Gli assassini di Via Morgue

Prefazione

Breve storia del racconto. Di questo racconto (The Murders in the Rue Morgue), probabilmente scritto agli inizi del 1841 e pubblicato nell’aprile dello stesso anno sul «Graham’s Lady’s and Gentleman’s Magazine», esiste l’originale. All’epoca, una volta che il manoscritto era impostato per la stampa, si gettava nel cestino, ma J. M. Johnston ottenne il permesso di recuperarlo e lo tenne fino al luglio 1881, quando fu venduto a George W. Childs.

Inizialmente il racconto era intitolato “The Murders in the Rue Trianon”, poi cambiato in “The Murders in the Rue Trianon-Bas” (via esistente a Parigi, mentre non esiste la Rue Morgue).

Questo racconto è considerato la prima storia poliziesca in letteratura, anche se in realtà lo scrittore norvegese Mauritz Hansen pubblicò un romanzo poliziesco due anni prima, nel 1839, Mordet på Maskinbygger Roolfsen (L’assassinio del macchinista Roolfsen).

Sulla presente traduzione. Come i precedenti, anche “Gli assassini di Via Morgue” è contenuto nella raccolta pubblicata nel 1911 da R. Bemporad & Figlio Racconti straordinari. Com’era d’uso all’epoca, i nomi propri di persona sono stati tradotti in italiano, quindi Paolina, Pietro, Isidoro, Enrico, Giulio, Adolfo, Guglielmo, Alfonso, Alberto, Paolo, Alessandro, Tommaso, Augusto, Camilla sono rispettivamente Pauline, Pierre, Isidore, Henri, Jules, Adolphe, William, Alfonzo, Albert, Paul, Alexandre, Thomas, Auguste, Camille.

Gli assassini di Via Morgue

Quali canzoni cantassero le Sirene, o
come si facesse chiamare Achille quando
si nascondeva fra le donne, sebbene domande
difficili, non sono però fuori di ogni congettura.

Sir Tommaso Browne.

Le facoltà della mente che chiamansi analitiche sono in se stesse poco suscettibili di analisi, e noi le teniamo in pregio per i loro effetti soltanto. Fra le altre cose sappiamo di esse che per colui che le possiede in alto grado sono una fonte di vivo godimento. Nello stesso modo che un uomo forte si compiace della sua abilità fisica, ed è tutto contento di quegli esercizi che mettono in moto i suoi muscoli, così l’analitico è tutto felice di quel lavoro mentale che distriga e risolve. Egli gode anche dei casi più comuni che diano da fare al suo ingegno; prende interesse agli enimmi, a’ rebus, a’ geroglifici; in ogni soluzione mette tanto acume da sembrare miracoloso alle persone di poca levatura; e i suoi resultati, posti in ordine dalla sua anima stessa e dal genere del metodo, hanno veramente l’apparenza dell’intuizione.

La facoltà del risolvere può essere perfezionata cogli studi matematici, e specialmente col ramo superiore di essi, che, ingiustamente e per la sola ragione delle operazioni retrospettive, è stata chiamata, come per eccellenza, analisi: poiché ogni calcolo non è in se stesso che un’analisi. Un giuocatore di scacchi, per esempio, calcola senza intendersi di analisi; e quindi il giuoco degli scacchi, per i suoi effetti sulle facoltà della mente, gode di troppa stima. Non voglio scriver qui un trattato, ma alla rinfusa premetter soltanto alcune osservazioni a un particolare racconto; mi piace perciò di cogliere l’opportunità di affermare che le più grandi forze di riflessione dell’intelletto sono più attivamente e con maggior utile adoperate nel modesto giuoco della dama che non nella studiata frivolezza degli scacchi. In questi, dove i pezzi hanno mosse diverse e bizzarre, vari e variabili valori, ciò che è solamente complesso viene scambiato, con un errore comunissimo, per ciò che è profondo. L’attenzione vi ha grandissima parte; se cessa un istante, si commette un errore e ne segue una perdita o una sconfitta; le mosse possibili non essendo varie solamente, ma anche involontarie, i casi di tali errori sono molteplici, e nove volte su dieci guadagna il giuocatore più attento e non quello più capace. Nel fare a dama, invece, dove le mosse sono uniche e cambiano poco, le probabilità di disattenzione sono minori; e non dovendo la sola attenzione esservi compiutamente rivolta, vince il giuocatore che ha più acutezza di intelletto.

Per essere più concreti, supponiamo un giuoco a dama i cui pezzi sieno ridotti a quattro dame, e naturalmente non ci sia più il caso di errori; è chiaro che qui la vittoria non può esser decisa, se i giuocatori sono eguali, che da qualche mossa studiata, che dal resultato di qualche forte operazione dell’ingegno. Non sapendo più quale colpo tentare, l’analitico entra nella mente del suo avversario, s’identifica con lui, e spesso vede con una sola occhiata l’unico modo, talvolta proprio un modo curiosamente semplice, col quale lo trae in errore e lo spinge a un calcolo falso.

Il Whist è molto rinomato per la sua efficacia su ciò che chiamasi facoltà del calcolo, e sono stati conosciuti uomini di mente ragguardevole che sembravano di trovarvi singolare diletto, mentre non volevano saperne degli scacchi perché frivoli; difatti non vi è giuoco che come il whist eserciti così grandemente la facoltà dell’analisi. Il miglior giuocatore di scacchi della cristianità non può esser più che il miglior giuocatore di scacchi; ma l’esser forti al whist comprende la capacità di riuscire in altri e ben più importanti studi in cui la mente contrasta con la mente. Quando dico esser forti, intendo l’ottenere nel giuoco quella perfezione che racchiude la conoscenza di tutte le fonti, da cui si possa trarre giustamente vantaggio. Queste non sono soltanto varie, ma complesse, e si nascondono sovente ne’ recessi di pensieri del tutto inaccessibili alle comuni intelligenze. Osservare con attenzione è rammentare con chiarezza, e da questo lato l’attenzione del giuocatore di scacchi gli gioverà moltissimo al whist; mentre le regole di Hoyle, basate solamente sul meccanismo del giuoco, in generale, sono abbastanza agevoli a intendersi.

Così l’avere memoria buona e il seguire le regole del libro, si crede comunemente il grado più alto di un bravo giuocatore; ma l’ingegno dell’analitico lavora invece di là dai limiti della sola regola; in silenzio osserva molto e deduce; i suoi compagni forse faranno altrettanto, e la differenza del più o meno che si è imparato consiste più nella qualità dell’osservazione, che nell’importanza della deduzione, perché tutto sta nel sapere che cosa bisogna osservare. Il nostro giuocatore non deve isolarsi del tutto; pur essendo il giuoco il suo intento, non deve trascurare quanto può dedurre fuori del giuoco stesso. Esamina il viso del compagno, lo confronta accuratamente con quello di ciascuno de’ suoi avversari; osserva il modo di classificare le carte in ciascuna mano; spesso tien calcolo de’ trionfi e degli onori, deducendolo dal modo di guardarli di chi li possiede; via via che si procede nel giuoco osserva ogni mutamento nel viso, e raduna un cumulo di fatti nelle varie espressioni di certezza, di meraviglia, di gioia, di dispiacere. Dalla maniera di raccogliere una levata giudica se la medesima persona può farne ancora un’altra; riconosce quando si giuoca per finta dal modo come si getta una carta sul tavolino; una parola che esce per caso o per isbadataggine, una carta che cade o si rovescia e l’ansietà o l’indifferenza che si mostra nel nasconderla; il conto delle levate e l’ordine con cui esse sono disposte; l’aria impacciata, l’incertezza, la sollecitudine, la trepidanza, tutto dà aiuto alla sua percezione, apparentemente intuitiva, tutto può indicargli la vera condizione delle cose. Appena sono stati fatti due o tre giri di carte, egli conosce benissimo il giuoco che è in ogni mano, e può buttar giù le sue sapendo con precisione quello che fa e come se tutti gli altri giuocassero con le loro scoperte. La facoltà analitica non si deve scambiare colla semplice ingegnosità, perché, mentre l’analitico è abile necessariamente, l’uomo ingegnoso è spesso proprio incapace di analisi.

La facoltà di costruttività o di combinazione, per mezzo della quale si manifesta di consueto l’ingegnosità, e alla quale i frenologi, credo erroneamente, hanno assegnato un organo separato, supponendola una facoltà primordiale, è stata osservata così di frequente in esseri d’intendimento corto, vicini all’idiota, da attrarre l’attenzione generale degli scrittori di psicologia. Fra l’ingegnosità e l’abilità analitica, corre invero una distanza molto maggiore che tra la fantasia e l’immaginazione, però di un carattere strettamente somigliante. Nel fatto si osserverà che gli ingegnosi hanno sempre immaginativa, e che i veramente immaginativi non sono altro che analitici.

La narrazione che segue sarà per il lettore un commento che darà luce alle proposizioni ora messe innanzi.

Stando a Parigi nella primavera e parte dell’estate del 18…, feci conoscenza con un signor C. Augusto Dupin, di ottima e veramente illustre famiglia, ma che un complesso di disgrazie avevano ridotto a tale povertà da togliergli ogni forza di carattere, ogni idea d’industriarsi da sé nel mondo, o di recuperare ciò che aveva perduto. La cortesia de’ creditori gli aveva concesso un piccolo residuo del suo patrimonio, e colla rendita che riesciva a cavarne s’ingegnava a forza di strette economie di procurarsi il necessario per vivere, senza darsi pensiero del superfluo. Suo unico lusso erano veramente i libri, e questi a Parigi si acquistano con facilità.

