L’incomparabile avventura di un certo Hans Pfaall

Racconto

Prefazione

Breve storia del racconto. Il manoscritto di questo racconto risale all’aprile o maggio 1835 e era inizialmente intitolato “Hans Phaall, A Tale”. Fu pubblicato la prima volta con il titolo “Hans Phaall — A Tale” nel giugno 1835 sul «Southern Literary Messenger».

Nel secondo volume della raccolta Tales of the Grotesque and Arabesque, pubblicata nel 1840, il racconto prese semplicemente il titolo di “Hans Phaall”.

Nel 1842 il racconto apparve invece intitolato “The Unparalleled Adventure of One Hans Pfaall”: il nome quindi cambiò da “Phaall” in “Pfaall”.

Sulla presente traduzione. Il racconto è contenuto nell’antologia pubblicata nel 1911 da R. Bemporad & Figlio Racconti straordinari, a firma di “Edgardo Allan Pöe”. Si ignora il motivo della dieresi sul cognome Poe, mentre la traduzione del nome era un vezzo dell’epoca.

Nel 1933 la stessa casa editrice pubblicò la raccolta mettendo questa volta la dieresi sulla e (Poë). La traduzione era di G. A. Sartini e le illustrazioni e la copertina di Romeo Costetti.

Alcune parole e alcune grafie del testo sono ormai in disuso, come l’uso della lettera “j” nelle parole con dittonghi al posto della “i”: ajuto, pajo, cuojo, buje, librajo. Oppure la grafia ispiegare o anche istrato.

Alcuni modi di scrivere risultano poetici, come sur una anziché “su una” o que’ invece di “quei”. Il verbo “innalzare” è scritto omettendo una “n”, inalzare. E, infine, appaiono due rafforzamenti consonantici in Brettagna e affricano.

Al testo ho aggiunto alcune note, che riportano la dicitura “Ndr.” per differenziarle da quelle presenti nel racconto. Cliccando sul numero della nota, si arriva a fondo pagina per leggerla. Cliccando di nuovo sul numero, si ritorna in corrispondenza del punto che si stava leggendo.

L’incomparabile avventura di un certo Hans Pfaall

Con un cuore pieno d’impetuose fantasie,
Che io solo padroneggio;
Con una lancia infocata e un cavallo alato,
All’ignoto io corro.
Tom O’Bedlam’s Song.

 

Secondo le ultime notizie di Rotterdam, sembra che quella città sia in uno stato di grave commozione filosofica; e veramente i fenomeni vi si sono manifestati di un genere così inatteso, così assolutamente nuovo, così compiutamente in contrasto colle opinioni esistenti, da non lasciare alcun dubbio nel mio cervello che quanto prima tutta Europa debba essere in tumulto, tutti i fisici in agitazione, ogni senno alle prese coll’Astronomia.

A quello che si dice, il … di …, non mi rammento bene la data, moltissima folla, ignorasi precisamente a quale scopo, era raccolta nella gran Piazza della Borsa nella comoda città di Rotterdam. La giornata era calda in modo eccezionale per la stagione; alitava appena un leggero venticello, e alla gente non riesciva tanto spiacevole di sentirsi di quando in quando spruzzare da scosse d’acqua di breve durata, che venivano giù da enormi mucchi di nuvole sparsi in abbondanza per la volta celeste del firmamento. Ciò nonostante, verso mezzogiorno, un lieve ma notevole movimento si palesò nella moltitudine e fu seguito dal frastuono di dieci mila lingue; un minuto dopo, dieci mila visi si volsero al cielo, dieci mila pipe furono tolte dagli angoli di dieci mila bocche, e un urlo che poteva paragonandosi soltanto al ruggito del Niagara, risuonò lungamente, fortemente, furiosamente per tutta la città e per tutti i dintorni di Rotterdam.

La causa di questo strepito fu ben presto abbastanza conosciuta; poiché da una grande nuvola che risaltava distintamente sui mucchi che si sono accennati, fu veduto spuntar fuori con lentezza e mostrarsi in un tratto sereno dello spazio celeste un oggetto strano, di ignota natura, ma in apparenza di sostanza solida, foggiato così curiosamente, composto in una maniera così capricciosa, che la folla di corpulenti cittadini rimasta sotto a bocca aperta non c’intendeva in alcun modo nulla e non si saziava di ammirarlo. Che cosa poteva essere? In nome di tutti i diavoli di Rotterdam, che cosa poteva a un incirca presagire? Nessuno lo sapeva, nessuno era al caso di immaginarlo; nemmeno il borgomastro, Mynheer Superbus Von Underduk, aveva la più piccola idea per ispiegare il mistero; di modo che non essendovi altro da fare di ragionevole, tutti infino a uno rimisero la pipa nell’angolo della loro bocca, e non abbandonando cogli occhi il fenomeno, sbuffarono, cessarono un momento di fumare, si dimenarono un poco, grugnirono, fecero ancora una breve pausa e finalmente sbuffarono di nuovo.

Nel frattempo però venne calando giù verso la bella Rotterdam l’oggetto che era causa di tanta curiosità e di tanto fumo; e in pochi minuti giunse così vicino da potersi vedere distintamente. Appariva, sì! era senza dubbio una specie di pallone; ma di certo un pallone tale che prima d’allora non era mai stato veduto in Rotterdam. Perché, lasciatemelo domandare, chi ha mai udito di un pallone fabbricato intieramente di giornali sudici? Nessuno di sicuro in Olanda; eppure proprio sotto il naso del popolo, ovvero a qualche distanza sopra il suo naso, esisteva preciso l’oggetto in discorso, costruito, ne ho autorevole testimonianza, con una materia di cui nessuno fin allora aveva mai saputo usare per un simile scopo: era una bella offesa al buon senso dei cittadini di Rotterdam.

La forma poi del fenomeno dava ancora più ragione di censura, poiché non si trattava che di uno smisurato berretto da notte capovolto, e questa somiglianza non diminuì quando la folla, fattasi più vicina, vide un gran fiocco attaccato alla punta, e intorno all’orlo superiore, o base del cono, una fila di bubboli, come campanelli di pecore, che tintinnavano continuamente accennando l’aria di Betty Martin1.

Ma c’è ancora di peggio. Attaccato in fondo alla macchina fantastica per mezzo di due nastri turchini, penzolava come una navicella un enorme cappello bigio di castoro a larghissime falde e cocuzzolo tondo con nastro nero e fibbia d’argento. Però, cosa singolare, molti cittadini di Rotterdam giurarono di aver veduto più e più volte quel cappello, e infatti tutti lo guardavano con una certa dimestichezza, quando la signora Grettel Pfaall, vedendolo, mandò un grido di gioia e di meraviglia, e disse che era preciso il cappello del suo buon marito. Qui bisogna ricordare, come fatto più importante, che il Pfaall con tre suoi compagni era sparito da Rotterdam circa cinque anni prima in maniera improvvisa e misteriosa, e che fino al tempo di questa narrazione tutti i tentativi per ottenere notizie di essi erano falliti. Ultimamente, è vero, in un luogo appartato, a levante della città, erano state scoperte dello ossa, credute ossa umane, mischiate a una quantità d’immondizie d’origine irriconoscibile; e alcuni popolani erano giunti ad immaginare che doveva essere stato commesso un orribile delitto e che con ogni probabilità ne erano rimaste vittime Hans Pfaall e i suoi compagni; ma torniamo dove ci siamo interrotti.

Il pallone (tale era senza dubbio), disceso ora a un cento piedi dal suolo, lasciava vedere alla folla che era sotto, abbastanza distintamente, la persona che vi stava dentro: in verità, un tipo molto strano che non poteva essere più alto di due piedi2. Ma l’altezza, per quanto fosse piccola, non sarebbe stata sufficiente a mantenere il suo equilibrio e a non farlo schizzar fuori dai lati della piccolissima navicella, senza un rialzo circolare che gli arrivava al petto ed era legato alle corde del pallone. II corpo di questo omino, grosso sproporzionatamente, dava a tutta la sua persona una rotondità inverosimile; i suoi piedi, s’intende, non erano visibili; ma le mani erano grosse smisurate. I capelli grigi e raccolti dietro in codino; il naso aquilino prodigiosamente lungo e rosso; gli occhi grossi, vivaci ed acuti; il mento e le guance, sebbene coperte di rughe per l’età, erano larghe e paffute; di orecchie, o di qualche cosa di simile, non c’era modo di scoprirne in nessun posto del suo capo. Questo curioso piccolo signore portava una cappa di color celeste, ed aveva i calzoni corti, stretti con fibbie d’argento ai ginocchi. La sua sottoveste era di stoffa gialla un po’ lucida; un berretto di taffetà bianco gli stava gentilmente sul capo da una parte; e a compiere l’abbigliamento aveva attorno al collo un fazzoletto di seta rossa che finiva in maniera sgargiante sul petto con un nodo grandissimo e bizzarro.

Essendo sceso a un centinaio di metri3 dal suolo, il piccolo vecchio signore rimase improvvisamente trepidante e parve di aver poca voglia di avvicinarsi ancora più alla terra ferma; gettando quindi una quantità di sabbia da un sacco di tela che alzò a gran fatica, si fermò in un istante. In furia e turbato cavò di tasca della cappa un grosso portafoglio di marrocchino; lo pose con aria di sospetto sur una mano come volesse pesarlo, lo guardò pieno di meraviglia, non sapendosi raccapezzare di sentirlo così grave. Alla fine l’apri, ne cavò fuori una vistosa lettera sigillata con ceralacca rossa e legata accuratamente con un nastro del medesimo colore, e la fece cadere proprio davanti al borgomastro Superbus Von Underduk.

Sua Eccellenza si chinò a raccattarla; ma l’aeronauta ancora molto turbato, non avendo, a quanto parve, altri interessi che lo trattenessero in Rotterdam, cominciò subito ad occuparsi dei preparativi della partenza; ed essendo necessario per risalire di alleggerirsi di una parte della zavorra, buttò giù uno dopo altro, senza pigliarsi l’incomodo di vuotarli, una mezza dozzina di sacchi, che, cadendo tutti, sfortunatamente, sulle spalle del borgomastro, lo fecero rotolare per terra una mezza dozzina di volte, in presenza ad ogni cittadino di Rotterdam. Non si creda però che il grande Underduk soffrisse senza punirla questa offesa del piccolo vecchio uomo; poiché si afferma invece che ad ognuno di questa mezza dozzina di ruzzoloni, egli mandasse fuori non meno di mezza dozzina di particolari e furibonde sbuffate della sua pipa, che in tutto questo tempo tenne stretta fra i denti con tutte le sue forze, come intende di tenerla, a Dio piacendo, fino al giorno della sua morte.

Intanto il pallone si inalzò come una lodola4, e librandosi sopra la città, finì col dirigersi tranquillamente dietro a una nuvola, simile a quella, fuor dalla quale in maniera così strana era apparso, e col togliersi in questo modo per sempre dagli occhi meravigliati dei buoni cittadini di Rotterdam.

Ora ogni attenzione era rivolta alla lettera, il cui arrivo e i fatti che seguirono erano sembrati fatalmente nocivi e alla persona e alla dignità di Sua Eccellenza Von Underduk; alla lettera che questo ufficiale pubblico ne’ suoi movimenti rotatorii, come a cosa importante da tenere in sicuro, non aveva un momento abbandonata col pensiero. L’epistola del resto, secondo fu osservato, era proprio caduta in buone mani, essendo indirizzata a lui stesso e al professore Rubadub nella loro condizione officiale di Presidente e Vice-presidente del Collegio di Astronomia di Rotterdam; fu perciò aperta subito da questi dignitari che vi trovarono la seguente singolare, e davvero rilevante comunicazione:

Alle Loro Eccellenze Von Underduk e Rubadub, Presidente e Vice-presidente del Collegio governativo degli Astronomi della città di Rotterdam.

Le Vostre Eccellenze saranno forse in grado di rammentare un umile artigiano, chiamato Hans Pfaall, raccomodatore di soffietti, che con tre altre persone sparì da Rotterdam, circa cinque anni sono, in una maniera che dovette essere risguardata come inesplicabile. Se, nonostante, così piace alle Eccellenze Vostre, io, autore di questa comunicazione, sono per l’appunto Hans Pfaall; e, come ben sa la maggior parte de’ miei concittadini, per un periodo di quarant’anni, abitai la casetta quadrata di mattoni, al principio della viuzza detta Sauerkraut5, e vi rimasi fino al tempo della mia scomparsa. Anche i miei antenati vi abitarono da epoca immemorabile, e come me vi esercitarono costantemente la rispettabile e lucrosissima professione di raccomodatore di soffietti; poiché, a dire il vero, fino agli ultimi anni, prima che i cervelli di tutto il popolo si fossero voltati attorno alla politica, nessun mestiere migliore del mio poteva esser desiderato o meritato da un onesto cittadino di Rotterdam. Si aveva molto credito, il lavoro non mancava mai, non faceva difetto né il denaro, né la buona volontà; ma, come dico, presto cominciammo a sentire le conseguenze della libertà, de’ lunghi discorsi, del radicalismo, e di tutte le altre cose di questo genere; le persone che prima erano i migliori clienti del mondo, non ebbero più un momento di tempo da dedicare a noi, e duravano fatica a trovarne per leggere argomenti sulla rivoluzione e tener dietro al nuovo cammino dell’intelletto e dello spirito. Se occorreva soffiare il fuoco, poteva esser soffiato benissimo con un giornale; a mano a mano che il governo diveniva più debole, io mi persuadevo che il cuojo e il ferro acquistavano in proporzione maggiore resistenza, e già dopo breve tempo non si trovava più in tutta Rotterdam un pajo di soffietti che avessero bisogno di essere ribaditi, e a cui fosse necessario ajuto di un martello. Questo stato di cose non si poteva sopportare; presto mi ridussi povero quanto un topo, ed avendo moglie e figliuoli da campare, i miei affanni divennero intollerabili e passai tutte le mie ore a studiare la maniera più conveniente di metter fine alla mia vita. I creditori, intanto, mi lasciavano poco tempo da riflettere: la mia casa era assolutamente assediata dalla mattina alla sera; vi erano tre poi fra essi che mi tormentavano singolarmente senza darmi un momento di pace, e stavano sempre come di sentinella al mio uscio, minacciandomi di continuo con la legge. Di questi tre giurai amara vendetta, se la fortuna li avesse fatti cadere nelle mie grinfie, e credo che questa speranza ineffabile m’impedisse di mettere subito ad effetto il proponimento del suicidio e di farmi saltare il cervello con un colpo di fucile. Nonostante, la cosa migliore mi parve quella di dissimulare la mia ira, di tenerli a bada con promesse e belle parole, attendendo che la buona sorte mi offrisse l’occasione di vendicarmi.

