Il corvo – Traduzione di Nino Andreotti

Un tempo, era una fredda mezzanotte,
mentre, debole e stanco, io meditavo
su degli antichi e complicati testi
di un sapere ormai dimenticato,
ciondolando il mio capo per il sonno,
sentii all’improvviso un picchiettio,
come un bussar gentile, alla mia porta.
“Qualcuno sta bussando” mormorai,
“qualche visitatore è alla mia porta.
Questo soltanto dissi e nulla più.”

Ricordo bene, era un freddo dicembre,
e ogni tizzone che pian pian moriva,
sul pavimento producea il suo spettro.
Con impazienza aspettavo il mattino;
invano avea cercato di trovare
nei libri miei, sollievo al mio dolore,
per la perdita grave di Lenore,
giovane donna, rara e radïosa
che gli angeli, lassù, chiaman Lenore,
sulla terra, per sempre, senza nome.

Ed il fruscio setoso, incerto e triste
delle purpuree tende, m’impauriva,
e terrori spettrali m’incuteva;
così che ora, per calmare il cuore,
ripetevo: “E’ un ospite che implora
di entrare, perciò bussa alla mia porta,
qualche ospite tardivo è alla mia porta;
solo questo e nulla più.”

Divenne allor più forte il mio coraggio.
Senza esitare ancor, dissi: ”Signore,
o Signora, inver perdono imploro.
Vero è che sonnecchiavo e voi bussaste
in maniera sì debole e gentile
alla mia porta, che v’ho udito appena.”
A questo punto spalancai la porta:
tenebre fuori, e nulla più.

Scrutando intorno nel profondo buio,
stetti in dubbio tra panico e stupore,
sognando sogni da niun mai sognati.
Silenzio e buio intorno eran profondi.
E la sola parola ivi ascoltata
“Lenore” fu. La stessa io ripetei,
e l’eco mormorò “Lenore”, ancora.
Proprio questo, e nulla più.

Tornando nella stanza,ero agitato,
udii bussar di nuovo alla finestra,
e più forte di pria fu questa volta.
“Certo” diss’io, “qualcosa è alla finestra,
vediamo, allor, cos’è, qual è il mistero.
Si plachi il cuore ed il mistero io scopra;
questo è soltanto il vento e nulla più!”

Io spalancai le imposte e un vecchio corvo,
con frullio delle ali e civettuolo,
avanzò maestoso e irriverente.
Né si trattenne quivi un solo istante,
ma con aria superba, da padrone,
si posò sulla porta della stanza,
s’appollaiò su un busto di Minerva,
messo là, sulla porta della stanza.
S’appollaiò, sedette, e nulla più.

Dell’ebano il color avea l’uccello,
che, goffo e buffo, mi strappò un sorriso.
“Benchè il tuo ciuffo sia tagliato e raso
non ti si può chiamar certo codardo;
spettrale, triste, antico corvo errante
da spiagge tetre, dimmi qual è il nome
col quale sei chiamato nell’Averno.”
“Mai più” rispose il corvo.

Mi stupii molto nel sentir parlare,
in maniera sì chiara, il goffo uccello,
benché la sua risposta fosse insulsa;
dobbiamo convenir che mai al mondo
vi fu creatura sì privilegiata
dalla vista d’un corvo appollaiato,
o d’altra bestia, sulla propria porta
o sul busto scolpito là vicino,
con un tal nome come “Mai più.”

Ma il corvo solo, assiso su quel busto,
sapeva profferir solo quel nome,
come se in quella singola parola
si fondesse il suo spirito e se stesso.
Nient’altro disse, né agitò una penna,
fin quando io bisbigliai: ”Molti altri amici,
prima d’ora, da qui volaron via,
domani anch’egli volerà lontano
come volaron già le mie speranze.”
Allora “Mai più” disse l’uccello.

Sorpreso per la replica appropriata,
“certamente,” affermai, “ciò ch’egli dice
è frutto ereditato da un padrone
che più volte dai guai venne colpito,
finchè le nenie ed i lamenti suoi,
causati dal dolor di persa speme,
diventarono un triste ritornello”:
“Mai, mai più.”