La prima volta ci si trovò in una libreria poco nota di via Montmartre; eravamo in cerca tutti e due di un medesimo libro importantissimo e rarissimo; e ci conoscemmo. Ci si vide sempre più spesso; ed io presi moltissima parte alla piccola storia di famiglia che mi raccontò con tutti quei particolari e quel candore che un Francese predilige quando parla di se stesso. Fui molto stupito della sua vasta cultura; e più d’ogni cosa mi sentii l’anima accesa dallo strano fervore e dalla vivida freschezza della sua immaginazione. Cercando in Parigi degli oggetti che allora desideravo, capii che la compagnia di un tale uomo sarebbe stata per me un tesoro senza prezzo, e quindi risolvetti di affidarmi liberamente a lui; anzi, alla fine, fissammo di stare insieme finché sarei rimasto in quella città, e, poiché i miei interessi erano un po’ meno imbrogliati de’ suoi, pensai di prendere in affitto ed ammobiliare a mie spese una casa antica e bizzarra, di un genere adattato al nostro carattere alquanto triste e fantastico. Era in una parte remota e solitaria del sobborgo San Germano; cadente ed abbandonata da lungo tempo in causa di certe superstizioni di cui non ci demmo pensiero.

Se il nostro modo di vivere in quel luogo fosse stato noto alla gente, ci avrebbero preso per pazzi; sebbene, forse, per pazzi di genere innocuo. Il nostro isolamento era perfetto; non ricevevamo visite; il luogo del nostro ritiro era rimasto con ogni cura segreto a’ miei antichi amici ed erano molti anni che il Dupin non conosceva e non era più conosciuto a Parigi. Noi esistevamo solamente per noi.

Il mio amico aveva l’idea bizzarra, come chiamarla altrimenti?, di essere innamorato della notte per amor della notte; e a questa bizzarria, come a tutte le altre, mi adattai tranquillamente, partecipando a’ suoi fantastici capricci con un completo abbandono. La nera divinità non poteva star sempre con noi, ma noi potevamo imitarla; appena si faceva giorno chiudevamo le pesanti imposte della nostra vecchia casa ed accendevamo un paio di candele, fortemente profumate, che mandavano pallida e debole luce; a questo chiarore noi andavamo sognando, leggendo, scrivendo, conversando finché l’orologio non ci avvertiva che le vere tenebre erano ritornate. Allora, via a braccetto per le strade a discorrere ancora sugli argomenti della giornata, o a vagare per lungo e per largo fino a tardi, cercando fra la luce incerta e le ombre della popolosa città quegli infiniti eccitamenti intellettuali che si trovano soltanto nella quieta osservazione.

In tal modo non potevo astenermi dal notare ed ammirare nel Dupin, quantunque dovessi aspettarmelo dalla sua mente ricca di concetti superiori, una particolare attitudine analitica; egli pareva usarne con grande piacere, forse anche farne mostra, e confermava il godimento che ne sentiva. Si vantava meco, con un risettino a fior di labbra, che per lui molte persone avevano una finestra in dirittura del loro cuore, e di tali asserzioni era solito di dar subito prove meravigliose, servendosi della conoscenza profonda che aveva di me stesso. In que’ momenti era di maniere fredde e distratte; i suoi occhi si fissavano nel vuoto; mentre la sua voce, consuetamente di buon tenore, si alzava al falsetto e sarebbe anche sembrata petulante, se non fosse stata la prudenza e la completa chiarezza delle sue parole. Lo osservavo in quelle mosse, e mi fermavo spesso meditando sulla vecchia filosofia dell’anima doppia, e mi divertivo all’idea di un doppio Dupin — il creatore e l’analitico.

Non si supponga da quanto ho detto fin ora che io voglia dare particolari di alcun mistero, o scrivere alcun romanzo; ciò che ho raccontato di quel francese veniva solamente da un cervello eccitato e forse malaticcio; ma del carattere delle sue osservazioni nel tempo di cui si parla, darà migliore idea un esempio.

Una notte andavamo gironzolando per una strada sudicia nelle vicinanze del Palazzo Reale; apparentemente ciascuno di noi era immerso ne’ propri pensieri, e nessuno da quindici minuti almeno aveva detto più una sillaba. Tutto ad un tratto il Dupin venne fuori con queste parole:

— È proprio davvero un ragazzuccio, e sarebbe più adatto al Teatro delle Varietà.

— Di ciò non vi può essere alcun dubbio, — risposi senza badare, e sulle prime senza osservare, tanto ero assorto ne’ miei pensieri, il modo incredibile e la precisione con cui egli si era introdotto nel ragionamento che faceva la mia mente. Un minuto dopo tornai in me e ne fui grandemente stupito.

— Dupin, — dissi con molta serietà, — questa cosa è superiore alla mia intelligenza; non mi périto di dirvi che sono stupefatto e posso credere appena a’ miei sensi. Com’è stato egli possibile che abbiate potuto sapere ciò che io pensavo di…? — M’interruppi per aver la certezza che egli sapesse veramente a chi pensavo.

— A Chantilly, — disse; — perché vi siete interrotto? Notavate da voi stesso che per la sua piccola statura non era fatto per la tragedia.

Questo precisamente formava l’argomento delle mie riflessioni; lo Chantilly era un ex-ciabattino di via St. Denis. Infatuato del teatro, aveva voluto rappresentare la parte di Serse, nella tragedia del Crébillon, e le sue fatiche erano state pubblicamente derise.

— Ditemi, per amor del cielo, —esclamai, — il metodo, se metodo c’è, col quale avete potuto in questo caso scandagliare la mia anima!

Invero la mia meraviglia era maggiore di quella che avrei voluto esprimere.

— È stato il fruttaiuolo, — rispose il mio amico, — che vi ha condotto a concludere che il raccomodatore di scarpe non ha personale atto al Serse e a tutte le parti di tal genere.

— Il fruttaiuolo! mi sbalordite… io non conosco nessun fruttaiuolo.

— L’uomo che vi urtò dianzi, forse quindici minuti fa, quando entravamo nella strada.

Mi rammentai difatti che un fruttaiuolo che portava sul capo un gran paniere di mele mi aveva per caso buttato quasi in terra mentre da via C… passavamo nella strada in cui s’era allora; ma non potevo capire che cosa avesse che veder questo con Chantilly.

Nel Dupin non vi era la più piccola ciarlataneria, ed egli disse:

— Vi spiegherò; ed affinché possiate intender chiaramente, cominceremo col riandar sul corso de’ vostri pensieri dal momento in cui io lo interruppi fino all’incontro del fruttaiuolo a cui abbiamo accennato. Gli anelli principali della catena hanno quest’ordine: Chantilly, Orione, il Dr. Nichols, Epicuro, Stereotomia, il lastricato, il fruttaiuolo.

Vi sono poche persone che qualche volta nella loro vita non si sieno divertite a cercare le vie per le quali la loro mente è passata prima di venire ad alcuna particolare conclusione. Questo lavoro spesso è pieno di attrattiva, e chi vi ci si mette per la prima volta rimane stupito dalla apparente infinita distanza e dalla incoerenza che è fra il punto da cui si parte a quello a cui si arriva.

Si consideri dunque il mio stupore udendo il francese parlare come aveva parlato, e trovandomi costretto a riconoscere che aveva detto il vero. Continuò:

— Se non m’inganno, proprio avanti di lasciare via C… parlavamo di cavalli: questo fu l’ultimo soggetto de’ nostri discorsi. Entrando in questa strada, un fruttaiuolo con una grossa cesta sul capo, passandoci in fretta dinanzi, vi spinse sopra un mucchio di pietre preparate dove si sta rifacendo la strada. Inciampaste in uno di que’ sassi, storcendovi leggermente il piede; sembravate arrabbiato o urtato; brontolaste un poco, deste un’occhiata, al mucchio delle lastre, e ricominciaste silenzioso a camminare. Non badavo particolarmente a quello che facevate, ma l’osservazione in me ha finito col diventare una specie di necessità.

Tenevate i vostri occhi rivolti al suolo, guardando con espressione irata le buche e le commettiture del lastrico, in modo che si vedeva bene come avevate ancora il pensiero ai sassi; finché non giungemmo al vicoletto chiamato Lamartine, in cui è in prova un lastrico con pietre che non sono soprammesse, ma unite saldamente. Qui vi rischiaraste in viso, e poiché le vostre labbra si muovevano, non potevo aver dubbio che mormoraste la parola stereotomia, vocabolo usato con grande affettazione per questo genere di lastricatura. Sapevo che non potevate dire stereotomia senza essere indotto a pensare agli atomi e quindi alle teorie di Epicuro; su queste avevamo discusso non era molto, ed io vi avevo fatto osservare che le vaghe congetture dell’illustre Greco, senza che nessuno vi abbia posto mente, trovavano singolare conferma nella recente cosmogonia delle nebulose; da ciò mi venne il pensiero

che non avreste potuto evitare di rivolgere lo sguardo in su alla grande nebulosa di Orione, ed aspettavo che avreste fatto così. Lo faceste e fui allora sicuro che avevo regolarmente seguito i passi della vostra mente. In quell’acre tirata su Chantilly che apparve ieri nel Museo, lo scrittore satirico, facendo alcune sgarbate allusioni al cambiamento di nome del ciabattino nel calzare il coturno, citava un verso latino del quale abbiamo parlato spesso. Voglio dire il verso:

Perdidit antiquum litera prima sonum.

Vi avevo accennato che si riferiva ad Orione che prima si scriveva Urione e, per via di un certo battibecco che si era avuto in proposito di questa spiegazione, supponevo che non l’aveste dimenticato e mi appariva certo che non manchereste di accoppiare le due idee di Orione e di Chantilly. Questa associazione di idee vidi appunto nel genere di sorriso che era sulle vostre labbra; pensavate allo strazio che veniva fatto del povero ciabattino. Fino a quel momento ciondolavate da tutte le parti, poi vi rizzaste su quanto siete alto, ed allora, proprio in quel punto, fui sicuro che pensavate alla piccola persona di Chantilly, ed interruppi il filo de’ vostri pensieri osservando che era proprio un omino quello Chantilly e sarebbe stato più adatto al Teatro delle Varietà.

