà raramente in queste vicinanze; e una volta dovemmo rimanere a terra quasi una settimana, affamati morti, per via di un vento fresco che cominciò a tirare poco dopo il nostro arrivo e rese il canale troppo tempestoso perché si potesse pensare ad attraversarlo. In questo caso, contro qualsiasi volontà, saremmo stati spinti al largo dai vortici, che ci avrebbero sbatacchiato intorno intorno con violenza e alla fine avrebbero guastato la nostra ancora e costrettici a rimorchiarla; se non fossimo stati trascinati da una fra le innumerevoli correnti che incrociano oggi qui, domani là, e trasportati sotto vento a Flimen, dove, per buona fortuna, si sarebbe potuto dar fondo.

Non vi dirò nemmeno la ventesima parte de’ pericoli incontrati in questi fondi, che sono perfidi anche col tempo buono; ma noi trovammo sempre modo di affrontare senza disgrazie la sfida del Moskoe-strom stesso; sebbene talora mi mancasse il cuore quando mi avvedevo di essere un minuto in anticipo o in ritardo sulla marea morta. Alcune volte il vento non era così forte come avevamo creduto levando l’ancora, e si andava più lenti di quello che si desiderava, mentre la corrente rendeva la goletta più difficile a governare. Il mio fratello maggiore aveva un figliuolo di diciotto anni, ed io avevo di mio due robusti ragazzi, che ci avrebbero potuto essere di grande aiuto in quel tempo, sia remando, sia pescando a poppa; ma veramente, se si correva rischio noi stessi, non avevamo cuore di mettere in pericolo i figliuoli, perché in conclusione, il pericolo era terribile; e questa è la verità.

Saranno fra poco tre anni che accadde ciò che sto per narrarvi. Si era al 10 del luglio 18…, un giorno che la gente di questa parte del mondo non dimenticherà mai, in quanto che in esso si ebbe il più tremendo uragano che sia mai caduto dal cielo; e ciò, nonostante che tutta la mattina ed anche molto tempo dopo mezzogiorno, si fosse avuto un buono e costante venticello di libeccio, con un sole così bello e chiaro che nessuno fra i più vecchi marinai fra noi avrebbe potuto prevedere ciò che sarebbe seguito.

Tre di noi, i miei due fratelli ed io, eravamo passati attraverso le isole alle due circa dopo mezzogiorno, e presto avevamo quasi completamente caricata la goletta di buon pesce che, quella volta, lo osservammo tutti, era più abbondante di quanto mai prima si aveva avuto occasione di vedere. Erano appunto le sette al mio orologio quando risolvemmo di levar l’ancora per tornarcene a casa, ed eravamo quindi in tempo di fare a marea morta il punto più pericoloso dello Strom, che sapevamo sarebbe diventato tale verso le otto.

Partimmo con vento fresco largo sulla nostra destra e per qualche tempo facemmo vela a gran velocità, non pensando a pericoli, ché, a dir vero, non vedevamo la più piccola ragione di temerne. Tutto ad un tratto fummo colpiti da un vento che veniva di sopra Helseggen. Era una cosa la più insolita; una cosa che non ci era mai capitata prima d’allora, ed io cominciai ad essere un pochino in pensiero, senza sapere precisamente il perché. Mettemmo la barca sul vento, ma non si poté progredire punto causa i vortici: stavo per consigliare il ritorno all’ancoraggio quando, guardando a poppa, vedemmo tutto l’orizzonte coperto da particolari nuvole color del rame che salivano con meravigliosa velocità.