Un giorno che avevo potuto eludere la loro vigilanza e mi sentivo più scoraggiato del solito, mi diedi a vagare lungamente per le vie le più deserte, finché non capitai in una botteguccia di libri usati; vedendo a portata di mano una seggiola che era per i frequentatori, mi ci buttai sopra con tristezza, e, senza saper perché, aprii il primo volume che mi cadde sotto gli occhi. Era un trattatello di astronomia speculativa, scritto o dal professore Encke6 di Berlino, o da un francese con un nome somigliante; avevo anch’io qualche nozione di questa scienza e fui così attirato dal libro che lo lessi due volte dal principio alla fine, prima di scuotermi e di rendermi conto del luogo in cui mi trovavo; ma cominciava a farsi tardi, e diressi i miei passi verso casa.

Il trattatello che ho detto, congiunto al ricordo di una scoperta pneumatica di cui ultimamente, come di un segreto importante, avevo avuto notizia da un mio cugino di Nantes, mi aveva fatto una grande impressione, e lungo le strade buje tornavo attentamente colla memoria agli aridi e talvolta difficili ragionamenti dello scrittore; alcune parti speciali avevano colpito moltissimo la mia immaginazione, di modo che più ci pensavo e più mi ci sentivo attirato. La mia scarsa cultura, e segnatamente la mia ignoranza intorno a soggetti relativi alla filosofia naturale, avrebbero dovuto farmi diffidare della mia capacità a comprendere ciò che avevo letto, e rendermi cauto sulle molte e vaghe idee che dalla lettura erano nate nella mia niente; ma servirono invece a stimolarmi ancora più, e a rendermi abbastanza vano, o forse abbastanza ragionevole, di sentirmi dubbioso se tali idee, che germogliavano confusamente e non ben definite nel mio cervello, non potessero, secondo tutta la loro apparenza, e secondo segue spesso, avere in sé davvero tutta la forza, la realtà e ogni altra virtù inerente all’ istinto e all’intuito.

Era tardi quando arrivai a casa; andai subito a letto, ma con la mente tanto preoccupata non mi riuscì di dormire e passai tutta la notte fantasticando. La mattina dopo mi alzai presto, tornai alla bottega del librajo, e per comprare vari volumi di meccanica e di astronomia pratica vi spesi quel poco di denaro che ancora mi rimaneva. Alla lettura di quei libri dedicai allora ogni momento libero e feci speditamente tali progressi in studi di questo genere, che mi parvero sufficienti per mettere ad effetto un certo disegno in cui o il diavolo o il buon genio mi aveva ispirato. Intanto procurai di placare i tre creditori che mi avevano così perseguitato, col vendere una parte della mia mobilia e dar loro una metà di ciò che avanzavano; per il rimanente promisi che avrei pagato, effettuando un piccolo progetto che avevo in vista, e per il quale anzi chiedevo il loro ajuto. A questa maniera, e perché anche era gente di poca levatura, non fu difficile di vincerli e di attirarli nei miei propositi.

Sistemate così le cose, coll’aiuto della mia moglie, col più gran segreto e la maggior precauzione, potei vendere tutto quanto d’altro era rimasto di mia proprietà; chiesi poi in prestito con una scusa e con un’altra varie piccole somme, e raccolsi un buon gruzzolo di denaro, senza darmi alcun pensiero, mi vergogno a dirlo, di quali mezzi avrei disposto in avvenire per restituirlo. In questo modo mi trovai in condizione di acquistare in più volte varie pezze di cambrì7 finissimo, di dodici metri8 l’una; dello spago; una quantità di vernice di gomma elastica; una larga e fonda cesta di vimini, ordinata apposta; e vari altri oggetti necessari alla costruzione e al fornimento di un pallone grandissimo, che, con tutte le istruzioni occorrenti e col metodo particolare da seguire, incaricai mia moglie di fabbricare più presto che fosse possibile.

Nel frattempo, con dello spago, feci a modano una fune di una certa grossezza e vi attaccai un cerchio ed altri canapi indispensabili; comprai numerosi strumenti e materiali da servire alle esperienze nelle alte regioni dell’atmosfera; di notte poi e in luogo appartato, a levante di Rotterdam, trovai occasione di trasportare cinque botticine cerchiate di ferro, che potevano contenere ognuna circa cinquanta galloni, ed una di maggior grandezza; sei tubi di latta, del diametro di tre pollici su dieci piedi di lunghezza, regolarmente formati; una quantità di particolare sostanza metallica, semi-metallica, della quale non dirò il nome, e una dozzina di damigiane d’acido comunissimo.

Il gas resultante da questa combinazione, prima di me, non è mai stato ottenuto da alcuno, o per lo meno non è mai stato usato a questo scopo; qui posso farmi lecito di dire soltanto che esso è un componente dell’azoto, per lungo tempo creduto irriducibile, e che la sua densità è circa trentasette volte e quattro decimi minore della densità dell’idrogeno. Insaporo, inodoro, brucia quando è puro con una fiamma verdastra ed è istantaneamente nocivo alla vita animale. Non avrei nessuna difficoltà a farne conoscere il segreto, se per diritto non appartenesse, come ho già accennato, a un cittadino di Nantes, dal quale ne ebbi notizia condizionata. Egli anzi, ignorando del tutto le mie idee, mi confidò un sistema che impedisce ogni possibilità di fuga del gas, e consiste nel costruire i palloni con la membrana di un certo animale; a me però parve troppo costoso, e mi attenni al cambrì spalmato di caucciù che poteva dare i medesimi buoni risultati. Ho voluto dire tutto questo perché è probabile, credo, che la persona a cui alludo possa tentare un’ascensione in pallone col nuovo gas e colla nuova costruzione e non voglio toglierle l’onore di una scoperta tanto singolare.

Nel posto che doveva essere rispettivamente occupato da ciascuna delle botticine, durante il gonfiamento del pallone, feci, in segreto, un piccolo buco; in modo da formare così co’ vari buchi un circolo di venticinque piedi di diametro. Nel centro del circolo, che era il luogo assegnato alla botte più grande, feci un buco più profondo; in ognuno dei piccoli buchi misi una scatola di latta che conteneva cinquanta libbre di polvere da cannone, mentre nel buco maggiore collocai un barilotto che ne conteneva centocinquanta. Allacciai in maniera conveniente il barilotto e le scatole mediante traccie coperte, e avendo introdotto in una scatola la cima d’una miccia lunga quattro piedi circa, coprii il buco, vi collocai sopra la botticina, lasciando che l’altro capo della miccia venisse fuori di un pollice circa e fosse visibile soltanto all’esterno della botticina stessa. Riempii quindi gli altri buchi e posi sopra di essi le botticine secondo il posto loro assegnato.

Oltre a tutti questi oggetti, portai nel deposito, e vi nascosi, una delle migliori macchine del Grimm9 per la condensazione dell’aria atmosferica; ma, poiché vidi che occorrevano importanti modificazioni perché fosse adattata allo scopo a cui io la dedicavo, fui costretto ad occuparmene; e con lavoro instancabile, con perseveranza continua riuscii alla fine ad ottenere l’esito migliore di tutti i miei preparativi, ed il pallone fu condotto a termine. Poteva contenere più di quarantamila metri cubi di gas10; e, secondo i miei calcoli, sollevare con facilità me e tutti i miei strumenti, ed anche, se lo avessi ben diretto, un centosettantacinque libbre di zavorra. Era ricoperto di tre strati di vernice, e mi convinsi che il cambrì teneva benissimo luogo della seta, della quale, oltre al costar molto meno, aveva anche la solidità.

Ogni cosa era pronta: feci giurare a mia moglie di non svelare a nessuno tutto quello che era accaduto dal giorno della mia prima visita alla botteguccia del librajo, e da parte mia, lasciandole un po’ di danaro, le dissi addio e le promisi di esser di ritorno appena le circostanze me lo avessero permesso. Per altro io non istavo in pensiero per lei, che era una di quelle che il popolo chiama donne padrone11, e poteva condursi nel mondo senza di me; anzi, a dire la verità, credo che ella mi avesse sempre riguardato come un fannullone, un di più nella casa, non buono ad altro che a fabbricar castelli in aria, e che in fondo non poteva essere se non contenta che io me ne levassi dattorno. A notte avanzata la salutai e insieme ai miei aiutanti di campo12, ossia a que’ tre creditori che mi avevano dato tanti disturbi, per una strada remota, trasportammo il pallone, la navicella e gli altri annessi al luogo dove era nascosto tutto il rimanente. Trovato tutto intatto, mi posi subito attorno a quanto era da fare. Correva il primo di aprile; la notte era buja, il cielo era coperto, e una pioggerella che cadeva ad intervalli dava parecchia noia, e mi teneva sopra pensiero sia per la polvere che si poteva sciupare, sia per il pallone che, nonostante la vernice della quale era coperto, diveniva più peso coll’umidità. Cercai di rimediare coll’opera de’ miei tre creditori e li tenni alla fatica di pestar ghiaccio attorno alla botte centrale e di agitare l’acido che era nelle altre; ma essi però non mi lasciavano in pace, volevano sapere che cosa mai intendessi di fare con tutti que’ preparativi, si lamentavano del tremendo lavoro a cui li avevo sottoposti e non comprendevano che cosa poteva venir loro di bene dall’infradiciare la propria pelle, ed essere a parte di tali orribili incantesimi. Non mi sentivo più tranquillo e badavo con tutte le mie forze ad avvantaggiarmi nel lavoro, perché, si capiva bene, quegli idioti supponevano che io avessi fatto qualche patto col diavolo e che, insomma, ciò che si andava compiendo non ne fosse che la prova; avevo perciò gran paura che finissero coll’abbandonarmi. Promisi loro che sarebbero stati pagati fino a un centesimo appena avessimo condotto a termine l’opera a cui stavamo dietro, e riuscii a calmarli; naturalmente essi interpretavano i miei discorsi a modo loro, ed immaginavano senza dubbio che, in ogni caso, io mi sarei trovato padrone di belle somme in denaro contante, e, purché pagassi loro tutto il mio debito e qualcosina di più per compensarli de’ loro servizi, oso dire, si sarebbero curati pochissimo di quanto poteva accadere alla mia anima, o alla mia carcassa.

Dopo quattro ore e mezzo circa il pallone mi sembrò abbastanza gonfiato; vi attaccai perciò la navicella, vi collocai tutti i miei strumenti, fra cui un telescopio, un barometro con delle importanti modificazioni, un termometro, un elettrometro, un compasso, etc. etc., ed anche un globo di vetro, ermeticamente chiuso con un tappo, dove era stato fatto il vuoto; non dimenticai la macchina condensatrice, un po’ di calce viva, un cannello di ceralacca, un’abbondante quantità d’acqua, molte provviste di viveri, fra cui del pemmican, carne seccata al sole che in piccolo volume contiene molto nutrimento; ed infine volli che nella navicella fossero un paio di piccioni e una gatta.

Spuntava quasi l’alba; giudicando che fosse proprio il tempo della partenza, come per caso, feci cadere a terra il mio sigaro acceso, e nel chinarmi per raccattarlo, senza che nessuno vedesse, diedi fuoco alla miccia, la cui cima, ho già detto, sporgeva un pochino da una delle botticelle. Di tutto questo non si erano accorti i tre creditori; saltando allora nella navicella, tagliata subito l’unica fune che mi teneva a terra, fui lieto di sentirmi sollevare con incredibile rapidità, ed agevolmente trarre con me cento ottantacinque13 libbre di zavorra di piombo: sarebbe venuto su anche il doppio di peso se ci fosse stato. Allorché abbandonai la terra, il barometro segnava trenta pollici, e il termometro centigrado diciannove gradi.

Sarò stato in alto appena una cinquantina14 di metri, che udii sotto di me come un urlo e un rombo spaventevole, e vidi scatenarsi in maniera così terribile un uragano di fuoco e di rena, di legno e di metalli ardenti, di membra umane strappate, che mi mancò il cuore e caddi tremante, annichilito, in fondo alla navicella. Allora compresi che la carica era stata fortemente eccessiva, e che avrei dovuto ancora soffrire le conseguenze maggiori della scossa; difatti, nell’istante medesimo sentii tutto il sangue affluirmi alla testa, e improvvisamente uno sconquasso che non dimenticherò mai, scoppiato fra le tenebre, parve di volere spezzare in due il firmamento stesso. Poi, quando ebbi modo di riflettere, potei spiegarmi che l’esplosione mi aveva fatto sentire i suoi effetti con tanta violenza, perché mi ero trovato proprio al disopra della mina e nella linea della sua più grande potenza; in quel momento però non badai che a salvare la mia vita.

Sul principio il pallone si schiacciò, dopo si dilatò con impeto e prese a girare con una velocità straordinaria, e alla fine, barcollando e ondeggiando come un uomo alterato dal vino, mi lanciò fuori dalla navicella, lasciandomi penzolante a quella spaventosa altezza, col capo all’ingiù e la faccia all’abisso, a un pezzo di corda sottile, lunga tre piedi circa, che per caso pendeva da una fessura accosto al fondo della cesta di vimini, e in cui, cadendo, s’impigliò fortunatamente il mio piede sinistro. Non è possibile, non è possibile assolutamente d’immaginare la mia orrenda condizione; boccheggiavo in modo convulso per respirare; dei brividi come di febbre, scuotevano tutti i miei nervi e tutti i miei muscoli; gli occhi mi schizzavano dall’orbita; e sentivo una nausea insopportabile. Mi svenni e rimasi fuori di me.

