Il Corvo – Traduzione di Francesca Diano

Premessa

Ho letto con passione le opere teoriche di Poe e so quale assoluta importanza abbia per lui ciò che definisce “the rationale of verse“. Nulla è lasciato all’improvvisazione o a ciò che ingenuamente alcuni scambiano per un’ispirazione che crolla sulla testa del poeta e lo mette in moto come un automa. Razionalità e immaginazione (non fantasia, fantasy, ma immaginazione, imagination, dimensione che per Poe è la fonte da cui scaturisce la conoscenza, come ribadisce anche in Eureka) sono dunque le facoltà che Poe ha affinato fino ai limiti dell’umano. Dunque questo un traduttore non può tralasciare nel tradurre i suoi versi. Per quanto è possibile, la fedeltà all’originale deve essere mantenuta, nel significato, nel ritmo e nella forma. Ma questo non è un discorso che si adatti solo alla poesia di Poe. E’ generale. Alcuni affermano che si debba scegliere tra fedeltà al testo e forma o ritmo. Io dico che si può anche non scegliere e mantenerli tutti.

Nella mia traduzione ho mantenuto la massima fedeltà al testo originale (che è quello che una traduzione deve fare, se vuol essere tale) e ho cercato di riprodurre il ritmo musicale più simile possibile a quello del poemetto originale, come ho fatto per altre traduzioni da poesie di Poe. Un ritmo ondulante, ipnotico, sovrannaturale, quasi da incantatore di serpenti. Non ho alterato nulla. Non potrei guardare Poe negli occhi altrimenti.

Il CORVO (1845)

Edgar Allan Poe

Traduzione di Francesca Diano

Una tetra mezzanotte, meditando, stanco e debole
Sopra tomi antichi e strani di perdute conoscenze,
Con il capo tentennante, quasi mezzo addormentato,
Ecco a un tratto un lieve battito, come chi grattasse piano
Come chi grattasse piano alla porta della stanza.
«Non è che un visitatore», mormorai, «Che batte piano
alla porta della stanza –
Questo solo, e nulla più.»

Ah, ricordo chiaramente ch’era un tristo assai dicembre,
E ogni brace moribonda proiettava il proprio spettro.
Agognavo all’indomani: – vanamente avea cercato
Di trovare nei miei libri qualche tregua alla mia pena –
Pena per Leonore perduta –
Per la rara e risplendente giovinetta a cui hanno dato
Nome gli angeli Leonore –
Che qui un nome avrà mai più.

Ed il serico frusciare, così incerto delle tende
Rosse mi facea tremare – mi colmava
di fantastici terrori sempre prima sconosciuti.
Così ora, per tacere il pulsare del mio cuore, ritto in piedi ripetevo
«Non è che un visitatore che mi supplica d’entrare dalla porta della stanza; –
Qualche ospite in ritardo che mi supplica d’entrare;
Questo solo e nulla più.»

E d’un tratto ebbi coraggio; cancellai l’esitazione,
«Oh signore», dissi, «o Dama, perdonatemi, v’imploro;
Ma di fatto ero assopito e così lieve bussaste
E così sommessamente voi bussaste alla mia porta,
Che mi parve appena udire» – e qui spalancai la porta; –
Solo buio e nulla più.

Scrutai a lungo nella tenebra, ritto, incerto, spaventato,
Dubitante e poi sognando sogni che prima mortale
osò mai nemmen sognare.
Ma il silenzio era profondo e la tenebra spietata
Ed un’unica parola – bisbigliata – fu «Leonore!»
Questo era il mio sussurro ed un’eco mormorante
mi rispose, «Leonore!»
Solo questo e nulla più.

Ritornando nella stanza, la mia anima un incendio,
Presto ancora udii bussare con più forza del passato.
«Di sicuro» dissi, «certo è qualcosa alla finestra:
Su vediamo cos’è mai; ch’io disveli quel mistero –
Che il mio cuore un po’ si calmi e che io sveli il mistero; –
Solo il vento e nulla più!»

E l’imposta spalancai quando, un frullo e un batter d’ali,
Entrò un Corvo maestoso, di remoti giorni sacri.
Non mi fece riverenze; né un istante stette fermo,
Ma s’andò a posare sopra l’architrave della porta
come un nobile signore o milady, appollaiato
sopra il busto di Minerva che sovrasta la mia porta.
Fermo, immoto e nulla più.

