Il sistema del dott. Catrame e del prof. Penna

Prefazione

Breve storia del racconto. Racconto pubblicato nel novembre 1845 sul «Graham’s Lady’s and Gentleman’s Magazine» con il titolo “The System of Doctor Tarr and Professor Fether”. Ma in una lettera del 28 maggio 1844 a James R. Lowell Poe chiamò la storia “The System of Doctors Tar and Fether” e in una a E. A. Duyckinck dell’8 gennaio 1846 “Tarr and Fether.”

Sulla presente traduzione. Come i precedenti, anche “Il sistema del dott. Catrame e del prof. Penna” fa parte della raccolta pubblicata nel 1911 da R. Bemporad & Figlio Racconti straordinari.

Il sistema del dott. Catrame e del prof. Penna

Nel corso dell’autunno 18…, visitando le provincie dell’estremo mezzogiorno della Francia, la strada mi condusse a qualche miglio da una certa casa di salute o ospizio di pazzi di cui avevo sentito parlar molto da medici Parigini miei amici. Siccome non avevo visitato mai un luogo simile, stimai di non dover trascurare la buona occasione, e proposi al mio compagno di viaggio (un signore che avevo conosciuto per caso qualche giorno prima) di allontanarci dalla nostra strada per un’ora o poco più, e di vedere lo stabilimento. Ma egli si rifiutò allegando prima di tutto d’aver molta fretta, in secondo luogo l’orrore che generalmente ispira la vista di un alienato. Tuttavia mi pregò di non sacrificare a un desiderio di cortesia verso di lui la soddisfazione della mia curiosità e mi disse che avrebbe continuato innanzi, a cavallo, ma pure in modo che avrei potuto raggiungerlo nella giornata o, caso mai, il giorno seguente.

Mentre mi salutava mi venne alla mente l’idea che forse avrei incontrato difficoltà ad entrare nel luogo suddetto e gli partecipai i miei timori in proposito. Mi rispose che infatti, a meno che non conoscessi personalmente il signor Maillard, direttore, o che non avessi qualche lettera di presentazione, sarebbero potute sorgere difficoltà perché i regolamenti di queste case particolari di pazzi sono più severi di quelli degli ospizi pubblici. Ma aggiunse che per parte sua aveva fatto la conoscenza del Maillard qualche anno prima e poteva farmi almeno il favore di accompagnarmi fino alla porta e di presentarmi; ma la sua ripugnanza per la pazzia non gli permetteva di entrare nell’edifizio.

Io lo ringraziai e lasciando la strada maestra entrammo in una traversa erbosa che dopo una mezz’ora di cammino si perdeva quasi in un bosco folto, che vestiva la base di una montagna. Avevamo fatto circa due miglia traverso a questo bosco umido e cupo quando finalmente ci apparve la casa di salute. Era un castello strano, molto sciupato e che doveva essere appena abitabile a giudicarne dal suo aspetto di vetustà e di decadenza. La sua apparenza mi penetrò di un vero terrore e fermando il cavallo sentii quasi la voglia di tornare indietro. Però ebbi vergogna della mia debolezza e continuai.

Mentre ci dirigevamo verso la porta principale mi accorsi che era socchiusa e vidi una faccia d’uomo che sogguardava attraverso il fesso. Subito dopo quest’uomo si fece innanzi, accostò il mio compagno chiamandolo per nome e gli strinse cordialmente la mano pregandolo di scendere. Era il signor Maillard in persona, un gentiluomo di vecchio stampo: bella fisionomia, nobile prestanza, modi squisiti, e una cert’aria di gravità, di dignità e di autorità che produceva infallibilmente una viva impressione. Il mio amico mi presentò e espose il mio desiderio di visitare lo stabilimento; quando il signor Maillard gli ebbe promesso che avrebbe avuto per me tutte le attenzioni possibili si accomiatò e da allora non l’ho più visto.

Quando se ne fu andato, il direttore m’introdusse in un piccolo salotto, tenuto con cura scrupolosa, contenente, fra gli altri indizi di un gusto raffinato, una gran quantità di libri, disegni, vasi da fiori e strumenti di musica. Un buon fuoco scoppiettava allegramente nel caminetto. Seduta al piano era una donna giovine e bellissima, che stava cantando un’aria del Bellini1 e che al mio entrare s’interruppe e mi ricevette con graziosa cortesia. Parlava a voce bassa e in tutto il suo fare c’era un che di mortificato. Mi parve anzi di vedere su tutto il suo viso — che era di una pallidezza eccessiva, ma secondo me almeno, attraente dei segni di sofferenza. Era in lutto grave del resto; nel mio cuore si svegliò un senso combinato di rispetto, d’interesse, di ammirazione.

Avevo sentito dire a Parigi che lo stabilimento del signor Maillard era organizzato secondo quel che si suol chiamare il sistema della dolcezza; che si rifuggiva dall’uso di qualunque punizione; che non ricorrevano neppure alla reclusione se non in casi rarissimi; che i malati godevano, sorvegliati separatamente, di una grande libertà apparente e che potevano, in gran parte, girare per la casa e i giardini, coi vestiti comuni alle persone che hanno tutto il loro buon senso.