Non molto tempo dopo tutto questo, leggevamo l’edizione della sera della Gazzetta dei Tribunali, allorché i paragrafi seguenti richiamarono la nostra attenzione:

«ASSASSINI STRAORDINARI. — Stamani alle tre, gli abitanti del quartiere St. Roch furono svegliati dal sonno da un seguito di terribili ed acute grida che sembravano provenire dal quarto piano di una casa di Via Morgue, che si sapeva essere abitata soltanto da certa signora L’Espanaye e da sua figlia, signorina Camilla L’Espanaye. Dopo qualche ritardo causato da inutili tentativi per farsi aprire senza violenza, il portone fu spezzato a colpi di scalpello, e otto o dieci fra i vicini entrarono accompagnati da due gendarmi. Frattanto le grida erano cessate, ma, come le persone giungevano al primo piano, si udirono distintamente due o più voci che litigavano e parevano venire dalla parte superiore della casa. Arrivati al secondo pianerottolo non fu sentito più nulla e tutto pareva quieto; i vicini andavano da una stanza all’altra, e quando furono ad una camera grande al quarto piano, di cui fu sforzata la porta che era chiusa a chiave di dentro, si trovarono dinanzi a uno spettacolo che li colpì di orrore e di stupore.

«La camera era nel più strano disordine, i mobili spezzati e buttati qua e là da tutte le parti; del solo letto che vi era, le materasse erano state tolte e gettate nel mezzo per terra; sopra una seggiola un rasoio insanguinato; sul camino due o tre lunghe e grosse trecce di capelli grigi, macchiati di sangue, parevano essere state strappate a forza colle loro radici. Sull’impiantito furono trovati quattro napoleoni, un orecchino con topazio, tre grandi cucchiai d’argento, tre più piccoli di metallo d’Algeri e due sacchetti contenenti quasi quattro mila franchi in oro; in un angolo i tiretti di un cassettone aperti sembravano essere stati spogliati, sebbene vi si trovassero ancora parecchi oggetti; una cassetta di ferro fu rinvenuta sotto le materasse, non sotto il letto; era aperta, aveva sempre la chiave nella serratura e conteneva alcune vecchie lettere ed altre carte di poca importanza.

«Non si scopriva segno della signora L’Espanaye, ma, essendo stata trovata grande quantità di fuligine nel camino, si fecero ricerche nella cappa e nella gola, e, orribile a dirsi!, ne fu tirato fuori il cadavere della figlia colla testa in giù, che era stato ficcato a forza nella stretta apertura fino ad altezza notevole. Il corpo ancora caldo, aveva molte escoriazioni causate, senza dubbio, dalla violenza con cui era stato introdotto lassù, e dalla difficoltà incontrata cavarnelo; la faccia era piena di profonde graffiature, la gola di lividi e forti graffi, come se la morte fosse avvenuta per strangolamento.

«Dopo minute ricerche in ogni parte della casa, senza trovar altro di nuovo, i vicini passarono in un piccolo cortile lastricato che corrispondeva sul di dietro, e quivi giaceva il cadavere della vecchia signora colla gola così compiutamente tagliata, che, quando si tentò di sollevarla, il capo cadde per terra. Il corpo ed anche la testa erano straziati tanto terribilmente che appena vi rimaneva qualche sembianza umana.

«Circa questo orribile mistero crediamo non si sia trovato ancora nessun piccolo filo che conduca a svelarlo».

Il numero del giorno appresso aveva questi altri particolari.

«IL DRAMMA DI VIA MORGUE. —Molte persone sono state interrogate intorno a questo straordinario e terribile delitto, ma nulla è trapelato da portarvi qualsiasi luce. Noi diamo qui sotto ciò che si è saputo da’ testimoni.

«Paolina Dubourg, stiratora, depone che conosceva le due assassinate da tre anni e che ha lavorato per loro durante questo tempo. La vecchia signora e sua figlia pareva che andassero d’accordo e si volessero bene. Erano buone pagatrici. Non può dir nulla in quanto al loro modo di vivere e a’ loro mezzi. Credeva che la signora L’Espanaye predicesse il futuro per guadagnare, ed era reputata denarosa. Non incontrò mai nessuno in casa quando andava a prendere o a riportare i panni; non avevano nessuno a servire. A quanto pareva a lei, fuori del quarto piano, non vi erano mobili in alcuna parte della casa.

«Pietro Moreau, tabaccaio, depone che per quattro anni ha venduto abitualmente alla signora L’Espanaye piccole quantità di tabacco da naso. È nato nelle vicinanze e non se n’è mai allontanato. La defunta e sua figlia da più di sei anni abitavano nella casa dove si sono trovati i cadaveri. Prima vi stava un gioielliere che subaffittava a varie persone le stanze di sopra. La casa apparteneva alla signora L’Espanaye, la quale, essendo scontenta del suo inquilino che non gliela teneva bene, vi tornò essa e non volle affittare ad altri. La vecchia signora era rimbambita. Il testimone ha veduto la figlia un cinque o sei volte in sei anni; conducevano vita ritiratissima e passavano per denarose. Aveva sentito dire tra i vicini che la signora L’Espanaye prediceva l’avvenire, ma egli non vi credeva. Non aveva mai veduto nessuno entrare in casa, eccetto la vecchia signora e sua figlia, un portiere una o due volte, e un medico otto o dieci volte. «Molte altre persone del vicinato hanno detto le medesime cose. Nessuno frequentava la casa; nessuno sapeva se la madre e la figliuola avessero parenti vivi. Le imposte delle finestre sulla facciata venivano aperte di rado; quelle sul dietro erano sempre chiuse, meno quella della camera grande al quarto piano. La casa era in buone condizioni e non troppo vecchia.

«Isidoro Muset, gendarme, depone, ché chiamato verso le tre della mattina, aveva trovato circa venti o trenta persone alla porta che tentavano di trovar modo di entrare. La sforzò con la baionetta, non con uno scalpello, e non ci volle molto ad aprirla perché era a due battenti, e senza paletto né sopra né sotto. I gridi continuarono finché non fu aperta, cessarono subito dopo; sembravano urli di una o più persone in preda a grande dolore; erano alti e continuati, non brevi e a scatti. Il testimone si affrettò per le scale e al primo pianerottolo sentì due voci che litigavano fortemente e rabbiosamente; una voce rozza ed una strillante in maniera strana. Poté distinguere alcune parole della prima, che era quella di un Francese; non certo una voce di donna; e lo colpirono le parole sacré e diablé. La voce strillante era di forestiero; non aveva certezza se di uomo o di donna. Non poteva capire ciò che diceva, ma crede parlasse spagnuolo. Le condizioni della camera e dei cadaveri vengono descritte come facemmo noi ieri.

«Enrico Duval, un vicino, orefice di mestiere, depone che fu dei primi a entrare nella casa e in generale conferma la testimonianza del Muset. Appena forzarono la porta, la richiusero per impedirne l’entrata alla folla che si era accumulata nonostante l’ora mattutina. Gli urli, questo testimone crede fossero di un Italiano: certo non erano di un Francese. Non è sicuro che fosse la voce di un uomo; poteva essere anche di una donna. Non sa la lingua italiana, né poté distinguere le parole, ma dal tono è convinto che chi parlava era un Italiano. Ha conosciuto la signora L’Espanaye e sua figlia; conversava con loro frequentemente; è sicuro che i gridi acuti non erano né dell’una né dell’altra.

«— Odenheimer, trattore. —Questo testimone depone di sua volontà. Non parlando francese, è stato interrogato per mezzo di un interprete. È nato ad Amsterdam. Passava davanti la casa nel momento degli urli, che durarono alcuni minuti, forse dieci, ed erano lunghi e continuati, terribili e strazianti. Fu uno di quelli che entrarono nello stabile. Conferma la testimonianza precedente, eccetto in una parte. È sicuro che gli urli provenivano da un uomo — da un Francese. Non poté distinguere le parole pronunciate. Erano alte e rapide, ineguali; sembravano di paura ed anche di rabbia. La voce era aspra, più aspra che acuta; non poteva dire che fosse una voce acuta. La voce grossa gridò ripetutamente sacré, diablé, e una volta: mon Dieu.

«Giulio Mignaud, banchiere, della Ditta Mignaud e figlio, via Deloraine. — È il maggiore de’ Mignaud. La signora L’Espanaye possedeva qualche cosa. Aveva aperto un conto nella sua Banca otto anni prima, nella primavera. Depositava spesso piccole somme. Non aveva chiesto nulla fino a tre giorni avanti la morte, quando era venuta in persona a ritirare la somma di 4000 franchi. Questa somma era stata pagata in oro, e un commesso era stato mandato a portargliela.

«Adolfo Le Bon, commesso della Ditta Mignaud e figlio, depone che il giorno di cui si parla, alle dodici circa, accompagnò la signora L’Espanaye a casa sua coi 4000 franchi, messi in due sacchetti. Aperto l’uscio apparve la signorina L’Espanaye e prese dalle sue mani uno dei sacchetti, mentre la vecchia signora lo alleggeriva dell’altro. Poi salutò e venne via. In quel momento non vide nessuno nella strada. È una via traversa, molto solitaria.

«Guglielmo Bird, sarto, depone che è uno dei primi che s’introdussero nella casa. È inglese ma vive a Parigi da due anni. Fu dei primi che salirono le scale. Udì il litigio di due voci. La voce grossa era quella di un Francese. Poté capire alcune parole, ma non può ora rammentar tutto. Sentì distintamente sacré e mon Dieu. In quel momento c’era un rumore come se parecchie persone si picchiassero, un rumore di baruffa. La voce acuta era fortissima, e gli parve quella di un Tedesco. Poteva essere anche una voce di donna. Il testimone non intende il tedesco.

«Quattro di questi testimoni, richiamati, hanno deposto che l’uscio della camera dove fu trovato il cadavere della signorina L’Espanaye era chiuso di dentro, quando essi arrivarono: dappertutto vi era quiete: non vi s’udivano né gemiti, né rumori di nessun genere. Sforzato l’uscio non videro alcuno. Tanto la finestra della camera sul di dietro quanto quella della camera sul davanti mette nell’andito, il quale era chiuso a chiave, colla chiave nella serratura. Una stanzetta sul davanti al quarto piano, in cima all’andito, aveva l’uscio socchiuso. Questa stanzetta da sbratto era piena di vecchi letti, scatole, ecc. Tutto è stato tolto di lì e minutamente esaminato; e non è rimasto cantuccio di qualsiasi parte della casa in cui non sia stato fatto altrettanto. Gli spazzacamini hanno fatto ricerche su e giù per le gole. La casa è di quattro piani con soffitte. Una botola sul tetto, assicurata con de’ chiodi, sembrava che non fosse stata più aperta da anni. I testimoni non sono d’accordo sul tempo che passò tra quando furono udite le voci che litigavano e quando fu sforzato l’uscio della camera. Alcuni dicono che fosse breve, di un tre minuti; altri più lungo, di un cinque minuti. L’uscio fu aperto con difficoltà.

