Una discesa nel Maelström – Commento

La vicenda è nota: tre fratelli, pescatori norvegesi, mentre praticano la loro attività, sono sorpresi da una violenta tempesta. La loro imbarcazione è sospinta verso un immenso vortice: il maelström. Impossibile sfuggire al risucchio: l’imbarcazione, in balia delle forze del mare, è fagocitata da un abisso conico e attirata verso il fondo. Uno dei tre fratelli però si salva, aggrappandosi a un barile vuoto. Quando il mare si quieta, il superstite è sospinto dalle correnti verso la riva… e può raccontare la sua terribile esperienza, ancorché trasformato dal punto di vista fisico, dal momento che i suoi capelli si sono completamente sbiancati.

Il gorgo

Il maelström (in norvegese moskstraumen, “corrente di Mosken”) è un gorgo, causato dalla marea lungo la costa atlantica della Norvegia, nei pressi delle isole Lofoten.

Due volte al giorno il flusso bidirezionale delle acque scorre nello stretto tra Lofotodden e Vaeroy: a causa della conformazione dello stretto, angusto e poco profondo, si genera una corrente molto forte, con flutti e vortici che rendono pericolosa la navigazione. Il fenomeno prende il nome dall’isolotto di Mosken, situato in mezzo allo stretto.

Il maelström, oltre che da Poe, è stato descritto anche da Jules Verne in “Ventimila leghe sotto i mari”.

La potenza inquietante e distruttiva della natura

La mia prima riflessione va allo sgomento che può indurre la potenza distruttiva della natura. In senso romantico, nel racconto, il mare si scatena e si acquieta: sino al culmine dell’identificazione, che consiste nell’essere divorati dalla natura stessa.

“… Trovavo fosse una cosa meravigliosa morire in quel modo e folle dare tanta importanza alla mia vita personale di fronte a quella manifestazione della potenza di Dio.”

Poe descrive il fascino perverso di questo spettacolo spontaneo con tonalità di colore uniche.

Le porte dell’Inferno

Il vortice, poi, crea un senso di terrore: lo stesso che accompagna le fenditure e le profondità della terra. Perché… perché l’immaginario umano e la leggenda, si sa, abbinano all’abisso l’idea dell’Inferno. Poe evoca questo concetto quando chiama il vortice “il muggente Flegetonte”.

Così come il maelström è un terribile antro che tutto inghiotte, in Italia, il Lago Averno, nei pressi di Pozzuoli, è la località flegrea evocata da Virgilio, che consentiva l’ingresso all’Ade (in latino, l’inferno è l’averno!). Anche se il lago, con la sua forma ellittica, ha una profondità massima di soli trentacinque metri.

Fenditure nella terra sono sia l’archeologico antro della Sibilla Cumana, grotta nelle vicinanze di Cuma (NA), sia l’antro mitologico della Pizia di Delfi. Per gli antichi, Sibilla e Pizia erano il trait d’union con l’aldilà. Secondo una teoria, la Pizia – per ottenere le visioni – si rinchiudeva in un antro dove «dolci vapori» fuoriuscivano dalle rocce e la mandavano in trance. E’ stata anche formulata l’ipotesi che la voragine oracolare del mito fosse una frattura del terreno prodottasi dopo un terremoto lungo la faglia di Delfi: i “vapori” che avrebbero ispirato la Pizia erano forse gas rilasciati da questi fenomeni sismici, capaci di indurre effetti psicoattivi nell’uomo.

Nella mitologia Maya, in Belize, le grotte profonde di Sibun, popolate da scorpioni, erano il cancello per l’inferno, lo Xibalba: il sentiero per gli inferi era indicato da fiumi di sangue e giaguari.

A Darvaza, in Turkmenistan, si trova un enorme cratere nel quale brucia ininterrottamente il gas naturale. Il cratere ha un diametro di settanta metri ed è chiamato dagli indigeni “La porta dell’inferno”.

Nove (come i cerchi dell’inferno!) sono gli inferni di Beppu, in Giappone, una zona vulcanica nel sudovest dell’arcipelago. Lì si trovano: il “chi-no-Ike Jigoku”, profondo duecento metri, chiamato “il pozzo di sangue” per via del colore innaturale delle acque; l'”Umi Jigoku” o “pozzo dell’oceano”, il più vasto, con acque dalla temperatura prossima all’ebollizione; il “Tatsumaki Jigoku” o pozzo del ciclone, che sfiata geyser bollenti.

Un accenno infine alla letteratura contemporanea: in “Ritual” di Mo Hayder, la protagonista Flea ha perduto i genitori nel Bushman’s Hole, la fossa di Boesmansgat, uno stagno del Sudafrica che nasconde un abisso …

L’influsso delle teorie scientifiche coeve

Forse Poe, nel suo racconto, si è ispirato alla teoria della “Terra cava” di Symmes. L’esploratore, all’inizio dell’800, sostenne che in prossimità dei poli della terra si aprivano ingressi che consentivano di accedere all’interno della Terra e di raggiungerne gli strati più profondi.

L’interpretazione psicologica

E se il racconto di Poe fosse una metafora? Quella dello sgomento che l’uomo prova quando si immerge nella profondità del suo animo e vi scopre ogni sorta di orrore…

In questo caso lo spavento deriverebbe dalla penetrazione della verità e dalla conoscenza di se stessi.

La stessa che si realizza nei momenti estremi, quando anche due fratelli si trasformano in avversari:

“… Si lanciò verso l’anello dal quale, nella sua agonia di terrore, cercò di strappar via le mie mani, non essendoci posto per due.”

Terrore e divertimento

Un’ultima idea. Spesso il divertimento è abbinato alla vertigine, al senso del vuoto, alla ricerca di sensazioni estreme, alla sfida del pericolo. Su questo principio si fondano alcune giostre dei luna park e, sicuramente, gli sport estremi, che sfruttano spasmo e angoscia causati da movimenti come il roteare o il precipitare. Senza tentare una ricostruzione psicanalitica di questa forma di divertimento, si potrebbe anche pensare che il piacere è legato alle endorfine liberate dall’organismo durante l’attività ludica o fisica. Le endorfine sono morfina naturale e generano una sensazione di benessere a livello chimico e psicologico.

Ora che eravamo in mezzo al gorgo, mi sentivo più calmo… Avendo compreso che oramai non avevamo più alcuna speranza, mi ero liberato di gran parte del terrore… Penso che fosse la disperazione a distendere i miei nervi.”

Una cosa è certa. Il racconto di Poe crea tumulto. E un vortice interiore. Quello che ha inghiottito, nella rilettura, anche…

… Bruno Elpis

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