Quanto tempo restassi in quello stato, non saprei dire; certo non breve, poiché, quando ripresi in parte i sensi, mi accorsi che si faceva giorno e il pallone era a una grandissima altezza sopra all’immensità dell’Oceano, e nei confini di questo vasto orizzonte, per quanto lontano si potesse osservare, non si scopriva alcun segno di terra. Le mie sensazioni, però, nel tornare così in me stesso, non erano tanto disperate come avrei dovuto attendermi, a dire il vero quella specie di calma con cui osservavo il mio stato, non poteva essere che l’effetto di un grave squilibrio mentale. Guardai ciascuna delle mie mani, una dopo l’altra, e mi stupivo come mai ne fossero tanto gonfiate le vene ed annerite le unghie; poi tastai per tutto il mio capo, lo scossi ripetutamente, lo tastai di nuovo finché non fui certo che esso, come temevo, non fosse divenuto più grosso del mio pallone; quindi, secondo ne avevo l’abitudine, ficcai le mani nelle tasche dei calzoni e mi accorsi che non c’ erano più né il taccuino, né l’astuccio degli stecchini per i denti; tentai di spiegarmi la loro mancanza e non riuscendovi, ne rimasi fortemente addolorato. Allora sentii molto male alla noce del piede sinistro, e un barlume di verità sulle mie condizioni attraversò la mia mente; ma, strano a dirsi! non provavo né meraviglia, né spavento; se qualche cosa mi commoveva, era una specie di soddisfazione che sentivo pensando all’abilità che mi ci sarebbe voluta per cavarmi da questo impiccio, mentre nemmeno per un momento ebbi il più piccolo dubbio sulla mia completa salvezza.

Alcuni minuti rimasi assorto nella più profonda meditazione; e mi ricordo benissimo di avere con frequenza strette le labbra, appoggiato l’indice dalla parte del naso, ed aver fatto que’ gesti e quegli atti soliti alle persone che, comodamente adagiate nella loro poltrona, si ingolfano in pensieri intrigati od importanti. Quando mi parve di aver raccolto abbastanza le mie idee, deliberatamente e con ogni precauzione, misi le mani dietro la schiena; staccai la grossa fibbia di ferro che era alla cintura de’ miei calzoni; i suoi tre artiglioni, per via della ruggine, si movevano con difficoltà nel loro pernio; nonostante, dopo un tantino di fatica riuscii ad aprirli ad angolo retto colla fibbia e notai con piacere che restavano fermi in quella posizione. Tenendo in bocca, stretto fra i denti, questo arnese di nuovo genere, presi a sciogliere il nodo della mia cravatta; mi riposai più volte durante questo lavoro e alla fine ne venni a capo. Ad una delle punte della cravatta legai la fibbia, e per maggior sicurezza legai strettamente al mio polso l’altra punta; indi, sollevandomi con un grandissimo sforzo di muscoli, e gettando la fibbia sopra all’orlo della navicella, potei ottenere alla prima, come avevo sperato, che restasse impigliata sotto alla sponda della cesta di vimini.

Il mio corpo, inclinato ora verso la parete della navicella, formava un angolo di circa quarantacinque gradi; però non bisogna intendere che io fossi soltanto quarantacinque gradi sotto la perpendicolare, tutt’altro! Io rimanevo ancora quasi al livello del piano dell’orizzonte, poiché la nuova posizione che avevo ottenuto non aveva fatto altro che allontanare notevolmente il fondo della navicella e ridurmi quindi in pericolo imminente. Se sul primo, schizzando fuori di essa, fossi rimasto col viso rivolto al pallone, e non all’esterno; o se la fune alla quale ero attaccato, invece di penzolare da uno spacco vicino al fondo della navicella, fosse venuta fuori per caso dalla sponda; si può capire facilmente che, o nell’una o nell’altra di queste supposizioni, non avrei mai potuto fare quanto avevo fatto, e queste mie presenti scoperte sarebbero state del tutto perdute per la posterità.

Avevo dunque ogni ragione di sentire gratitudine, sebbene nel punto che mi trovavo fossi così istupidito da rimanere quasi per un quarto d’ora appeso in quella terribile maniera, senza fare il più leggero movimento, e come immerso in una calma singolare, e nella beatitudine dei poveri di spirito. Ma in breve seguì l’orrore e lo spavento, e il mio animo si sentì accasciato o distrutto. Veramente il sangue che a lungo era affluito al capo e alla gola, cominciando a riprendere il proprio corso, dopo avere sin’allora animato la mia persona fino al delirio, chiariva le mie idee, mi dava la percezione del pericolo, mi toglieva la padronanza di me stesso e il coraggio di affrontarlo: per fortuna questa debolezza fu passeggera, e la disperazione stessa mi diede aiuto. Gridando come un pazzo, lottando, lanciandomi con impeti più e più volte, giunsi all’ultimo ad aggrapparmi, come una morsa, all’orlo agognato, e contorcendomi tutto sopra di esso, finii col cadere tremante, colla testa all’ingiù, nella navicella.

Quando dopo un po’ di tempo riuscii a rimettermi alquanto, e tornai ad occuparmi, secondo il solito, del pallone, osservatolo tutto diligentemente, ebbi il conforto di trovarlo intatto; i miei strumenti erano al sicuro, e la buona fortuna non mi aveva fatto perdere né la zavorra, né le provviste; ogni cosa era stata collocata così stabilmente al proprio posto, che una disgrazia di questo genere non poteva esser mai possibile. Guardai il mio orologio: erano le sei; continuavo a salire rapidamente; il barometro in quel momento indicava un’altezza di tre miglia e tre quarti; preciso sotto a me, nell’oceano, era un piccolo oggetto nero, di forma leggermente allungata, dell’apparente grandezza di una tessera di domino, e in ogni modo somigliante a uno di questi gingilli. Diressi il mio telescopio verso di esso e potei discernere con chiarezza un vascello inglese di novantaquattro cannoni che pesantemente barcollava nel mare colla prua rivolta a ponente libeccio15. Eccettuato questo vascello, non vidi che l’oceano, il cielo e il sole che si era levato da un pezzo.

Ed ora è già tempo che io spieghi alle Vostre Eccellenze lo scopo del mio viaggio. Le Vostre Eccellenze rammenteranno che le mie disgraziate condizioni in Rotterdam avevano finito col portarmi alla risoluzione di commettere un suicidio. Non mi era però venuta a noja la vita in sé stessa, ma mi erano diventate più che insopportabili tutte le miserie che nel mio stato mi cadevano addosso senza nemmeno aver modo di prevederle. In questa disposizione d’animo, desideroso di vivere, sebbene stanco della vita, la mia immaginazione trovò tale ajuto nel trattatello della bottega del librajo, e nell’opportuna scoperta del mio cugino di Nantes, da farmi venire alla fine ad un partito decisivo. Determinai di andar via, ma di vivere; di abbandonare il mondo, ma di continuare ad esistere; insomma, senz’altri misteri, mi risolvetti, qualunque cosa volesse accadere, di aprirmi, potendo, una via alla luna. Affinché, adesso, non mi si creda più pazzo di quello che io sia veramente, facendo del mio meglio, darò i particolari delle ragioni che mi condussero a credere come un’impresa di questo genere, benché certamente difficile e pericolosissima, non fosse poi, per uno spirito ardito, del tutto fuori dei confini del possibile.

La prima cosa da ponderare era la distanza effettiva fra la luna e la terra. In media, la distanza fra i centri de’ due pianeti è di 59,9643 volte il raggio equatoriale della terra, ovvero circa 237.000 miglia16. Dico una distanza media od approssimativa, poiché bisogna rammentarsi che la forma dell’orbita lunare, essendo un’ellissi d’una eccentricità non minore di 0,0548417 del suo mezzo asse maggiore, ed il centro della terra essendo nel fuoco di questa ellissi, qualora, in qualsiasi modo, si potesse incontrare la luna nel suo perigèo, la distanza sopra accennata verrebbe ad essere evidentemente minore. Ma, senza dir altro per ora di questa possibilità, era certissimo in ogni caso, che dalle 237.000 miglia bisognava dedurre il raggio della terra, cioè 400018, e il raggio della luna, cioè 108019, in tutto 5080, e che non mi rimaneva quindi da percorrere approssimativamente che un 231.920 miglia. Non mi pareva poi una distanza grandissima, perché più volte sulla terra si è viaggiato con una velocità di sessanta miglia all’ora, e di certo si potrebbe ottenere velocità molto maggiori; ma, anche stando alle sessanta miglia, non mi ci sarebbero voluti più di 161 giorni per arrivare alla superficie della luna. Vi erano per altro molti particolari i quali mi facevan credere che in media avrei superato di gran lunga le sessanta miglia l’ora, e tutto questo mi fece tale impressione che dovrò fermarmici più ampiamente in seguito.

L’altro punto da considerare aveva diversa e maggiore importanza. Dalle indicazioni del barometro si sa che inalzandosi dalla superficie della terra all’altezza di 1000 piedi, rimane sotto a noi circa un trentesimo dell’intiera massa atmosferica; a 10.600 ci troviamo a un terzo circa; a 18,000, che è giù per su l’altezza del Cotopaxi20, si sarebbe più che a metà della massa, o, in ogni modo, alla metà ponderabile dell’atmosfera che avvolge il nostro globo. È stato pure calcolato che ad un’altezza non superiore alla centesima parte del diametro terrestre, ossia non superiore alle ottanta miglia, l’aria dovrebbe essere così rarefatta che in nessuna maniera sarebbe possibile in essa la vita animale; oltre a ciò, i mezzi migliori che abbiamo per assicurarci della presenza dell’atmosfera sarebbero inadatti a darci la certezza di questa stessa esistenza; ma io non trascurai però di osservare che questi ultimi calcoli sono intieramente fondati sulla nostra nozione sperimentale delle proprietà dell’aria, e delle leggi meccaniche che ne determinano la dilatazione e la pressione, in quello che si può chiamare, parlando comparativamente, la immediata vicinanza della terra stessa; e, nel medesimo tempo, osservai che è ammesso come fatto che la vita animale è, e dev’essere, essenzialmente incapace di modificazione, a una data distanza, ma inaccessibile, dalla superficie. Ora ogni ragionamento di simil genere e con simili dati, deve naturalmente essere di sola analogia. L’altezza maggiore a cui sia arrivato l’uomo è di 25.000 piedi, e fu quella ottenuta dai signori Gay-Lussac e Biot21 nella loro spedizione aeronautica; un’altezza che non è gran cosa anche confrontandola colle ottanta miglia, di cui parliamo, e che non poteva togliermi dal riflettere che l’argomento lascia dubbiosi e dà largo campo a meditarvi sopra.

Infatti, compiuta un’ascensione a una qualsiasi altezza indicata, la quantità ponderabile d’aria che si supera salendo ancora più in su non è davvero in proporzione alla nuova altezza ottenuta, secondo si può dedurre da ciò che è stato detto; ma è invece in ragione costante di diminuzione. È innegabile quindi che inalzandoci quanto più fosse possibile, rigorosamente parlando, non si arriverebbe ad un limite in cui non ci sia più l’atmosfera; essa deve esistere, argomentavo, sebbene possa esistere in uno stato di rarefazione infinita.

Dall’altra parte sapevo bene che non mancavano argomenti per provare che l’atmosfera ha un limite reale e definito, oltre il quale non vi è assolutamente più aria; ma, una circostanza che non era stata considerata da coloro che ammettono tale limite, se non una grave confutazione di ciò che essi affermano, mi pareva soggetto degno di essere veramente studiato.

Confrontando gli intervalli fra due ritorni successivi della cometa dell’Encke al suo perielio, e tenendo esattissimo calcolo di tutte le perturbazioni dovute all’attrazione planetaria, si osserva che i periodi sono gradatamente diminuiti; il che vuoi dire che l’asse maggiore dell’ellissi della cometa è divenuto più corto in causa di una lenta e perfettamente regolare diminuzione. Ciò appunto deve accadere, se supponiamo che la cometa incontri una resistenza, da parte di un ambiente etereo rarefatto che penetri nelle regioni della sua orbita; poiché un ambiente simile, ritardando la velocità della cometa, cresce la sua forza centripeta e indebolisce quella centrifuga; il che significa insomma che l’attrazione del sole andrebbe acquistando costantemente maggior forza, e la cometa vi si andrebbe avvicinando di più ad ogni rivoluzione. Fuori di questo, non vi è davvero modo che spieghi la variazione accennata.

Ma c’ è altro ancora. È stato osservato che il diametro effettivo della parte nebulosa della suddetta cometa si restringe rapidamente avvicinandosi al sole, cioè al suo perielio, e si dilata con altrettanta rapidità allontanandosi verso il suo afelio; non era giusto dunque supporre col signor Valz, che questa apparente condensazione di volume abbia origine dalla compressione dello stesso ambiente etereo di cui ho già parlato, e che esso sia denso in proporzione della sua vicinanza al sole? Il fenomeno corpuscolare22, chiamato anche luce zodiacale, era degno altresì di attenzione. Questo splendore maggiormente visibile ai tropici, che non può essere scambiato per un’apparenza meteorica qualunque, e che si estende obliquamente dall’orizzonte in su e segue in generale la direzione del sole all’equatore; mi pareva chiaramente della natura di un’atmosfera rarefatta che si allungasse dal sole fin oltre all’orbita di Venere, a dir poco, ed anche, secondo io credo, ancora più indefinitamente lontano. Non potevo ammettere davvero che questo ambiente esistesse soltanto nella via dell’ellisse descritta dalle comete, o nella immediata vicinanza del sole; mentre, invece, era facile pensare che fosse sparso in tutte le regioni del sistema planetario, condensato in ciò che chiamiamo atmosfera attorno ai pianeti stessi, e forse per alcuni di essi modificato da condizioni puramente geologiche, ossia modificato o variato nelle sue proporzioni (o natura assoluta) da materie volatizzate dai rispettivi corpi.

Avendo studiata la cosa da questo lato, non c’era più da rimaner dubbiosi, ed ammettendo che nel mio viaggio dovessi incontrarmi con atmosfera essenzialmente compagna a quella che avvolge la superficie della terra, mediante l’ingegnosissima macchina del Grimm, avrei potuto condensarla in quantità bastevole al bisogno della respirazione, e vincere così l’ostacolo maggiore per un viaggio alla luna. Avevo speso quindi qualche denaro e fatto molto lavoro perché tale macchina corrispondesse allo scopo che mi proponevo, e con fiducia aspettavo che agisse bene, se, d’altra parte, avessi potuto compiere il viaggio in un giusto periodo di tempo. E rieccomi alla velocità che doveva esser possibile per poter compiere il viaggio.