«Alfonso Garcio, impresario di pompe funebri, depone che abita in Via Morgue. È nato in Ispagna; fu uno di quelli che entrarono nella casa; ma non ne salì le scale. È nervoso ed aveva paura di una forte commozione. Udì le voci ohe litigavano. La voce grossa era quella di un Francese; non poté distinguere ciò che diceva. La voce acuta è sicuro che fosse di un Inglese. Non capisce la lingua inglese, ma giudica dal suono.

«Alberto Montani, pasticciere, depone che era fra i primi che salirono le scale. Udì le voci a cui si accenna. La voce grossa era quella di un Francese: ne distinse alcune parole che sembravano di rimprovero. Non capì nulla della voce acuta, che parlava lesta e a scatti. Gli parve la voce di un Russo. Conferma in generale i precedenti testimoni. È un Italiano; non ha mai parlato con un Russo.

«Alcuni testimoni, richiamati, affermano che i caminetti in tutte le camere al quarto piano sono troppo stretti perché vi possa passare qualcuno. Le granate che furono adoperate su e più per le gole di tutta la casa erano di quelle spazzole cilindriche che si usano per pulire i caminetti. Sul dietro non vi è alcun passaggio da cui si sia potuto scendere, mentre i vicini salivano le scale. Il corpo della signorina L’Espanaye era così fortemente inzeppato nel caminetto che ci volle la forza di quattro o cinque uomini per tirarlo fuori.

«Paolo Dumas, medico, depone che sul fare del giorno fu chiamato per esaminare i cadaveri. L’uno e l’altro giacevano sul saccone del letto della camera in cui fu trovata la signorina L’Espanaye. Il corpo della giovane signora era molto livido ed escoriato, e ciò si spiega bene pel fatto che era stato spinto su a forza nel caminetto. La pelle della gola era fortemente lacerata. Proprio sotto il mento vi erano varie profonde graffiature e parecchi lividi prodotti senza dubbio dalle pressioni dei diti. La faccia scolorita da fare spavento, gli occhi fuori dell’orbita; la lingua portata via mezza con un morso; sulla cavità dello stomaco una larga contusione, che sembrava causata dal premere di un ginocchio. Secondo l’opinione del signor Dumas, la signorina L’Espanaye era stata strangolata da qualche persona o persone sconosciute. Il corpo della madre era orribilmente mutilato. Tutte le ossa della gamba e del braccio destro più o meno fracassate; la tibia sinistra molto scheggiata, e così pure le costole dello stesso lato. Dappertutto contusioni e lividure da far paura e da rendere impossibile di dire quanti mai colpi le avessero prodotte. Un pesante bastone, o una forte stanga di ferro, o alcun’altra arma grossa e grave potrebbero dare simili resultati qualora fossero adoperati da uomo vigorosissimo. Nessuna donna, con qualsiasi arme, sarebbe in caso di vibrare tali colpi. La testa dell’uccisa, quando la vide il testimone, era interamente staccata dal corpo ed era anche parecchio fracassata. La gola era stata tagliata di certo con arme affilatissima: molto probabilmente con un rasoio.

«Alessandro Etienne, chirurgo, fu inviato insieme al signor Dumas a visitare i cadaveri. Conferma la testimonianza e i giudizi del signor Dumas.

«Null’altro di maggiore importanza è resultato da parecchie altre persone che sono state interrogate; un assassinio così misterioso, così dubbio in tutti i suoi particolari, non era mai stato commesso in Parigi; se veramente è stato commesso assassinio. La polizia è del tutto fuori di strada, caso insolito ne’ delitti di questo genere; non vi è sinora alcun filo che indichi la via.»

L’edizione della sera diceva che continuava ancora una grande commozione nel quartiere St. Roch, che erano stati visitati i luoghi con ogni cura, interrogati di nuovo i testimoni, ma senza conchiudere niente. Si aggiungeva però che Adolfo Le Bon era stato arrestato ed imprigionato, sebbene nei fatti già particolareggiati nulla apparisse a suo carico.

Il Dupin sembrava prender molta parte all’andamento di questa faccenda, almeno da quanto potevo giudicare da’ suoi modi, perché egli non faceva alcun commento; soltanto dopo l’annunzio che il Le Bon era stato messo in prigione, mi domandò ciò che io pensassi di questi assassini.

Non potei rispondergli altro che ero d’accordo con tutta Parigi, riguardandolo come un mistero inesplicabile; e che non vedevo alcun mezzo col quale fosse possibile di scoprire la traccia del delitto.

— Non dobbiamo giudicare dei mezzi, — disse il Dupin, — in questo principio d’istruzione; la polizia parigina senza metodo per il suo acume, è astuta, ma nulla di più; va avanti senza metodo, e segue ciò che consiglia l’occasione. Si fa gran mostra di provvedimenti che spesso corrispondono così poco allo scopo cui tendono, da farci rammentare del signor Jourdain che chiedeva la sua veste da camera – per ascoltar meglio la musica. I resultati ottenuti da essa sono talvolta meravigliosi, ma per la maggior parte si debbono soltanto alla diligenza e alla operosità; e se queste non giovano, i suoi disegni riescono inutili. Il Vidocq, per esempio, divinava bene ed era uomo perseverante; ma, senza l’educazione del pensiero, errava continuamente per l’ardore stesso delle sue investigazioni; diminuiva la sua vista tenendo l’oggetto troppo vicino. Poteva vedere forse uno o due punti con rara chiarezza, ma, facendo a questo modo, gli sfuggiva necessariamente l’aspetto intero. Con tal metodo si può essere stimati molto profondi; ma la verità non è sempre in un pozzo, ma nel fatto, e in quanto concerne le cognizioni più importanti, credo che essa sia sempre alla superficie. Noi la cerchiamo nella profondità delle valli e non sulle cime delle montagne, dove essa si trova. Dei modi e delle cause di questo genere di errori, si hanno buoni esempi nell’osservazione de’ corpi celesti. Date un’occhiata a una stella, guardandola di scancìo col volgere verso di essa la parte laterale della retina che è più sensibile della parte centrale a una luce debole, e vedrete la stella distintamente, potrete avere un’idea giusta del suo splendore; uno splendore che diminuisce a mano a mano che volgiamo pienamente i nostri sguardi su di esso. In quest’ultimo caso, maggior numero di raggi colpiscono l’occhio; ma nel primo vi è una capacità più raffinata a ricevere le impressioni. Una profondità troppo grande ci rende perplessi ed indebolisce il pensiero; e a scrutare troppo direttamente, e a raccogliersi troppo in una cosa si rende possibile anche di fare sparir Venere stessa dal firmamento.

Per questi assassini, prima di formarcene un’opinione, facciamone da noi stessi uno studio; un esame ci procurerà del divertimento.

— Questa parola mi parve qui usata in modo curioso, ma non dissi nulla, e poi il Le Bon mi rese una volta un servizio del quale non gli sono ingrato. — Andremo sul posto e vedremo co’ nostri propri occhi. Conosco G…, il Prefetto di Polizia, e non troveremo difficoltà a ottenere il permesso necessario.

Avutane l’autorizzazione, ci recammo subito in via Morgue, una straduccia traversa che congiunge via Richelieu a via St. Roch1. Fummo lì tardi nelle ore pomeridiane, perché rimane molto lontana di dove stavamo noi, e trovammo subito la casa, essendovi ancora tante persone che di faccia, nella strada, guardavano le chiuse imposte con una sciocca curiosità. Era una delle solite case di Parigi, con un portone e da una parte un casotto con una finestra a vetro mobile, che è la stanzetta del portiere. Prima di entrare, andammo in su, girammo per un viale e tornando in giù potemmo vedere la parte posteriore dello stabile. Il Dupin frattanto osservava tutti i dintorni e la casa stessa, con un’attenzione minuziosa di cui non mi era possibile di comprendere lo scopo.

Ritornammo sui nostri passi, suonammo alla casa suddetta, e mostrato il nostro permesso, le guardie che vi erano in custodia ci lasciarono passare. Salimmo alla camera dove era stato trovato il corpo della signorina L’Espanaye, e dove i due cadaveri giacevano ancora. Il disordine dovunque, secondo il solito, era rimasto intatto, ed io non vidi nulla fuori di ciò che era stato raccontato dalla Gazzetta dei Tribunali. Il Dupin scrutava ogni cosa, non eccettuati i corpi delle vittime; e sempre accompagnati da un gendarme visitammo le altre camere e la corte. Si fece buio con tutte queste investigazioni. Nel tornare a casa, il mio amico si fermò un momento nell’ufficio di un giornale quotidiano.

Ho detto che i suoi capricci erano molti e che io li menavo buoni; ora gli pigliava l’estro di non voler parlare del delitto fino circa alle dodici del giorno appresso. Quando ci fummo, mi domandò improvvisamente se avevo osservato alcuna particolarità nei luoghi dell’assassinio.

Vi era qualche cosa nel suo modo di pronunciare la parola particolarità che, senza saperne la ragione, mi faceva venire i brividi.

— No, nulla di particolare, —risposi; — nulla di più, almeno, di ciò che noi due non si sia letto nel giornale.