Tutti questi particolari eran restati presenti al mio spirito e perciò io stavo bene attento a ciò che potevo dire dinanzi alla giovine signora; niente mi assicurava infatti ch’essa avesse tutta la sua ragione; e, infatti nei suoi occhi c’era un certo lampeggio inquieto che m’induceva quasi a credere che non l’avesse affatto. Limitai dunque le mie osservazioni a dei soggetti generali o che stimavo tali da non poter dispiacere a una pazza e neppure da eccitarla. A tutto quello che dissi essa rispose in una maniera sensatissima; e perfino le sue osservazioni erano improntate al buon senso più solido. Ma per un lungo studio della fisiologia della pazzia avevo imparato a non fidarmi neppur di queste prove di salute morale e per tutto il colloquio continuai a usare la prudenza che avevo messo in opera fin da principio. Intanto un elegantissimo domestico in livrea portò un vassoio carico di frutta, di vino e di altri rinfreschi dei quali presi volentieri la mia parte; ma poco dopo la signora uscì dal salotto. Quando se ne fu andata volsi gli occhi verso il mio ospite in un modo interrogativo: — No… — disse — oh no… è una persona della mia famiglia… mia nipote; una donna squisita del resto.

— Vi domando mille volte scusa della mia supposizione — replicai — ma voi mi saprete scusare. L’eccellente andamento della vostra casa è ben noto a Parigi e m’immaginavo che fosse possibile, dopo tutto… voi mi capite…

— Sì, sì! non parlatene neppure, o piuttosto sono io che dovrei ringraziarvi per la lodevolissima prudenza che avete mostrato. È difficile trovare una previdenza simile fra i giovani e più di una volta, abbiamo visto prodursi degl’incidenti deplorevoli causati dalla storditezza dei nostri visitatori. Al tempo dell’applicazione del mio primo sistema e quando i miei malati avevano il privilegio di passeggiare per tutto come volevano, delle persone imprudenti che erano state invitate a visitare lo stabilimento, qualche volta hanno provocato delle crisi pericolose. Sono stato costretto quindi a imporre un rigoroso sistema di esclusione e ormai qui non ha potuto più ottenere accesso che chi poteva darmi garanzie della sua discrezione.

— Al tempo dell’applicazione del vostro sistema? — feci io ripetendo le sue parole stesse — Volete dire con questo che il sistema della dolcezza di cui mi hanno parlato tanto è stato abolito da voi?

— Sono ora alcune settimane —rispose — che abbiamo deciso di abbandonarlo per sempre.

— Veramente! mi meraviglia.

— Abbiamo giudicato assolutamente necessario di tornare ai vecchi metodi. Il sistema della dolcezza era uno spaventoso pericolo in ogni momento e i vantaggi furono stimati troppo cari. Io credo, signore, che se mai prova leale ci fu, è stata fatta in questa casa. Noi abbiamo fatto tutto quello che ragionevolmente poteva suggerire l’umanità. Mi dispiace che non siate venuto a visitarci qualche tempo fa. Avreste potuto giudicare della cosa coi vostri occhi. Ma suppongo che siate bene al corrente delle cure col sistema della dolcezza e in tutti i suoi particolari.

— Non a fondo. Quello che ne so mi è venuto di terza o quarta mano.

— Definirò dunque il sistema in termini generali: un sistema col quale si aveva riguardo del malato, un sistema di lasciar fare. Noi non contraddicevamo nessuno dei capricci che saltavano in testa al malato. Anzi non solo ci prestavamo, ma s’incoraggiavano; e in questo modo abbiamo potuto operare un gran numero di guarigioni radicali. Non c’è ragionamento che svegli tanto la ragione indebolita di un pazzo come la riduzione all’assurdo. Abbiamo avuto degli uomini per esempio che si credevano polli. In questo caso la cura consisteva nel riconoscere e accettare la cosa, come un fatto positivo — e nell’accusare il malato di stupidità se non riconosceva abbastanza completamente il suo caso come fatto positivo — e nel rifiutargli, con ciò, ogni specie di cibo che non fosse quello proprio ad un pollo, per una settimana. Grazie a questo metodo bastava un po’ di grano e un po’ di ghiaia per far dei miracoli.

— Ma questa specie di acquiescenza da parte vostra alla monomania era tutto?

— No, no. Avevamo anche molta fiducia negli svaghi di carattere semplice, come la musica, la danza, gli esercizi ginnastici in generale, le carte, certe categorie di libri etc. etc. Noi facevamo finta di trattare ogni individuo come se fosse affetto da una malattia fisica comune, e la parola pazzia non era mai pronunziata. Un punto di grande importanza era di dare ad ogni pazzo l’incarico di sorvegliare gli atti di tutti gli altri. Mettere la propria fiducia nell’intelligenza o nella discrezione di un pazzo equivale a conquistarselo corpo e animo. Con questo mezzo noi potevamo fare a meno di tutta una classe di sorveglianti molto dispendiosa.

— E non avevate punizioni di nessuna specie?

— Di nessuna.

— E non rinchiudevate mai i vostri malati?

— Rarissimamente. Di tanto in tanto se la malattia di qualche individuo diventava crisi o voltava, a un tratto, al furore, lo trasportavamo in una cella segreta per paura che il disordine del suo spirito non si attaccasse agli altri ed era tenuto così fino al momento in cui lo potessimo rimandare ai parenti o agli amici; perché noi non avevamo a che vedere col pazzo furioso il quale di solito è trasferito negli ospizi pubblici.

— Ed ora avete cambiato tutto e credete che le cose vadan meglio?

— Decisamente sì. Il sistema aveva i suoi inconvenienti e anche i suoi pericoli. Attualmente, grazie a Dio, è condannato in tutte le case di salute della Francia.

— Io sono al colmo della sorpresa — dissi — a sentir quello che mi dite; io ritenevo per certo che non esistesse altro metodo di cura della pazzia, in vigore oggi, per tutta l’estensione del paese.