Frattanto il vento che ci era venuto di contro si calmò e rimanemmo con bonaccia perfetta quasi in balla di tutte le correnti; ma così non si restò neppur tanto da avere il tempo di pensare; in meno d’un minuto la tempesta ci fu addosso; un istante dopo il cielo, interamente oscurato da’ nuvoli, divenne così nero e il pulviscolo d’acqua spumosa c’investì con tale violenza che sul bastimento stesso non ci distinguevamo più l’uno coll’altro. Sarebbe da pazzi il tentare di descrivere un uragano come quello che ci fu sopra; il più vecchio marinaio della Norvegia non si era mai trovato a qualche cosa di simile. Avevamo destramente ammainate le nostre vele prima che si scatenasse, ma al primo colpo di vento tutti e due i nostri alberi caddero da bordo come se fossero stati segati alla base; l’albero maestro trascinò seco il mio fratello minore, che vi si era legato per salvezza.

La nostra barca era la penna più leggera che si fosse mai posata sull’acqua; aveva un ponte pulito, un piccolo boccaporto a prua che avevamo sempre per precauzione l’abitudine di chiudere ermeticamente nell’attraversare un mare fluttuante come lo Strom; e senza tale precauzione questa volta si sarebbe rimasti a colpo sommersi, poiché per qualche momento fummo interamente sepolti dalle acque. Come facesse il mio fratello maggiore a scamparla non l’ho saputo mai, e mai avrò occasione di poterlo sapere. Per parte mia, appena avevo abbandonato l’albero di trinchetto, mi ero buttato bocconi sul ponte coi piedi contro la stretta murata di prua, e colle mani avevo afferrato un grosso anello imperniato vicino alla base dell’albero suddetto. Ero troppo sbalordito per poter pensare, ed il semplice istinto mi aveva subito ispirato questo mezzo di salvezza che era certo il migliore a cui potessi appigliarmi.

Per alcuni momenti fummo, come vi dicevo, compiutamente inondati, ed io, rattenendo il respiro, stavo attaccato all’anello; quando non mi fu più possibile di resistere, mi sollevai sui ginocchi, restai ancora aggrappato colle mani, e tenni su il capo. La nostra piccola nave allora diede da sé una scossa, precisamente come fa un cane quando esce dall’acqua, e si liberò così in qualche modo dal mare; anch’io tentavo di vincere lo stupore che mi aveva sopraffatto e di raccogliere i miei sensi per vedere ciò che vi potesse esser da tentare, allorché sentii che qualcuno afferrava il mio braccio. Era il mio fratello maggiore, e il mio cuore sussultò dalla gioia, perché credevo con certezza che anch’egli si fosse perduto; ma, poco dopo, questa gioia, come egli, avvicinata la sua bocca al mio orecchio, vi urlò la parola: Moskoe-strom!, si cambiò in terribile raccapriccio.

Nessuno saprà mai quali furono i miei sentimenti in quel momento; tremai dal capo a’ piedi come se avessi avuto un violento accesso di febbre; sapevo abbastanza bene ciò che mio fratello voleva esprimere con quella sola parola; sapevo ciò che voleva farmi capire: col vento che ora ci spingeva, andavamo diritti alla voragine dello Strom, e nulla poteva salvarci.

Comprenderete che, quando attraversavamo il canale dello Strom, si andava sempre, anche col tempo più calmo, per una via più in su del vortice, e si badava ancora con ogni attenzione ad aspettare la bassa marea; ma ora, e con una tale tempesta, si andava difilati sul gorgo stesso! Tuttavia, pensai, a un dipresso vi arriveremo colla bonaccia, e quindi ci può essere ancora qualche piccola speranza; ma un istante dopo imprecavo a me stesso di essere stato così stolto a sognare di qualsiasi speranza, poiché dovevo saper molto bene che eravamo condannati, anche se si fosse stati su un vascello che avesse avuto dieci volte novanta cannoni.

