“Il cuore rivelatore” – Commento

Quanto può essere maniacale un’ossessione e quanto un maniaco può essere preda delle sue ossessioni?

In questo formidabile racconto di Poe, tutto si scatena a partire dall’inquietante occhio di avvoltoio di un vecchio. Un occhio acquoso, ma maligno, coperto da una pellicola che ne opacizza lo sguardo. Uno sguardo odioso, da sopprimere.

La settimana degli appostamenti dell’apprendista omicida acuisce la tensione emotiva di protagonista e spettatore (rectius: lettore). Poi l’omicidio – finalmente, è proprio il caso di dirlo! –   viene consumato nella perfezione esecutiva di chi non lascia tracce.

Il corpo del vecchio viene fatto a pezzi, raccolto in una tinozza e nascosto sotto le assi del pavimento.

Sarebbe un delitto perfetto (a proposito di ossessioni: il delitto perfetto è l’autentica mania di chi scrive storie di questo tipo), se la pazzia non fosse, in fin dei conti, l’esasperazione dei sensi. E quindi l’ossessione ha il sopravvento. E martella nelle orecchie dell’assassino le pulsazioni del cuore del vecchio smembrato, nascosto senza vita sotto al pavimento.

E cosa sono allora questi battiti che aumentano in intensità, sino al parossismo di una confessione urlata dal colpevole a squarciagola di fronte ai questurini?

Sono l’eco del misfatto? O l’imponente suono del rimorso? O, ancora, la deflagrazione della follia?

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