Tradurre Poe?

Poe

Poe, oltre ad essere quello scrittore di incredibile ingegno e genio, uno dei maggiori sperimentatori, dei maggiori rivoluzionari della letteratura di tutti i tempi,  è  – come già nel suo nome in certo senso adombrato (Poe-poet) – uno dei maggiori poeti americani.

Un poeta che ha percorso vie ancora ignote, che lui stesso s’è tracciato, scrivendone nei suoi saggi, The Rationale of Verse, The Philosophy of Composition ( saggio in cui Poe analizza in modo puntuale la composizione di The Raven e la tecnica e teoria della composizione letteraria)  e The Poetic Principle. 

Poe ha condotto ai suoi confini estremi l’idea, in realtà molto antica, che la poesia sia inscindibile dalla musica, stabilendo che sia musica essa stessa. La poesia è musica e il suo significato è  quella stessa musica.

La via nuova, la grande rivoluzione poetica che Poe tracciò nella poesia, non fu battuta dai suoi contemporanei americani, ma arrivò come un tuono all’anima di Baudelaire, suo primo e grandissimo traduttore, che fu preso da un amore totale e assoluto per questo genio infelice e tradito dai suoi contemporanei.  Cosa poi questo significò per Baudelaire e quale seguito ebbe nella scuola dei Decadenti francesi ed europei è noto. Rimando alla lettura del meraviglioso saggio che Baudelaire scrisse su Poe. Quel saggio famosissimo. scritto nel 1852, che così inizia:

“Di recente, fu tradotto dinanzi ai nostri tribunali un infelice la cui fronte era illustrata da un raro e singolare tatuaggio: Sfortuna! Egli portava così al di sopra dei suoi occhi l’etichetta della propria vita come un libro porta il suo titolo, e l’interrogatorio provò che quella bizzarra scritta era crudelmente veritiera. Nella storia letteraria ci sono destini analoghi, dannazioni, dannazioni di uomini che portano la parola scalogna scritta in caratteri misteriosi nelle pieghe sinuose della loro fronte. L’Angelo cieco dell’espiazione si è impadronito di loro, e li sferza senza pietà, a edificazione degli altri. Invano la loro vita mette in mostra talenti, virtù, grazia: ad essi la Società riserva uno speciale anatema, e li accusa delle menomazioni che la sua persecuzione ha provocato loro. Cosa mai non fece Hoffmann per disarmare il destino, e cosa non intraprese Balzac per scongiurare la sorte? Esiste dunque una Provvidenza diabolica che prepara la sventura sin dalla culla, che getta in modo premeditato nature spirituali e angeliche in ambienti ostili, come i martiri nei circhi? Ci sono dunque anime consacrate, votate all’altare, condannate a marciare verso la morte e verso la gloria attraverso le loro proprie rovine? L’incubo di Ténèbres assedierà eternamente queste anime elette? Invano si dibattono, invano si conformano al mondo, alle sue previdenze, alle sue astuzie; perfezioneranno la prudenza, tapperanno ogni uscita, imbottiranno le finestre contro i proiettili del caso; ma il Diavolo entrerà dalla serratura; una perfezione sarà il difetto della loro corazza, e una qualità superlativa il germe della loro dannazione.”

Questa ricerca ossessiva e maniacale del valore musicale della parola, che in realtà è presente anche nella sua prosa, rende difficilissima e in alcuni casi impossibile, la traduzione (una traduzione degna di questo nome) delle poesie di Edgarpoe (come lo chiamano i suoi innamorati, me compresa).

Penso ad esempio a The Bells, Le campane, il cui effetto è tutto giocato sul ricreare il suono evocativo delle campane a festa, a morto, ad allarme. Un testo poetico che è una partitura musicale, un pezzo di jazz, un fuoco d’artificio di effetti sonori sorprendenti, mai uditi, che ti scagliano sulle montagne russe più estreme e che fanno tremare i polsi.

Se l’arte è consapevolezza, lucida coscienza del proprio fare, Poe è tra gli artisti più grandi. Rispettare quella lucidità che abbaglia in tutte le sue opere, non ammette, nel difficilissimo compito di tradurle, alcuna licenza, alcuna scorciatoia o “trovata”, alcun aggiustamento,  che permettano sconti a chi dimostri  tanto coraggio nell’accingersi a una simile sfida. Non si può tradire quel bagliore, ridurlo a mero lumicino e, qualunque sia il risultato che si consegue, lo si deve offrire con grande umiltà ai piedi di questo genio dell’infelicità.

Tradurre la poesia di Poe dunque, è davvero un’impresa. Ma io amo le imprese e già molti anni fa mi venne voglia di misurarmi con la bellezza siderea, soprannaturale dei suoi versi.

In seguito, al noto editore con cui allora collaboravo, quelle mie traduzioni piacquero moltissimo  e mi propose di pubblicarle. Il fatto è che il contratto che proponeva era un semplice contratto di quelli con cui si torce il collo ai traduttori letterari in Italia: a cartella e una tantum! Dato che il numero di cartelle tra l’altro sarebbe stato esiguo e il mio lavoro un lavoro non certo di semplice traduzione, ma un’opera poetica originale, io proposi un normale e giusto (e dignitoso) contratto a royalties. L’editore ritenne che un contratto giusto fosse solo quello in cui io lavoravo e lui guadagnava e, poiché ho grande senso della giustizia e rispetto per il mio lavoro (oltre che per quello altrui) scelsi di non essere sfruttata.