In quel momento la prima furia della tempesta era cessata, o forse noi non potevamo tanto avvertirla, perché le si fuggiva avanti; però, in tutti i modi, le acque che, padroneggiate dal vento, erano state prima tenute giù piane e schiumose, cominciarono a sollevarsi proprio come montagne; ed anche nel cielo era avvenuto un notevole cambiamento. Dovunque attorno a noi era ancora nero come pece; quasi sopra le nostre teste si era ad un tratto, circolarmente, tutto rasserenato, e splendeva di un azzurro cupo, come non avevo mai veduto, mentre la luna piena fiammeggiava nel mezzo con una luce che prima di allora non credevo potesse venir fuori da essa; ogni cosa nella nostra vicinanza poteva vedersi distintamente, ma, oh Dio, quale scena mai doveva; illuminare!

Tentai due volte di parlare a mio fratello, ma il fracasso era tanto cresciuto che in nessun modo mi riusci di fargli udire una sola parola, sebbene urlassi al suo orecchio con tutta la forza della mia voce; egli scosse il suo capo, divenendo pallido come un morto, e alzò uno dei suoi diti, come per dire: ascolta!

Dapprima non potevo capire che cosa volesse significare; subito dopo mi balenò un orribile pensiero. Tirai fuori dal taschino il mio orologio: era fermo. Guardai la mostra al chiaro della luna e scoppiando in lagrime, lo gettai via lontano nell’oceano. Si era fermato alle sette! La tregua della marea era trascorsa e il turbine dello Strom era nel colmo del suo furore!

Quando una nave è costruita bene, è equipaggiata bene, non ha troppo carico, e si trova al largo, le onde, durante un forte uragano, paiono sempre fuggirle di sotto; e questo fatto che da terra sembra stranissimo, è ciò che con voce di marina si chiama cavalcare. La cosa era andata discretamente finché avevamo cavalcato sulle ondate, ma, dopo, un mare gigantesco venne a sollevarci direttamente di sotto dalle spalle e ci portava con esso su su quasi fino al cielo. Non avrei mai creduto che un’onda si potesse levare così in alto; e quando andavamo giù come se ci dessero un colpo di granata, facendo uno sdrucciolo e un tuffo che mi dava la nausea e mi faceva girare il capo, mi sembrava come se cadessi in sogno da qualche alta montagna. Però in un momento che eravamo in cima avevo gettato uno sguardo intorno, e quel solo sguardo era bastato a farmi vedere in un attimo la nostra precisa condizione. Il vortice del Moskoe-strom trovavasi a un quarto di miglio circa dinanzi a noi; ma non più come il Moskoe-strom d’ogni giorno: gli rassomigliava come il vortice che vedete ora rassomiglia alla ruota di un mulino. Se non avessi saputo dove eravamo e quello che ci si doveva aspettare, non avrei proprio riconosciuto quel luogo; a vederlo così com’era, chiusi involontariamente gli occhi dall’orrore e le mie palpebre si strinsero con un moto convulso.

Saranno passati forse due minuti e le onde si calmarono e fummo avvolti dalla schiuma; la goletta fece un brusco mezzo giro a sinistra scappando come un fulmine per la nuova direzione; nello stesso tempo il fracasso delle acque era completamente sopraffatto da una specie di strido acuto, quale voi potreste intendere se le valvole di parecchie migliaia di vapori mandassero fuori tutte in una volta il loro vapore. Ci trovavamo allora sul cerchio spumoso che attornia sempre la voragine, ed io pensavo quindi che in un istante saremmo stati inghiottiti dall’abisso, in fondo al quale non potevamo vedere distintamente, per causa della velocità sbalorditiva che ci trascinava. La nave non pareva più immergersi nell’acqua, ma sfiorarla come una bolla d’aria sulla superficie delle onde; a destra era vicino il vortice; a sinistra s’inalzava l’oceano che avevamo lasciato: s’inalzava come immensa muraglia opponentesi fra noi e l’orizzonte.

Potrà sembrare strano, ma allorché fummo proprio nella gola del gorgo, mi sentii più coraggio di quando andavamo avvicinandoci; ormai convinto che non c’ era da sperare più nulla, era in gran parte diminuito il terrore che mi aveva sconvolto sul principio e forse la disperazione stessa calmava i miei nervi.