È noto che i palloni nel loro primo sollevarsi dalla terra, ascendono in confronto con una velocità moderata; la forza ascensionale è data completamente dalla pesantezza dell’aria atmosferica comparata al gas del pallone, e a prima vista non sembra possibile come, a mano a mano che il pallone si eleva di più e giunge successivamente in istrati atmosferici di densità che è andata rapidamente diminuendo, non sembra, dico, del tutto plausibile che, in questo suo progressivo inalzarsi, la velocità primitiva possa accrescersi. Dall’altro lato io non avevo ricordo di una ascensione qualunque, in cui fosse stata osservata una diminuzione apparente nella velocità assoluta del pallone; benché anche questo potesse accadere, se non per altro, per causa della fuga del gas da un pallone mal costruito, e non spalmato con una vernice migliore di quella che si usa comunemente; in ogni modo però l’effetto di tale fuga bastava a pareggiare quello della accelerazione ottenuta via via che il pallone si allontanava. Ora, osservavo, che qualora nel mio viaggio trovassi l’ambiente supposto, e qualora questo fosse essenzialmente compagno a ciò che denominiamo aria atmosferica, non poteva darmi pensiero il suo stato di rarefazione, anche grandissimo, in rapporto alla mia forza ascensionale; poiché il gas del pallone, non solamente sarebbe sottoposto a tale rarefazione (e in questo caso avrei lasciato sfuggire, in proporzione, quanto gas occorresse ad evitare uno scoppio), ma, essendo ciò che esso era, non poteva, in ogni maniera, che rimanere distintamente più leggero di una mescolanza d’azoto e di ossigeno. Era quindi possibile ed anzi probabilissimo, che nella mia ascensione non sarei mai arrivato a un punto in cui i pesi del mio grandissimo pallone, del gas incredibilmente raro che esso conteneva, della navicella e di ciò che vi era dentro, sommati insieme, potessero uguagliare il peso del volume dell’atmosfera avvolgente spostata; e si capisce subito che questo era l’unico ostacolo che avrebbe fatto cessare il mio volo; ma, arrivando a un punto tale, avrei potuto sempre liberarmi della zavorra e di altro peso ammontante a quasi 300 libbre, mentre, ad un tempo, diminuendo costantemente la forza della gravità in ragione inversa del quadrato delle distanze, alla fine, con una velocità così prodigiosamente accresciuta, sarei arrivato nelle lontane regioni dove alla forza di attrazione della terra si sarebbe sostituita quella della luna.

Però un’altra difficoltà mi turbava un poco. È stato osservato che inalzandosi in pallone a grandi altezze, oltre la respirazione faticosa, si sente grave malessere al capo e in tutta la persona, spesso accompagnato da emorragia dal naso e da altri sintomi che mettono in grave apprensione e fanno soffrire di più quanto maggiore è l’altezza a cui si giunge23. Una cosa, insomma, da sgomentare alquanto; poiché questi sintomi, infine, non aumenterebbero al punto da terminare colla morte stessa? A me pareva di no. La loro causa va ricercata nella perdita della consueta pressione atmosferica che agisce sulla superficie del nostro corpo, e quindi nella dilatazione delle vene esterne; non in un vero disordine del sistema animale, come nella difficoltà del respirare, in cui la densità atmosferica è chimicamente insufficiente al rinnovamento del sangue in un ventricolo del cuore. Se non mancasse questo rinnovamento, non vedrei ragione che la vita non dovesse mantenersi anche nel vuoto; poiché l’allargarsi e il restringersi del petto, che comunemente si chiama respirare, è atto soltanto muscolare, causa non effetto della respirazione. In una parola, comprendevo che, quando il corpo si fosse assuefatto alla mancanza della pressione atmosferica, le sensazioni dolorose diminuirebbero gradatamente, e a sopportarle finché durassero, avevo piena fiducia nella ferrea solidità della mia costituzione.

A questo modo, se piace alle Vostre Eccellenze, ho minutamente esposto, non tutte di certo, ma alcune delle considerazioni che mi consigliarono a propormi di fare un viaggio nella luna. Vi esporrò ora il resultato di un tentativo in apparenza arditamente ideato, e che in ogni caso non ha esempio simile negli annali del mondo.

Essendo arrivato all’altezza che ho detto sopra, e cioè a tre miglia e tre quarti, buttai dalla navicella varie penne ed osservai che salivo sempre con abbastanza rapidità; non era quindi necessario di buttar via zavorra: ne fui contento, perché desideravo che mi rimanesse tanto peso quanto potevo portarne, e ciò per la semplice ragione che non avevo dati certi intorno alla gravitazione e alla densità atmosferica della luna. Fino a quel momento non avevo sentito alcun malessere, respiravo con libertà, e non avevo punto dolor di capo. La gatta si era accovacciata quietamente sulla giacca che mi ero levato d’addosso, e guardava con indifferenza i piccioni; i quali, legati per una gamba perché non scappassero, erano occupatissimi a beccare i chicchi di riso sparsi per loro in fondo alla navicella.

Alle sei e venti il barometro segnava 26.400 piedi di altezza; ossia cinque miglia e una frazione. La vista sembrava senza confini, e veramente era facile il calcolare per mezzo della geometria sferica la grandezza della superficie terrestre che avevo sotto gli occhi; poiché la superficie convessa di un segmento di una sfera sta all’intera superficie della sfera stessa come il sinuverso24 del segmento sta al diametro della sfera. Ora nel mio caso il sinuverso, ossia lo spessore del segmento sotto a me, era all’incirca eguale alla mia altezza, o all’altezza del punto di vista sopra la superficie; e dalle cinque alle otto mila miglia esprimerebbe la proporzione della superficie della terra che io vedevo, e in altre parole significa che io abbracciavo coll’occhio la centosedicesima parte della totale superficie del globo. Il mare appariva liscio come uno specchio, sebbene mediante un telescopio lo scorgessi in uno stato di violenta tempesta; la nave non era più visibile e sembra si fosse diretta verso levante. Da quel momento, ad intervalli, cominciai a sentire forte mal di capo, specialmente vicino agli orecchi; però respiravo ancora quasi liberamente. La gatta e i piccioni sembrava che stessero benissimo.

A venti minuti alle sette il pallone entrò in densi mucchi di nuvole che mi disturbarono parecchio, danneggiandomi la macchina condensatrice, e infradiciandomi fino all’ossa; fu certo un incontro eccezionale, perché non avrei mai creduto di trovare nuvole di questo genere a così grande altezza, e reputai di far bene, buttando via due pezzi di zavorra, di cinque libbre l’uno, mentre mi rimaneva ancora un peso di centosessantacinque libbre. A questa maniera, mi sollevai presto sopra alle nuvole, e mi accorsi subito che la mia velocità era grandemente aumentata; pochi minuti dopo appena, un raggio di vivissima luce risplendente come lampo dal principio alla fine di esse, e incendiandole tutte, le fece sembrare un’immensa distesa di carboni ardenti. Bisogna rammentare che si era nel colmo del giorno; nessuna fantasia potrebbe immaginare la sublimità che avrebbe potuto avere un simile fenomeno, se fosse accaduto nell’oscurità della notte: l’inferno sarebbe stato al caso di trovarvi la propria immagine; a me, pur nel modo che lo vidi, mi si rizzarono i capelli sul capo, mentre scrutavo fisso lontano giù dentro gli abissi spalancati, lasciando che la fantasia scendesse a vagare nelle strane sale a vôlta, nelle voragini scarlatte, negli orribili spacchi rossi di un fuoco spaventoso ed incommensurabile.

Ero salvo davvero per miracolo; se la noja del sentirmi infradiciare non mi avesse fatto alleggerire di zavorra ed il pallone fosse rimasto un pochino di più fra le nuvole, poteva derivarne, anzi probabilmente ne sarebbe derivata, la mia fine. I pericoli di questo genere, sebbene vi si badi poco, sono forse i maggiori a’ quali si possa andare incontro in pallone; frattanto ero salito a troppo grande altezza per essere ancora in pensiero da questo lato.

Andavo in su con rapidità; alle sette il barometro segnava che si era alti non meno di nove miglia e mezzo; cominciavo a sentire difficoltà di respiro; anche il capo mi doleva fortemente; e quando tastai le mie guance che da qualche tempo mi parevano umidiccie, mi avvidi che le mie orecchie gocciolavano sangue continuamente. Gli occhi poi non mi davano pace; mettendovi sopra le mani, sembravano che fossero venuti fuori dell’orbita; e nella navicella e nel pallone stesso vedevo ogni cosa come storta. Questi sintomi, molto più gravi di quelli che avrei potuto aspettarmi, mi sconvolsero alquanto; senza punto pensarci e con grande imprudenza, buttai via tre pezzi di zavorra di cinque libbre l’uno, e trasportato con velocità maggiore e senza alcuna gradazione in uno strato di atmosfera straordinariamente rarefatta, mancò poco che non ne rimanessi vittima insieme alla mia spedizione. Ad un tratto fui preso da uno spasimo che mi durò più di cinque minuti, ed anche quando andò a poco a poco cessando, non potevo respirare che ad intervalli e convulsivamente, mentre perdevo in gran copia sangue dal naso, dagli orecchi, e leggermente dagli occhi. I piccioni ansimavano dolorosamente e si divincolavano per fuggire; la gatta miagolava in modo da far pietà, e con la lingua fuori della bocca, barcollava da una parte all’altra nella navicella come se avesse preso del veleno. Troppo tardi mi avvedevo dell’imperdonabile imprudenza commessa nel gettare la zavorra, e disperatissimo non aspettavo che la morte: la morte di lì a pochi minuti.

Tutto quello che soffrivo fisicamente concorreva anche a rendermi incapace di tentare qualsiasi cosa per salvarmi; non mi riusciva quasi più di connettere, e la forza del male che sentivo al capo mostrava di crescere maggiormente. Vedevo che i sensi mi avrebbero abbandonato da un momento all’altro, ed avevo già afferrato il cordone della valvola per tentare di discendere; ma il ricordo del brutto tiro fatto ai tre creditori, e di ciò che mi sarebbe toccato al ritorno, mi determinò a soprassedere per il momento. Mi buttai giù in fondo alla navicella e procurando di raccogliere alla meglio le mie idee, potei risolvere di provare a cavarmi sangue. Non avendo però una lancetta per effettuare questa operazione, fui costretto a trovar qualche compenso nel miglior modo possibile; alla fine riuscii ad aprirmi una vena del braccio sinistro colla lama del mio temperino.

Non appena il sangue cominciò a venir fuori, ne sentii subito un po’ di sollievo; quando ne fu piena quasi a metà una bacinella, i sintomi più pericolosi erano scomparsi del tutto; non mi parve cosa prudente però il tentare di rimettermi in piedi; fasciai come potei il mio braccio, e rimasi a giacere ancora una quindicina di minuti. Dopo questo breve riposo mi alzai più libero, senza tutti que’ dolori di ogni genere che avevo sofferto nell’ultima ora e poco più della mia ascensione. La difficoltà di respiro essendo però diminuita pochissimo, conchiusi che non c’era più da ritardare a far uso del mio condensatore.

Diedi intanto un’ occhiatina alla gatta, che si era di nuovo comodamente distesa sulla mia giacca, e mi accorsi con grandissima meraviglia che aveva còlto l’opportunità della mia indisposizione per mettere alla luce una covata di tre gattini. Questa aggiunta al numero dei viaggiatori, mi fu del tutto inaspettata, ma in ogni modo ne rimasi contento, perché mi avrebbe dato l’occasione di apportare una specie di testimonianza alla verità, o alla ipotesi, che più di qualsiasi altra cosa era valsa a farmi tentare questo viaggio. Difatti, secondo me, l’abitudine della pressione atmosferica alla superficie della terra doveva essere, o quasi, la causa dei mali a cui si è soggetti inalzandosi a una certa distanza sopra a questa superficie; ora se i gattini soffrivano quanto la loro mamma, potevo conchiudere che la mia teoria era falsa, ma se non soffrivano nulla, la mia idea acquistava un’importantissima conferma.

Alle otto mi trovavo a diciassette miglia sulla terra; la velocità ascensionale aumentava, ed osservavo che un leggiero graduale aumento avrebbe avuto luogo anche se non avessi gettato via la zavorra che avevo gettato. I dolori al capo e agli orecchi mi riprendevano forti ad intervalli, riappariva ancora il sangue dal naso, ma in complesso stavo molto meglio di quanto mi sarei aspettato, sebbene respirassi a ogni momento con maggiore difficoltà, e ogni respiro fosse accompagnato da un moto affannoso e spasmodico del petto. Ora bisognava occuparsi della macchina condensatrice e metterla in ordine per adoperarla subito.

La vista della terra in quel punto della mia ascensione, era veramente bella. A ponente, a tramontana, a mezzogiorno, quanto lungi potessi vedere, si allungava come un lenzuolo infinito l’oceano che, apparentemente calmo, pigliava di minuto in minuto un colore turchino sempre più cupo. A grande distanza verso levante, ma pur distintamente visibili, si distendevano le isole della Gran Brettagna, le coste atlantiche della Francia e della Spagna, e una piccola parte del continente settentrionale affricano; non si scopriva alcun segno di particolari edifizi, e le superbe città degli umani erano compiutamente sparite dalla faccia della terra. Ciò che mi stupiva di più fra le cose sottostanti, era l’apparente concavità della superficie del globo; senza pensarci, mi ero aspettato di veder risaltare la sua effettiva convessità a mano a mano che m’inalzassi, ma bastò che io riflettessi un poco per comprendere la contraddizione. Una linea tirata dalla mia posizione perpendicolarmente alla terra, avrebbe dato la perpendicolare d’un triangolo rettangolo, la cui base si sarebbe stesa dall’angolo retto all’orizzonte e l’ipotenusa dall’orizzonte alla mia posizione; ma l’altezza di questa non era niente, o quasi niente in confronto di ciò che mi era visibile, ossia la base e l’ipotenusa del triangolo supposto, nel mio caso, sarebbero state talmente lunghe che, paragonate alla perpendicolare, l’una e l’altra potevano riguardarsi quasi come parallele. In questo modo l’orizzonte appare sempre all’aeronauta sullo stesso piano della navicella; ma, come il punto immediatamente sotto a lui, sembra ed è a una grande distanza sotto a lui, pare, naturalmente, anche a grande distanza, sotto all’orizzonte. Di qui l’impressione della concavità, impressione che resterà finché l’altezza non giunga a tale grande proporzione in confronto alla prospettiva, da fare sparire l’apparente parallelismo della base coll’ipotenusa.

