Berenice – Commento

Questo racconto, uno dei miei preferiti, a parer mio contiene molti elementi sconvolgenti.

Al di là dell’accurata descrizione delle due malattie che affliggono i protagonisti – una monomania, quindi un disturbo di natura psichica per Egeo; una sorta di epilessia quella di Berenice – il tema orrifico incalza e viene esasperato nei momenti culminanti: si tratti della visione della devastazione che ha distrutto la bellezza vitale di Berenice, o della profanazione della sua tomba, o dell’incidente che, sommato a chiari indizi (una vanga, abiti sporchi, impronte di fango), porta a galla una verità terribile.

Voglio tentare tre interpretazioni un po’ spericolate.

La prima, in chiave fantasy. Quei denti bianchi impressionanti, la necrofilia, un cadavere che respira, un bottino macabro, tutto sembra alludere a una storia di morti viventi, zombie o revenant: c’è spazio per ogni immaginazione. E spunto d’ispirazione per chi scrive di queste cose.

La seconda lettura è di stampo nominalistico. Sto pensando alla scelta dei nomi operata da Poe. Casuale? Forse no. Egeo è il padre di Teseo, si suicida gettandosi in mare perché il figlio – che torna vittorioso da Creta, ove ha sgominato il dispotismo del Minotauro – viene meno all’accordo preso con il padre e dimentica di issare le vele bianche in segno di vittoria. La “chioma di Berenice” è un’elegia di Callimaco, antico poeta greco, che narra come la regina omonima – per rivedere salvo il consorte re d’Egitto, Tolomeo III, partito per la guerra in Siria – sacrifica la propria chioma in voto ad Afrodite. La chioma viene poi trafugata e l’astronomo di corte la ritrova in cielo, in una costellazione. Ecco dunque la versione horror del mito: la chioma sono i denti, la refurtiva non finisce in cielo ma in una scatola insieme ai “ferri del mestiere”, Egeo si autocondanna con un proprio gesto che rivela la sua colpa…

La terza interpretazione è di stampo psicanalitico e vede nel racconto la rappresentazione di un’ossessione. Freud, nella sua teoria e nei suoi studi, ha mutuato un concetto dall’etnologia: il feticismo è infatti una forma di religiosità primitiva che prevede l’adorazione di feticci, oggetti ritenuti dotati di poteri magici. In senso traslato, nella psicanalisi il termine feticismo designa una forma di parafilia nella quale il desiderio è un oggetto inanimato o una parte specifica della persona. Egeo, dunque, sarebbe un feticista. Un feticista sonnambulo, visto che la realizzazione del suo turpe desiderio avviene in una situazione di incoscienza.

Da un’altra angolazione, il racconto ha per oggetto la cosiddetta tafofobia: la paura di essere seppelliti vivi, per una morte apparente che, nel caso di Berenice, è una crisi prolungata di epilessia.

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