— La Gazzetta, — ricominciò, —temo non sia entrata nell’orrore inaudito di questa faccenda; ma non occupiamoci delle opinioni futili di questo foglio. A me pare che questo mistero sia considerato insolubile proprio per la ragione che dovrebbe farlo risguardare come di facile soluzione: voglio parlare del carattere troppo grave con cui si presenta. La polizia si confonde coll’apparente mancanza della causa, non solo del delitto in se stesso, ma anche dell’atrocità del delitto; non trova pure come spiegare ciò che sembra impossibile a esser messo d’accordo, ossia le discordanti opinioni su una delle due voci udite quando si litigava e il fatto che su, all’infuori della signorina assassinata, non fu scoperto alcuno, e non c’era mezzo di uscire senza essere veduti dalla gente che saliva. L’incredibile disordine della camera, il corpo ficcato colla testa in giù nel caminetto; il terribile strazio del corpo della vecchia signora, insieme a quanto si è ora accennato e ad altro che non occorre accennare, è bastato a mettere compiutamente fuori di strada il rinomato acume degli agenti del governo. Essi sono caduti nel grosso e comune errore di confondere lo straordinario coll’astruso; mentre appunto da queste deviazioni dal campo ordinario, la ragione trova, se è possibile, la strada alla ricerca del vero. Nelle investigazioni come quelle a cui siamo dietro, non bisogna chiedersi troppo che cosa è accaduto, ma che cosa è accaduto che non sia mai accaduto prima; infatti la facilità con la quale arriverò, o sono arrivato, alla soluzione di questo mistero, è in ragione diretta della sua apparente insolubilità agli occhi della polizia.

Lo fissai con muta meraviglia.

— Aspetto ora, — continuò, guardando verso l’uscio del nostro quartiere, — aspetto ora una persona che, sebbene non sia forse l’autrice di questo macello, dev’essere in qualche modo implicata nella sua perpetrazione. Della parte peggiore del delitto commesso è probabile che egli sia innocente; spero di non sbagliarmi in questa supposizione, perché sopra di essa ho costruito quanto mi deve spiegare l’intero enìmma. Aspetto l’uomo qui, in questa camera, da un momento all’altro; è vero che forse non verrà; ma la probabilità è che verrà, e se venisse, sarà necessario che non vada via. Ecco delle pistole; noi due sappiamo ora che cosa farne, quando l’occasione domandi il loro uso.

Presi le pistole, sapendo appena quel che mi facevo, credendo appena ciò che udivo, mentre il Dupin continuava come in un soliloquio. Ho già fatto cenno delle sue maniere astratte nei momenti di questo genere; il suo discorso era rivolto a me; ma la sua voce, benché fosse salita ad un diapason assai comune, aveva quel tono che per il solito si prende allorché si parla a qualcuno che è a grande distanza. I suoi occhi, con espressione vaga, erano rivolti alla parete.

— Che le voci udite in litigio, — disse, — da coloro che erano su per le scale, non fossero le voci delle due donne, è stato provato con ogni evidenza. Questo ci toglie qualsiasi dubbio sulla quistione se la vecchia signora possa aver prima ammazzata la figlia e poi se stessa. Parlo di ciò principalmente per ragione di metodo; poiché la forza della signora L’Espanaye non sarebbe stata mai sufficiente a introdurre il corpo della sua figliuola nel caminetto nel modo che vi è stato trovato; e il genere delle ferite osservate sul suo corpo esclude l’idea del suicidio. Il delitto, dunque, è stato commesso da altri; e le voci di questi altri erano quelle udite in contrasto. Permettetemi ora di richiamarvi, non su tutte le testimonianze relative a queste voci, ma su ciò che vi è di particolare in quelle testimonianze. Vi osservaste voi qualche cosa di particolare?

Osservai che, mentre tutti i testimoni erano d’accordo nel supporre che la voce grossa apparteneva ad un Francese, si trovavano molto discordi sulla voce acuta, o sulla voce aspra, come la chiamò un solo testimonio.

— Ciò era evidente, — disse il Dupin, — ma non era la particolarità dell’evidenza. Voi non avete osservato nulla di speciale: eppure vi era qualche cosa da osservare. I testimoni, come notate, erano d’accordo sulla voce grossa; su questo punto erano unanimi; ma sulla voce acuta, la particolarità non è quella che non fossero d’accordo, bensì quella che, quando un Italiano, un Inglese, uno Spagnuolo, un Olandese e un Francese tentavano di descriverla, ognuno parlava di essa come della voce di un forestiero; ciascuno era sicuro che non era la voce di uno dei propri compatrioti; ciascuno la confronta non alla voce di un individuo di qualche nazione nella cui lingua egli abbia conversato, ma precisamente al contrario. Il Francese la suppone voce di uno Spagnuolo e vi avrebbe distinto alcune parole se avesse conosciuto lo spagnuolo. L’Olandese afferma di essere stata quella di un Francese; ma noi sappiamo che il testimone non comprendendo il francese fu interrogato per mezzo di un interprete. L’Inglese crede sia la voce di un Tedesco, e non intende il tedesco. Lo Spagnuolo è certo che sia quella di un Inglese, ma ne giudica dal tono solamente, poiché egli non ha alcuna cognizione d’inglese. L’Italiano crede sia la voce di un Russo, ma egli non ha mai conversato con un Russo. Un altro Francese differisce dal primo: non ha dubbio che la voce fosse di un Italiano, ma, non avendo nessuna conoscenza di questa lingua, come lo Spagnuolo, ne è convinto per via del tono. Or dunque questa voce doveva esser davvero bene strana ed insolita, se non si son potute ottenere su essa che tali testimonianze! se ne’ suoi toni anche i cittadini di cinque grandi parti dell’Europa non ne hanno potuto riconoscere alcuno ad essi famigliare! Voi direte che poteva essere la voce di un Asiatico, di un Affricano… Gli Asiatici, gli Affricani non abbondano a Parigi; ma, senza negarne la possibilità, richiamerò soltanto la vostra attenzione su tre punti. La voce da un testimone è chiamata aspra più che acuta; due altri la dicono breve e a scatti! Nessun testimone poté distinguere né parole, né suoni somiglianti a parole.

— Non so, — continuò il Dupin, — quale impressione posso aver fatto sin qui sulla vostra mente; ma non esito a dire che la deposizione de’ testimoni anche da questa parte, dalla parte che riguarda la voce grossa e la voce acuta, si presta a giuste deduzioni, sufficienti in se stesse a far nascere un sospetto che potrebbe additare la via di ogni successiva ricerca intorno al mistero. Ho detto giuste deduzioni, ma non ho espresso pienamente ciò che ho nell’animo di dire. Intendo affermare che tali deduzioni sono le sole convenienti, e che il sospetto nasce inevitabilmente da esse e si presenta come unico resultato di tutto. Però che cosa sia il sospetto non ve lo dirò ancora; desidero soltanto comprendiate che per me esso è sufficiente a dare una forma determinata, una mira certa alle investigazioni che feci nella camera.

Trasportiamoci ora col pensiero in quella camera. Che cosa vi cercheremo prima di tutto? I mezzi di fuga di cui si servirono gli assassini. È inutile dire che nessuno di noi crede ad eventi soprannaturali; la signora e la signorina L’Espanaye non sono state uccise dagli spiriti. Gli autori del delitto erano esseri materiali, e fuggirono materialmente. Come dunque? Per fortuna, su questo punto non vi è che un unico modo di ragionare, e questo modo deve condurci a conclusione certa. Esaminiamo ad uno ad uno i mezzi di fuga. È chiaro che, quando la gente saliva le scale, gli assassini erano nella camera dove fu trovata la signorina L’Espanaye, o almeno in quella accanto; quindi in queste due camere solamente dobbiamo cercare le uscite. La polizia ha scoperchiati gli impiantiti, sfondati i soffitti, frugato nei muri da tutte le parti; nessuna uscita segreta poteva sfuggire alla sua accortezza. Ma, non fidando negli occhi della polizia, ho esaminato co’ miei: non vi è veramente nessuna uscita segreta. Gli usci che dalle camere mettono nell’andito erano chiusi fortemente, e le chiavi rispettive nelle serrature. Osserviamo i caminetti: di larghezza ordinaria, fino ad otto o dieci piedi sopra il focolare; per tutta la loro lunghezza, non passerebbe che un grosso gatto. L’impossibilità della fuga per le vie di cui abbiamo parlato è così assoluta che siamo ridotti alle finestre. Da quella della camera sul davanti, nessuno poteva fuggire senza che fosse veduto dalla folla radunata nella strada; bisognava dunque che gli assassini passassero da quelle della camera sul di dietro. Giunti ora a questa conclusione in un modo tanto indiscutibile, non abbiamo il diritto da parte nostra, come ragionatori, di non tenerla in alcun conto per le sue apparenti impossibilità. Ci rimane invece da provare soltanto che queste impossibilità non sono tali veramente.

Nella camera vi sono due finestre. Una non è nascosta dai mobili e si vede completamente; la parte inferiore dell’altra invece è nascosta dal capezzale del pesante letto che vi è addossato. Fu accertato che la prima era ben chiusa all’interno e che resisteva agli sforzi di coloro che tentavano di mandarla su2: era stato forato il suo telaio a sinistra e vi era stato ficcato quasi tutto un grosso chiodo. Esaminando l’altra finestra, vi fu trovato un chiodo simile, e ogni sforzo per mandar su il telaio riuscì vano anch’esso. La polizia allora fu interamente convinta che nessuna fuga poteva accadere da questa parte, e perciò fu creduto cosa superflua il cavare i chiodi ed aprir le finestre.

La mia ricerca fu un po’ più minuziosa per poter dimostrare, secondo ho già detto e com’era necessario, che le impossibilità erano apparenti e non reali.

Continuai a ragionare così — a posteriori3. Gli assassini erano fuggiti da una di queste finestre. Stabilito questo, non potevano aver rimesso internamente i telai nel modo che si erano trovati, e siffatta considerazione, di tanta evidenza, aveva fatto troncare alla polizia ogni ulteriore esame da questo lato. Ma i telai erano chiusi: essi dunque dovevano avere avuta la forza di chiudersi da sé. Da questa affermazione non si scappa. Andai alla finestra non serrata, levai il chiodo con qualche difficoltà, e tentai di sollevare il telaio; come avevo preveduto, esso resisteva ai miei sforzi. Doveva esservi quindi, ne ero certo, una molla nascosta; ciò confortava la mia idea, mi convinceva almeno che le mie premesse erano giuste, per quanto ancora mi sembrassero misteriose le circostanze che riguardavano i chiodi. Un esame accurato mi fece scoprir presto la molla segreta; vi premei sopra, e contento della scoperta, mi astenni dal mandare in su i telai.

