Eventi teatrali su Poe per l’estate 2009

Segnalo due regie dedicate a Edgar Allan Poe dal regista Franco Eco, che ha curato anche l’adattamento e composto le musiche, a Crotone il 26 giugno all’interno della rassegna “Teatri Paralleli” con “Il crollo della Casata Usher” e poi il 13 luglio il debutto in prima assoluta al Festival della Letteratura di Viterbo con “Il pozzo e il Pendolo”.

Il crollo della casata Usher di E. A. Poe

  • Rassegna “Teatri Paralleli 2009” del Teatro Stabile di Calabria
  • 26 giugno 2009 ore 21.30, Villa Comunale, Crotone
  • Musica e regia: FRANCO ECO
  • Con: Flavio Martucci, Francesco Pupa, Francesco Sgro

Il Pozzo e il Pendolo di E. A. Poe

  • Rassegna “Caffeina 2009” Festival della Letteratura Viterbese
  • 13 luglio 2009 ore 21.30, cortile La Zaffera, Viterbo
  • Musica e regia: FRANCO ECO
  • con: Simone Pieroni
  • Scene: Erminia Palmieri
  • Costumi: Lucrezia Farinella

Franco Eco

Franco Eco

Vive a Roma dove studia pianoforte e composizione.
E’ aiuto alla regia di Gabriele Lavia, Glauco Mauri, Geppy Gleijeses ed Emanuele Montagna.
Scrive musiche per il cinema e il teatro per: Massimo Popolizio, Danny Lemmo, Lorenzo Gleijeses, Emanuele Montagna, Giuseppe Liotta, Luca Righi, Salvatore Allocca, Alessandro Scavone, Stefano Grisoni, Fulvio Cozza.

E’ laureato in DAMS Teatro all’Università di Bologna e nello stesso ateneo è laureando in specialistica in “Discipline Teatrali”. E’ diplomato attore alla Scuola di Teatro Colli di Bologna.
Nei festival cinematografici ha ricevuto diverse Menzioni Speciali per le sue composizioni; è in finale al David di Donatello 2006 sez. cortometraggi con Assenza di S. Grisoni, inoltre ha collaborato alle musiche con Andrea Mazzacavallo per lo spettacolo Il Corvo di C. Gozzi, vincendo il Leone d’oro per il Teatro alla 38esima Biennale di Venezia.

Nel 2009 pubblica il suo album d’esordio Dante Concert (UdU Records) con la prefazione di Giulio Andreotti (Presidente della “Casa di Dante in Roma”).

Sito web del regista: www.arseco.it.

Note di regia: Il crollo della casata Usher

La morte è la scuola più alta di umanità.
Ugo Foscolo

Il crollo della casata Usher

Se Charles-Pierre Baudelaire non avesse tradotto e traghettato in Europa i racconti di Edgar Allan Poe, probabilmente gli Stati Uniti non l’avrebbero mai celebrato, e noi non avremmo mai conosciuto un tale scrittore che faceva della Morte la sua più grande poetica. Quasi certamente ciò che affascinava di più Baudelaire era la vita sregolata che Poe conduceva, descrivendolo come “un poeta in febbrile agitazione che percorre una prigione, e che la sua vita da ubriaco, altro non è che uno sforzo perpetuo per sfuggire all’influsso di quel luogo ostile”.

Prodigioso talento per il grottesco e l’orribile, Poe fu anche il precursore di quei romanzi gialli e polizieschi che qualche anno più tardi influenzarono Arthur Conan Doyle; o fantascientifici che ispirarono Jules Verne; inoltre, la sua forte passione per il mesmerismo trova parallelismi con un grande racconto di Dostoevskij, Bobok; un racconto cimiteriale dove i morti, grottescamente, discorrono sottoterra dal momento che in loro la vita “continua per inerzia”.

E in Edgar Allan Poe la vita è sempre presente, ma non fine a se stessa, bensì come valore intrinseco della Morte.