— Voi siete ancora giovine amico mio —replicò il mio ospite — ma verrà un tempo in cui imparerete a giudicare da voi stesso tutto quel che accade nel mondo senza fidarvi delle ciarle altrui. Non credete nulla di quel che sentite dire e non credete che la metà di quel che vedete. Ora relativamente alla nostra casa di salute è chiaro che qualcheduno si è burlato di voi. Però dopo il pranzo, quando vi sarete rimesso bene dalla fatica del viaggio, sarò lieto di guidarvi a traverso alla casa e di farvi apprezzare un sistema che, a mio parere e a quello di tutte le persone che hanno potuto constatarne i risultati, è senza paragone il più efficace di tutti quelli imaginati sino ad oggi.

— È il vostro sistema? — domandai — un sistema di vostra invenzione?

— Son orgoglioso di dichiarare — rispose — che il sistema è mio, almeno fino a un certo segno.

Parlai così col signor Maillard un’ora o due, durante le quali mi fece vedere i giardini e le coltivazioni dello stabilimento.

— Non posso — mi disse — lasciarvi vedere subito i miei malati. Per uno spirito sensibile c’è sempre qualchecosa di più o meno ripugnante in questa specie di esibizioni e non voglio togliervi l’appetito per il pranzo. Noi pranzeremo insieme. Posso offrirvi del vitello alla San Menehould, dei cavolfiori in salsa vellutata e dopo un bicchiere di vin di Borgogna; e allora i vostri nervi saranno sufficientemente rafforzati.

Alle sei fu annunziato il desinare e il mio ospite mi fece entrare in un vasto salotto da pranzo, dov’era riunita una numerosa compagnia, venticinque o trenta persone in tutto. Era, in apparenza, gente di buona società, certamente di grande educazione, per quanto le toilettes, a quel che mi parve, fossero di una ricchezza stravagante e partecipassero troppo del raffinamento fastoso della vecchia Corte2. Osservai anche che almeno i due terzi dei commensali erano signore e che alcune di esse non eran punto vestite secondo la moda che un Parigino considera come il buon gusto attuale. Molte signore, per es., che non avevano meno di settant’anni erano ingioiellate a profusione: anelli, braccialetti e buccole3; e mostravano una nudità oltraggiosa di seno e di braccia. Notai ugualmente che di quegli abiti pochissimi eran ben fatti, o almeno la maggior parte si attagliava male alle persone che li portavano. Guardando intorno a me vidi l’interessante giovane a cui il signor Maillard mi aveva presentato; ma fui grandemente sorpreso di vederla agghindata con un enorme vestito a cerchio, scarpe con tacchi alti e un berretto unto a punto di Bruxelles, troppo grande per lei, che dava alla sua faccia un’apparenza ridicola di piccolezza. La prima volta che l’avevo vista era vestita a lutto grave e ciò gli stava a perfezione. A farla corta c’era un non so che di strano nell’abbigliamento di tutta quella società che mi rimise in testa la mia prima idea del sistema della dolcezza e mi fece pensare che il signor Maillard avesse voluto tenermi nell’illusione fino al termine del pranzo, per timore che avessi delle sensazioni sgradite durante il pasto nel sapermi a tavola con delle persone bisbetiche; ma mi ricordai che a Parigi mi avevano parlato dei provinciali del Mezzogiorno come di persone particolarmente eccentriche e inquinate da una quantità di idee vecchie; del resto quand’ebbi parlato con qualcuno dei commensali sentii subito dissiparsi completamente le mie apprensioni.

La sala da pranzo stessa per quanto non fosse del tutto priva di comodità e di bella disposizione non aveva però tutta l’eleganza desiderabile. Così l’impiantito era senza tappeto; è vero che in Francia se ne fa spesso a meno. Le finestre eran prive di tende; gli scuri, una volta chiusi eran tenuti fermi solidamente da sbarre di ferro, poste in croce nel modo comune alle chiusure delle botteghe. Osservai che la sala costituiva da sola una delle ali del castello e che le finestre prendevano perciò tre lati del parallelogramma e la porta era situata nel quarto. Non c’era meno di dieci finestre in tutto.

La tavola era imbandita splendidamente. Era coperta di vassoi di forma piatta e carica di ogni specie di ghiottonerie. C’era una profusione assolutamente barbara. In verità c’erano tanti piatti da regalarne un Sibarita. Non avevo visto mai in vita mia un’esposizione così mostruosa, uno sciupìo cosa stravagante di tutte le buone cose della vita — poco gusto, tuttavia, nell’ordine del servizio — e i miei occhi abituati ad una luce dolce erano crudamente offesi dal prodigioso bagliore di una selva di candele, su candelabri d’argento posati sulla tavola e disseminati per tutta la sala, dovunque avevan potuto trovare un posto. Il servizio era disimpegnato da parecchi servi attivissimi, e in fondo alla sala, su una gran tavola eran sedute sette od otto persone con dei violini, dei flauti, dei tromboni e un tamburo. Quei pezzi di diavoli a certi intervalli, durante il pranzo, mi stancarono parecchio con un’infinita varietà di rumori che avevano la pretesa di esser musica e che, a quel che pareva, cagionavano un vivo piacere a tutti gli astanti — me escluso, beninteso.

Insomma io non potevo fare a meno di pensare che c’era una certa stranezza in tutto quel che vedevo; ma, in fine dei conti, il mondo è fatto di ogni specie di persone che hanno dei modi di pensare differentissimi e una quantità di costumi prettamente convenzionali. E poi avevo troppo viaggiato: ormai ero un seguace convinto del non meravigliarsi di nulla4; perciò mi assisi tranquillamente alla destra del mio anfitrione e feci onore a tutta quella buona roba, provvisto come ero d’un appetito eccellente. La conversazione intanto era generale e animata. Le signore, secondo la loro abitudine, parlavano molto. Mi accorsi subito che la società era composta quasi interamente di persone bene educate e il mio ospite era da sé solo un tesoro di aneddoti allegri. Sembrava inclinasse molto volontieri a parlare della sua posizione di direttore di una casa di salute e con mia grande sorpresa proprio la pazzia diventò il tema di conversazione preferito da tutti i commensali.