Intanto, sembrandomi che i piccioni soffrissero grandemente, mi determinai a dar loro la libertà; ne slegai uno, un bel piccione bigio chiazzato, e lo misi sull’orlo della cesta di vinchi25. Spauritissimo, guardava ansiosamente dintorno, batteva le ali, tubava, ma non aveva il coraggio di abbandonare la navicella; infine lo presi e lo lanciai a un sei metri circa dal pallone. Non si attentò di discendere, come avrei creduto; invece si arrabattò con veemenza a tornare, mandando, nel medesimo tempo, gridi acuti e penetranti, finché non riuscì a posarsi di nuovo sull’orlo della cesta; ma nell’istante, chinò la testa sul petto e cadde morto nel fondo. L’altro non fu così sfortunato, poiché a non fargli seguire l’esempio del suo compagno e ad impedirne il ritorno nel pallone, lo buttai giù con tutta la mia forza, e fui lieto di vederne continuare la discesa con grande velocità, facendo uso delle sue ali in modo facile e assolutamente naturale. In tempo brevissimo non lo vidi più, e, non ne dubito punto, sarà arrivato salvo fino a terra. La gatta che pareva quasi del tutto ristabilita della sua malattia, fatto un buon pasto col piccione morto, andò a dormire, a quel che parve, molto contenta; i gattini, discretamente vivaci, non mostravano fin allora il minimo segno di malessere.

Alle otto e un quarto non potendo più respirare senza dolore intollerabile, mi diedi subito ad accomodare attorno alla navicella il congegno annesso al condensatore. Questo congegno vuole qualche piccola spiegazione, e le Vostre Eccellenze si compiaceranno di richiamarsi alla mente che il mio scopo, prima di tutto, era di rinchiudermi interamente colla navicella e pormi al riparo dell’atmosfera tanto rarefatta in cui vivevo, e di essere al caso d’introdurre in tale involucro, per mezzo del condensatore, una quantità dell’atmosfera stessa, condensata al punto da poter servire alla respirazione. A questo intento avevo preparato un sacco di gomma elastica, flessibile, fortissimo, impenetrabile all’aria, e di tali dimensioni che tutta la navicella poteva esservi in qualche maniera collocata; e cioè stendersi sul fondo di essa, venir su dai lati lungo la parte esterna delle corde fino all’orlo superiore, o cerchio a cui era attaccata la rete. Avendo tirato su il sacco in questo modo e formato un recinto chiuso da tutte le parti e nel fondo, bisognava ora chiudere la cima o la bocca, facendolo passare sopra il cerchio della rete, o in altre parole, fra la rete e il cerchio. Ma se per far questo staccavo la rete dal cerchio, da che cosa sarebbe stata sostenuta la navicella nel frattempo? La rete non era attaccata in modo fisso al cerchio, ma vi si reggeva invece per mezzo di fibbie o lacci; aprii dunque, a poche alla volta, alcune di queste fibbie, mentre la navicella era retta dalle altre; introdussi una porzione dell’estremità del sacco, riattaccai le fibbie, non al cerchio che non sarebbe stato più possibile colla stoffa che vi avevo introdotta, ma ad una serie di grossi bastoni attaccati alla stoffa stessa a un tre piedi circa sotto all’apertura del sacco, per modo che gli intervalli fra’ bottoni corrispondessero agli intervalli fra le fibbie.

Fatto ciò, alcune altre fibbie furono slegate dall’orlo, un’altra parte di stoffa introdotta, le fibbie libere riconnesse ai bottoni corrispondenti, e così fu possibile di ficcar dentro tutta la parte superiore del sacco fra la rete e il cerchio; il quale ora, evidentemente, avrebbe dovuto trovarsi dentro la navicella, e il peso della navicella stessa, con tutto il suo contenuto, sarebbe affidato soltanto alla forza dei bottoni. Questo modo, a prima vista, potrà sembrare insufficiente; ma non è così davvero, perché i bottoni non solo erano fortissimi di suo, ma tanto vicini l’uno all’altro, che ciascuno di essi sopportava appena una piccolissima parte dell’intiero peso; sicché anche quando questo fosse stato tre volte maggiore, non me ne sarei dato punto pensiero. Alzato adesso il cerchio dentro la coperta di gomma elastica fin quasi alla primitiva altezza, lo appuntellati con tre pertiche che avevo preparate apposta; e ciò naturalmente allo scopo di tenere il sacco in tirare fino in cima, e di costringere alla posizione stabilita la parte inferiore della rete. Non rimaneva altro che serrarne la bocca, e fu cosa facile riunendo le pieghe della gomma e torcendole strettamente nell’interno per mezzo di una specie di arganetto26 fisso.

Sui lati della copertura così accomodata alla navicella, erano stati messi tre vetri tondi, grossi ma chiari, che mi permettevano di vedere facilmente in giro, in qualsiasi direzione orizzontale; nella parte del sacco che ne costituiva il fondo, era pure un quarto finestrino del medesimo genere, corrispondente a una piccola apertura giù nella navicella stessa, che mi dava modo di guardare sotto a me. Nulla di simile mi riescì d’inventare per vederci sopra il mio capo, in causa della maniera speciale di chiudere la bocca del sacco e delle relative pieghe; sicché dovetti adattarmi a non vedere gli oggetti che erano in direzione del mio zenit; del resto era mal di poco, in quanto che se anche fossi stato capace di aprire un finestrino in alto, il pallone stesso mi avrebbe impedito di farne qualsiasi uso.

Un piede sotto circa a una delle finestre laterali, vi era un foro circolare di tre pollici di diametro, coll’orlo e l’interno rivestito di ottone foggiato in modo da potervisi adattare lo spirale di una vite; la quale era appunto all’estremità del grosso tubo del condensatore, mentre la macchina relativa era naturalmente collocata nella camera di gomma elastica. Attraverso il tubo, per mezzo del vuoto che si faceva nella macchina, veniva attratta una quantità dell’atmosfera rarefatta circostante, la quale entrava così a mescolarsi in un certo stato di condensazione con l’aria fine che era già nella stanza; e ripetendo più volte questo lavoro, si raccoglieva alla fine quanta atmosfera bastava a tutti i bisogni della respirazione. Ma, in ambiente così ristretto, ne seguiva che si guastasse presto e non fosse più adattata allo scopo per via del frequente contatto co’ polmoni; allora però mediante una valvoletta nel fondo della navicella, si cacciava via; poiché come aria più densa, subitamente precipitavasi nell’aria sottostante rarefatta. Per evitare l’inconveniente che in qualche momento si facesse vuoto completo nella stanza, questa purificazione non si effettuava in una sola volta, ma in maniera graduale, non aprendosi la valvola che per pochi secondi, e poi chiudendosi di nuovo finché uno o due tiri della tromba aspirante del condensatore non avessero riempito il posto dell’aria espulsa.

Il desiderio di fare esperimenti mi aveva consigliato di collocare la gatta e i gattini in un piccolo paniere sospendendo questo fuori della navicella a un bottone del fondo, presso la valvola, attraverso la quale potevo nutrirli in qualunque momento fosse stato necessario. Avevo accomodato tutto questo con qualche piccolo rischio prima di rinchiudermi, lavorando sotto la navicella con un gancio legato in cima, a una delle pertiche sopra accennate. Appena l’aria densa penetrò nella stanza, il cerchio e le pertiche divennero inutili: l’espansione dell’atmosfera racchiusa dilatava fortemente la gomma elastica.

Mancavano dieci minuti alle nove, quando ebbi tutto sistemato e riempito compiutamente la mia cella; ma, durante il tempo che vi avevo messo, soffrii immensamente per la difficoltà del respiro e provai amaro pentimento della mia negligenza, o piuttosto della stoltezza di cui mi ero reso colpevole, rimandando all’ultimo momento una faccenda di tanta importanza. Allorché tutto fu finito, cominciai subito a raccogliere il benefizio della mia invenzione; respirai di nuovo come prima con libertà e facilità perfetta: ed invero perché non doveva esser così? Fui anche piacevolmente meravigliato di sentirmi in gran parte libero dei forti dolori che fin allora mi avevano tormentato; e tutto quello di cui ormai avevo a rammaricarmi, consisteva soltanto in un po’ di mal di capo e in un senso di gonfiore ai polsi, alla noce de’ piedi e alla gola. Così appariva certo che la maggior parte de’ malanni dovuti alla mancanza di pressione atmosferica era scomparsa, com’io avevo preveduto, e che molto del dolore sofferto nelle ultime due ore doveva attribuirsi unicamente agli effetti della deficiente respirazione.

Poco prima che avessi chiuso la bocca all’involucro, cioè una ventina di minuti avanti le nove, il mercurio, arrivato all’estremo limite, scese giù tutto nel barometro, che, come accennai, era di grandi dimensioni. In quel momento io mi trovavo dunque a un’altezza di 132.000 piedi, o di venticinque miglia, e quindi vedevo un’estensione della superficie terrestre che non era minore alla trecentoventesima parte della superficie intera. Alle nove avevo daccapo perduto di vista la terra ad oriente, ma mi ero già accorto che il pallone si spingeva rapidamente verso maestro quarto di tramontana27; l’oceano sotto a me si manteneva ancora concavo in apparenza, sebbene la mia vista fosse intercettata spesso da masse di nubi che vagavano qua e là.

Alle nove e mezzo, ripetei l’esperimento di buttar fuori attraverso le valvole un pugnello di penne, che non isvolazzarono, come avrei creduto, ma caddero giù perpendicolarmente insieme, come una palla, e con tal velocità che in pochi secondi si tolsero alla mia vista. Non sapevo da prima raccapezzarmi di questo straordinario fenomeno, e non osavo credere che la velocità della mia ascesa si fosse accresciuta subitamente in modo così prodigioso; ma presto capii che l’atmosfera ambiente oramai era troppo rarefatta per sostenere anche delle penne. Queste erano cadute in maniera celerissima secondo mi era sembrato; però la velocità che mi aveva tanto stupito, era dipesa dal fatto che quella delle penne si era sommata a quella della mia ascensione.

Alle dieci vidi che mi restava pochissimo da fare e che le cose mie andavano a gonfie vele; il pallone s’inalzava sempre con moto a mano a mano crescente: non ne avevo dubbio, sebbene mi mancasse qualsiasi mezzo per accertarmi di tale progressivo accrescimento. Non soffrivo né dolori, né malessere di qualunque genere; anche di spirito non mi ero mai sentito bene a quel modo dalla mia partenza da Rotterdam; ed ora mi occupavo ad esaminare le condizioni delle mie varie macchine, ed ora a mutare l’atmosfera della mia stanza. Anzi riguardo questa, più allo scopo di conservare la mia salute che perché vi fosse un’assoluta necessità di frequente rinnovamento, pensai di attendere a rinnovarla regolarmente ogni quaranta minuti.

Frattanto non potevo togliermi dal volgere la mente al futuro; fantasticavo intorno alle deserte e sognate regioni della luna, e l’immaginazione, sentendosi ormai libera, vagava a suo modo tra le varie meraviglie di una terra tenebrosa e mutevole. Ora erano bigie e venerande foreste, e rupi a precipizio, ed acque cascanti rumorosamente in abissi senza fondo; ora mi trovavo ad un tratto in solitudini raggianti di luce, dove non spirava mai nessun vento del cielo, dove erano prati immensi di papaveri e, per lunghissima stesa, si levavano sul loro stelo fiori snelli come gigli, silenziosi ed immobili in perpetuo. Poi, di nuovo, via lontano in un altro paese che era tutto un lago torbido, e i cui confini rimanevano indeterminati da una barriera di nuvole. Ma non eran quelle solamente le fantasie che padroneggiavano il mio cervello; altre orribili, più nere e spaventose, sorgevano anche frequentemente nel mio capo e facevano tremare i più segreti recessi della mia anima al solo pensiero della loro possibilità. Non potendo per altro rimanere ingolfato a lungo in tali stranezze, conchiusi giustamente che nel mio viaggio dei pericoli veri e positivi ce n’erano abbastanza per dedicare unicamente ad essi ogni mia attenzione.

Alle cinque pomeridiane essendo dietro a rinnovare l’aria nella mia stanzetta, colsi l’occasione di osservare la gatta e i gattini attraverso alla valvola. La gatta appariva daccapo molto sofferente e fui convinto che il suo malessere dovesse più che altro dipendere dalla difficoltà di respiro; ma ciò che mi resultava rispetto ai gattini era proprio da meravigliare. Credevo certo di dover notare in essi qualche segno di sofferenza, s’intende in un grado minore della loro mamma, e ciò sarebbe stato sufficiente conferma della mia opinione sul malore che è causato dalla diminuita pressione atmosferica; non mi aspettavo mai però di trovarli, dopo averli studiati scrupolosamente, in così perfetta salute, col respiro regolare e leggero, liberi da qualsiasi più piccolo indizio di malessere. Tutto questo si poteva spiegare allargando la mia teoria, e supponendo che l’ambiente atmosferico tanto rarefatto non solo fosse chimicamente sufficiente a mantenere la vita, come del resto avevo ammesso per sicuro; ma che, di più, una persona nata in ambiente siffatto, non vi avrebbe sentito alcuna difficoltà di respiro, mentre condotta negli strati più densi prossimi alla terra, avrebbe dovuto sopportare dolori simili a quelli di cui a me stesso, poco prima, era toccato di fare esperienza. Perciò fu per me causa di grande rammarico il caso disgraziato che, poco appresso, mi fece perdere la famigliuola dei gatti, e mi tolse il modo di continuare gli studi pratici che avrebbero rafforzato tale teoria. Nel passare attraverso la valvola la mia mano con una tazza d’acqua per la vecchia gatta, la manica della mia camicia s’impigliò nel gancio che sosteneva il paniere, per modo che questo venne ad essere staccato dal bottone. Se fosse svanito nell’aria, non avrebbe potuto sfuggire da’ miei occhi in modo più brusco e subitaneo di quello in cui fuggì; certo, tra lo staccarsi del paniere e la compiuta sua scomparsa insieme a tutto quello che conteneva, non sarà corso nemmeno un decimo di secondo. I miei buoni augurii lo seguirono verso la terra, ma, naturalmente, non ebbi speranza che nessuno, né la gatta né i gattini, rimanessero in vita a raccontar la storia della loro disgrazia.