Poi l’uccello nero ebano fece sì che in un sorriso
Io sciogliessi le altre angosce, col decoro grave e nobile
del severo atteggiamento.
«Pur se il ciuffo hai tu rasato, di sicuro tu sei fiero», dissi,
«corvo torvo, orrido e antico che veleggi dalle plaghe
della Notte – dimmi quale nome nobile hai tu
sopra il lido plutoniano ch’è confine della Notte!»
Disse il Corvo, «Mai non più.»

Molto mi meravigliai nell’udir quell’uccellaccio favellare tanto chiaro,
Pur se quella sua risposta non aveva senso alcuno
e a sproposito veniva;
Ché chi mai può convenire, che vivente creatura
Mai abbia visto un tale uccello sulla porta di una stanza.
Un uccello o altro animale sopra il busto cesellato sulla porta della stanza.
Il cui nome è «Mai non più.»

Ma, posato solitario sopra quel busto sereno, solamente disse il Corvo
Sol quell’unica parola, come se vi riversasse
per intero la sua anima.
E null’altro disse ancora – e non piuma scosse o mosse –
Finché appena bisbigliai, «Altri amici son fuggiti prima d’ora-
E domattina egli pur mi lascerà, come già ogni mia speranza.»
E l’uccello: «Mai non più.»

Mi sorprese quel silenzio, rotto solo dalla replica
così a senso pronunciata.
«Senza dubbio», dissi allora, «quel che dice non è altro
che soltanto dire sa
E l’ha appreso da un padrone incalzato da Sciagura impietosa
Ancora e ancora, tal che un solo ritornello era quello dei suoi canti –
Che i suoi pianti disperati con quel triste ritornello ebber chiusa
Sempre quello, sempre quello
“Non più mai – mai non più”.»

Ma quel Corvo, trasmutò le mie tristi fantasie
nuovamente in un sorriso
Ed allora trascinai proprio accanto a lui e alla porta
e poi al busto una poltrona:
Poi, affondato nel velluto, presi allora a collegare
Fantasia e fantasticare e mi chiesi che volesse
dire mai quell’uccello antico e infausto –
Cosa mai quel tristo, goffo, spaventoso e infausto uccello –
Dir volesse nel gracchiare «Mai non più.»

Ciò, seduto, riflettevo, ma non sillaba volgevo
All’uccello i cui occhi accesi mi bruciavano nel petto;
Questo ed altro ripensavo, con la testa reclinata
Sul velluto del cuscino che la lampada assetata riguardava avidamente,
Ma il velluto del cuscino viola, che la lampada assetata
riguardava avidamente
Lei non premerà mai più!

Poi parve addensarsi l’aria, con profumi ch’esalavano
da invisibile incensiere
Oscillato da alati angeli, i cui passi tintinnando
risonavano sul marmo.
«Infelice», gridai allora. «è il tuo Dio che li ha mandati –
con questi angeli ti invia un sollievo ed un nepente
al ricordo di Leonore!
Su trangugia quel nepente e dimentica Leonore!»
Disse il Corvo, «Mai non più.»

«Oh Profeta!» dissi, «creatura dell’inferno! – ma profeta nondimeno
che sia tu diavolo o uccello! –
Che ti mandi il Tentatore, o tempesta abbia inviato,
Solitario ma indomato in questo deserto incantato –
In codesta mia magione dell’Orrore – dimmi imploro –
Vi è – vi è un balsamo in Gilead? Dimmi, dimmelo, t’imploro!»
Disse il Corvo, «Mai non più.»

«Oh Profeta!» dissi, «creatura dell’inferno! – ma profeta nondimeno
che tu sia diavolo o uccello!
Per quel Ciel che ci sovrasta – per quel Dio che entrambi amiamo –
Di’ a quest’animo gravato dal tormento, se nell’Eden
Sì distante stringerò la cara santa a cui Leonore
nome gli angeli hanno dato –
Stringerò la risplendente giovinetta rara a cui hanno dato
nome gli angeli Leonore?»
Disse il Corvo, «Mai non più.»

«Sia un addio questo tuo dire, uccellaccio di sventure!»
gridai alzandomi all’impiedi –
«Fa’ ritorno alla tempesta ed al lido plutoniano
della Notte!
Non lasciare piuma nera a ricordo del mentire che hai dianzi pronunciato!
Lascia intatto il mio silenzio! Lascia il busto sulla porta!
Togli il becco dal mio cuore e il tuo corpo dalla porta!
Disse il Corvo, «Mai non più.»