— Una volta avevamo qui un bel tómo — disse un signore basso e grosso seduto alla mia destra, —che si credeva una teiera; e, sia detto fa parentesi, non è una cosa singolare che questa ubbìa speciale entri così spesso nel cervello dei pazzi? Non c’è forse in Francia ospizio di alienati che non possa fornire una teiera umana. Il nostro signore era una teiera di fabbrica inglese e non mancava mai di ripulirsi da sé tutte le mattine con una pelle di daino e bianco di Spagna.

— E poi — disse proprio in faccia a me un omone — abbiamo avuto, non è molto, un individuo che s’era ficcato in testa d’essere un asino; — e questo metaforicamente parlando, mi direte era proprio vero. Era un malato noiosissimo e ci toccava a faticare molto per impedirgli di oltrepassare i limiti. Per molto tempo non volle mangiare che dei cardi; ma noi lo abbiamo guarito presto da questa idea, facendo di tutto perché non mangiasse altro che quelli. E continuamente si dava a sferrar calci… così, guardate… così.

— Signor de Kock5! io le sarei molto obbligata se sapesse contenersi! — interruppe una vecchia signora seduta accanto all’oratore. — Tenga, di grazia, i suoi calci per sé. Mi ha sciupato il mio abito di broccato! Che bisogno c’è, mi dica, di illustrare un’osservazione in un modo così materiale? Il nostro amico qui, la capirà ugualmente anche senza codesta dimostrazione fisica. Parola d’onore lei è un asino quasi così grosso come quel povero insensato che se lo immaginava. La sua azione è proprio naturale quant’è vero che son viva.

— Mille scuse, signorina — rispose il signor de Kock — mille scuse! non avevo intenzione di offenderla. Signorina Laplace il signor de Kock sollecita l’onore di bere con lei.

Allora il signor de Kock s’inchinò, baciò cerimoniosamente la propria mano e bevve colla signorina Laplace.

— Mi permetta, amico mio, —disse il signor Maillard rivolgendosi a me — mi permetta di farle servire un pezzo di questo vitello alla Santa Menehould; credo che lo troverà squisitamente delicato.

Tre robusti domestici eran riusciti a deporre senza incidenti sulla tavola un enorme piatto o piuttosto una imbarcazione che conteneva ciò che io mi figurava essere il

mostrum horrendum, informe,

ingens, cui lumen ademptum.6

Un esame più attento mi assicurò invece trattarsi solamente di un vitellino intero arrosto, piegato sui ginocchi, con una mela fra i denti, secondo che si usa in Inghilterra, per servire in tavola una lepre.

— No, la ringrazio, — replicai. —Per dir la verità non ho un debole molto pronunziato per il vitello alla Santa… come lo chiama? perché generalmente ho sperimentato che non mi fa bene. La prego di farmi cambiare il piatto e di permettermi di provare un po’ di coniglio.

Sulla tavola c’erano alcuni piatti laterali, contenenti qualche cosa che mi pareva esser del coniglio comune, alla francese, un piatto delizioso e che vi raccomando.

— Pietro! — gridò il mio ospite — cambiate il piatto del signore e dategli un pezzo di questo coniglio al gatto.

— Di questo… che? — dissi.

— Di questo coniglio al gatto.

— Ebbene, vi ringrazio. Ripensandoci meglio, no; prenderò da me un po’ di prosciutto.

In verità, pensavo fra me, non si sa mai che si mangia alla tavola di queste persone di provincia. Io non voglio assaggiare questo loro coniglio al gatto come non vorrei per la stessa ragione del gatto al coniglio.

— E poi — disse un personaggio dalla faccia cadaverica, seduto in fondo alla tavola, riprendendo il filo della conversazione dove era stato rotto — fra le altre cose strane abbiamo avuto un certo tempo un malato che si ostinava a credersi un formaggio di Cordova e che passeggiava dappertutto con un coltello in mano, pregando i suoi amici di tagliargli un pezzettino di coscia, così, solo per assaggiare.

— Era certamente un gran pazzo — interruppe un’altra persona; —ma non si può paragonarlo con un individuo che tutti abbiamo conosciuto eccetto questo signore di fuori. Voglio dire dell’uomo che si prendeva per una bottiglia di sciampagna e che sempre sbottava con un panpan…! e un pssci… i… i… i! in questo modo…

Qui l’oratore molto volgarmente, a mio parere, ficcò il pollice destro in bocca sotto la gota sinistra e lo tolse bruscamente con un rumore simile alla detonazione di un tappo che scappa e poi con un abile movimento della lingua sui denti, produsse un fischio acuto che durò per più minuti, per imitare lo sciampagna mussante7. Questa mossa, me ne avvidi beni, non incontrò del tutto il gusto del signor Maillard; pure non disse niente e la conversazione fu ripresa da un uomo magrissimo con una gran parrucca.

— C’era anche — disse — un imbecille che si credeva una ranocchia e per dirla fra noi gli assomigliava molto. Vorrei che l’aveste visto, signore — e si rivolgeva a me — vi avrebbe fatto buon sangue il vedere le mosse naturali che faceva. Se quell’uomo non era una ranocchia, posso dire che era un peccato. Gracidava press’a poco così: O… o… o… ogh! O… o… o… ogh! Era proprio la più bella nota del mondo, un sì bemolle! — e quando metteva i gomiti sulla tavola in questo modo, dopo aver preso un bicchiere o due di vino, e stirava la bocca così e girava gli occhi come faccio io e poi li strizzava rapidissimamente, — così vedete — ebbene signore, le posso assicurare nel modo più assoluto che sarebbe caduto in estasi dinanzi al genio di quell’uomo.

