Poe e la modernità del terrore

Il 19 gennaio del 1809 nasceva a Boston uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi. Per l’America puritana e conservatrice, Edgar Allan Poe resta ancor oggi il poeta maledetto, l’artista emarginato che si vorrebbe ignorare, non tanto per ciò che ha scritto quanto per il suo porsi in intima contraddizione con i miti e i valori dell’American Dream, di cui è testimonianza dolorosa la sua stessa vita: un’esistenza minata dall’alcool, sconvolta dalle allucinazioni del delirium tremens, segnata dalla tragica morte dei genitori e dallo «scandaloso» matrimonio con Virginia, la cugina tredicenne, e troncata ad appena quarant’anni, alla vigilia di nuove nozze, da una morte anonima lungo una strada periferica di Baltimora.

Ma in Europa e soprattutto in Francia, grazie dapprima all’ardente e sconfinata ammirazione di Baudelaire e, successivamente, pur se in forma meno impetuosa, di Mallarmé e di Valéry, è stato subito consacrato come uno dei grandi maestri della modernità, con le sue fratture, i suoi traumi e le sue agonie; al punto che la sua figura e i suoi scritti sono stati sondati da psicologi e psicoanalisti di ogni tendenza. Oggi l’immagine dominante di Poe, soprattutto al di qua dell’Atlantico, va oltre lo stereotipo del narratore che riversa sulla pagina le visioni perverse e morbose coltivate o subite nei momenti di abbandono ai paradisi artificiali; sovrapponendole quella dello scrittore lucidissimo che applica le regole da lui stesso elaborate in saggi ormai canonici, apprezzati persino da Benedetto Croce, quali Il principio poetico e La filosofia della composizione: il racconto deve mirare al massimo di «effetto» sul lettore; il climax, frutto di un crescendo continuo di tensione, deve nei limiti del possibile coincidere con il finale; e quindi, per narrare al meglio, occorre iniziare dal fondo e procedere a ritroso. Quanto poi al clima emotivo, orrore e terrore non nascono più soltanto, come nei vecchi romanzi gotici, da una scenografia esterna di maniera – paesaggi lugubri, edifici sinistri, rumori agghiaccianti o apparizioni spettrali – ma scaturiscono in primo luogo dagli abissi dell’animo, dagli incubi orrendi e mostruosi della psiche.

Non sorprende allora che, spostando di qualche grado le prospettive e i toni della narrazione, Poe riesca a spaziare (percorrendoli a volte per primo) lungo tutto l’arco dei sottogeneri dell’immaginario, dal mystery al noir, dal sensational all’horror. Inventa di fatto il giallo con I delitti della rue Morgue, Il mistero di Marie Rogêt e La lettera rubata, creando il personaggio di Dupin, flemmatico e sedentario progenitore di Sherlock Holmes (di sir Arthur Conan Doyle) e di Nero Wolfe (di Agata Christie). Precorre Lovecraft, Matheson e Stephen King nello studio dei meccanismi della paura, controllati più dalla psicologia che dalla metafisica. E anche quando affronta situazioni ed eventi che paiono sconfinare nell’ultraterreno o nell’esoterico, si preoccupa sempre di segnalare tra le righe il confine tra lo spiegabile e l’inspiegabile, tra l’inverosimile e l’impossibile. Sicché perfino i suoi racconti più classici, quali Ligeia, Morella o Berenice, delegano al singolo lettore (come nota Todorov nel suo volume sul fantastico) la responsabilità e l’emozione dell’interpretazione ultima dei fatti. Tocca a lui, alla resa dei conti, decidere se varcare o no la soglia: se leggerli in chiave di metempsicosi e reincarnazione; o intenderli invece come stati allucinatori vissuti e narrati da deliranti menti patologiche; o declassarli ad accadimenti magari straordinari ma pur sempre riconducibili alla scienza o comunque spiegabili: la morte apparente in I funerali prematuri, ad esempio; il mesmerismo e il coma profondo in Lo strano caso del signor Valdemar; la catalessi in Il crollo della casa Usher (considerato da molti la più splendida e compiuta espressione prosastica del Poe e una delle più compiute di tutti i tempi: la rovina della famiglia degli Usher, colpita da un destino di orrore e di morte, si confonde, in un’atmosfera di incubo e disfacimento, con la rovina della loro casa); il complesso di colpa e gli scherzi tragici di un inconscio inteso come «demone della perversità» in Il gatto nero o Il cuore rivelatore.

Una citazione a parte meritano i racconti William Wilson e Il ritratto ovale con cui Poe si pone di fatto come capostipite della letteratura metaforizzata nel motivo del sosia e del doppio che influenzerà non pochi scrittori successivi, come Robert Louis Stevenson (Dr. Jeckill e Mr Hide ) e Oscar Wilde (Il ritratto di Dorian Gray) dove è evidente l’influsso dei due racconti di Poe sopra citati e del motivo della contrapposizione di Bene e Male, la cui compresenza – in perenne conflitto- così strettamente connaturata nella natura umana è destinata a risolversi nell’autodistruzione.

Poe è insomma assai più di un antenato di Stephen King e dei narratori horror dei nostri giorni. La sua voce inquietante s’insinua ancor oggi nella nostra coscienza e nel nostro quotidiano, facendo di lui, come scriveva Allen Tate, uno strettissimo «nostro cugino».

Fabio Scarnati

8 commentiOn Poe e la modernità del terrore

  • Bellissimo articolo, Fabio! L’ho letto 3 volte, complimenti 🙂

  • Ottimo articolo anche se ci tengo a precisare che, per quanto maestro dei futuri scrittori di Horror, e tu hai citato King come esempio, dicevo, appunto, che nessuno scrittore di horror/trhiller potrà mai superarlo, il suo genio è imparagonabile.

  • Come al solito preciso, chiaro e competente.

  • Complimenti, Ti dimostri completamente a Tuo agio con la penna e si evince una notevole conoscenza dell’autore e dei suoi scritti. D’altronde, come Tu ben sai, solo pochi di noi sono custodi di cotanta virtù…

    Ciao.

  • Complimenti veramente…grazie a te ho la tesina d’Inglese… nn saprei come avrei fatto senza. Grazie Mille! ^^

  • Ciao RoSaLy 🙂

    in che senso “hai la tesina d’inglese”? Se prendi parti del testo, devi chiedere il permesso all’autore 😉

  • questa è una piccola curiosità: l’anno scorso ho dato un esame sul romanticismo inglese (studio lingue e letterature straniere 🙂 e tra i testi in programma c’era un’opera teatrale, De Monfort, di Johanna Baillie. Avevo letto da poco i meravigliosi racconti di Poe e, mentre leggevo la critica sulla Baillie, pensavo che il metodo di Poe sembrava ispirato esattamente alle riflessioni di quest’autrice inglese: non che nell’opera della Baillie ci fosse nulla di horror (al limite in qualche scena aleggia un po’ di gotico), ma c’era proprio quel climax (da lui voluto, ricercato e analizzato), quell’evoluzione delle passioni che rende così appassionanti le storie di Poe.
    Qualche pagina dopo, nel testo di critica, ho trovato che già Virginia Woolf sostenne con valide motivazioni e riscontri esattamente questa teoria!
    Detto ciò, complimenti per il bell’articolo 🙂

  • Complimenti Silvia per l’intuizione 😀

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