Non vi sembri vantazione, quel che vi dico è pura verità: cominciai a riflettere che cosa grandiosa era di morire in quel modo, e quanto ero stolto a pensare a una piccolezza come quella della mia propria vita, dinanzi a così meravigliosa manifestazione della potenza di Dio; credo di essere arrossito di vergogna quando questa idea mi passò per la mente. Dopo un poco fui preso da fortissima curiosità a proposito della voragine stessa; sentii proprio il desiderio di conoscerne la profondità, anche col sacrificio che ero costretto a fare, e il mio dispiacere maggiore era che non avrei mai potuto dir nulla a’ miei vecchi compagni intorno ai misteri che avrei veduto. Senza dubbio erano ben curiosi questi pensieri che occupavano la mente di un uomo in tali estreme condizioni, e dopo ho spesso avuto l’idea che i giri della nave attorno alla voragine avessero fatto delirare un pochino la mia fantasia.

Vi fu un’altra circostanza che aiutava a farmi rientrare in me stesso. e cioè la cessazione del vento, che in quel nostro stato non ci poteva più colpire, perché, come siete al caso di vedere voi stesso, il cerchio di schiuma è molto più basso del livello dell’oceano, che si ergeva sopra di noi come la cresta di un’alta e nera montagna. Se con un vento forte non siete stato mai sul mare, non potete credere quanto esso e l’incessante sprizzar della schiuma turbino il cervello; si rimane acciecati, assorditi, soffocati e senza forza di muoversi e di pensare; noi però allora eravamo del tutto liberi di siffatti malanni, come appunto nella prigione i poveri condannati a morte ottengono di vedere appagati piccoli desiderii, che erano loro negati prima che fosse certa la condanna.

Quante volte si facesse il giro di quell’abisso è impossibile che ve lo dica; vi corremmo intorno forse un’ora, volando più che galleggiando, scendendo gradatamente più e più verso il centro del vortice, e quindi avvicinandoci ognora all’orribile estremità dell’interno. Nel frattempo io non avevo mai abbandonato l’anello; mio fratello era a poppa abbrancato a un piccolo barile vuoto che era strettamente legato sotto la vedetta della gola di poppa, ed era l’unica cosa a bordo che non fosse stata spazzata dal primo colpo di vento che ci fu addosso. Come ci avvicinavamo alla fine del gorgo, egli, nell’agonia del suo terrore, abbandonò il sostegno su cui era attaccato e fattosi sull’anello, che non era grande abbastanza per dare presa sicura a due, tentò di strapparlo a forza dalle mie mani. Non ho mai sentito dispiacere più forte di quando lo vidi provare una cosa simile, sebbene conoscessi che in questo suo atto era un pazzo, un pazzo furioso dalla paura. Non pensai nemmeno a contrastargli il posto; ormai non poteva esservi differenza fra l’uno e l’altro; abbandonai a lui la chiavarda e mi buttai a poppa sul barile. Non fu una cosa molto difficile, perché la barca volava in tondo con abbastanza sicurezza, reggendosi discretamente sulla chiglia, serpeggiante soltanto in causa dello smisurato ondeggiare e ribollire del turbine. Appena mi ero accomodato nel nuovo modo demmo un furioso colpo di bordo a destra e precipitammo col capo all’ingiù nell’abisso. Mormorai prestamente una preghiera a Dio, e pensai che tutto era finito.

Preso dalle nausee della discesa, istintivamente mi strinsi di più al mio sostegno sul barile e chiusi gli occhi; né osai più di aprirli per alcuni secondi nell’imminenza del supremo momento, meravigliandomi anzi di non trovarmi già agli estremi aneliti coll’acqua; ma i minuti passavano ed io vivevo ancora. Non sentivo più l’impressione della caduta; il moto della goletta che ora giaceva meno obliquamente, somigliava molto a quello di prima, quando eravamo entrati nella zona di schiuma. Mi feci coraggio e guardai un’altra volta lo spettacolo.