— Non ne dubito, — risposi.

— C’era anche — disse un altro — Petit-Gaillard che si credeva una presa di tabacco e si disperava di non potersi prendere fra l’indice e il pollice.

— Abbiamo avuto anche Giulio Deshoulières che era veramente un talento singolare e che divenne pazzo nell’idea di essere un cetriolo. Perseguitava continuamente il cuoco per farsi mettere in un pasticcio, cosa che il cuoco rifiutava con indignazione. Per parte mia non dirò che una torta alla Deshoulières non fosse davvero uno dei piatti più delicati.

— Mi meraviglia! — dissi. E guardai il signor Maillard interrogandolo cogli occhi.

— Ha! Ha — fece lui — he! he! he hi! ho! ho! hu! hu!… Eccellente invero! Non si deve meravigliare, signor mio; il nostro amico è un originale, un bell’umore; non bisogna prendere alla lettera quello che dice.

— Oh! — disse un’altra persona, della società. — Abbiamo conosciuto anche Buffon Legrand8, un altro personaggio straordinario nel suo genere. Il suo cervello si era guastato per amore e si figurava di possedere due teste. Affermava che una era quella di Cicerone; l’altra poi se l’imaginava composta: di Demostene dalla fronte alla bocca; di lord Brougham dalla bocca alla punta del mento. Non sarebbe impossibile che si fosse ingannato; ma egli l’avrebbe convinto di avere ragione; perché era uomo di grande eloquenza. Per l’arte oratoria aveva una vera passione e non poteva fare a meno di mostrarla. Per esempio, aveva l’abitudine di saltare sulla tavola, così, e poi…

In quel momento, un amico dell’oratore seduto al suo fianco gli mise una mano sulla spalla e gli bisbigliò qualche cosa all’orecchio; allora l’altro smise a un tratto di parlare e si lasciò ricadere sulla seggiola.

— E poi — disse l’amico, quello che aveva parlato sottovoce — c’è stato anche Boulard, la trottola. Lo chiamo la trottola perché infatti fu preso dalla mania bizzarra se si vuole, ma non del tutto ragionevole, di credersi metamorfosato in trottola. Se l’aveste visto girare sareste scoppiato dal ridere; piroettava a ore sopra un sol piede, così vedete…

Allora l’amico che l’aveva interrotto un minuto prima con un avviso detto all’orecchio, gli restituì a sua volta lo stesso preciso servizio.

— Ma allora, — gridò una vecchia signora con una voce tonante — il vostro signor Boulard era un pazzo e un pazzo molto cretino per lo meno. Perché, permettetemi di farvi questa domanda, chi ha mai sentito parlare di una trottola umana? La cosa è assurda. La signora Gaia era una persona più sensata come sapete. Anche lei aveva la sua mania, ma una mania ispirata al senso comune e che procurava piacere a tutti quelli che avevano l’onore di conoscerla. Aveva scoperto, dopo matura riflessione, che per un caso qualunque era stata trasformata in un giovine gallo; ma come gallo si comportava normalmente. Batteva le ali, così così, con uno sforzo prodigioso, e il suo canto poi era incantevole! Chi… chi… ri… chi! Chi… chi… ri… chi i… i… i… i!

— Signora Gaia, la prego di comportarsi per bene! — interruppe il nostro ospite con collera. — Se non vuol condursi decentemente come si conviene a una dama, può andar via da tavola immediatamente. Scelga!

La signora — che io mi stupii molto di sentir chiamare Gaia dopo che essa stessa aveva fatto una descrizione di madama Gaia — arrossì fino ai capelli e sembrò profondamente umiliata della reprimenda. Abbassò la testa e non rispose più una sillaba. Ma un’altra signora più giovine riprese la conversazione sul medesimo tema. Era la mia bella ragazza del pianoforte.

— Oh — esclamò — la signora Gaia era una pazza! ma l’opinione di Eugenia Salsafette era invece molto sensata. Era una giovane signora bellissima, con un’aria modesta e contrita, a cui la moda comune degli abiti pareva indecentissima e che voleva sempre vestirsi mettendosi fuori dei suoi abiti invece che mettersi dentro. Del resto è una cosa facilissima a farsi. Basta far così… e poi così… e così di seguito e alla fine…

— Dio mio! signorina Salsafette! esclamarono insieme una dozzina di voci — che fa? — Si fermi! — basta — capiamo benissimo come si può fare — basta! basta! — E alcune persone balzarono su dalle seggiole per impedire alla signorina Salsafette di mettersi in una condizione uguale a quella della Venere dei Medici, quando il resultato fu repentinamente e efficacemente ottenuto da un seguito di gran grida e urla che provenivano da una parte della massa principale del castello. Per dir la verità i miei nervi furono molto scossi da questi urli; ma gli altri commensali poi mi fecero pietà. Non avevo mai visto in vita mia una società di persone sensate così profondamente terrificate. Divennero pallidi come tanti cadaveri; si facevano piccini sulle seggiole, tremavano e balbettavano dalla paura e sembravano aspettare ansiosamente la ripetizione di quello stesso rumore. Infatti si ripeté, più alto come se si avvicinasse — e poi una terza volta fortissimo, finalmente una quarta volta; ma era chiaro che decresceva. A questo apparente tranquillarsi della tempesta tutta la compagnia si riebbe immediatamente e l’animazione e gli aneddoti ricominciarono più che mai. Io allora mi arrischiai a domandare la ragione di quel tumulto.