(C) 2012 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

6 commentiOn Tradurre Poe?

  • Grazie dell’ospitalità a Daniele e al bellissimo blog
    Francesca

  • Per questo ho preso i 2 volumi della “The Library of America”….

  • E hai fatto bene, dato che, se è possibile, un testo poetico andrebbe letto sempre nell’originale o, almeno, col testo a fronte.

  • Direi di essere d’accordo su tutto, in particolare sulla questione della musicalità che mi sembra proprio difficile da trasporre anche tradendo il testo originale come faccio io nelle mie reinterpretazioni (a volte le chiamo traduzioni, ma sono in realtà reinterpretazioni).
    Forse in questa difficoltà, c’è pure un problema di percezione proprio del nostro orecchio di italiani abituati all’aulicità dei versi endecasillabi; faccio un esempio concreto prendendo i primi versi di “The Unrest Valley” (La valle dell’inquietudine)

    Once it smiled a silent dell
    Where the people did not dwell;
    They had gone unto the wars,
    Trusting to the mild-eyed stars,
    Nightly, from their azure towers,
    To keep watch above the flowers,

    Questi sostanzialmente corrispondono a versi ottonari (i primi quattro sono tronchi, gli ultimi due sono piani).
    Se per riprodurre la musicalità e il ritmo, traspongo il metro mantenendo pure il sitema rimico baciato, in italiano ottengo sicuramente qualcosa che al nostro orecchio può apparire come una sorta di filastrocca perchè, c’è poco da fare, il verso ottonario per noi è il verso canzonatorio, il verso che si è sempre usato in tutte le striscie del Corriere dei Piccoli “Qui comincia l’avventura, del Signor Bonaventura” o in “Garibaldi fu ferito, fu ferito in una gamba…” o nelle ninna nanna “Tutti vanno alla capanna, a veder che cosa c’è….” o peggio ancora “Sotto il ponte di Baracca, c’è Pierin che fa la …”. Al massimo di ottonario “aulico” noi abbiamo sentito La Canzone di Bacco e Arianna (…chi vuol esser lieto sia, di doman non c’è certezza…).

    Forse gli americani, nei versi ottonari in rima baciata di Poe, non avvertono il senso della filastrocca, o forse le filastrocche, dagli stessi americani, non sono sentite in genere come bassa poesia.
    Però qui mi fermo, non ho abbastanza competenza per proseguire su un argomento così complesso. 🙂

  • Caro henryx, grazie del commento, però vorrei farti notare che i versi da te citati da The Valley of Unrest sono tutti settenari e non ottonari. Se leggi a voce alta e conti le sillabe lo vedi. Il settenario è, subito dopo l’endecasillabo, il verso più frequente nell’uso metrico italiano (Manzoni, Carducci, che ne fa grande uso, anche come doppio settenario, D’Annunzio ecc.) ma ha una diversa disposizione degli accenti, in genere sulla sesta è fisso. E’ un verso molto incalzante e incisivo, come il ritmo che usa qui Poe, una sorta di rintocco sordo.
    Ottonari sono quelli di The Raven, alternati a settenari.
    La poesia, come sai, è scritta per essere letta ad alta voce e, se leggi il testo da te citato ad alta voce, vedrai che quelle rime baciate sulla carta non sono così baciate, ma contengono sottili shifts sonori. Tutta la poesia di Poe contiene questa sorta di “forzatura” delle rime che, insieme al ritmo cantilenante che noti, gli venivano rimproverato da alcuni critici, i quali non avevano capito come proprio quello era l’effetto – ipnotico – che Poe ricerca nelle sue sonorità.
    Gli effetti che ottiene, sono possibili perché calibrati sulle sonorità proprie dell’inglese. E’ ovvio che, traducendo in una lingua come l’italiano, (parlando usiamo senza accorgercene moltissimi endecasillabi. Es: ho mangiato la pasta con il sugo) è assai difficile ricreare quella stessa sonorità. Comunque lunedì verrà inserita la mia traduzione de Il Corvo, in cui ho cercato di mantenere gli ottonari che usa Poe e una ritmica analoga.

    Il testo da te citato, io l’ho tradotto così, alternando endecasillabi e settenari e, pur consapevole che il ritmo non può essere qui lo stesso, l’ho accentuato con l’uso delle doppie e di alcune allitterazioni.

    Un tempo sorrideva una vallata
    Silente, da tutti disabitata.
    Erano andati in guerra
    Fidando che lo sguardo delle stelle
    Dolce, di notte, dalle torri azzurre,
    Facesse guardia ai fiori
    Tra i quali tutto il giorno
    Il pigro sole rosso si stendeva.

  • Uno dei più grandi scrittori del genere e non, secondo me. L’edizione in mio possesso è stata tradotta da P. Pasolini e non posso esimermi dall’apprezzare i fraseggi e i termini scelti ad ogni lettura.

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