Rimisi il chiodo a posto e l’osservai con attenzione. Una persona passando dalla finestra, poteva averla richiusa, la molla avrebbe agito; ma il chiodo non sarebbe tornato al suo posto. Questa cosa era chiara e limitava ancora il campo alle mie investigazioni. Gli assassini dovevano essere fuggiti dall’altra finestra; supponendo dunque che le molle di ciascun telaio fossero, com’era probabile, compagne, si doveva trovare una differenza fra i chiodi, od almeno fra i modi con cui erano stati conficcati. Montai sul saccone del letto, di sopra il capezzale osservai minutamente la seconda finestra, e passando una mano dietro, scoprii subito e feci agire la molla, che era, come avevo preveduto, simile alla prima. Allora esaminai il chiodo. Risultava grosso come l’altro, conficcato nello stesso modo quasi fino alla capocchia.

Direte che dovetti trovarmi impicciato; ma, se ne avete il pensiero, significa che vi eravate ingannato sul genere delle induzioni. Per usare una frase di svago ginnastico, non ero caduto in errore, non avevo perduto un istante la pesta, non mancava alcun anello alla catena; avevo seguìto il mistero fino al suo ultimo stadio, e questo stadio era il chiodo. Aveva, ripeto, sotto ogni aspetto, l’apparenza del suo compagno nell’altra finestra; ma questo fatto era assolutamente nulla, per quanto sembrasse definitivo, allorché si confrontava con la considerazione che qui, a questo punto, terminava il filo. Vi dev’essere, dicevo, qualche cosa di difettoso nel chiodo. L’ esaminai, e la capocchia con un pezzetto di gambo, un centimetro e poco più, mi rimase in mano; l’altra parte del gambo restò dove si era rotta. Questa rottura doveva esser vecchia, perché già coperta di ruggine, ed appariva prodotta da un colpo di martello che aveva conficcato parte della capocchia nel regolo del telaio. Riavvicinai con ogni cura la capocchia al gambo e il chiodo riapparve come prima, perché la rottura era invisibile; premei la molla, alzai leggermente il telaio di alcuni pollici, la capocchia si alzò con esso senza venir via dal suo posto. Chiusi la finestra, e il chiodo parve che non fosse stato toccato.

L’enimma fin lì era allora spiegato: l’assassino era fuggito dalla finestra che corrispondeva sul letto; e la finestra, cascando da sé dopo la fuga, o forse venendo chiusa appositamente, mantenevasi al posto per l’azione della molla; mentre questa azione della molla, scambiata dalla polizia per quella del chiodo, aveva fatto cessare ogni ulteriore ricerca.

L’altra quistione si riferiva al mezzo di discesa; e su di essa, quando avevo girato attorno alla casa, mi era balenata alla mente una idea di cui ero rimasto contento. A cinque piedi e mezzo circa dalla casa stessa scende l’asta di un parafulmine, e da questa sarebbe stato impossibile a chiunque di giungere alla finestra e di entrarvi. Osservai tuttavia che le imposte del quarto piano erano di quel genere che i falegnami parigini chiamano ferrate; un genere che non usa più oggi, ma si vede spesso ancora nelle vecchissime case di Lione e di Bordeaux. Esse sono come un uscio ordinario, a una imposta, non a due battenti; soltanto che la parte inferiore si compone di un’inferriata o un graticolato di legno, dove le mani possono ben aggrapparsi. Nel caso nostro queste imposte sono larghe più di tre piedi e mezzo, e quando le osservammo sul di dietro della casa, erano tutte e due aperte a metà, e facevano cioè un angolo retto col muro. Anche la polizia deve averle probabilmente osservate come me dalla parte posteriore, ma, vedendole secondo la loro larghezza, non deve aver fatto attenzione alla larghezza stessa, così grande, o, in ogni modo, non ha a ciò dato la dovuta importanza. In conclusione gli agenti, convintisi che nessuna fuga poteva essere avvenuta da questa parte, non avevano naturalmente investigato che alla lesta. A me però riesciva chiaro che le imposte appartenenti alla finestra sulla quale era addossato il letto, aperte e accostate al muro, si sarebbero trovate a due piedi dall’asta del parafulmine; e mi era anche evidente che adoperando una forza e un coraggio non ordinario, per mezzo di quest’asta si poteva entrare per la finestra. Qualora si suppongano le imposte spalancate del tutto e la finestra aperta, un malfattore giunto a un due piedi e mezzo da essa, troverebbe valido sostegno nell’inferriata; e allora abbandonando l’asta e puntando i piedi al muro, con un salto poderoso cadrebbe dentro nella camera e tirerebbe seco le imposte tanto da chiuderle.

Desidero che notiate con particolarità che ho parlato di una forza proprio fuori del comune per poter riuscire in un’impresa così difficile e rischiosa; e che il mio scopo, prima di tutto, è di dimostrarvi che la cosa può esser compiuta, e in secondo luogo, e principalmente, di richiamare la vostra attenzione sul genere straordinarissimo di agilità, quasi soprannaturale, che occorre per compierla.

Direte senza dubbio, servendovi del linguaggio legale, che per dare una prova a fortiori dovrei valutare al di sotto del probabile l’agilità necessaria in questo caso e non insistere sulla sua straordinarietà; ma ciò può essere la pratica della legge, non l’uso della ragione; e il mio scopo supremo è soltanto la verità. Ora come ora intendo condurvi a considerare questa straordinarissima agilità di cui ho appunto parlato e la particolarissima voce a scatti, acuta o aspra, sulla cui nazionalità nemmeno due persone si sono potute trovare d’accordo, e nella cui maniera di parlare nessuno poté cogliere sillabazione o parole articolate.

A queste parole il pensiero del Dupin principiò a disegnarsi in modo vago nella mia mente; mi pareva di essere sul limite dell’intendere senza ancora poter intendere; come chi è sul punto di ricordare senza ancora riuscire a ricordare. Il mio amico continuò il suo discorso.

— Vedete, — disse, — che ho spostata la quistione dal modo di uscire a quello di entrare; perché volevo dimostrare che l’una cosa e l’altra furono effettuate nella stessa maniera e nello stesso luogo. Torniamo ora nell’interno della camera ed esaminiamone ogni oggetto. Le cassette del cassettone, fu detto, sono state saccheggiate, sebbene vi fossero rimaste dentro ancora parecchie cose; ciò che fu detto dunque è assurdo, una semplice supposizione sciocca e null’altro. Come possiamo sapere se quanto fu trovato nelle cassette, non era tutto ciò che contenevano prima? La signora L’Espanaye e la sua figlia conducevano una vita ritiratissima, non vedevano alcuno, uscivano di rado, avevano poco bisogno di usare numerosi vestiti. Quelli che furono trovati erano probabilmente di una qualità altrettanto buona, quanto quella di qualunque altro che le signore potessero possedere; e se un ladro ne aveva rubato una parte, perché non aveva preso i migliori, perché non aveva preso tutto? E infine perché lasciare quattro mila franchi in oro, e caricarsi di un involto di biancheria? L’oro era abbandonato; quasi l’intera somma, citata dal signor Mignaud, il banchiere, era stata trovata per terra nei sacchetti. Desidero dunque che vi togliate dal capo l’idea erronea del motivo, nata nel cervello della polizia perché qualcuno ha parlato di denaro consegnato sull’uscio di casa. Combinazioni dieci volte più notevoli di questa, cioè consegna di denaro ed assassinio commesso dopo tre giorni che era stato consegnato, succedono ogni giorno nella nostra vita senza attirare l’attenzione di chicchessia anche un istante; e in generale le combinazioni rappresentano grandi inciampi nella via di questa classe di pensatori che non sono per nulla istruiti nella teoria delle probabilità, alla quale i più gloriosi intenti delle umane indagini debbono le più gloriose conquiste. Nel nostro caso, se il denaro fosse scomparso tre giorni dopo che era stato consegnato, sarebbe stato un fatto di importanza molto maggiore che una coincidenza, e avrebbe contribuito all’idea del motivo; ma nelle vere circostanze in cui ci troviamo, volendo supporre che l’oro sia stato la causa di questo delitto, bisogna dire anche che il delinquente doveva essere bene stolto ed imbecille ad abbandonare ad un tempo e l’oro e la causa che lo aveva spinto ad uccidere.

Fissatevi ora nella mente i punti ai quali vi ho richiamato — la strana voce, la straordinaria agilità, e quell’incredibile mancanza di causa in un delitto eccezionalmente atroce come questo. Consideriamo il massacro in se stesso. Abbiamo una donna strangolata dalla forza delle mani e ficcata in un caminetto colla testa all’ingiù. Gli assassini ordinari non usano tali modi per uccidere, e tanto meno si conducono a questa maniera colla vittima; inzepparne il cadavere nel camino, converrete che è qualche casa di grandemente strano; qualche cosa che non corrisponde del tutto a ciò che conosciamo dei procedimenti umani, nemmeno a supporre gli assassini i più pervertiti degli uomini. Pensate ancora quale gran forza deve essere stata necessaria per introdurre il corpo in un’apertura simile, e così fortemente, che il vigore di varie persone è bastato appena a tirarlo fuori!

Rivolgiamoci ad altre prove di questa forza meravigliosa. Sul focolare erano grosse trecce — proprio grosse trecce — di capelli grigi, che erano state strappate con le loro radici, e non ignorate quale gran forza occorre per istrappare così dal capo una ciocca di venti o trenta capelli. Le trecce di cui parlo, le vedeste bene come me, avevano le loro radici, orrendo spettacolo!, appiccicate a pezzetti di cuoio capelluto e davano sicuro segno dello smisurato vigore che era stato necessario per isradicare ogni volta forse un mezzo milione di capelli. Il collo della vecchia signora non era solamente tagliato, ma la testa era del tutto staccata dal busto, e per mezzo di un semplice rasoio. Desidero che poniate mente alla ferocia brutale di questi atti. De’ lividi che erano sul capo della signora L’Espanaye non parlo: il signor Dumas e il suo degno cooperatore dissero che erano stati causati da istrumento contundente, e fin qui questi gentiluomini dissero bene. L’istrumento contundente era in modo chiaro il lastrico della corte, sul quale la vittima era caduta dalla finestra che dà sul letto, e questa idea, per quanto possa sembrare semplice, sfuggì alla polizia per la stessa ragione che le sfuggì la larghezza delle imposte, e perché la vista dei chiodi aveva chiuso ermeticamente al suo pensiero la via di credere alla possibilità che le finestre fossero mai state aperte.