— Una bagatella — disse il signor Maillard — non ci fa più effetto e veramente non ce ne diamo quasi pensiero. I pazzi si mettono a urlare in coro, a intervalli regolari eccitandosi l’un l’altro come qualche volta avviene la notte in una torma di cani. Di tanto in tanto succede anche che questo concerto di urli è seguito da uno sforzo simultaneo di tutti per evadere; in tal caso naturalmente ci può essere ragione a apprensioni.

— E quanti ne avete in prigione ora?

— Per il momento ne abbiamo in tutto soltanto dieci.

— Principalmente donne, immagino?

— Oh no. Tutti uomini e tutti diavoli pieni di forza, glielo posso assicurare.

— Veramente! Avevo sempre sentito dire che la più parte dei pazzi appartenevano al bel sesso.

— In generale sì, ma non sempre. Qualche tempo fa avevamo qui circa ventisette malati e su questo numero diciotto eran donne; ma da non molto le cose si son cambiate come vede. — Sì… sono molto cambiate come vede — suonò in coro tutta la compagnia.

— Tenete a posto la lingua, tutti! capite — gridò il mio anfitrione, in un accesso di collera.

A queste parole tutta l’assemblea tacque e per quasi un minuto restò in un silenzio di morte. Ci fu una signora che obbedì alla lettera al signor Maillard cioè tirò fuori la lingua, una lingua del resto eccessivamente lunga, se la prese colle due mani e la tenne così con molta rassegnazione sino alla fine del pranzo.

— E quella signora — dissi io al signor Maillard chinandomi verso di lui e parlandogli sottovoce —quell’eccellente signora che parlava poco fa e che ci lanciava il suo chicchirichì, è inoffensiva, presumo, del tutto inoffensiva, eh?

— Inoffensiva! — esclamò egli con una sorpresa che non era simulata — come? che cosa vuol dire?

— Non è colpita che leggermente? — dissi toccandomi la fronte. — Non è particolarmente, pericolosamente attaccata, suppongo, eh?

— Dio mio, ma che si pensa? Quella signora, la mia vecchia e intima amica Gaia ha la mente sana quanto la vostra. Certo ha certe piccole eccentricità: ma, lei sa, tutte le donne vecchie, tutte le donne molto vecchie sono più o meno eccentriche!

— Certo — dissi— certo! E gli altri, di queste signore e signori…?

— Sono tutti guardiani e miei amici — interruppe il signor Maillard riaddrizzandosi con alterezza, — amici miei eccellenti e miei aiuti.

— Come! tutti questi? — domandai — e anche le donne, senza eccezione?

— Sicuro — disse. — Senza le donne non si potrebbe far nulla; sono i migliori infermieri del mondo per i pazzi; hanno una maniera tutta particolare, sa? i loro occhi producono effetti meravigliosi; qual che cosa come il fascino del serpente, sa?

— Certamente — dissi — certamente!… Si contengono in una maniera un po’ strana è vero? Hanno un certo che di originale eh? non le pare?

— Strana! originale! Come! davvero? le pare così? Per dir la verità, nel Mezzogiorno non abbiamo pregiudizi e facciamo molto volentieri ciò che ci piace; godiamo della vita; e tutte quelle abitudini, capisce…

— Benissimo, benissimo.

— Eppoi questo vin di Borgogna forse sale un po’ alla testa, capisce? infiamma un poco, no?

— Certamente… certamente. Fra parentesi, mi pare che mi abbia detto che il sistema da lei adottato invece del sistema della dolcezza era di una severità rigorosa?

— Niente affatto. La reclusione necessariamente è rigorosa; ma la cura — la cura medica voglio dire — è piuttosto piacevole per i malati.

— E il nuovo sistema è di sua invenzione?

— Non del tutto. Alcune parti del sistema devono essere attribuite al professore Catrame, di cui necessariamente avrà sentito parlare; e nel mio piano ci son poi delle modificazioni che riconosco, e ne son lieto, appartenere di diritto al celebre Penna, che se non sbaglio, avrà avuto l’onore di conoscere intimamente.

— Mi vergogno a confessarlo, ma fino ad ora non avevo mai sentito pronunziare i nomi di questi signori.

— Bontà divina! — esclamò il mio ospite allontanando bruscamente la seggiola e alzando le mani al cielo. — Probabilmente ho sentito male! lei non ha mica voluto dire, è vero, che non ha mai sentito parlare dell’erudito dottor Catrame né del famoso professor Penna?

— Son costretto a riconoscere la mia ignoranza — risposi io — ma bisogna rispettare la verità prima di tutto. Tuttavia mi sento umiliato al più alto grado di non conoscere le opere di questi due uomini, senza dubbio straordinari. Mi metterò a cercar subito i loro scritti e li leggerò con cura e applicazione. Signor Maillard — devo confessarlo — lei mi ha fatto veramente arrossire di me stesso.

Ed era la pura verità.

— Non ne parliamo più, mio giovine ed eccellente amico — disse egli con bontà e stringendomi la mano — e prendiamo cordialmente insieme un bicchiere di questo Sauterne.

Bevemmo. La società seguiva il nostro esempio senza interruzione. Chiacchieravano, scherzavano, ridevano, commettevano mille assurdità. I violini stridevano, il tamburo moltiplicava i suoi rataplan, i tromboni muggivano come tanti tori di Falaride — e tutta la scena intensificandosi sempre più, via via che il vino prendeva più impero, divenne, alla lunga, una specie di pandemonio. Tuttavia io e il signor Maillard, con alcune bottiglie di Borgogna e di Sauterne in mezzo a noi, continuavamo il nostro dialogo gridando a perdifiato.