Alle sei mi accorsi che una gran parte della superficie terrestre visibile a levante era avvolta in fitte ombre, le quali crebbero continuamente con grande rapidità fino a cinque minuti alle sette, ora in cui la intera superficie visibile fu immersa nel buio della notte; ma, ciò nonostante, solo molto tempo dopo i raggi del sole che tramontava cessarono d’illuminare il pallone. Sebbene conoscessi pienamente che doveva accadere così, non sentii minore l’infinito piacere che tale fatto mi procurava; ed era fuor di dubbio che la mattina avrei veduto il luminare del cielo parecchie ore prima de’ cittadini di Rotterdam, per quanto essi fossero così lontani da me verso levante; e nello stesso modo, giorno per giorno, in proporzione dell’altezza a cui sarei arrivato, avrei goduto della luce del sole per un sempre più lungo periodo di tempo. Determinai allora di scrivere un giornale del mio viaggio, calcolando i giorni di ventiquattro ore in ventiquattro ore, senza tener conto degli intervalli notturni.

Alle dieci cominciando ad aver sonno, pensai di buttarmi giù per il rimanente della notte; ma qui si affacciò una difficoltà, che, comunque evidente di suo, era sfuggita alla mia attenzione fino a quel momento. Se mi mettevo a dormire come mi proponevo, in quale maniera avrei potuto rinnovare nel frattempo l’atmosfera della stanza? Respirarvi più di un’ora al maximum, sarebbe stato impossibile; bastava arrivare anche ad un’ora e un quarto, perché dovessi trovarmi alle più tristi conseguenze. Il pensiero di questo problema mi dié molta inquietudine, e sembrerà incredibile che, dopo i pericoli che avevo corsi, dovessi giudicarlo tanto grave da farmi disperare di compiere il mio disegno, ed infine giungere al punto di reputar necessaria la mia discesa. Rimasi tuttavia perplesso soltanto per poco, e infine riflettei che l’uomo è veramente lo schiavo delle sue abitudini, e che molte cose nel cammino della sua vita sono ritenute essenzialmente importanti, solo perché egli stesso si è assuefatto a crederle tali; così, se era certo che io avevo necessità di dormire, potevo però facilmente abituarmi senza alcun inconveniente ad essere svegliato ogni ora durante il tempo del mio riposo. A rinnovare completamente l’atmosfera non occorrevano che cinque minuti al più, e per far questo la sola vera difficoltà consisteva nell’ideare il modo di alzarmi al momento voluto. Una cosa, mi si lasci dire, che non mi dava il più piccolo pensiero a risolverla.

Senza dubbio avevo udito parlare dello studente che, per evitare di addormentarsi sui suoi libri, teneva in mano una palla di rame, il suono prodotto dalla quale cadendo in una catinella dello stesso metallo, collocata sull’impiantito accanto alla sua seggiola, serviva a scuoterlo se in qualche momento si lasciava vincere dalla stanchezza. Il mio caso però era veramente molto diverso, e non dava luogo ad appropriarsi un tale sistema; poiché io non desideravo di star desto, ma, dormicchiando, volevo essere svegliato a regolari intervalli di tempo. Alla fine mi venne trovato il mezzo seguente, che, per quanto semplice esso possa sembrare, nel momento della scoperta, accolsi come un’invenzione paragonabile a quella del telescopio, della macchina a vapore, o dell’arte stessa della stampa.

Bisogna premettere che il pallone, con l’altezza raggiunta, continuava a salire dirittamente, e la navicella lo seguiva con tale fermezza da non essere soggetta al più lieve dondolìo. Questa circostanza mi era di molto ajuto per effettuare il mio disegno. La mia provvista di acqua era in barili di cinque galloni ciascuno, collocati stabilmente all’intorno della navicella; ne presi uno e lo misi in posizione orizzontale sopra due funi che legai strettamente all’orlo della cesta da una parte e dall’altra, parallele a distanza di un piede, in modo da formare una specie di palchetto. A un otto pollici circa immediatamente sotto a queste funi, e a quattro piedi dal fondo della navicella, attaccai un altro palchetto fatto con un’assicina sottile, l’unico pezzo di legno che avessi, e vi posi sopra un piccolo brocchino di terra proprio in corrispondenza a una delle estremità del barile. Feci un buco nel barile in dirittura del brocchino, vi adattai una caviglia di legno tenero che terminava a forma di cono, e dopo varie prove riuscii a ficcarla in modo che l’acqua gocciolava dal buco nel brocchino sottostante, e lo riempiva fino all’orlo nel periodo di sessanta minuti. A sistemar tutto questo giunsi brevemente e facilmente, osservando fino a qual punto in un dato tempo si riempiva il brocchino; il rimanente poi, ognuno lo può capire da sé. Il mio letto era messo sul tavolato della navicella in modo che, avendo il capo precisamente sotto il brocchino, allorché questo a ogni ora sarebbesi riempito, dal beccuccio rotondo che resta un po’ più basso della bocca, l’acqua mi sarebbe caduta sul viso da un’altezza superiore ai quattro piedi e mi avrebbe svegliato all’istante anche dal più profondo sonno del mondo.

Quando ebbi finito ogni cosa, che erano le undici suonate, andai subito a letto pienamente fiducioso nella virtù della mia invenzione; e difatti non ne fui disingannato, poiché ogni sessanta minuti il fedele cronometro mi svegliava puntualmente. Vuotavo il brocchino nella bocca del barile, facevo agire il condensatore e tornavo di nuovo a letto; questi sonni così interrotti mi stancarono meno di quel che credevo, e quando alle sette mi alzai definitivamente, il sole era già a parecchi gradi sopra la linea del mio orizzonte.

Aprile, 3. — Il pallone si trovava veramente ad immensa altezza, e la convessità della terra si manifestava con evidenza. Sotto a me nell’oceano si scorgevano delle macchie nere, che erano certamente isole; sopra, il cielo era di un nero lucido, e le stelle erano visibili e brillanti; come, per altro, le avevo sempre vedute dal primo giorno della mia ascensione. Lontano lontano verso settentrione appariva in fondo all’orizzonte una linea sottile, bianca, molto scintillante; non esitai a supporre che dovesse essere la parte inferiore del cerchio dei ghiacci del mare polare. La mia curiosità fu grandemente eccitata, poiché avevo speranza di avvicinarmi molto più verso tramontana e trovarmi possibilmente, in un certo periodo, proprio diritto sul polo stesso; e in questo caso mi rincresceva già che la mia altezza smisurata mi avrebbe impedito di fare le osservazioni più accurate e sicure che avrei desiderato; ma, ad ogni modo, di farne parecchie ed importanti non mi sarebbe mancata l’occasione.

Null’altro di specialmente notevole accadde durante il giorno. La mia macchina continuava ad agire con regolarità, e il pallone ascendeva sempre senza percettibile dondolìo. Il freddo intenso mi costrinse a stringermi addosso un pastrano, e quando si fece buio sulla terra, andai a letto; sebbene, dove mi trovavo io, rimasero ancora molte ore di pieno giorno. Il mio orologio ad acqua fu puntuale nel suo dovere; dormii profondamente fino alla mattina dopo, eccettuate le interruzioni periodiche.

Aprile, 4. — Mi alzai bene di salute e di spirito, e fui meravigliato del notevole cambiamento che si era verificato nell’aspetto del mare: esso aveva perduto quasi del tutto il profondo color turchino col quale m’era apparso fino allora, e mostravasi invece di un grigiastro così lucente da abbagliare gli occhi. La convessità dell’oceano era divenuta tanto manifesta, che l’intiera massa dell’acqua lontana sembrava precipitare nell’abisso dell’orizzonte, ed io coglievo, all’improvviso, me stesso in punta di piedi a tender l’orecchio agli echi della potente cascata. Le isole non erano più visibili; non saprei dire se fossero andate giù dall’orizzonte verso scirocco28, o se, come mi pareva più probabile, la cresciuta altezza me le avesse fatto perdere di vista. La linea di ghiaccio a settentrione diveniva a mano a mano più visibile; il freddo era diminuito; e non essendoci altro d’importante, mi occupai tutto il giorno a leggere, avendo avuto cura di provvedermi di libri.

Aprile, 5. — Vidi il fenomeno straordinario della levata del sole, mentre quasi l’intera superficie visibile della terra continuava ad essere avvolta nelle tenebre; e quando la luce cominciò a posarsi per tutto, mi riapparve la fascia di ghiaccio a tramontana, che adesso era distintissima e si mostrava di un colore più scuro delle acque dell’oceano. Andavo certamente avvicinandomele con grande velocità. Supposi che avrei veduto ancora una lingua di terra verso levante, ed una verso ponente, ma non ero certo. La temperatura fu moderata; nulla di notevole in tutto il giorno. Andai a letto presto.

Aprile, 6. — Con istupore osservai a una distanza discreta la linea dei ghiacci, e gl’immensi campi di essi che si stendevano a settentrione per tutto l’orizzonte. Se il pallone continuava nella stessa via, sarebbe arrivato presto sull’Oceano boreale29, ed io avrei certo potuto raggiungere il polo; e, in realtà, durante l’intera giornata, venni sempre più avvicinandomi ai ghiacciai. Verso sera i confini del mio orizzonte si allargarono ad un tratto, in causa, senza dubbio, della forma della terra, che è di un’ellissoide schiacciata, e del mio avvicinarmi alle regioni spianate che sono in prossimità al Circolo artico. Quando la notte fu completa, mi buttai giù con grande ansia, temendo di passare sopra la parte di cui ero tanto curioso, nel tempo appunto che non avrei avuto l’opportunità di osservarla.

Aprile, 7. — Mi alzai presto, e con mia grandissima gioia vidi ciò che certamente potevo giudicare che fosse il Polo artico stesso. Non vi era dubbio, questo trovavasi proprio sotto a’ miei piedi; ma, ahimé! ero a così grande distanza, che nulla potevo discernere di preciso. Invero, a giudicare dalla progressione de’ numeri indicanti le varie altezze nei vari periodi di tempo fra le 6 ant. dello stesso giorno (in cui il mercurio del barometro ricadde giù tutto nella vaschetta), si poteva ben concludere che il pallone alle quattro di mattina, del 7 aprile, doveva trovarsi certo a non meno di 7254 miglia sul livello del mare. Quest’altezza può sembrare smisurata, ma i dati che servivano a calcolarla davano con tutta probabilità un resultato inferiore al vero. In ogni modo avevo indubitatamente sotto gli occhi l’intero massimo diametro della terra30; tutto l’emisfero settentrionale si stendeva giù come una carta proiettata ortograficamente; e il gran circolo dell’equatore stesso formava la linea dei confini del mio orizzonte. Le Vostre Eccellenze, però, possono immaginare con facilità che le regioni fin ora inesplorate del Circolo artico, benché mi stessero dirittamente sotto, erano di troppo rimpicciolite dalla enorme distanza, per ammettere qualsiasi accurata osservazione.

Nonostante, ciò che poté essere ammirato fu singolare e importante. A settentrione della linea o fascia smisurata che si è detto avanti, e che, dal più al meno, può considerarsi come il limite delle scoperte umane in quelle regioni; senza interruzione o quasi, prosegue a distendersi un lenzuolo di ghiaccio. Sul principio, questa distesa si abbassa; poi si deprime ancora fino a spianarsi, e da ultimo divenendo un pochino concava, finisce al Polo stesso in un centro circolare, nettamente determinato, il cui diametro apparente formava allora in rapporto al pallone un angolo di sessantacinque secondi circa, e il cui colore di tinta oscura d’intensità variabile, era sempre più scuro di qualsiasi altra parte dell’emisfero visibile, giungendo talvolta al nero più completo: eccetto questo, non si discerneva altro. Alle dodici il centro circolare diminuì un poco di circonferenza, alle sette pomeridiane lo perdetti di vista interamente: il pallone passava sopra il lembo occidentale dei ghiacci, e navigava celermente verso l’equatore.

Aprile, 8. — Oltre a un cambiamento materiale nel colore e nell’aspetto generale della terra, osservai anche una qualche diminuzione nel suo apparente diametro; tutta la superficie visibile aveva in grado diverso una tinta giallastra, e in qualche parte splendeva in modo da far quasi male agli occhi. La mia vista in giù era altresì notevolmente impedita dalla densità dell’atmosfera e dalle nuvole che coprivano la superficie terrestre; solamente di tanto in tanto potevo gettare fra loro uno sguardo alla terra stessa. Questa difficoltà, dal più al meno, era esistita sempre nelle ultime quarantott’ore; ma l’enorme altezza ravvicinando ognor più quelle masse ondeggianti di vapore, l’inconveniente era cresciuto, e divenne poi sempre maggiore quanto più mi andavo inalzando. Tuttavia riconobbi facilmente che il pallone si Iibrava allora sul gruppo dei grandi laghi nel continente dell’America settentrionale e si volgeva diritto verso mezzogiorno, spingendomi rapidamente sopra i tropici.

Questa cosa mi dava una grande contentezza, e la consideravo come un buon augurio per l’esito finale; a dire il vero, la direzione che avevo seguito fin allora, mi aveva tenuto in gran pensiero, poiché era certo che, rimanendovi ancora dell’altro, non avrei avuto mai la possibilità di arrivare alla luna, la cui orbita è inclinata sull’eclittica soltanto di un piccolo angolo di cinque gradi, otto minuti e quarantotto secondi. Non sembrerà credibile che solamente in quest’ultimo tempo abbia cominciato a comprendere il grave errore commesso di non esser partito da un qualche punto della terra che si trovasse nel piano dell’ellissi lunare.

Aprile, 9. — Oggi il diametro della terra era diminuito moltissimo, e la superficie prendeva via via una tinta gialla più cupa. Il pallone continuava costantemente il suo cammino verso mezzogiorno, e alle nove pomeridiane giungeva sulla costa settentrionale del Golfo del Messico.