Ed il Corvo non s’alzò; sempre posa, sempre posa
Sopra il bianco busto pallido di Minerva sulla porta;
E i suoi occhi hanno l’aspetto di un demonio sognatore
E la luce della lampada che lo inonda getta l’ombra
sua di sopra il pavimento;
La mia anima dall’ombra che per terra aleggia immota
non si alzerà – mai più!

(C) copyright 2006 by Francesca Diano

RIPRODUZIONE RISERVATA

8 commentiOn Il Corvo – Traduzione di Francesca Diano

  • Mi sembra una traduzione molto bella ed efficace, in particolare devo dire che mi piace questo passaggio:


    «corvo torvo, orrido e antico che veleggi dalle plaghe
    della Notte – dimmi quale nome nobile hai tu
    sopra il lido plutoniano ch’è confine della Notte!»

    dove rende benissimo l’alliterazione coRVo toRVo oRRido.

    Ed anche l’idea della parola “veleggi” (parola molto aulica), è una bella soluzione secondo me, perchè richiama pienamente la sonorità del verbo usato da Poe “wandering” che nella traduzione più esatta (“errante” direi, quindi “erri”, “vaghi” sarebbe) verrebbe a perdersi.


    Ghastly grim and ancient Raven wandering from the Nightly shore–
    Tell me what thy lordly name is on the Night’s Plutonian shore!”
    Quoth the Raven, “Nevermore.”

  • Grazie henryx per i tuoi apprezzamenti, molto graditi, soprattutto perché chi si è misurato con questo testo conosce concretamente le difficoltà che pone.
    Ho, come spiegavo nella mia riposta al tuo altro commento, cercato di ricreare le sonorità di Poe con i mezzi che l’italiano offre. Dunque, allitterazioni, rime interne, una presenza ripetuta della V (che evoca la parola corvo) e la scelta di termini aulici, ma molto parcamente distribuiti, perché aulico è il linguaggio che Poe usa.
    Dico uso parco, perché non volevo ricadere nell’errore che molti traduttori del testo hanno fatto, di caricarlo di termini antiquati o obsoleti, col risultato che quelle traduzioni erano già datate nel momento in cui furono fatte.
    Poe usa, è vero, uno stile alto, aulico, (spesso usa termini molto rari e poco frequentati in inglese, un po’ come il nostro D’Annunzio, anche se partendo da un punto di vista diverso), ma il suo non è un inglese antiquato. Affatto.
    Dunque ho scelto di rispettare questo stile che alterna aulicità a drammaticità (registri apparentemente opposti).
    Se ci sono riuscita non so, ma posso dire che ho fatto del mio meglio. Mi farà piacere conoscere il parere degli altri lettori del blog e ascoltare le loro osservazioni.

  • Promossa a pieni voti!

  • Sto leggendo un poeta che mi ha richiamato Poe, seppur vagamente.
    Non trovo più il mio libro di poesie e così l’ho cercato qui in rete e sono incappata in questa tua traduzione. Bella!
    Ma devo dire che non c’è nessun poeta più grande di Poe, in assoluto.
    M’inchino alla bellezza dei suoi versi, nella forma e contenuto.

  • Grazie Giulia. Qual è il poeta di cui parli? Dimmi di più

  • Cara Francesca, letto il ( tuo ) Corvo.Mi ha “ipnotizzato” come giustamente volevi. Felice l’alternanza tra verso lungo – quasi da favola – e il verso breve e incisivo.In particolare ho trovato ricco di suggestioni e straneamenti il richiamo ai ” tomi antichi e strani di perdute conoscenze”( non è così la poesia ? ma anche il ritmo è notevole )e l’immagine – precisa -della ” brace che proietta il proprio spettro”. Anche il collegamento tra ” elementi lontani come i tomi e i remoti giorni mi sembra notevole. Complimenti.Ho ripescato
    tra i miei libri in doppia e tripla (! ) fila Tre saggi sulla poesia diPoe-Ed Le Tre Venezie – Padova 1946. Lo rileggerò. Non è anche questo un tomo antico di perdite conoscenze? Un cordialissimo saluto. G.Mannacio

  • Caro Giorgio, ti sono davvero molto grata delle tue osservazioni molto acute e ancor più del commento favorevole. Penso che un poeta come te sia in grado di apprezzare particolarmente le sfumature e gli accorgimenti tecnici, ma soprattutto la naturalezza con cui una traduzione poetica può risultare se si è in profonda consonanza col poeta. Se vai alla pagina del mio blog, quella che ti ho postata, dove c’è questa mia versione, ho anche ampiamente spiegato le motivazioni e gli aspetti di questa mia traduzione.
    Grazie

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