Non dimenticherò mai il senso di terrore, di orrore, di ammirazione con cui osservai dintorno a me; la barca pareva sospesa come per incanto a mezza strada sulla superficie interna dell’immenso imbuto, smisuratamente profondo; e le pareti di esso, levigate a perfezione, si sarebbero scambiate per ebano se non fosse stata la vertiginosa velocità con la quale giravano e lo scintillante orribile splendore che mandavano, rifrangendo i raggi della luna piena che, dallo spazio circolare fra le nuvole già descritto, penetravano giù a gloria come fasci d’ oro sulle nere muraglie, e giù giù lontano ne’ luoghi più remoti dell’abisso.

Da prima non vidi che un complesso di terribile grandiosità: ero troppo sconvolto per poter osservare qualsiasi cosa con attenzione; quando però mi rimisi un poco, i miei sguardi, di suo, si rivolsero in giù; e in giù non c’erano impedimenti alla vista, per via della maniera stessa con la quale la barca stava sulla superficie inclinata del gorgo. Essa libravasi sulla chiglia, cioè il suo ponte giaceva in un piano parallelo a quello dell’acqua, ma poiché questa muovevasi obliquamente in un angolo maggiore di quarantacinque gradi, sembrava che noi ci reggessimo sul nostro fianco; nonostante, a questo proposito, non potei rattenermi dall’osservare che in questa posizione non avevo maggiori difficoltà a stare attaccato al mio sostegno e a tenermi in piedi che se fossi stato sopra un piano orizzontale, e supposi che ciò doveva dipendere dal grado di velocità con la quale giravamo.

I raggi della luna parevano cercare l’ultimissima parte della profonda voragine; ma io non riuscivo ancora a distinguervi nulla, perché una fitta nebbia avvolgeva tutte le cose, e su di essa posavasi un magnifico arcobaleno, come quel ponte stretto e vacillante che i Mussulmani dicono esser l’unico sentiero fra il Tempo e l’Eternità11. Questa nebbia o pulviscolo d’acqua era senza dubbio causata dal cozzo delle grandi muraglie dell’imbuto quando precipitavansi tutte nel fondo, ma il tuono che da esso fondo scagliavasi ai cieli, non oso tentare di descriverlo. Allorché. scivolammo nell’abisso dal cerchio di schiuma, eravamo stati lanciati a grande distanza, giù nel pendio; dopo, la velocità diminuì alquanto e giravamo intorno con un moto disordinato; ora la corsa era a scosse che ci schizzavano lontano soltanto qualche centinaio di metri; ora in una volta si compiva quasi l’intera circonferenza della voragine; ma ad ogni giro si andava giù più lentamente. Guardando nell’ampia stesa di liquido d’ebano sulla quale eravamo così portati via, vidi che la nostra nave non era il solo oggetto di cui si fosse impadronito il vortice; sopra e sotto di noi correvano avanzi di vascelli, grossi pezzi di legname da costruzione, tronchi d’albero, e tante altre cose minori, come mobili, casse rotte, barili, doghe, etc. Ho già parlato della strana curiosità che era seguita al mio primo terrore; ora mi sembrava che crescesse quanto più e più mi avvicinavo alla terribile sorte; presi a guardare con interesse particolare i numerosi oggetti elio viaggiavano in nostra compagnia, e devo essere stato come in delirio, perché mi faceva infino piacere di andar calcolando le velocità relative delle loro varie discese verso il turbine di schiuma. —Questo abete, — mi colsi una volta all’improvviso che dicevo, — sarà certamente la prima cosa che farà il terribile tuffo e sparirà; — ma ebbi il disinganno di vedere che gli avanzi del naufragio di un bastimento mercantile olandese lo sorpassarono e caddero giù prima. Alla fine dopo parecchi calcoli di questo genere, sempre errati, il fatto del mio continuo errore mi condusse a una serie di riflessioni che di nuovo mi fecero tremar tutto, e battere ancora più fortemente il cuore.