I suoi lugubri e funerei racconti si snodano tra becchini e giovani donne seppellite prematuramente, innamorati che si servono dell’amore per indagare i processi che regolano le misure dell’aldilà, cadaveri che ritornano a respirare, in una costante atmosfera di Morte; così viene sempre posto il punto di vista del morto e non del vivo! Ed è proprio questo ciò che più ci avvicina a Poe rendendolo unico e raro.

Ne Il crollo della casata Usher, si ha la sensazione di vivere l’esperienza di un seppellimento prematuro, di insistere alla vita, di rompere il legno della cassa e scappare via dalla fossa. Ecco che il tetro e il mistero si celano nei sotterranei di un castello in decadenza dove un nobile, in uno schizofrenico delirio, accelera la fine della sorella malata seppellendola ancora viva, forse colpevolizzata di non poter più soddisfare un rapporto incestuoso, o più semplicemente per gioco. Non è un caso che il racconto è analizzato ne Il perturbante (Das Unheimliche, Opere, IX) da Sigmund Freud, descrivendo un mondo che si sfalda se appena lo si cerca di toccare, perché pieno di crepe e di oscuri rumori che angosciano nel cuore della notte… come scoprirà l’ospite che dimora nelle stanze del castello degli Usher.

In tale situazione, vale a dire drammatica e psicologicamente decentrata, la realtà è incognita diventando indomabile. Per tanto, a causa di un ambiente alieno e avverso, si determina già dall’inizio, un’angoscia psichica destinata a compiersi nella Morte. Questa è la poetica che Edgar Allan Poe ci lascia in eredità ne Il crollo della casata Usher: la paura di diffidare della realtà oggettiva vissuta in costanti sofferenze e tormentate agonie. L’ignoto di Poe sono le visioni e i suoni indecifrabili, un’oscurità che subordina letteralmente la condizione umana. E tutto ciò che subordina lo spirito umano è nutrimento per il teatro.

Poe, per sua sfortuna, non ha potuto beneficiare neanche del grosso contributo che il cinema ha dato al suo racconto. Un racconto che è il soggetto di una sceneggiatura costruito inconsapevolmente. Non è un caso che già nel 1928 Jean Epstein dirige Il crollo della casata Usher, e in circa ottant’anni il racconto raggiungerà l’adattamento di ben undici pellicole.

Nietzsche diceva che l’umanità è in rovina, alla deriva, in una lento disfacimento; Poe invece, lo “supera” attestando che l’umanità ha già cessato di vivere, trovandosi questa in un evidente stato avanzato di decomposizione. Ma se i cadaveri di Poe superano e trascendono l’umanità di Nietzsche, possono essere super-uomini (o oltreuomini) i morti?

FRANCO ECO

Note di regia: Il pozzo e il pendolo

Diciamo di ammazzare il tempo,
ma poi è sempre il tempo che finisce ad ammazzarci.
Alphonse Allais

Il Tempo viene percepito in modo relativo. Un’ora di piacere trascorre con la rapidità di un minuto, al contrario, un’ora di dolore può essere percepita come un’intera vita di atroci sofferenze. In tale situazione, vale a dire drammatica e psicologicamente decentrata, la realtà è incognita diventando indomabile. Per tanto, a causa di un ambiente alieno e avverso, si determina un’angoscia psichica destinata a compiersi nella Morte. Questa è la poetica che Edgar Allan Poe ci lascia in eredità ne Il pozzo e il pendolo: un continuo parallelismo Tempo-Morte, con la paura di diffidare della realtà oggettiva vissuta in costanti sofferenze e tormentate agonie.

Quasi certamente ciò che affascinava di più Baudelaire, che in Europa ha traghettato Poe, era la vita consumata del poeta statunitense, descrivendolo come “un uomo in febbrile agitazione che percorre una prigione, e che la sua vita da ubriaco, altro non è che uno sforzo perpetuo per sfuggire all’influsso di quel luogo ostile“, ed è proprio quella prigione, quel luogo ostile, che fa da sfondo a Il pozzo e il pendolo, restituendoci un Poe estremamente autobiografico, unico e raro.

FRANCO ECO

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