Aprile, 10. — Verso le cinque della mattina il mio sonno fu troncato improvvisamente da un rumore forte e terribile come di uno schianto, che non riuscii a spiegare in nessuna maniera. Fu di breve durata, ma non somigliava a nessuno di quelli che potevo avere uditi nel mondo; ne rimasi, non occorre dirlo, turbatissimo, poiché sul primo credetti che il rumore provenisse dallo strapparsi del pallone. Esaminate però con ogni attenzione tutte le mie macchine, non scoprii nulla che non fosse in ordine; nonostante, passai la maggior parte del giorno a meditare sopra un caso tanto straordinario, senza potere arrivare a darmene ragione. Andai a letto scontento e in uno stato di grave ansietà ed agitazione.

Aprile, 11. — Osservai altra rilevante diminuzione nell’apparente diametro della terra, e notevole accrescimento in quello della luna, che vedevo per la prima volta, e alla quale mancavano pochi giorni per arrivare alla fase di piena. Da allora mi ci volle lungo e faticoso lavoro per condensare nel mio ricovero l’aria atmosferica sufficiente a mantenere la vita.

Aprile, 12. — Un cambiamento notevole avvenuto nella direzione del pallone, benché da me del tutto previsto, mi riempì di gioia; giunto che fu circa al ventesimo parallelo di latitudine sud, volse improvvisamente ad angolo acuto verso levante, e così andò innanzi tutto il giorno, tenendosi quasi sempre nel piano preciso della ellissi lunare. Degna di nota fu anche una certa oscillazione della navicella che seguì a questo mutamento di strada, e durò in maggiore o minore grado per un periodo di parecchie ore.

Aprile, 13. — Fui di nuovo spaventato dal forte e violento rumore che mi aveva tanto impaurito il dì dieci. Vi pensai ancora a lungo, ma non fui capace di assegnargli una causa ragionevole. — Il diametro apparente della terra, di molto diminuito, si stendeva adesso davanti a me con un angolo non maggiore di venticinque gradi. Non potevo vedere la luna, perché si trovava quasi al mio zenit; continuavo però a muovermi nel piano della sua ellissi, andando lentamente verso levante.

Aprile, 14. — Il diametro della terra continuò a diminuire celermente. Fui impressionatissimo dall’idea che il pallone correva ora nella linea degli apsidi al punto del perigeo; in altre parole, andava per la via diretta che lo avrebbe condotto alla luna in quella parte della sua orbita che è più vicina alla terra. La luna stessa trovavasi precisamente sul mio capo, e quindi era a me invisibile. — Molto e incessante lavoro per condensare l’aria atmosferica.

Aprile, 15. — Non potevo più vedere con chiarezza i contorni dei continenti e dei mari sulla terra. Alle dodici circa, fui scosso per la terza volta dal tremendo rumore che mi aveva già così stupefatto. Durò alcuni momenti e fu più forte, lasciandomi alla fine tremante e pieno di terrore; e mentre ero in attesa di non so quale spaventosa catastrofe, la navicella si scosse con grande violenza, e una massa gigantesca di materia infiammata, che non potei distinguere, passò daccanto con ruggiti e boati che parvero il fracasso di mille tuoni. Quando la paura e lo stupore si furono in qualche modo acquietati, mi spiegai facilmente che doveva trattarsi di qualche frammento vulcanico lanciato dal mondo al quale andavo avvicinandomi con tanta rapidità, e forse era appunto una di quelle pietre particolari che si trovano talvolta sulla terra, chiamate aeroliti in mancanza di un nome migliore.

Aprile 16. — Guardando in su meglio che potevo attraverso o dell’uno o dell’altro de’ finestrini laterali, vidi, con grande mia contentezza, una piccolissima parte del disco lunare che si spingeva, per dir così, sopravanzando da tutti i lati la vasta circonferenza del pallone. Ero infinitamente agitato, non mi restava più il menomo dubbio che mi sarei presto trovato al compimento del mio pericoloso viaggio. — Il lavoro richiesto ora dal condensatore era cresciuto davvero, al punto di opprimermi e non concedermi quasi un momento di riposo; di sonno non c’era più da parlarne; mi sentivo molto malato, e il mio corpo tremava tutto dall’esaurimento: era impossibile che la natura umana potesse durare più a lungo in questo stato di gravi sofferenze. Nel periodo della notte, divenuto più breve, una pietra meteorica mi passò di nuovo vicino, e la frequenza di questo fenomeno cominciò a darmi molto pensiero.

Aprile 17. — Questo fu giorno memorabile nel mio viaggio. Rammenterà chi legge come il tredici la terra stendevasi con una larghezza angolare di venticinque gradi; il quattordici era molto diminuita; il quindici, avevo osservato una diminuzione ancora più sollecita; e prima di andare a letto, la notte del sedici, avevo concluso che l’angolo non era maggiore di sette gradi circa e quindici minuti. Quale dunque non deve essere stato il mio stupore, svegliandomi da un sonno breve e agitato, la mattina di questo giorno diciassette, trovando la superficie sotto a me così subitamente e meravigliosamente aumentata, da coprire non meno di trentanove gradi nel suo apparente diametro angolare! Mi sentii come fulminato! Nessuna parola può dare un’idea adeguata dell’infinito orrore da cui fui preso, posseduto, interamente sopraffatto; mi si piegarono i ginocchi, i denti battevano, i capelli mi si rizzarono sul capo. — Il pallone è certamente scoppiato! — Queste furono le prime disordinate idee che attraversarono la mia mente: — Il pallone dunque è indubitamente scoppiato! — Stavo per precipitare — e precipitare con la più impetuosa, la più incomparabile velocità! A giudicare dalla distanza immensa percorsa come un lampo, in una diecina di minuti a dir molto avrei dovuto incontrare la superficie della terra, e andar nel cozzo distrutto! — Ma alla fine la riflessione cominciò a sollevarmi: mi dominai, meditai, sentii qualche dubbio. La cosa era impossibile; in nessun modo potevo esser venuto giù con una velocità simile; e poi, nonostante che mi avvicinassi proprio alla superficie che mi stava di sotto, la mia velocità non era davvero da confrontarsi a quella smisurata che avevo da prima immaginato. Questa considerazione bastò a calmare il turbamento del mio cervello e a farmi riguardare il fenomeno sotto il suo vero aspetto; bisognava proprio che lo stupore mi avesse tolto i sensi, per non accorgermi, anche apparentemente, la grande differenza che passava fra la superficie sottostante e la superficie della mia materna terra. Questa era difatti sul mio capo e completamente nascosta dal pallone, mentre la luna — la luna stessa con tutta la sua gloria — giaceva sotto a me, ai miei piedi.

La meraviglia e lo stupore che mi colpirono in questo straordinario cambiamento dello stato delle cose, sono forse, in conclusione, quella parte dell’avventura che più dà da stupire e meno si presta ad essere spiegata; poiché questo rovesciamento in sé stesso non era soltanto naturale ed inevitabile, ma era stato da me già preveduto da un pezzo come un fatto che doveva accadere quando sarei arrivato al luogo preciso del mio viaggio in cui l’attrazione del pianeta sarebbe stata vinta dall’attrazione del satellite, ossia, con più esattezza, quando la gravitazione del pallone verso la terra sarebbe stata meno forte della sua gravitazione verso la luna. Si vede davvero che mi ero destato da un sonno profondo e che avevo tutta la mente confusa nel trovarmi davanti a un fenomeno di tale sorprendente meraviglia, che avevo atteso sicuro, ma non giusto in quel momento. La rivoluzione stessa doveva avere avuto luogo, naturalmente, in maniera facile e graduale, e non è mica detto che, anche quando fossi stato sveglio mentre essa si effettuava, me ne sarei potuto accorgere da qualsiasi fatto interno, e cioè da un disturbo, da un disordine qualunque, o nella mia persona, o nella mia macchina.

Non sarebbe nemmeno necessario di dire che, rientrato in me stesso, e superato il terrore che aveva prese tutte le facoltà della mia anima, la mia attenzione fu prima di tutto interamente rivolta ad osservare l’aspetto fisico generale della luna. Distendevasi sotto a me come una carta, e sebbene mi sembrasse ancora a moltissima distanza, le ineguaglianze della sua superficie apparivano così nette e distinte che non sapevo rendermene ragione. La mancanza di oceani, di mari ed anche di qualsiasi lago o fiume, o di qualunque raccolta d’ acqua, mi colpì subito come un fatto eccezionalissimo nella sua condizione geologica. Però, curioso a dirsi, vedevo grandi pianure di carattere del tutto alluvionale, sebbene la maggior parte dell’emisfero visibile fosse coperta da innumerevoli monti vulcanici, di forma conica, con apparenza d’inalzamenti artificiali anziché naturali. Il più alto fra essi non superava le tre miglia e tre quarti d’ altezza perpendicolare; ma una carta della regione vulcanica de’ Campi Flegrei darebbe alle Vostre Eccellenze, della loro configurazione generale, un’idea migliore di qualsiasi descrizione che io stesso tentassi di fare. La maggior parte di queste montagne si trovano di certo in uno stato d’eruzione, e del loro furore e della loro potenza mi davano prova i ripetuti tuoni delle così dette pietre meteoriche, che scagliavansi in su intorno al pallone con una frequenza sempre più terribile.

Aprile 18. — La superficie apparente della luna immensamente cresciuta, la velocità della mia discesa, fuori d’ogni dubbio, accelerata, cominciarono ad impensierirmi. Ognuno potrà rammentarsi che, nel primo tempo delle mie speculazioni sulla possibilità di un viaggio alla luna, io supponevo che vicino ad essa dovesse esistere un’atmosfera proporzionale alla massa del pianeta; questa ipotesi aveva avuto gran parte ne’ miei calcoli, nonostante varie teorie contrarie, ed anche, lo affermo, a dispetto della universale incredulità sull’esistenza di qualsiasi atmosfera lunare. La mia opinione era rafforzata non solo da ciò che dissi già intorno alla cometa di Encke e alla luce zodiacale, ma altresì da certe osservazioni dello Schroeter, di Lilienthal31. Egli ha osservato la luna di due giorni e mezzo, la sera, subito dopo il tramonto, prima che la parte buia sia visibile, continuando ad osservarla finché non diventa visibile. I due corni sembrano allungarsi in punta acutissima, che è leggermente illuminata dai raggi del sole, prima che nessuna parte dell’emisfero oscuro sia luminosa. Dopo in un istante, s’illumina l’intero cerchio. Questo prolungamento dei corni fuori del semicerchio, pensai, dovesse esser causato dalla rifrazione de’ raggi solari nell’atmosfera della luna (che nel suo emisfero oscuro poteva rifrangere luce sufficiente a produrre un crepuscolo più luminoso della luce riflessa dalla terra allorché la luna è circa a 32° dalla fase nuova) fino a 1356 piedi francesi. Da ciò ciò supposi che l’altezza maggiore capace di rifrangere il raggio solare doveva essere di 5376 piedi. Le mie idee intorno a questo argomento si trovano anche confermate da un passo dell’ottantaduesimo volume della Philosophical Transactions32, in cui ci dice che, in un’occultazione dei satelliti di Giove, il terzo disparve dopo essere stato circa uno o due secondi indistinto, e il quarto divenne invisibile avvicinandosi al pianeta33.

Ogni speranza di salvezza nella mia discesa si fondava quindi sulla resistenza, o, più propriamente, sul sostegno di un’atmosfera che avevo immaginato esistere in uno stato di sufficiente densità. Infatti, se avevo sbagliato, non mi toccava nulla di meglio come conclusione della mia avventura, che di essere lanciato in polvere contro la scabrosa superficie del satellite. Avevo davvero ogni ragione di esser pieno di terrore; la mia distanza era piccola in confronto, mentre il lavoro che era necessario al condensatore non iscemava punto, e non vedevo segno che diminuisse la rarefazione dell’aria.

Aprile, 19. — Verso le nove di mattina, mentre la superficie lunare era vicinissima ed i miei timori cresciuti al più alto grado, osservai con grande gioia che la tromba del condensatore, alla fine, dava segni di cambiamento nell’atmosfera, e alle dieci ebbi ragione di crederne notevolmente accresciuta la densità. Alle undici bastava alla macchina pochissimo lavoro; alle dodici, con qualche esitanza, m’arrischiai a svitare l’arganetto, e pensando che non potesse venirne alcun inconveniente, finii con l’aprire l’involucro di gomma elastica e toglierlo dalla navicella. Come dovevo però aspettarmi da un fatto così precipitoso e pieno di pericolo, fui preso all’istante da spasimi e fortissima emicrania; ma, poiché questi mali ed altri attinenti alla difficoltà della respirazione, non erano tali da dare a temere per la mia vita, mi adattai a sopportarli alla meglio, considerando anche che ne sarei guarito a mano a mano che andavo avvicinandomi agli strati più densi prossimi alla superficie del satellite. Questo avvicinarsi però seguiva con una velocità grandissima; presto, con mio spavento, ebbi la certezza che, pur non essendomi probabilmente ingannato sull’esistenza di un’atmosfera densa in proporzione alla massa del satellite, avevo però avuto torto a supporre che questa densità, anche alla superficie, potesse sostenere il peso rilevantissimo che era nella navicella del mio pallone. Nondimeno avrebbe dovuto essere così, nello stesso modo che sulla superficie della terra, qualora si supponga che la gravità reale dei corpi, nell’uno o nell’altro pianeta, sia in ragione della densità atmosferica; ma così non era, e la mia caduta a precipizio ne dava piena testimonianza: perché? Non potevo trovarne altra spiegazione che riferendomi a quelle possibili perturbazioni geologiche, alle quali ho già alluso. In ogni maniera ero vicino al pianeta e vi cadevo sopra con la più terribile impetuosità.