Non mi colpiva un nuovo terrore, bensì mi commoveva l’alba di una speranza, che nasceva in parte dalla memoria, e in parte da queste mie ultime osservazioni. Mi rammentai la grande varietà di oggetti galleggianti che si disseminavano sulle coste di Lofoden dopo essere stati attratti e poi rigettati fuori dal Moskoe-strom, e come la maggior parte di essi fossero incredibilmente fracassati e sgretolati e scheggiati; ma rammentavo bene anche che alcuni non erano sciupati punto. Ora questa differenza non potevo spiegarmela se non supponendo che gli avanzi fracassati fossero quelli soltanto che erano stati completamente assorbiti; che gli altri erano entrati nel vortice nell’ultimo periodo della marea, o, per qualsiasi causa, erano discesi così lentamente dopo esservi entrati, da non giungere al fondo, prima che accadesse, secondo i casi, il ritorno dell’alta o della bassa marea. Nell’uno o nell’altro modo pensai essere possibile che turbinando risalissero al livello dell’oceano, senza essere sottoposti alla sorte di quelli che erano stati attirati più presto, o più rapidamente. Feci anche tre osservazioni importanti. La prima che, come regola generale, più grossi erano i corpi e maggiore era la velocità della loro discesa; la seconda, ohe fra due masse di eguale estensione, una di forma sferica ed una di qualsiasi altra forma, la sferica scendeva con maggiore velocità; la terza, che fra due masse di eguale volume, una cilindrica ed una di qualsiasi altra forma, la cilindrica scendeva con minore velocità.

Da quando la scampai ho avuto parecchie conversazioni su questo argomento con un vecchio maestro di scuola del distretto, e da lui ho imparato l’uso delle parole cilindro e sfera. Egli mi spiegò, ed io ho dimenticato la spiegazione, che quanto avevo osservato era una conseguenza naturale delle forme degli oggetti galleggianti, e mi dimostrò come accadeva che un cilindro galleggiando in un un vortice resistesse di più alla forza di attrazione e fosse attratto con maggiore difficoltà di un altro corpo di volume eguale e di qualsiasi altra forma12.

Un’altra rilevantissima circostanza accresceva molto il valore di queste osservazioni e mi rendeva ansioso di averne conferma, ed era il fatto che ad ogni giro noi passavamo avanti a qualche cosa, come a un barile o ad un albero di nave, mentre molti di questi oggetti che erano al nostro livello quando apersi gli occhi alle meraviglie del gorgo, erano sempre in alto sopra a noi, e sembravano non essersi mossi che poco dalla loro primitiva posizione.

Allora non esitai più a lungo su quanto avevo da fare; risolvetti di legarmi con ogni sicurezza al barile sul quale ero abbrancato, staccarlo dalla vedetta e buttarmi con esso nell’acqua. Richiamai con segni l’attenzione di mio fratello sui barili che galleggiavano vicino a noi, e feci tutto quello che mi era possibile perché intendesse ciò che stavo per tentare. Mi parve alla fine che comprendesse il mio disegno, ma sia che l’avesse o no inteso, egli scosse disperatamente il capo, e ricusò di abbandonare il suo posto restando attaccato all’anello. Era impossibile di giungere fino a lui e non si poteva più tardare un momento; cosicché con amaro contrasto lo abbandonai alla sua sorte, e legatomi al barile colle funi stesse che lo rattenevano alla vedetta, mi slanciai nel mare senza alcun altro momento di esitazione.

Il resultato fu appunto quale io lo avevo sperato, e poiché sono io stesso che vi racconto questa storia e voi stesso vedete che io sono scampato e conoscete già la via che tenni per salvarmi, potrete fin d’ora intender da voi tutto quanto ancora avrei da dirvi. Abbreviando dunque il mio racconto, andrò alla conclusione.