Se adesso, in aggiunta a tutte queste cose, avete opportunamente considerato lo strano disordine della camera, siamo arrivati al punto di connettere le idee di una agilità meravigliosa, di una forza sovrumana, di una ferocia brutale, di un massacro senza ragione, di un grottesco nell’orribile, che assolutamente non appartiene all’uomo; di una voce sconosciuta nel suono all’orecchio di persone di varie nazioni, priva di qualsiasi distinta pronunzia, o atta ad intendersi. Per voi dunque qual risultato ne vien fuori? Quale impressione ho fatto sulla vostra mente?

Mi sentii un brivido addosso, quando il Dupin mi rivolse questa domanda, e — un pazzo, — risposi, — ha commesso questo delitto; qualche pazzo furioso, scappato da una Casa di salute delle vicinanze.

— Sotto un certo aspetto, — disse, — la vostra idea si può accogliere; ma le voci dei pazzi, anche nel delirio del parossismo, non sono giudicate simili a quella strana voce udita per le scale; i pazzi appartengono a qualche nazione, e la loro lingua, comunque incoerente nelle loro parole, ha sempre la coerenza della sillabazione. Inoltre, i capelli di un pazzo non somigliano a quelli che ora io tengo in mano; guardate, sciolsi questa ciocchettina dalle dita irrigidite della signora L’Espanaye; ditemi che cosa ve ne pare.

— Dupin! dissi interamente sconvolto, — questi capelli sono eccezionali… questi non sono capelli umani!

— Né io ho affermato che sieno tali, — rispose; — ma prima di conchiudere intorno a questo punto, desidero che diate un’occhiata al piccolo abbozzo che ho tracciato su questa carta. È un disegno facsimile di ciò che è stato descritto in una parte della testimonianza come lividi maestri e profonde addentature d’unghie sul collo della signorina L’Espanaye, ed altrove, secondo i signori Dumas ed Etienne, come una serie di macchie livide, causate evidentemente dalla pressione delle dita.

— Guardate, — continuò l’amico, — stendendo davanti a me sulla tavola la carta, — quale idea dà questo disegno di una presa ferma e forte; non vi è traccia apparente che le dite si sieno mosse; ciascun dito ha mantenuto, e forse sino alla morte della vittima, il terribile posto che s’era fatto nell’afferrare; tentate voi ora di mettere le vostre dita ad un tempo in ognuna delle impressioni che vedete.

Mi provai invano.

— Forse non facciamo la prova come dovrebbe esser fatta, — disse. — La carta è distesa sopra una superficie piana, e la gola dell’uomo è cilindrica; ecco qui un pezzo di legno, la cui circonferenza è press’a poco come quella di un collo; avvolgiamogli attorno il disegno e proviamo ancora.

Riprovai; ma la difficoltà, chiaramente, fu maggiore della prima volta.

— Questa, — dissi, — non è l’impronta della mano dell’uomo.

— Leggete adesso, — rispose il Dupin, — questo passo del Cuvier.

Era una minuziosa descrizione, anatomica e generale, del rossiccio e grande Urangutano delle isole dell’India orientale. La statura gigantesca, la forza smisurata, l’agilità, la ferocia selvaggia, la tendenza imitativa di questo mammifero sono abbastanza conosciute da tutti; ed io capii subito l’intero orrore dell’assassinio.

— La descrizione delle dita, —dissi, quando ebbi finito di leggere, — è in accordo preciso col disegno; vedo che nessun altro animale, fuori di un urangutano, e della specie citata, poteva aver lasciato impronte come quelle che avete tracciato; anche questo ciuffetto di peli fulvi è di carattere identico a quello della bestia descritta dal Cuvier; ma non riesco a comprendere i particolari di questo terribile mistero. E poi furono udite due voci che altercavano ed una, senza alcun dubbio, era la voce di un francese.

— È vero; e rammenterete una espressione attribuita quasi unanimemente a questa voce dai testimoni, l’espressione Mon Dieu! Queste parole nel caso presente furono ben interpretate da uno dei testimoni, dal Montani pasticciere, come una espressione di rimprovero o richiamo. Su queste due parole quindi ho fondato le mie speranze per la completa soluzione dell’enimma; un francese è a cognizione del delitto; è cosa possibile, anzi veramente è più probabile, che egli sia senza colpa di aver preso qualsiasi parte ai fatti sanguinosi che sono successi; l’urangutano può essere scappato a lui, e lui può averlo rincorso fin nella camera, senza aver potuto più impadronirsene nelle circostanze tremende che seguirono, e la bestia rimanere ancora libera. Non voglio continuare in queste congetture: non ho il diritto di chiamarle diversamente; poiché gli accenni di riflessione su cui si basano sono appena sufficienti ad esser valutati dal mio intelletto, e non posso pretendere che sieno accolti da altre menti. Le chiameremo congetture e ne parleremo come tali. Se il francese, del quale ci occupiamo, è davvero, come suppongo, innocente di questa atrocità, l’annunzio che lasciai ieri sera, quando tornavamo a casa, all’ufficio del giornale Le monde, che attende agli interessi marittimi ed è molto letto da’ marinari, lo condurrà a noi.

Mi porse un foglio e lessi quanto segue:

Avviso. — Nella mattina del… corrente (la mattina dell’assassinio) prestissimo è stato trovato nel Bosco di Boulogne un grande urangutano, fulvo, della specie di Borneo. Il proprietario, che si sa essere un marinaro appartenente a una nave maltese, può riavere l’animale mediante regolare segno di riconoscimento e il rimborso di poche spese fatte per la cattura e il vitto. Rivolgersi Via…, sobborgo San Germano, terzo piano.

— Come è stato possibile, — domandai, — che abbiate potuto conoscere che l’uomo era un marinaro ed appartenente ad una nave maltese?

— Non lo so, — rispose il Dupin, — non ne sono sicuro; però ecco qui un pezzetto di nastro con nodo che dalla forma e dall’untume di cui par sudicio, mostra chiaramente di essere stato adoperato a legare i capelli in una di quelle lunghe code che piacciono tanto ai marinari; e di più questo genere di nodo non lo sanno fare che i marinai e particolarmente i maltesi. Lo raccattai di terra, vicino all’asta del parafulmine, e non poteva certo appartenere a nessuna delle due vittime; in ogni modo se sono in errore, deducendo dal nastro che quel francese era un marinaro appartenente a una nave di Malta, non posso aver fatto male ad alcuno dicendo com’ho detto nell’avviso; egli supporrà solamente che io mi sia ingannato per qualche circostanza e non si prenderà la cura di fare indagini. Se invece ho detto bene, ho vinto un gran punto; poiché il Francese conoscendo il delitto, sebbene innocente, è naturale che esiterà a rispondere all’avviso, e a chiedere l’urangutano. Egli ragionerà così: — Io sono innocente; sono povero; il mio urangutano ha un gran valore; per uno come me è un patrimonio; perché dovrei perderlo per futili timori di pericolo? Esso è nelle mie mani; è stato trovato nel bosco di Boulogne, a una bella lontananza dal luogo del massacro; si potrà sospettar mai che una bestia bruta abbia commesso il delitto? La polizia è fuori di strada, non ha saputo scoprire nessun indizio; quand’anche fosse sulla traccia dell’animale, sarebbe impossibile provare che io ho saputo del delitto, e trovarmi in colpa perché ne sono stato in cognizione. D’altra parte sono conosciuto; chi ha messo l’avviso mi indica come proprietario della bestia; non sono sicuro fino a qual punto arrivi questa sua certezza, ma se evito di richiedere una cosa che costa tanto e che si sa che è mia, farò cadere sull’animale qualche sospetto pericoloso; non è buona politica attirare l’attenzione sopra di me e sulla bestia. Risponderò all’avviso, riavrò l’urangutano che terrò rinserrato finché questa faccenda non sarà del tutto dimenticata.

In questo momento udimmo un passo per le scale.

— Siate pronto colle vostre pistole, — disse il Dupin; — ma non fatele vedere e non fatene uso finché non ne avrete un cenno da me stesso.

—Era stata lasciata aperta la porta di casa e il visitatore era entrato senza sonare, ed era salito per vari scalini; pareva tuttavia che fosse incerto, e udimmo poco dopo che scendeva; il Dupin si fece subito all’uscio, allorché si sentì risalire di nuovo, e lo sconosciuto, senza tornar addietro una seconda volta, venne su risoluto e picchiò alla nostra stanza.

— Avanti, — disse il Dupin con voce lieta e cordiale.

Entrò un uomo che era certo un marinaro; vigoroso ed aitante della persona, con aspetto ed espressione audace che non riesciva del tutto dispiacente; la sua faccia, parecchio abbronzata dal sole, era più che mezza nascosta dalle basette e dai baffi; portava con sé un grosso bastone di querce, ma non sembrava avesse altre armi. S’inchinò goffamente e ci diede la buona sera con accento francese che, quantunque sentisse di Neuchâtel, faceva intendere ancora abbastanza l’origine parigina.

— Mettetevi a sedere, amico mio, — disse il Dupin; — suppongo che siate venuto per l’urangutano; in parola, ve l’invidio quasi, è una gran bella bestia e certo deve costare di molto; che età credete che abbia?

Il marinaro respirò profondamente con quel senso di sollievo di una persona che si tolga un gran peso di dosso, e, rassicurato, rispose:

— Non saprei dire, ma non può avere più di quattro o cinque anni; l’avete qui?

— Oh, no; qui non abbiamo posto adatto per tenerlo; è vicino, in una rimessa di via Dubourg; potrete averlo nella mattinata di domani. Naturalmente avrete pensato a provare che è vostro…

— Di certo, signore.

— Sarò proprio dispiacente di perderlo…. — disse il Dupin.

