Il gatto nero – Recensione

Uno dei più famosi racconti di Poe, una storia che parte da episodi quasi insignificanti di vita domestica per approdare poi in un delitto.

C’è molto da scoprire e imparare in questo breve racconto. C’è un crescendo di orrore, innanzitutto, che comincia improvvisamente, che si sviluppa a mano a mano che la vita del protagonista viene a essere sempre più condizionata dalla presenza del gatto.

Poe ha voluto cercare l’orrore sondando la mente umana, ha messo a nudo le paure e le paranoie di un uomo mostrandole nel loro lato peggiore. C’è una ricerca, ne Il gatto nero, delle infinite possibilità a cui può spingersi la follia umana e le sue conseguenze.

La narrazione in prima persona, che vuole essere una liberazione prima dell’ora fatale, è la voce stessa di Poe, che ci accompagna per mano lungo la strada dell’orrore, che- ci sembra dire Poe- non necessariamente deve annidarsi nel soprannaturale, ma può esplodere dentro le mura di casa.

Un horror domestico, quindi, che si sviluppa dal protagonista, che si nutre di piccole azioni per poi sfociare nell’atto più criminoso, oltre il quale non c’è ritorno, né ripensamento, ma si può solo andare avanti con altro crimine.

  • Titolo originale: The Black Cat
  • Prima pubblicazione: 19 agosto 1843 sull’United States Saturday Post (Saturday Eveneing Post)

Il gatto nero come storia probabile

Poe è stato molto abile a scrivere un horror non tanto cupo e lugubre, quanto drammatico e sanguinoso, un horror che potrebbe affiancarsi a tanti altri, ma che invece se ne discosta, poiché tutta la storia, così come è scritta, è una vicenda che non ha nulla di soprannaturale.

Azioni riprovevoli, un delitto e un reato: questo è il succo del racconto. Non c’è posto per l’immaginario, ma solo per una violenta realtà.

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