Una parola pronunziata al diapason solito avrebbe avuto lo stesso risultato della voce di un pesce in fondo al Niagara.

— Lei mi parlava — gli gridai all’orecchio — prima di pranzo del pericolo implicato nell’antico sistema della debolezza. — Qual’è?

— Sì, rispose — una volta c’era un gran pericolo. Non è possibile rendersi conto dei capricci dei pazzi; e, a mia opinione che è anche quella del dott. Catrame e del professor Penna, non è mai prudente di lasciarli passeggiare liberamente e senza sorveglianti. Un pazzo può essere mansuefatto, come si dice, per un certo tempo ma in fondo è sempre capace di turbolenze. Di più la loro furberia è proverbiale e veramente finissima. Se ha un disegno a cui pensa sa nasconderlo con una ipocrisia meravigliosa; e l’abilità che mette nel simulare la sanità offre uno dei più singolari problemi allo studio dello psicologo. Quando un pazzo sembra del tutto ragionevole, è tempo di mettergli e subito, creda a me, la camicia di forza.

— Ma il pericolo — mio caro signore — il pericolo di cui mi parlava? Secondo la sua propria esperienza, dacché questa casa è sotto la sua direzione ha mai avuto una ragione materiale positiva, di considerare la libertà come pericolosa in un caso di pazzia?

— Qui?… secondo la mia propria esperienza? Certo, non posso rispondere: sì! Per esempio, or non è molto, in questa casa stessa si è offerta una circostanza bizzarra. Allora, come sa, era in uso il sistema della dolcezza e i malati erano in libertà. Si comportavano notevolmente bene, al punto che ogni persona di giudizio avrebbe potuto trarre da questa ragionevolezza la prova che questi tipi tramavano un piano diabolico. Infatti un bel mattino i guardiani furono legati, mani e piedi, e gettati nei capannoni dove furono sorvegliati come pazzi dai pazzi stessi che avevano usurpato le funzioni di guardiani.

— Oh, che mi dice? In vita mia non ho mai sentito parlare di una tale assurdità.

— È un fatto. Tutto questo accadde grazie a uno stupido animale, che, non so come s’era ficcato in testa d’essere l’inventore del miglior sistema di governo di cui si sia sentito parlare — governo di pazzi naturalmente. Suppongo che volesse fare una prova della sua invenzione e così persuase gli altri malati ad unirsi a lui in una cospirazione per rovesciare il potere dominante.

— E c’è riuscito davvero?

— Pienamente. I guardiani e i guardati ebbero a scambiare i loro rispettivi posti, con questa importante differenza tuttavia, che i pazzi erano stati liberi e che i guardiani invece furono immediatamente segregati nei capannoni e trattati, son dispiacente di confessarlo, in una maniera molta brusca.

— Ma mi figuro che è dovuta avvenire subito una contro rivoluzione. Codesta situazione non poteva durare a lungo. I campagnuoli delle vicinanze, i visitatori che venivano a vedere lo stabilimento devono aver dato l’allarme.

— No, qui sbaglia. Il capo dei ribelli era troppo astuto perché potesse esser così. Non ammise più nessun visitatore eccettuato, una sola volta, un giovine dall’aspetto molto stupido che non poteva ispirargli nessuna diffidenza. Gli permise di visitare la casa come per introdurvi un po’ di varietà e per prendersi giuoco di lui. Quando l’ebbe fatto servire abbastanza a questo scopo lo lasciò uscire e lo rimandò ai suoi affari.

— E quanto tempo ha durato il regno dei pazzi?

— Oh, parecchio, veramente! un mese di certo; quanto di più non saprei precisarlo. Intanto i pazzi si davan bel tempo, potete starne sicuro. Buttaron via i loro abiti vecchi e triti e si servirono senza riguardi della guardaroba di famiglia e dei gioielli. Le cantine del castello eran ben fornite di vino, e questi diavoli di pazzi se ne intendono e sanno bere bene. Hanno vissuto splendidamente, posso accertarglielo.

— E la cura? Che genere speciale di cura aveva messo in pratica il capo dei ribelli?

— Ah! quanto a questo, un pazzo non è necessariamente un imbecille, come vi ho già fatto osservare; e la mia modesta opinione è che la sua cura era molto, molto migliore di quella che sostituiva. Era una cura veramente radicale, semplice, conveniente, senza nessun impiccio, veramente deliziosa, era…

Qui le osservazioni del mio ospite furono bruscamente interrotte da un rinnovarsi di grida uguali a quelle che ci avevano già sconcertati. Questa volta però sembravano provenire da persone che si avvicinavano rapidamente.

— Bontà divina — esclamai — i pazzi sono scappati, non c’è dubbio.

—Ho paura che abbiate ragione, — rispose il signor Maillard, diventando spaventosamente pallido.

Aveva appena finita la sua frase che dei grandi clamori e delle imprecazioni scoppiarono sotto le finestre; e subito dopo divenne manifesto che alcuni individui dal di fuori cercavano di entrare a forza nella sala. Picchiarono alla porta con qualche cosa che doveva essere una specie di ariete o un martello enorme, e gli scuri erano scossi e sospinti con una violenza straordinaria.

Ne avvenne una scena di orribile confusione. Il signor Maillard con mio stupore si gettò sotto il buffet. Mi sarei aspettato più risolutezza da parte sua.