Ma il corvo ancora mi strappò un sorriso,
mentre io spingevo avanti una poltrona
di fronte al corvo ed alla porta e al busto.
Affondando sul morbido velluto
io pensavo che cosa, questo uccello
sgrazïato, sinistro, orrido, antico,
nel gracchiare ”Mai più, ”volesse dire.

Io sedevo e facevo congetture,
senza rivolger verbo a quell’uccello,
i cui occhi di fuoco e penetranti
ardevan nel profondo del mio petto.
Questo io pensavo ed altro. Capo chino,
poggiato sul cuscino di velluto,
su di un cuscino di color viola
che la luce di un lume rischiarava,
ma su cui lei mai più si poggerà!

L’aria, allor, mi sembrò fosse più densa
di profumo d’incenso, proveniente
da turiboli da angeli agitati,
i cui passi creavan melodia.
“Miserabile,” dissi, “qui, il tuo Dio
per mezzo di quest’angeli ha mandato
sollievo a te e nepente, per lenire
tanti tristi ricordi di Lenore;
bevi, tracanna questo buon nepente,
e dimentica questa tua Lenore!”
Disse il corvo: ”Mai più.”

“O profeta” diss’io“, figlio del Male,
profeta tuttavia, demone o uccello,
se ti mandò il demonio oppur ti spinse
la tempesta alla riva, tu che vai
audace e triste per l’amena terra,
e per la casa mia da spettri invasa,
dimmi sinceramente, io t’imploro:
c’è pace in Gelead?” Rispose il corvo:
“Mai più.”

“O profeta” diss’io, “figlio del Male.
profeta tuttavia, demone o uccello,
per quel cielo che incombe su di noi,
e per quel Dio che entrambi noi adoriamo,
di’ a quest’anima oppressa dal dolore,
se potrà, nei lontani campi elisi,
stringere al seno vergine beata
che gli angeli, lassù, chiaman Lenore.”
Gracchiò il corvo: ”Mai più.”

“Segni fra noi l’addio, tale parola,
demone o uccello, ”urlai mentre m’alzavo.
“Alla tempesta torna ed all’inferno,
non lasciare neppure una tua penna,
traccia evidente delle tue bugie!
Il mio isolamento lascia intatto,
abbandona quel busto sulla porta,
solleva il becco dal mio cuor, va’ via!”
Disse il corvo: ”Mai più.”

Ed il corvo non vola, ancor sta fermo
su quel pallido busto di Minerva,
sopra la porta, là, della mia stanza.
Gli occhi suoi son d’un demone sognante.
La lampada proietta la sua ombra
sul pavimento e l’alma mia ch’è fuori
da quell’ombra che là giace fluttuante,
non sarà mai, mai più risollevata!

4 commentiOn Il corvo – Traduzione di Nino Andreotti

  • Bellissima, l’atmosfera surreale, quasi di un sogno anzi di un incubo angosciante, è l’ingrediente che più apprezzo in Poe

  • Straordinaria… ne traspare dolore e malinconia, ancor più che paura.
    Lascia un senso d’inquietudine, come un incubo di cui il ricordo è appena svanito al risveglio.

  • Poe è la riflessione sulla vita
    E’ il silenzio ispirato, nel frastuono.

  • la poesia “il corvo” di poe, come altre sue opere poetiche, piacquero oltre che per il significato anche per la musicalita’, l’aliterazione e la rima. queste qualita’ sono inseparabili ed prezziossime nel “il corvo”. la traduzione in linea di principio deve senz’altro riflettere e riportare queste caratteristiche, ma specialmente nel caso di “il corvo” deve puntare proprio a trarre in rilievo tramite i valori professionali dell’interpretazione queste bellezze. nella su riportata traduzione solo il significato viene rispettato in linee generali in modo appropriato, mentre e poverissima delle altre figure letterarie intrinseche della poesia di poe. l’taliano puo’ regalare questi piaceri nella traduzione, perche e’ una lingua ricca ed equevalentemente musicale come l’inglese. il traduttore doveva fare uno sforzo maggiore. distinti saluti.

Lascia un commento:

La tua email non sarà pubblicata.

Mobile Sliding Menu