— Non intendo che dobbiate aver avuta questa noia per nulla; — rispose l’uomo; — non potrei pretenderlo, e sono pronto a dare una ricompensa a chi trovò l’animale; si capisce, una ricompensa ragionevole…

— Bene, — rispose il mio amico, — tutto questo è molto giusto di certo; ma, vediamo un po’, che cosa dovrei avere? Oh! ve lo dirò io: la mia ricompensa sarà che voi mi racconterete tutto ciò che sapete intorno al delitto di via Morgue…

Queste ultime parole furono dette dal Dupin a voce bassa e con calma. Con la medesima calma andò verso l’uscio, lo serrò, si mise la chiave in tasca, trasse fuori dal petto una pistola e la mise sulla tavola, senza mostrare alcuna commozione.

Il marinaro diventò rosso come se gli venisse un colpo, saltò in piedi ed afferrò il bastone; ma dopo un minuto ricadde a sedere con un forte tremito e con un pallore mortale. Non poteva articolare parola: lo compiansi dal fondo del cuore.

— Amico mio, — disse il Dupin con maniera gentile, — vi spaventate senza ragione; credetemi, non vogliamo farvi alcun male. Vi giuro sull’onore di gentiluomo, di francese, che non intendiamo recarvi nessun danno; so benissimo che siete innocente delle atrocità di via Morgue, ma ciò non vuol dire che fino a un certo punto non vi siate implicato anche voi. Da quanto ho già detto, potete comprendere che in questa cosa ho avuto mezzi d’informazione tali che non avreste mai immaginato. Ora siamo a questo punto: non avete fatto nulla che fosse da evitare; nulla, di certo, che vi renda colpevole; non avete rubato nemmeno quando potevate rubare impunemente; non avete niente da nascondere, non avete alcuna ragione di nascondere. Dall’altra parte, ogni principio d’onore vi obbliga a confessare tutto quello che sapete; un uomo innocente oggi è in prigione, accusato di quel delitto di cui voi conoscete l’autore.

Il marinaro, mentre il Dupin diceva queste parole, aveva ricuperato in gran parte la sua presenza di spirito, ma erano scomparsi que’ suoi modi arditi di prima.

— Che Dio m’aiuti, — disse, dopo un minuto di silenzio; — vi racconterò tutto quello che so di questa faccenda; ma non spero che mi crediate nemmeno a mezzo; sarei veramente uno stolto a crederlo; però sono innocente, e ne farò completa confessione, dovesse costarmi la vita.

Quello che raccontò fu all’incirca quanto segue. Ultimamente aveva fatto un viaggio nell’arcipelago indiano; insieme ad altri compagni era sbarcato a Borneo per fare una gita di piacere nell’interno, ed egli ed un altro avevano preso un urangutano. Morto il compagno l’animale era rimasto a lui e gli aveva dato parecchio da fare per la sua indomabile ferocia durante il viaggio; alla fine gli era riescito di sistemarlo nella sua abitazione a Parigi, dove, per non attirare la noiosa curiosità de’ vicini, lo teneva chiuso con ogni cura, aspettando che fosse guarito di una ferita al piede, fattasi a bordo con una scheggia, per decidersi a venderlo.

Tornando a casa una notte, o piuttosto il mattino dell’assassinio, da una festa di marinari, trovò la bestia nella sua propria camera, nella quale era passata da uno stanzino attiguo, dove, come gli pareva, l’aveva ben rinchiusa. Con un rasoio in mano, tutta insaponata, sedeva dinanzi lo specchio tentando di farsi la barba come, senza dubbio, aveva veduto fare al suo padrone, spiando dal buco della serratura. Atterrito nel vedere un’arme così pericolosa in possesso di un animale ferocissimo e capace di adoperarla, il marinaro per un poco rimase incerto su quello che era da risolvere. Di solito la bestia, anche quando era in furia, si calmava con qualche frustata, ed egli volle ricorrere allo stesso metodo; ma appena l’urangutano vide la frusta, spiccò un salto verso l’uscio e giù per le scale; di qui, trovata una finestra, disgraziatamente aperta, si lanciò nella strada.

Il Francese, disperato, lo inseguì; lo scimmione col rasoio ancora in mano si voltava indietro di quando in quando, faceva le boccacce al suo padrone finché non si vedeva quasi raggiunto, e poi daccapo via di corsa. Questa caccia durò a lungo; le strade erano quietissime a quell’ora, ché saranno state le tre di mattina; passando da un vicolo dietro a via Morgue l’attenzione dell’animale fu attirata dalla luce che veniva da una finestra aperta, quella della camera della signora L’Espanaye, al quarto piano della sua casa. Si volse da quella parte, vide l’asta del parafulmine, vi s’arrampicò con incredibile agilità, si afferrò alla imposta che era aperta ed appoggiata al muro, e per mezzo di essa con un salto capitò diritto sul capezzale del letto. Tutto ciò non era durato più d’un minuto; l’imposta si aprì di nuovo per la spinta stessa data dall’urangutano nell’entrare.

Il marinaro intanto era contento ed era in pensiero; poiché da un lato aveva forte speranza di riacchiappar l’animale, non potendo più esso fuggire dalla trappola in cui si era avventurato, se non per la via del parafulmine dove era facile sorprenderlo nel venir giù; mentre dall’altro lato aveva grande ansietà su quanto poteva commettere in quella casa. Quest’ultima riflessione lo fece decidere a inseguire il fuggitivo; il tirarsi su per un’asta di parafulmine, non è difficile, specialmente per un marinaro, ma quando fu all’altezza della finestra, che rimaneva alla sua sinistra, non poté più andare avanti e dovette contentarsi di sollevarsi un poco per gettare un’occhiata nell’interno della stanza. Ciò che vide fu così orribile che quasi ne precipitava di sotto: era il momento in cui urli disperati svegliavano dal sonno gli abitanti di via Morgue. La signora L’Espanaye e sua figlia, in camicia da notte, sembra stessero dietro a sistemare alcune carte nella cassetta di ferro, della quale si è parlato, e che l’avessero trasportata in mezzo alla camera; era aperta e ciò che conteneva sparso accanto sull’impiantito. Le vittime dovevano essere sedute, volgendo le spalle alla finestra, e a giudicarne dal tempo scorso da quando la bestia irruppe dentro agli urli, pare probabile che non se ne avvedessero subito; poiché lo sbattere delle imposte era stato di certo da loro attribuito al vento.

Quando il marinaro guardò dentro, il gigantesco animale aveva afferrato la signora L’Espanaye per i capelli che aveva lasciati sciolti dopo averli pettinati; brandiva il rasoio attorno al viso di lei, ed imitava le mossa di un barbiere. La figlia giaceva a terra immota: si era svenuta. Gli urli e gli sforzi per iscappare della vecchia signora, durante i quali le furono strappati i capelli, ebbero l’effetto di mutare in rabbia le disposizioni, forse pacifiche, dell’urangutano; con un colpo del suo braccio muscoloso le staccò quasi la testa dal busto, e la vista del sangue ne infiammò l’ira in frenesia. Digrignando i denti e inamidando fuoco dagli occhi si gettò sul corpo della ragazza, lo ficcò le sue terribile zanne nella gola e non la lasciò finché non fu morta. I suoi sguardi che roteavano feroci caddero in quel punto al capo del letto sopra il quale appariva immobile dal terrore, la faccia del suo padrone; la furia della bestia, che rammentava certo la temuta frusta, si trasformò allora subito in paura, e sapendo di meritare castigo, parve desiderosa di nascondere i segni della strage che aveva fatto, e si diede a saltare per la camera in preda a un’agitazione nervosa, buttando giù e rompendo mobili a ogni suo passo, tirando via dal letto le materasse. Alla fine, afferrò il cadavere della figlia e lo ficcò nel camino, come fu trovato; poi prese quello della vecchia signora e lo gettò sul momento dalla finestra col capo all’ingiù.

Quando la scimmia si avvicinò alla finestra col mutilato fardello, il marinaro si ritrasse pieno di terrore e per l’asta del parafulmine scivolando più che scendendo, fuggì verso casa, impaurito per le conseguenze di un tale macello, tanto che nel suo terrore abbandonò volentieri ogni pensiero sulla sorte dell’urangutano. Le voci udite dalla gente per le scale erano i suoi gridi di orrore e di spavento, insieme al mugolio diabolico della bestiaccia.

Non ho quasi altro da aggiungere. L’hrangutano sarà fuggito dalla camera per mezzo del parafulmine, proprio avanti che la porta fosse sfondata; passando dalla finestra dovette averla chiusa; poi fu preso dallo stesso proprietario, che lo vendette per una grossa somma al Giardino delle Piante.

Il Le Bon fu subito messo in libertà, dopo il nostro racconto di ogni cosa e alcuni commenti che il Dupin fece nell’Ufficio del Prefetto di Polizia. Questo pubblico Ufficiale, quantunque ben disposto verso il mio amico, non riesciva a nascondere il suo dispiacere per la piega che aveva presa questa faccenda, e si lasciò sfuggire qualche parola pungente sulla cattiva abitudine di tanti che si vogliono mischiare ne’ fatti altrui.

Lasciatelo dire, — conchiuse il Dupin, che non aveva creduto opportuno di rispondere; — lasciatelo discorrere, gli si alleggerirà la coscienza; io sono contento di averlo vinto nel suo castello stesso. Ciò nonostante, sebbene ei sia fallito nella soluzione di questo mistero, non è da meravigliarsene quanto si suppone; perché, a dire il vero, il nostro amico Prefetto è un po’ troppo astuto per esser profondo. Nella sua sapienza manca la base; è tutta testa e non ha corpo, come i ritratti della dea Laverna, o, se vi garba meglio, tutto testa e spalle, come un merluzzo. Ma, in fin dei conti, è una buona persona; gli voglio bene, specialmente per il garbo artificioso della sua parola, a cui deve la riputazione di genio: intendo alludere alla maniera che ha di negare ciò che è, e di spiegare ciò che non è4.

Note

1 Le due vie, parallele, esistono in Parigi, ma ovviamente nessuna Rue Morgue le congiunge. Ndr.

2 Qui si allude a finestre che sono in uso in Inghilterra, divise orizzontalmente in modo che le due parti, superiore ed inferiore, scorrono su guide l’una sopra l’altra.

3 In italiano nel testo. Ndr.

4 Rousseau. Nuova Eloisa.

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