I membri dell’orchestra che da un quarto d’ora sembravano troppo ubriachi per compire la loro mansione, scattarono in piedi, si gettarono sugli istrumenti e arrampicandosi sulla tavola attaccarono di comune accordo l’Jankee Doodle9 che eseguirono per tutto il tempo che durò il disordine, se non con precisione, per lo meno con un’energia sovrumana.

Intanto quel signore che avevano trattenuto con gran fatica dal montar sulla tavola, questa volta ci saltò sopra fra i bicchieri e le bottiglie. Appena ci si fu comodamente insediato, cominciò un discorso che certamente sarebbe parso di gran pregio, purché si fosse potuto sentire. Nello stesso punto l’uomo che aveva tanta predilezione per la trottola si mise a piroettare torno torno alla stanza, con un’enorme energia, colle braccia aperte e il corpo ad angolo retto, così bene che pareva una vera trottola e travolgeva e faceva capitombolare tutti quelli che si trovavano sul suo passaggio. Poi sentii degli scoppi forti e dei sibili mai uditi e scoprii che provenivano dall’individuo che durante il pranzo aveva fatto così bene da bottiglia. Nel tempo stesso l’uomo-ranocchio gracidava con tutte le sue forze, come se da ogni nota che mandava fuori dipendesse la salute dell’anima sua.

In mezzo a tutto ciò, dominando tutti gli altri rumori s’elevava il raglio continuo di un asino. Quanto alla vecchia amica, la signora Gaia, essa sembrava talmente impacciata che ci avrei pianto sopra. Se ne stava ritta in un angolo, vicino al camino e si contentava di cantare a squarciagola il suo chicchirichiiiiii! Finalmente venne la crisi suprema, la catastrofe del dramma. Poiché le grida, gli urli e i chicchirichì erano le sole forme di resistenza, i soli ostacoli opposti agli sforzi degli assedianti, le due finestre furono rapidamente e quasi simultaneamente sfondate. Io non dimenticherò mai le mie sensazioni di stupefazione e d’orrore quando vidi saltare dalla finestra e precipitarsi alla rinfusa in mezzo a noi lavorando coi piedi, colle mani, una vera banda urlante di mostri che dapprima presi per degli schimpanzé, degli orang-outangs o dei babbuini neri del Capo di Buona Speranza.

Io ricevetti una terribile legnata, dopo di che mi accoccolai sotto un canapè, dove restai zitto zitto. Dopo esser restato là circa un quarto d’ora, durante il quale ascoltai tutto quelle che succedeva nella sala, finalmente ottenni, collo scioglimento, una spiegazione soddisfacente della tragedia. Il signor Maillard, a quel che mi parve, col raccontarmi la storia del pazzo che aveva eccitato i compagni alla ribellione, non aveva fatto altro che riferirmi le sue stesse imprese. Quel signore era stato infatti due o tre anni prima direttore dello stabilimento; poi il cervello gli aveva dato di volta ed era passato nel numero dei malati. Il mio compagno di viaggio che mi aveva presentato a lui non conosceva questo fatto. I guardiani, che erano dieci, erano stati sopraffatti all’improvviso, poi bene incatramati, quindi impennati a dovere e finalmente relegati nelle cantine. Erano restati imprigionati così più di un mese e durante tutto questo periodo il signor Maillard aveva accordato loro generosamente non solo il catrame e le penne (e questo costituiva il suo sistema) ma anche un po’ di pane e acqua in abbondanza. Una pompa inviava loro giornalmente la razione di doccia. Alla fine uno che era riuscito a sfuggire da una fogna liberò tutti gli altri.

Il sistema della dolcezza è stato ripreso nel castello con importanti modificazioni; ma io non posso fare a meno di riconoscere col signor Maillard che la sua cura era, nel genere, una cura capitale. Come egli faceva notare giustamente era una cura semplice, conveniente e scevra d’impicci. Non ho da aggiungere che poche parole. Per quanto abbia cercato in tutte le biblioteche di Europa le opere del dottor Catrame e del professor Penna fino ad oggi non ho potuto ancora, nonostante tutti i miei tentativi, procurarmene un solo esemplare.

Note

1 Vincenzo Bellini (1801-1835), noto per le sue opere La Sonnambula e Norma del 1831. Poe ha citato Bellini anche nel racconto “Gli occhiali”. Nota presente nel Volume II di The Collected Works of Edgar Allan Poe edito da The Belknap Press of Harvard University Press, 1978.

2 A proposito del vitello alla San Menehould, della Salsa vellutata e della vecchia corte non bisogna dimenticare che l’autore è un americano e che come tutti gli scrittori inglesi e americani ha la mania di usare dei termini francesi e di far pompa d’ideo francesi — termini e idee di un repertorio un po’ invecchiato. N. di C.B.

3 Orecchini ad anello o a pendente. Ndr.

4 Nel testo originale la frase è in latino, nil admirari, e è presa dalle Epistole di Orazio, I, VI, 1. Nota presente nel Volume II di The Collected Works of Edgar Allan Poe edito da The Belknap Press of Harvard University Press, 1978.

5 Paul de Kock (1794-1871), romanziere francese. Nota presente nel Volume II di The Collected Works of Edgar Allan Poe edito da The Belknap Press of Harvard University Press, 1978.

6 Eneide, Libro III, verso 658. Ndr.

7 Frizzante, effervescente. Ndr.

8 Georges-Louis Leclerc de Buffon (1707-1788), naturalista, matematico e cosmologo francese. Nel testo originale è scritto “Bouffon”, che significa pagliaccio. Nota presente nel Volume II di The Collected Works of Edgar Allan Poe edito da The Belknap Press of Harvard University Press, 1978.

9 Nel testo originale la grafia corretta è Yankee Doodle. Ndr.

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