Senza porre tempo in mezzo, quindi, prima buttai via la zavorra, poi i barili d’acqua, poi la macchina condensatrice e il sacco di gomma elastica, e finalmente qualunque cosa era nella navicella; ma ciò non bastava a nulla, io continuavo a precipitare giù ancora con orribile rapidità, e non ero ormai che ad un mezzo miglio dalla superficie. Come ultimo scampo, diedi la via anche al mio pastrano, al mio cappello, alle scarpe; staccai dal pallone la navicella stessa, che non aveva per altro un peso notevole, ed aggrappandomi alla rete con tutte e due le mani, ebbi appena il tempo di osservare che l’intero paese, per quanto potevo abbracciare cogli occhi, era cosparso di piccole case, che piombai col capo in avanti nel cuore di una città di aspetto fantastico e nel mezzo di una gran folla di brutta e piccola gente, di cui nessuno disse una sola sillaba, o si prese il più piccolo disturbo per aiutarmi. Rimasero tutti invece come una massa d’ imbecilli, ghignando in modo ridicolo, guardando da ogni lato me e il pallone colle mani sui fianchi. Mi allontanai da loro con disprezzo, e volgendomi in su alla terra che avevo abbandonata, e forse per sempre, la vidi come un tetro, immenso scudo di rame, del diametro di due gradi circa, fisso e immobile nei cieli, fregiato sopra una delle sue estremità da un’orlatura crescente del più lucido oro. Non potei scorgervi nessun segno di terre o d’ acqua: tutto era offuscato da macchie variabili, e cinto da fasci di vapori dai tropici all’equatore.

A questa maniera, col piacere delle Eccellenze Vostre, dopo una serie di grandi affanni, di pericoli inauditi superati in maniera incredibile, alla fine, dopo diciannove giorni dalla mia partenza da Rotterdam, ero arrivato sano e salvo al termine d’un viaggio, che è senza dubbio il più straordinario e il più importante che sia stato compiuto, intrapreso o concepito da qualsiasi abitante della terra. Ma le mie avventure rimangono ancora da raccontare; poiché, in verità, le Vostre Eccellenze potranno ben comprendere che dopo una permanenza di cinque anni sopra un pianeta, non solo di gran conto per il suo particolare carattere, ma anche perché intimamente connesso come satellite al mondo abitato dall’uomo, sono nel caso di confidare al Collegio di Stato degli astronomi argomenti di gran lunga più importanti della narrazione, comunque meravigliosa, del solo viaggio compiuto così felicemente.

Difatti, ho molto, moltissimo che mi sarebbe di tanto piacere il comunicarvi; ho molto da dire sul clima del pianeta, e delle sue incredibili alternative di caldo e di freddo; sull’eccessiva e scottante luce del sole per una quindicina di giorni, e sull’inverno più che polare della quindicina seguente; sulla costante umidità che distilla come nel vuoto dal punto più vicino al sole a quello che ne è più lontano; su una variabile zona d’acqua corrente; sul popolo stesso, le sue usanze, i costumi, le istituzioni politiche; sul suo speciale organismo fisico; sulla sua bruttezza e mancanza di orecchie, che sarebbero inutile appendice in un’atmosfera così particolarmente diversa; sulla sua conseguente ignoranza dell’uso e delle proprietà della lingua, e del singolare metodo che è sostituito a questa per intendersi; sulle inesplicabili relazioni fra ogni particolare individuo della luna con qualche particolare individuo della terra: relazioni dipendenti da quelle che esistono tra la sfera del pianeta e del satellite, e per mezzo delle quali le vite e i destini degli abitanti dell’uno sono intrecciati alle vite e ai destini dell’altro; e soprattutto, se così piace alle Eccellenze Vostre, soprattutto ho molto da dire intorno a que’ tenebrosi orribili misteri che si trovano nelle estreme regioni della luna; regioni che in causa del quasi miracoloso accordo fra la rotazione del satellite sul proprio asse e la sua rivoluzione siderale attorno alla terra, non si sono ancora mai voltate, e, grazie a Dio, non si volteranno mai alla investigazione de’ telescopi dell’uomo.

Tutto questo e più, assai più, sono pronto ad esporre minutamente e volentierissimo; ma, a conchiuder subito, sono costretto a chiedere una ricompensa; poiché anelo di ritornare nella mia famiglia e nella mia casa. Come premio delle altre notizie che sarò per dare, e in considerazione della luce che, nella misura delle mie cognizioni, apporterò nei campi più oscuri delle scienze fisiche e metafisiche, debbo sollecitare per intromissione del Vostro onorevole consesso, il perdono del delitto di cui mi resi colpevole alla mia partenza da Rotterdam, causando la morte de’ miei creditori. Questo è dunque l’oggetto della presente lettera che sarà recata da un abitante della luna. Egli è stato da me persuaso e completamente istruito ad essere il mio ambasciatore sulla terra; aspetterà il piacere delle Vostre Eccellenze, e tornerà col perdono richiesto, se potrà in qualsiasi modo essere ottenuto.

Ho l’onore di dichiararmi delle Eccellenze Vostre l’umilissimo servitore

Hans Pfaall.

Terminando di leggere questo straordinarissimo documento, si dice che il professore Rubadub, infinitamente meravigliato, lasciasse cadere per terra la sua pipa; e che Mynheer Superbus Von Underduk, toltisi gli occhiali, ripulitili e messili in tasca, pieno di stupore e di ammirazione, dimenticasse sé stesso e la sua dignità al punto di far tre giravolte sul suo calcagno.

Oh, non poteva esservi alcun dubbio: il perdono sarebbe ottenuto; così almeno giurò con un sagrato chiaro e tondo il professore Rubadub, e così finalmente pensò l’illustre Von Underduk, che, preso il braccio del suo collega, senza dire una parola, percorse la maggior parte della strada che conduceva a casa sua meditando sui provvedimenti che dovevano essere presi. Però, arrivati all’ uscio dell’abitazione del borgomastro, il professore si fece ardito di osservare che l’ambasciatore, avendo creduto opportuno di sparire, certo mortalmente spaventato dall’aspetto selvaggio de’ cittadini di Rotterdam, il perdono non poteva servire a nulla, poiché soltanto un uomo della luna sarebbe capace d’intraprendere un viaggio a così sterminata distanza. Alla verità di questa osservazione, il borgomastro non ebbe da risponder niente, e della cosa non fu detto altro. Fuori però non andò a questa maniera. Le voci e le congetture sulla lettera che era stata pubblicata, diedero luogo a un mondo di giudizi e di ciarle; alcuni de’ troppo assennati si resero ridicoli asserendo che tutta la storia non era che una celia. Ma io credo che per questa razza di gente la parola celia sia una voce generica adoperata a significare qualunque argomento superiore al loro intelletto. Per parte mia, non riesco a capire su quali dati essi fondino i loro ragionamenti. Vediamo un poco che cosa dicono:

Primo, — che certi capi ameni di Rotterdam hanno particolare antipatia con certi borgomastri ed astronomi.

Secondo, — che un piccolo nano bizzarro, saltimbanco, i cui orecchi per qualche delitto, erano stati tagliati rasente al suo capo, mancava da alcuni giorni dalla vicina città di Bruges.

Terzo, — che i giornali che erano attaccati attorno al piccolo pallone, erano giornali dell’Olanda, e quindi non potevano essere stati stampati nella luna. Essi erano fogli sudici, di molto sudici, e il Gluck, tipografo, poteva prender giuramento sulla sua Bibbia, che erano stati stampati in Rotterdam.

Quarto, — che l’ubriacone Hans Pfaall stesso, e i tre vagabondi gentiluomini chiamati suoi creditori, erano stati veduti non più tardi di due o tre giorni prima in una bettolaccia dei sobborghi, con le tasche piene di quattrini, di ritorno appunto da una scorsa oltre mare.

Ed infine conchiudono essere opinione accolta da moltissimi, o tale da essere accolta da moltissimi, che il Collegio degli Astronomi della città di Rotterdam, come tutti gli altri collegi di tutte le parti del mondo, senza parlare de’ collegi degli astronomi in particolare, non è a dirla breve, né un pochino migliore, né più grande, né più dotto di quanto è necessario.

Note

1 Canzone popolare risalente almeno alla guerra angloamericana del 1812, cantata dai tamburini, che intonavano le parole “Hey Betty Martin Tiptoe”. Ndr.

2 Quindi era alto circa 61 cm, essendo un piede 30,48 cm. Ndr.

3 Traduzione errata: nel testo originale è scritto “hundred feet”, cioè un centinaio di piedi, vale a dire circa 3000 centimetri, quindi 30 m. Ndr.

4 Altro nome dell’allodola. Ndr.

5 Via inventata da Poe. “Sauerkraut” significa cavoli acidi (o sarcrauti). Ndr.

6 Johann Franz Encke, astronomo tedesco (Amburgo, 23 settembre 1791 – Spandau, 26 agosto 1865). Ndr.

7 Tela di cotone fine usata per la biancheria. Prende il nome dalla città francese di Cambrai in cui venne fabbricata. Ndr.

8 Altra errata traduzione. Il testo originale riporta “twelve yards”, 12 iarde, ossia circa 11 metri (una iarda americana equivale a 0,914 metri. Ndr.

9 Si ignora chi possa essere. Nel testo originale è riportato M. Grimm (quindi Mr. Grimm, come più avanti M. Valz). Poe potrebbe riferirsi a Maximilian Grimm, che brevettò nel 1898 una macchina per bruciare il gas acetilene. È però improbabile che ai tempi in cui Poe scrisse il racconto, ossia 63 anni prima di quella invenzione, l’uomo fosse già attivo. Ndr.

10 Ulteriore errore di traduzione. Il testo inglese riporta “cubic feet”, quindi piedi cubici. Ndr.

11 In reatà “notable woman” (nel testo originale è singolare) significa “degna di nota”. Ndr.

12 In francese nel testo originale: “aides-de-camp”. Ndr.

13 Errore di battitura, forse. Nel testo originale è “hundred and seventy-five pounds”, quindi 175, non 185. Ndr.

14 Ancora un errore nelle misure. In originale è “fifty yards”, 50 iarde, dunque circa 46 metri. Ndr.

15 Nel testo originale “W. S. W.”, quindi ovest sudovest (il libeccio è un vento che spira da sudovest). Ndr.

16 Stima pressoché esatta per l’epoca. La distanza reale fra la Terra e la Luna è di 238.855 miglia (384.400 km). Ndr.

17 Altra stima quasi esatta. La NASA riporta un valore di 0,0549. Ndr.

18 Il valore esatto oggi è di 3960 miglia. Ndr.

19 Il valore esatto oggi è di 1079.6 miglia. Ndr.

20 Vulcano ecuadoriano, alto 19.347 piedi, ossia 5897 metri. Ndr.

21 Valore esagerato. Nell’agosto 1804 Joseph Gay-Lussac e Jean-Baptiste Biot costruirono un pallone aerostatico, ma raggiunsero soltanto un’altezza di 13.000 piedi, quindi meno di 4000 metri. Pochi giorno dopo, da solo, Gay-Lussac realizzò una seconda ascesa che raggiunse un’altezza di 23.000 piedi, cioè circa 7016 metri. Ndr.

22 Il testo originale riporta “The lenticular-shaped phenomenon”. Ndr.

23 Dopo la pubblicazione di Hans Pfaall, ho saputo che il signor Green, il notissimo aeronauta del pallone Nassau, ed altri recenti aeronauti, non accettano a questo proposito le affermazioni dell’Humboldt, ma dicono che il malessere diminuisce, e si trovano così precisamente d’accordo colla teoria qui proposta.

24 Termine arcaico per senoverso, funzione goniometrica. Ndr.

25 Il vinco è una varietà di salice usata per fare lavori d’intreccio, come cesti di vimini. Ndr.

26 Nel testo è usato il termine francese tourniquet, da cui il nostro adattamento “tornichetto”: maglia usata per impedire l’attorcigliamento dell’ancora. Ndr.

27 Nel testo N.N.W., quindi nord nord-ovest. Il maestro, o maestrale, è un vento che soffia da nord-ovest. In realtà il punto cardinale che corrisponde a North-northwest è Maestro-Tramontana. Ndr.

28 In originale “south-east”, la direzione dello scirocco. Come poco più avanti, al 5 aprile, tramontana è in originale “northward”. Ndr.

29 Nel testo è chiamato “Frozen Ocean”.

30 Falso, poiché da quella distanza non può essere visibile l’intero diametro della Terra. Ndr.

31 Johann Hieronymus Schroeter (1745-1816), astronomo e giurista tedesco. Ha realizzato delle mappe lunari e dei telescopi. Costruì l’Osservatorio Lilienthal, dotato del più grande telescopio d’Europa. Ndr.

32 Philosophical Transactions of the Royal Society, rivista scientifica – la prima al mondo – uscita la prima volta il 6 marzo 1665. Ndr.

33 L’Evelio scrive avere osservato parecchie volte nel cielo perfettamente sereno, quando anche le stelle di sesta e di settima grandezza sono chiaramente visibili, che, alla medesima altezza della luna, alla medesima distanza dalla terra, e con un medesimo eccellente telescopio, la luna e le sue macchie non appariscono parimente luminose in ogni tempo. Da queste circostanze ed osservazioni, è fuori di dubbio che la causa di tal fenomeno non risiede nella nostra atmosfera, nel telescopio, nella luna, o negli occhi dell’osservatore, ma deve cercarsi in qualche cosa (un’atmosfera?) esistente attorno alla luna stessa. Il Cassini osservò che, quando Saturno, Giove e le stelle fisse sono prossimi ad essere occultati dalla luna, cambiano spesso la loro figura circolare in ovale, mentre in altre occultazioni la figura non muta. Si può quindi supporre che in certi casi, e non in altri, vi è una materia densa che avvolge la luna e nella quale i raggi delle stelle sono rifratti.

8 commentiOn L’incomparabile avventura di un certo Hans Pfaall

  • Non è uno dei miei racconti preferiti, nettamente inferiore rispetto ai capolavori di Poe (opinione personale ovviamente).

  • Tipico excursus del Nostro verso i limiti della conoscenza…Credo proprio che Edgar e Howard si facciano buona compagnia adesso!

    • Questo racconto mi ha ricordato un po’ il nostro Salgari 🙂

      • Ricordo con piacere “Le Tigri di Mompracem”:stile realistico e coinvolgente,quasi televisivo oserei dire…Tanto di cappello a uno che non ha mai messo piede in posti del genere!

    • Di Howard ho letto i racconti di Conan (quasi tutti) ed è un vero Maestro. Anche Salgari è uno scrittore che amo. Entrambi morirono suicidi, e anche la morte di Poe è avvenuta in circostanze misteriose… Chissà quali altri capolavori ci avrebbero regalato se avessero vissuto più a lungo.

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