La goletta che avevo abbandonato da un’ora circa e che era ormai a grande distanza sotto a me, fatti rapidamente uno dopo l’altro tre o quattro giri, trascinando seco il mio amato fratello, diede subito giù a capo fitto un tuffo, e per sempre, nell’abisso di schiuma. Il barile a cui io ero stretto non iscese che a metà circa della distanza tra il fondo del vortice e il luogo dove ero saltato fuori di bordo, in causa di un gran cambiamento che si fece nelle condizioni del turbine. Il pendio dei lati del largo imbuto divenne di momento in momento meno e meno ripido; i giri vorticosi a grado a grado diminuirono di violenza; a poco per volta la schiuma e l’arcobaleno disparvero, e il fondo del gorgo parve alzarsi lentamente. Il cielo era sereno, i venti si erano calmati e la luna piena tramontava raggiante ad occidente, allorché mi trovai

sulla superficie dell’oceano, in vista delle spiaggia di Lofoden e proprio dove era stata la voragine del Moskoe-strom. Correva il tempo della bassa marea, ma l’oceano s’inalzava ancora in montagne di onde in conseguenza dell’uragano ed io fui trasportato dalla loro furia nel canale dello Storm ed in pochi minuti gettato sulla costa ne’ terreni dei pescatori. Una barca mi raccolse, rifinito dalla fatica, e, dacché il pericolo era scomparso, muto dal ricordo di tanti orrori. Coloro che mi tirarono a bordo erano i vecchi compagni d’ogni giorno, ma essi non mi riconobbero, come non avrebbero riconosciuto un viaggiatore tornato dalla terra degli spiriti. I miei capelli, il giorno prima neri come ala di corvo, erano divenuti bianchi come ora li vedete: i miei compagni dissero che anche l’intera espressione del mio aspetto era cambiata. Raccontai loro la mia storia, essi non vollero crederla; l’ho raccontata ora a voi, e credo appena di poter nutrire la speranza che voi metterete in essa più fede che non ce n’abbiano voluto riporre gli allegri pescatori di Lofoden.

Note

1Joseph Glanvill (1636 – 4 novembre 1680): scrittore, filosofo e sacerdote inglese. Ndr.

2Grafia danese per Lofoten. Ndr.

3Probabilmente invenzione di Poe, a meno che il nome della montagna non sia cambiato nel frattempo. Potrebbe però riferirsi al promontorio oggi chiamato Helsegga, nell’isola Moskenes. Ndr.

4La fonte di Poe è un passo dell’opera A New System or an Analysis of Ancient Mytology di Jacob Bryant: “Dal geografo nubiano l’Atlantico è chiamato, secondo la presente versione, mare tenebrarum.” Ndr.

5Væroy.

6Chiamato anche Moskstraumen o Moskenstraumen, è uno dei più forti sistemi di vortici e gorghi. Ndr.

7Jonas Ramus: prete e storico norvegese che descrisse il maleström nel 1715.

8È la seconda domenica prima dell’inizio della Quaresima.

9Fiume dell’Ade, vedi Paradiso perduto di John Milton, II, 80.

10Athanasius Kircher (Geisa, 2 maggio 1602 – Roma, 28 novembre 1680): gesuita, filosofo, storico e museologo tedesco. Ndr.

11Il ponte a cui si riferisce è Al Siraat, descritto nella quarta sezione del “Discorso preliminare” di George Sale, nella sua edizione del Corano.

12 Vedi Archimede. De Incidentibus in Fluido, Lib. 2. In realtà l’opera del matematico greco si intitola De iis quae in humido vehuntur. La nota fu inserita da Poe per questioni narrative. Forse la citazione di Poe si riferisce a una frase di Curiosities of Literature di Isaac D’Israeli, che nel capito XI dice “the two books of Archimedes, De insidentibus in fluido”.

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